L'ultimo libro di Jean Vanier (*), il fondatore delle Comunità dell'Arca, uno dei profeti della nuova evangelizzazione, si intitola: "Incontri nel Vangelo di Giovanni", Ancora Ed. Di seguito qualche breve pagina. Da "Avvenire" di ieri 10 luglio.
* * *
Essere vulnerabili significa essere umani. Significa inoltre capire come sopportare le nostredebolezze, le nostre fragilità, e la capacità che abbiamo di essere violenti.
Mi piacerebbe raccontarvi di Janine, che abbiamo accolto nel 1973 nella nostra comunità in Francia,
all’Arca, quando aveva 40 anni. Era epilettica e aveva molti problemi fisici. Era una donna molto
violenta. La domanda, quando accogliamo persone come Janine, è capire da dove viene quella
violenza. Aiutati dai nostri psichiatri, iniziammo a vedere cosa significasse avere 40 anni di
umiliazione.
Quella donna era nata nel 1933 con una forma di epilessia: è sempre stata vista come handicappata.
Non ha mai potuto andare a scuola, era la vergogna della sua famiglia. Quindi la sua violenza era un
grido: «Qualcuno creda che io sia qualcuno». Quando qualcuno è stato umiliato 40 anni come lei,
senza avere uno spazio per parlare, per scegliere, come se la sua violenza fosse una violenza
naturale, la domanda è riflettere e capire come possiamo rispondere alla sua violenza. E a chiederci
cosa sia una persona.
Nel libro della Genesi c’è un momento molto toccante, quando Adamo ed Eva, dopo essersi separati
da Dio nel desiderio della libertà di scegliere cosa significasse essere umani, fuggirono da Dio e Dio
poi andò ad assisterli. «Adamo dove sei?». La sua risposta è molto interessante: «Avevo paura
perché ero nudo e mi sono nascosto». Cosa significa nudità? Significa essere umani, vulnerabili,
fragili. Nessuno di noi scelse di nascere, nessuno di noi scelse la propria famiglia, siamo nati. Siamo
stati amati oppure non amati. Siamo stati aiutati a crescere e fare scelte oppure obbligati a diventare
normali e fare ciò che gli altri volevano che noi facessimo. Quindi non eravamo noi a decidere. È
una questione di benvenuto nella realtà del mio corpo, benvenuto nella realtà della mia epoca.
Come accettare la propria età, le nostre fragilità, le nostre debolezze, le nostre solitudini? È
questione di come accettare noi stessi per come siamo.
Nel nostro mondo c’è molto odio, molta paura, molte tensioni e guerra. Di cosa abbiamo paura?
Paura di non essere amati, di essere rigettati, del fallimento, della morte, della sofferenza: e forse la
paura più grande che sta al di sotto è quella di essere umiliati. E molti non trovano risposta. È una
grande questione nel nostro mondo il rapporto tra il debole, il vulnerabile e il forte. Qual è il
significato di questa debolezza, di questo sentirsi fragili e vulnerabili?
Un’assistente nella mia comunità mi raccontava di come avesse lavorato in una casa per anziani,
dove c’era una persona anziana molto difficile da affrontare. Il tutto perché lei era continuamente
infelice e arrabbiata. Questa giovane persona provò a diventare sua amica. Così andò a visitarla,
superò la barriera della negatività e iniziò a dire: «Raccontami di te, della tua storia, i tuoi bambini,
tuo marito, la tua vita». Così quella scoprì che qualcuno era interessato a lei. Così alla fine, quella
anziana signora, negativa in tutto, diventò a mano a mano gentile, scoprì di essere amata. Quindi la
negatività di quella anziana signora era un grido perché qualcuno le dicesse «Ti voglio bene». La
buona novella di Gesù non è quella di dire «Dio ti ama», ma «Io ti amo e voglio impegnarmi con
te», a volte nel nome di Gesù. Perché la solitudine e l’angoscia sono realtà terribili.
Quindi, cos’è importante per Janine? Poco a poco, abbiamo attraversato la barriera della paura e
incontrato il cuore. Tutti abbiamo meccanismi di difesa. C’è solo un momento della nostra vita in
cui siamo autorizzati ad essere deboli. È quando siamo neonati.
Dopo viene il tempo in cui devi essere normale. Avviene un passaggio da «Sei unico, sei prezioso,
sei il mio amato» a «Devi imparare a obbedire». Dal momento dell’unicità alla normalità. Nel
mondo c’è la tirannia della normalità. Dobbiamo vincere, dobbiamo essere un successo, dobbiamo
entrare nel mondo della competizione ed essere primi. E comunque, da qualche parte nel nostro
cuore, vogliamo essere unici. Unici per qualcuno, forse unici per Dio.
Quando si vive in una società governata dal successo personale, dalla rivalità, la capacità di
relazionarsi diminuisce. La famiglia si rompe con facilità, la comunità si frantuma, la religione può
diventare un affare individuale e non sussiste più la comunità. La missione di Gesù è proprio
costruire un corpo. Si trova una società fondata sulla competizione: rivalità, successo individuale
dove i più deboli non hanno spazio. I governi stanno applicando restrizioni. E chi sono i primi ad
essere respinti? Le persone con disabilità. Quindi sorge la domanda di quale sia il significato di
questa vulnerabilità.
Amare è rivelare ad una persona che lei è preziosa. Molte persone non lo sanno.
Amare è dunque rivelare, ma anche sollevare. Significa rivelare a Janine: «Tu sei qualcuno,
raccontami la tua storia, raccontami il tuo dolore, le cose felici e quelle sofferenti della tua vita». È
una questione di un ascolto che viene dal cuore, non solo dalla nostra testa, ma di ascolto con il
corpo, con lo spirito e con la nostra mente. C’è un bellissimo passo di Gesù: «Quando fate un
pranzo, non invitate i membri della vostra famiglia, non invitate i vostri amici, non invitate i vostri
ricchi vicini: non rimanete nel vostro clan, nella vostra tribù, in quel gruppo di persone che pensa
voi siate fantastici». Qual è il desiderio di Gesù? Unire le persone vicendevolmente. Una strada
molto difficile da percorrere. Ci sono muri giganteschi che dividono le persone.
Ma c’è anche una paura psicologica: la paura di essere feriti, di essere vulnerabili.
Qualche anno fa mi si avvicinò un tale alla Gare du Nord, a Parigi. Il mio stomaco disse: «Vattene
via in fretta». Un giorno uno alzò la voce e mi disse: «Signore, soldi!». Dissi: «Perché?». «Perché
devo comprare del cibo». «Ok, vieni andiamo insieme dal fornaio?». «Ma voglio andare a comprare
delle verdure». «Andiamoci insieme». Poi dissi: «Stai mentendo». C’è una questione inerente la
verità. E dissi: «Vuoi che chiami la polizia?». Se ne scappò via. O un altro, sempre alla Gare du
Nord, che mi chiese di dargli del denaro. Dissi: «Cosa vuoi?». «Ho bisogno di soldi per comprare un
panino». «Vieni, andiamo a prenderci un panino insieme». Quindi la paura può essere una buona
cosa, ti dice di andartene via, di non restare nel pericolo. Ma allo stesso tempo non dobbiamo
esserne dominati. Dobbiamo imparare ad abbassare le difese e ad ascoltare. E allora di cosa ha
bisogno Janine? Di sapere che è amata, che vogliamo mangiare con lei. Questa è l’espressione di
Gesù: «Quando fai un pranzo non invitare la famiglia, ma quando fai il migliore dei pranzi possibili
invita il povero, il cieco, lo zoppo, lo storpio». Abbassa le barriere. Ma quando incontri le persone,
c’è anche un altro aspetto: diventi più fragile.
Avvicinarsi a Janine, come avvicinarsi a quella persona a Parigi che mi ha chiesto 10 franchi, o
quando ascolti qualcuno, hai paura ma scopri che non voleva i 10 franchi, bensì un pasto. Quando
lasciamo andare i nostri meccanismi di difesa iniziamo a scoprire dov’è il nostro tesoro, che sta
nella capacità di amare con sapienza. Ma anche scoprire dove sono le nostre angosce. Ricordo
quando lasciai la direzione della comunità, andai a vivere in una delle nostre case dove c’erano
persone con disabilità. E accogliemmo Lucien. Lucien era autistico, catatonico, non riusciva a
camminare, né a parlare, non era autonomo. Aveva vissuto per 30 anni con sua madre che capiva
ogni suo lamento, ogni gesto, ma poi lei dovette essere ricoverata all’ospedale, così Lucien venne a
sua volta ricoverato. Era la prima volta che veniva separato dall’unica persona che lo aveva amato.
Urlava, urlava continuamente. Alla fine venne da noi nella comunità. E il suo grido divenne il mio
grido, la sua angoscia la mia angoscia. Ho scoperto molto di me stesso, delle mie paure. Perché la
violenza, il sentimento che porta alla rabbia e all’odio, il desiderio di eliminare l’altro è una realtà
abbastanza naturale. Scoprire chi siamo, con il nostro bisogno di essere superiori per avere più
potere. Come fare per andare sulla via dell’umiltà, della scoperta che siamo amati e che troviamo
una forza che è l’amore di Dio.
Leggevo l’altro giorno uno dei testi del Concilio, Gaudium et Spes, al paragrafo numero 16. Si
parlava della libertà della coscienza, del fatto che in ciascuno c’è questa tensione verso Dio che vive
e noi possiamo sentire la voce della coscienza che ci chiama ad essere aperti o a nasconderci
dall’amore. Ad accettare la mia fragilità, la mia violenza, ad ammettere che ho bisogno di aiuto, di
parlare con una comunità, senza vergognarmi di ciò che sono. Devo scoprire cosa posso dare e cosa
tu puoi dare per costruire insieme un corpo, nel quale aiutarci vicendevolmente a crescere in un
amore più grande. Devo imparare ad essere me stesso, perché ciò che sono oggi sarà quello che
baderà a se stesso domani. Ma è anche una questione di come accettare la solitudine, l’angoscia.
Come convivere con la solitudine senza cadere nella depressione, perché la depressione è in qualche
modo la paura di vivere. Essere vulnerabili significa anche: «Ho bisogno del tuo aiuto». La storia di
Janine è bellissima, lei ha scoperto di essere amata da Gesù e si è fatta battezzare. Divenne poi più
autonoma, fino al giorno in cui le sue gambe non furono abbastanza forti da sostenere il suo corpo,
così ebbe bisogno di una sedia a rotelle e si arrabbiò di nuovo. Era molto arrabbiata finché non
scoprì le parole magiche: «Non ho bisogno di essere potente, ho bisogno di te». Così la debolezza e
la vulnerabilità possono essere una fonte per unire le persone. E allora la debolezza può anche
terrorizzarci perché abbiamo paura di essere schiacciati da chi ha potere, ma sappiamo che la
debolezza può unire le persone. Quindi imparando a scoprire il Paraclito, che è diverso dallo
Spirito; lo Spirito è la ruah, un movimento, una forza riempita con un potere che viene da Dio: i
profeti ad esempio sono riempiti di Spirito.
Paraclito è il cognome del nostro grido verso Dio, è il bambino che grida «Mamma!». È l’uomo
morente sul campo di battaglia. Una figura consolatoria.
Viene dall’essere vulnerabili il grido di fiducia. Amo la mia comunità e sono amato nella mia
comunità, mi fido della mia comunità e mi affido a Dio. Trovare aiuto significa trovare l’amore, che
a sua volta significa anche amare. Ribadisco quanto ho detto sul fatto che annunciare la buona
novella non è dire «Dio ti ama», ma «Io ti amo, e voglio impegnarmi con te, tu devi credere in te
perché sei prezioso». L’amore è rivelare e sollevare.
Aiutare le persone a scoprire quanto sono belle, e continuare a dare questo messaggio.
Va bene persino il fatto di avere un momento di violenza, pur avendo la capacità di ammettere che
abbiamo bisogno di aiuto, così che possiamo crescere insieme e costituire il corpo. Le parti del
corpo più deboli sono indispensabili al corpo che è la Chiesa. Altrimenti il corpo non può dirsi tale.
Perché il loro grido può aprirci all’ascolto. A volte vedo persone sole che a causa della loro
solitudine diventano più difficili da gestire. Tutto ciò che posso fare è dire «Ciao, come stai?». Cosa
aiuterà queste persone a lasciare quella solitudine non lo possiamo sapere di preciso. Ma uno forse
può sperare e pregare che un giorno qualcosa accadrà.
Quindi c’è una 'buona solitudine' quando si trova un amico. Ciò che mi impressiona alla fine della
Bibbia è un grido: «Vieni Gesù, vieni». Un grido di solitudine, di dolore.
Vivere questa solitudine e scoprirne il significato profondo significa avvicinarsi al grido per la
venuta del Paraclito.
(traduzione di Laura Zanella e Lorenzo Fazzini)
* * *
(*): Jean Vanier è nato a Ginevra, in Svizzera, nel 1928, dove suo padre - Governatore Generale del Canada - era in servizio come diplomatico. A causa del lavoro del padre, Jean ha vissuto in molti Paesi diversi, ma sempre con forti legami con il Canada.
La prima casa a Trosly |
Durante la seconda guerra mondiale, la famiglia Vanier si trovava a Parigi, dove Jean frequentava una scuola francese. Nel 1940, quando i nazisti stavano per attaccare Parigi, la famiglia ha lasciato la città e sono fuggiti verso l'Inghilterra su un'affollatissima nave di rifugiati. Questa è stata una prima esperienza che messo Jean di fronte alla situazione di molte persone emarginate ed escluse dalla società "dei forti". Al ritorno in Canada, Jean continuava ad essere profondamente colpito dalla situazione di guerra in Europa e ha sentito il dovere di aiutare, per questo a soli 13 anni ha seguito l'ispirazione di iscriversi al College della Marina Reale Inglese, e poi ha chiesto al padre il permesso di andare.
Il padre in quell'occasione rispose semplicemente: "Ho fiducia in te".
Jean parla spesso dell'importanza che ha avuto questa risposta per la sua vita. Così iniziò una carriera militare che lo ha visto prima cadetto e poi ufficiale della marina britannica e poi della marina canadese.
Poco dopo i vent'anni, cercando un senso più profondo alla sua vita, ha deciso di abbandonare la carriera militare e iniziare studi di filosofia. Ha studiato all'università di Parigi, conseguito il dottorato e successivamente ha insegnato filosofia a Toronto.
Mentre cercava di proseguire una carriera che potesse rispondere alla sua ricerca intellettuale e spirituale, fu invitato a far visita a padre Thomas Philippe, sacerdote dell'ordine domenicano e sua guida spirituale, che nel 1963 era diventato cappellano in un istituto per persone con handicap mentale vicino a Parigi.
"Ci deve essere per loro un modo di vita migliore", diceva padre Thomas. Jean, si sentì profondamente invitato a "fare qualcosa" e l'anno dopo, il 1964, comperò una piccola casa a Trosly-Breuil e invitò due uomini ricoverati in quell'istituto, Raphael e Philippe, a vivere con lui.
Così cominciò la comunità dell'Arca.
Il padre in quell'occasione rispose semplicemente: "Ho fiducia in te".
Jean parla spesso dell'importanza che ha avuto questa risposta per la sua vita. Così iniziò una carriera militare che lo ha visto prima cadetto e poi ufficiale della marina britannica e poi della marina canadese.
Poco dopo i vent'anni, cercando un senso più profondo alla sua vita, ha deciso di abbandonare la carriera militare e iniziare studi di filosofia. Ha studiato all'università di Parigi, conseguito il dottorato e successivamente ha insegnato filosofia a Toronto.
Mentre cercava di proseguire una carriera che potesse rispondere alla sua ricerca intellettuale e spirituale, fu invitato a far visita a padre Thomas Philippe, sacerdote dell'ordine domenicano e sua guida spirituale, che nel 1963 era diventato cappellano in un istituto per persone con handicap mentale vicino a Parigi.
"Ci deve essere per loro un modo di vita migliore", diceva padre Thomas. Jean, si sentì profondamente invitato a "fare qualcosa" e l'anno dopo, il 1964, comperò una piccola casa a Trosly-Breuil e invitò due uomini ricoverati in quell'istituto, Raphael e Philippe, a vivere con lui.
Così cominciò la comunità dell'Arca.
Il ricordo di questo incontro decisivo
Jean e Cristina |
"Ho scoperto le persone con disabilità mentale andando a trovare P. Thomas, cappellano a Val Fleuri, a Trosly-Breuil nell'Oise, dove vivevano una trentina di uomini portatori di handicap. Sono stato colpito dalla loro semplicità, dalla loro accoglienza, dal loro forte desiderio di relazione.
Commosso da questa esperienza, ho fatto visita ad ospizi ed ospedali psichiatrici. E' stato per me uno choc. Scoprivo un ambiente violento, di crisi e nello stesso tempo sentivo Dio profondamente presente. Un misto di pace e di caos.
Poco a poco mi sono reso conto della profonda ferita delle persone con disabilità mentale. Anche se attentamente curati, non comprendono perché sono emarginati, perché non vivono come i loro fratelli e le loro sorelle. Può succedere anche che siano oppressi: ho visto, in giro per il mondo, bambini incatenati, uomini e donne ammassati in 200 nella sporcizia.
L'esperienza mi ha mostrato che la loro violenza, le loro stranezze, le loro depressioni, sono una richiesta di vera relazione : 'Vale la pena occuparsi di me? Posso essere amato?' La sola risposta è che un altro cuore dica 'Sì, tu lo meriti. Sono disposto ad impegnarmi con te perché voglio che tu viva'. Fu così che, sostenuto e incoraggiato da P. Thomas, mi sono sentito chiamato da Gesù ad accogliere Raphaël e Philippe, ambedue colpiti da handicap. Abbiamo cominciato a vivere insieme in una piccola casa di Trosly-Breuil. Abbiamo lavorato, pregato, viaggiato, condiviso la vita. Poco a poco abbiamo familiarizzato: cominciava l'Arca".
Commosso da questa esperienza, ho fatto visita ad ospizi ed ospedali psichiatrici. E' stato per me uno choc. Scoprivo un ambiente violento, di crisi e nello stesso tempo sentivo Dio profondamente presente. Un misto di pace e di caos.
Poco a poco mi sono reso conto della profonda ferita delle persone con disabilità mentale. Anche se attentamente curati, non comprendono perché sono emarginati, perché non vivono come i loro fratelli e le loro sorelle. Può succedere anche che siano oppressi: ho visto, in giro per il mondo, bambini incatenati, uomini e donne ammassati in 200 nella sporcizia.
L'esperienza mi ha mostrato che la loro violenza, le loro stranezze, le loro depressioni, sono una richiesta di vera relazione : 'Vale la pena occuparsi di me? Posso essere amato?' La sola risposta è che un altro cuore dica 'Sì, tu lo meriti. Sono disposto ad impegnarmi con te perché voglio che tu viva'. Fu così che, sostenuto e incoraggiato da P. Thomas, mi sono sentito chiamato da Gesù ad accogliere Raphaël e Philippe, ambedue colpiti da handicap. Abbiamo cominciato a vivere insieme in una piccola casa di Trosly-Breuil. Abbiamo lavorato, pregato, viaggiato, condiviso la vita. Poco a poco abbiamo familiarizzato: cominciava l'Arca".
Dal movimento "Fede e Luce" alla Federazione Internazionale delle Comunità dell'Arca
In seguito molti giovani, vicini di casa, amici, giunsero per sostenere quel progetto iniziato con molta semplicità e si moltiplicarono le comunità, come nuovo modo di condividere la vita con persone marginalizzate e rifiutate dalla società. Oggi le comunità dell'Arca sono 130, nei cinque continenti .
In seguito molti giovani, vicini di casa, amici, giunsero per sostenere quel progetto iniziato con molta semplicità e si moltiplicarono le comunità, come nuovo modo di condividere la vita con persone marginalizzate e rifiutate dalla società. Oggi le comunità dell'Arca sono 130, nei cinque continenti .
Jean con Madre Teresa di Calcutta |
Nel 1971, Jean con Marie Melene Matthieu, fondò il movimento di "Fede e Luce", che riunisce persone con handicap, i loro genitori e amici per condividere dei momenti di divertimento e di preghiera. Attualmente ci sono più di mille comunità di Fede e Luce sparse nel mondo.
Jean è stato responsabile della comunità dell'Arca di Trosly-Breuil fino al 1981, dove ha sempre vissuto e attualmente vive. Dopo gli anni in cui ha guidato personalmente la Federazione Internazionale delle Comunità dell'Arca, ha invitato altri a sostenerne le responsabilità per dedicarsi maggiormente all'accompagnamento degli assistenti e a far visite in vari Paesi del mondo in cui offre testimonianza di ciò che ha scoperto vivendo accanto alle persone con disabilità.
La vita di Jean e le comunità dell'Arca sono state riconosciute come esempio e stimolo per la presa di coscienza della sofferenza di tutti coloro che sono marginalizzati. La sua sensibilità e il suo lavoro per costruire una società più umana sono stati riconosciuti anche attraverso Premi della Legione d'Onore in Francia, dal Premio Internazionale Paolo VI, dal Premio umanitario Rabbi Gunther Plaut e molti altri.
"Egli è un grande interprete della cultura della solidarietà e della "civiltà dell'amore", sia nel campo del pensiero che in quello dell'azione, nell'impegno a favore dello sviluppo integrale di ogni uomo e di tutto l'uomo" (Giovanni Paolo II alla consegna del Premio Paolo VI il 19 giugno 1997).
Jean è stato responsabile della comunità dell'Arca di Trosly-Breuil fino al 1981, dove ha sempre vissuto e attualmente vive. Dopo gli anni in cui ha guidato personalmente la Federazione Internazionale delle Comunità dell'Arca, ha invitato altri a sostenerne le responsabilità per dedicarsi maggiormente all'accompagnamento degli assistenti e a far visite in vari Paesi del mondo in cui offre testimonianza di ciò che ha scoperto vivendo accanto alle persone con disabilità.
La vita di Jean e le comunità dell'Arca sono state riconosciute come esempio e stimolo per la presa di coscienza della sofferenza di tutti coloro che sono marginalizzati. La sua sensibilità e il suo lavoro per costruire una società più umana sono stati riconosciuti anche attraverso Premi della Legione d'Onore in Francia, dal Premio Internazionale Paolo VI, dal Premio umanitario Rabbi Gunther Plaut e molti altri.
"Egli è un grande interprete della cultura della solidarietà e della "civiltà dell'amore", sia nel campo del pensiero che in quello dell'azione, nell'impegno a favore dello sviluppo integrale di ogni uomo e di tutto l'uomo" (Giovanni Paolo II alla consegna del Premio Paolo VI il 19 giugno 1997).