Riporto una bellissima pagina di don Giussani, adatta per oggi mercoledi 6 luglio...
"Quando nella mia prima liceo, dopo la pausa estiva, sono rientrato in Seminario a Venegono, ho passato il primo mese, il mese di ottobre, malinconicissimo. In fondo era perchè ero andato via da casa, ma, quando si è così carichi di mestizia, si cerca sempre, e si trova, un pretesto, un alibi per non accusare la propria debolezza; e l'alibi era che non mi arrivava il vocabolario di greco del Gemoll. Mia madre me l'aveva spedito agli inizi di ottobre, ma i giorni passavano e il Gemoll non mi arrivava; ed era anche brutto perchè, nei compiti in classe, dovevo sempre chiedere il vocabolario al compagno, con gran seccatura dell'amico e anche mia.
L'ultimo mercoledi di quel mese di ottobre padre Motta, il nostro padre spirituale, alla fine della sua piccola meditazione del mattino, ci disse che il mercoledi della settimana era, dalla pietà cristiana, riservato alla devozione a san Giuseppe, il quale aveva un grande compito nella Chiesa: che dunque ci rivolgessimo fiduciosi a lui, prima di tutto perchè era il protettore della buona morte e in secondo luogo perchè faceva miracoli. In quell'istante, alle sette del mattino, ho detto: "Oggi arriva il Gemoll". E mi ricordo che a colazione tutti i miei compagni mi chiedevano: "Ma cosa ti è successo?", perchè avevo cambiato faccia, ero diverso da come mi avevano conosciuto quel mese, avevo riacquistato il mio buonumore e, ogni volta che mi domandavano, rispondevo: "Oggi mi arriva il Gemoll".
Era il 1938, e allora la posta arrivava dovunque una volta al giorno. A mezzogiorno in seminario era il momento della distribuzione della posta: veniva il vicerettore nel grande refettorio (dove eravamo in trecento a mangiare) con un gran "paccone" e distribuiva la posta a tutti; era un momento molto atteso della giornata, pressappoco come al militare. Io ero tranquillissimo: "Oggi mi arriva il Gemoll", ma il mio Gemoll non c'era. Però io ero sicuro che mi sarebbe arrivato. Qualche rara volta, in quell'epoca, la posta arrivava anche nel pomeriggio, e il vicerettore, in tal caso, alla sera a cena ripeteva il giro. Quella sera ci fu. Ma il mio Gemoll non c'era. Erano le otto di sera. Dopo la cena c'era un'ora di gioco, di ricreazione, poi, dalle nove e mezzo alle dieci e mezzo, un'ora di studio; alle dieci e mezzo suonava l'ultima campana, si dicevano le preghiere della sera e si andava a letto. Si studiava in una grande aula, eravamo lì in un'ottantina, ognuno col suo banco. Alle dieci e mezzo suona la campana di fine giornata e in quell'istante entra uno dal fondo dell'aula, e va dal prefetto con un plico. Io ho detto forte ai miei compagni: "E' il mio Gemoll". Era il mio Gemoll!
Evidentemente ad altri questo fatto può non aver detto niente, a me disse moltissimo.
Ho citato questo episodio per insistere sulla seconda accezione della parola "miracolo": un accento degli avvenimenti che richiama una persona a Dio e, richiamandola, richiama anche il prossimo, chi le è vicino.
La grandezza di Dio sa palesarsi proprio nella familiarità con cui vive con l'uomo, vive nella vita dell'uomo".
Luigi Giussani, Perchè la Chiesa, Rizzoli, Milano, 2003, pp. 288-290
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Di seguito il testo della:
Orazione a San Giuseppe (*)
A te, o beato Giuseppe,
stretti dalla tribolazione ricorriamo
e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio,
insieme con quello della tua santissima Sposa.
Deh! Per quel sacro vincolo di carità,
Deh! Per quel sacro vincolo di carità,
che ti strinse all'Immacolata Vergine Madre di Dio,
e per l'amore paterno che portasti al fanciullo Gesù,
riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno
la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo sangue,
e col tuo potere ed aiuto soccorri ai nostri bisogni.
Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia,
Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia,
l'eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi,
o Padre amantissimo, la peste di errori e di vizi
che ammorba il mondo;
assistici propizio dal cielo in questa lotta con il potere
delle tenebre, o nostro fortissimo protettore;
e come un tempo salvasti dalla morte
la minacciata vita del bambino Gesù,
così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie
e da ogni avversità;
e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio,
affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso,
possiamo virtuosamente vivere, piamente morire,
e conseguire l'eterna beatitudine in cielo.
Amen.
Amen.
(*): Questa preghiera fu apposta da Leone XIII in calce all'Enciclica Quamquam pluries del 15 agosto 1889. La devozione a san Giuseppe, già dichiarato patrono della Chiesa universale dal beato Pio IX l'8 dicembre 1870, fu particolarmente sostenuta da Leone XIII che, eletto papa il 22 febbraio 1878 (lo stesso giorno della morte di don Giussani), mise fin dall'inizio il suo pontificato "sotto la potentissima protezione di san Giuseppe, celeste patrono della Chiesa" (allocuzione ai cardinali del 28 marzo 1878).