martedì 12 luglio 2011

A mezzanotte va la ronda del piacere...


Proprio in questi giorni i quotidiani sono pieni di dati sul fallimento dei matrimoni nel nostro Paese, come d'altro canto in tutto il resto del mondo. Tra famiglie allargate e colorate manifestazioni di orgogli gay e lesbo, assistiamo impotenti al disfacimento della famiglia cristiana. Oggi è il 12 luglio: proprio in questo giorno (o sarebbe meglio dire in questa notte, visto che il loro matrimonio è stato celebrato a mezzanotte, come quello del ministro Brunetta...) di tanti anni fa, esattamente del 1858 sposavano i genitori di Teresa di Lisieux. Conosciamoli un pò meglio...

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LUIGI MARTIN

Il capitano Pierre-François Martin (1777-1865),  (nonno paterno di Teresa di Gesù Bambino),  era stato decorato con la medaglia dell'Ordine regale e militare di San Luigi Luigi Joseph Aloys Stanilas Martin nacque a Bordeaux il 22-8-1823, figlio legittimo di Pierre-François Martin, capitano dell'esercito francese e di Marie Anne Fanny Boureau, grandi cristiani dalla fede viva. La sua prima formazione è legata alla vita militare di suo padre: dai tre anni e mezzo fino ai sette anni fece parte, a Strasburgo, degli Enfants de Troupe, beneficiò cioè di vantaggi e facilitazioni accordate ai figli di militari.

In seguito, quando la famiglia si trasferì ad Alençon nel 1831, fece i suoi studi presso i Fratelli delle Scuole cristiane della città.

Luigi Martin e Teresa a 15 anni. Su un disegno della sorella Celina. Al termine degli studi, nonostante gli esempi di un padre che era stato un ufficiale valoroso, Luigi non si orientò verso lesercito ma verso il mestiere di orologiaio.

Per compiere il suo apprendistato si recò dapprima in Bretagna, a Rennes, presso il cugino Luigi Bohard, dove soggiornò vari mesi tra il 1842 e il 1843.

In questo periodo la madre lo esorta caldamente, in una sua lettera: «Sii sempre umile, mio caro figlio» ed egli esprime il suo istinto dartista nella scelta di Frammenti letterari di cui riempì due grossi quaderni.

Lasciò Rennes nel settembre 1843 e si recò a Strasburgo, dove raggiunse un amico di suo padre, Aimé Mathey, presso il quale continuò il suo apprendistato per circa due anni. Fu durante questo soggiorno che mostrò il suo coraggio e sangue freddo, salvando il figlio di Aimé che rischiava di affogare.

Nello stesso anno si recò nelle Alpi Svizzere, al Gran San Bernardo, forse per conoscere la vita eccezionale dei religiosi che, nel cuore delle montagne, erano la Provvidenza dei viaggiatori in difficoltà e in pericolo.
Luigi Martin (papa Teresa di Gesù Bambino). Due anni dopo, nel 1845, vi ritornò con l'intenzione di entrare in questo Ordine, dove non fu ammesso perché non conosceva il latino. Tentò di dedicarsi a questo studio ma, dopo alcuni tentativi, rinunciò.

Quindi, per completare la sua formazione di orologiaio, si recò a Parigi, dove rimase per tre anni ospite di parenti. Non è stato possibile sapere le esperienze di Luigi Martin in questo periodo; una lettera di Zelia al fratello Isidoro testimonia le trappole e i pericoli che dovette superare, con la fede, la pratica religiosa e la preghiera personale, per non essere avvelenato dagli Odori di Parigi.

Quando tornò ad Alençon, iniziò le pratiche per aprire un'orologeria e, nel 1850, acquistò una casa con l'aiuto della signora Beaudouin, presidentessa dell'Opera dell'Adorazione del SS. Sacramento nella parrocchia Saint-Leonard. I genitori, rimasti soli dopo la morte del figlio maggiore e delle figlie, andarono ad abitare con lui sin dal 9 novembre 1850 e questa coabitazione continuò anche dopo il matrimonio di Luigi con Zelia.
Qui abitò per qualche anno anche dopo il matrimonio. Nel 1871 Luigi Martin vendette l'immobile e l'attività ad Adolfo Leriche, suo nipote.
Il negozio (in primo piano) di  orologiaio e bigiotterie di Luigi Martin (papa Teresa di Gesù Bambino) ad  Alençon in Rue du Pont-Neuf. L'amore per il silenzio e per il ritiro lo portò ad acquistare, il 24 aprile 1857, una piccola proprietà conosciuta sotto il nome di Pavillon, una torre esagonale a tre livelli costruita in un giardino.
Qui Luigi installò una statua della Santa Vergine donatagli dalla signora Beaudouin; trasferita pi Tardi ai Buissonnets questa statua fu poi conosciuta in tutto il mondo come la Vergine del Sorriso.

Un orologio realizzato da Luigi Martin Abile nel suo mestiere, aveva amici e conoscenti con i quali amava pescare e giocare al biliardo ed era apprezzato per le sue qualità poco comuni e per la sua distinzione naturale, che spiega perché gli fu presentato un progetto di matrimonio con una giovane donna dell'alta società, a cui peraltro egli non dette seguito.



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ZELIA GUERIN

Isidoro Guérin (nonno materno di Teresa di Gesù Bambino)  dopo trentanni di servizio nei carabinieri, fu decorato con la medaglia di SantElena. Un riconoscimento con cui   Napoleone III ricompensava i veterani che avevano combattuto con Napoleone 1° Zelia Guérin nacque a Gandelain, sobborgo di Saint-Denis-sur-Sarthon nellOrne il 23 dicembre 1831 da Isidoro Guérin, un militare che a 39 anni decise di accasarsi sposando Luise-Jeanne Macè, di sedici anni più giovane di lui.

Da questa unione nacquero anche Maria Luisa, futura monaca visitandina, nel 1829 e Isidoro, il farmacista di Lisieux, nel 1841.

Per i genitori di Zelia la vita era stata dura e il loro carattere ne risentiva: erano rudi, autoritari ed esigenti. Dotati di fede salda, si respirava però nella famiglia una certa atmosfera di rigorismo, di costrizione e di scrupolo.

Intelligente e comunicativa per natura (il suo talento epistolare lo proverà), la piccola Zelia fu bloccata e il rimpianto per un'infanzia non felice emerge in una lettera al fratello: «La mia infanzia e la mia giovinezza sono state tristi come un sudario».
A sinistra Zelia (mamma di Teresa di Gesù  Bambino), a destra Maria Luisa (Suor Dositea, monaca visitandina) in mezzo il  fratello Isidoro nel 1857
Nonostante ciò, quando il padre, rimasto vedovo e malato, espresse il desiderio di abitare presso di lei, nel 1866, lo accolse e lo curò con devozione fino alla morte, avvenuta il 3 settembre 1868.

Fortunatamente troverà in Maria Luisa una vera sorella d'anima e quasi una seconda madre.

Quando il padre andò in pensione, la famiglia si stabilì ad Alençon, in rue Saint-Blaise, il 10 settembre 1844.

Qui la signora Guérin aprì, nel 1848, un caffè e una sala da biliardo. Ma il carattere intransigente della madre non favorì lo sviluppo del locale e la famiglia faticava a tirare avanti con la pensione e i lavori di falegnameria di papà Guérin. Nel giro di pochi anni la situazione finanziaria del ménage diventò precaria e non migliorò fino a quando il lavoro delle figlie contribuì a far quadrare il bilancio familiare.

Questo influì anche sugli studi delle due sorelle. Dapprima solo Zelia fu iscritta al pensionato delle suore dell'Adorazione perpetua, mentre Maria Luisa, iniziata ai lavori di ricamo, restò con la madre per qualche tempo, per sovvenire ai bisogni domestici. In seguito raggiunse la sorella e per due anni frequentarono insieme questa scuola. Non restano documentazioni di sorta di questo periodo, ma Zelia conservava un eccellente ricordo dei suoi successi scolastici.

Presso questa scuola Zelia aveva imparato i primi rudimenti della fabbricazione del Point d'Alençon, un merletto tra i più rinomati dellepoca. Per saperne di più e perfezionarsi si iscrisse poi alla Ecole dentellière.

 Pizzo in Point dAlençon realizzato da Zelia Qualificatasi molto presto per dedicarsi alla confezione del prestigioso merletto e avendo sostenuto senza risultati un colloquio con la superiora per entrare a far parte delle Figlie della Carità di Vincenzo de Paoli, Zelia nella preghiera chiese lumi per il suo futuro.

L'8 dicembre 1851, dopo una novena all'Immacolata Concezione, nel silenzio della sua camera, nella profondità di se stessa udì queste parole: «Fa fare del Point d'Alençon».

Sostenuta dalla fede Zelia iniziò, con l'aiuto della sorella, la sua impresa e già a partire dal 1853 divenne nota come fabbricante del Point dAlençon.

Nel 1858 la Maison Pigache per conto della quale Zelia lavorava, ricevette una medaglia d'argento proprio per la fabbricazione di questo tipo di merletto e la stessa Zelia ricevette una particolare menzione di lode.

Teresa fanciulla e la mamma. Da un disegno della sorella Celina. Il 7 aprile dello stesso anno la sorella Maria Luisa, superate tutte le difficoltà, realizzò la propria vocazione ed entrò alla Visitazione di Le Mans, sotto il nome di suor Maria Dositea.





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IL MATRIMONIO

«Il Buon Dio mi ha dato un padre e una madre più degni del Cielo che della terra»
Teresa, lettera 261 del 26 luglio 1897


«Un giorno che Zelia passava sul ponte San Leonardo, incrociò un giovane uomo la cui nobile fisionomia, l'andatura riservata, l'atteggiamento pieno di dignità, la impressionarono. Nello stesso tempo, una voce interiore le mormorò in segreto: é quest'uomo che ho preparato per te. L'identità del passante le fu ben presto rivelata. Iniziò così a conoscere Luigi Martin» (p. Piat).

A mezzanotte del 12 luglio 1858, quindi con data 13 luglio, nella chiesa di Notre Dame in Alençon si celebrò il matrimonio tra Zelia Guérin e Luigi Martin.

La delicatezza d'animo di Luigi Martin, la pesante eredità rigorista di Zelia e il brevissimo fidanzamento, consigliarono ai due giovani un'esperienza particolare: nei primi dieci mesi del loro matrimonio essi conserveranno la verginità fisica.

Sviluppata la reciproca consapevolezza, con l'aiuto di un padre spirituale, i due sposi maturarono un diverso atteggiamento; la verginità venne integrata in un giusto orientamento del sacramento del matrimonio: nel focolare dei Martin Dio sarà sempre il primo servito, secondo la massima di Giovanna d'Arco.

Immagine che Teresa di Gesù Bambino compose da tenere nel suo Breviario a ricordo dei fratellini morti prematuramente

Da quel momento la loro vita di preghiera e di lavoro sarà dedicata a crescere, non senza dolori e lutti, i nove figli che la Provvidenza invierà loro.

22 febbraio 1860: nascita di Maria Luisa. Si farà carmelitana e morirà il 19 gennaio 1940.
7 settembre 1861: nascita di Maria Paolina, futura carmelitana, che morirà il 28 luglio 1951.
3 giugno 1863: nascita di Maria Leonia, futura visitandina, la figlia che più pena darà a Zelia e che morirà il 16 giugno 1941.
13 ottobre 1864: nascita di Maria Elena, morta alletà di sei anni il 22 febbraio 1870, lo stesso anno della sorella Maria Melania Teresa.
20 settembre 1866: nascita di Maria Giuseppe Luigi, morto il 14 febbraio 1867, primo figlio Martin chiamato in cielo.
19 dicembre 1867: nascita di Maria Giuseppe Giovanni Battista, morto il 24 agosto 1868, secondo grave lutto.
28 aprile 1869: nascita di Maria Celina, anchessa carmelitana, morta il 25 febbraio 1959.

Allinizio del 1870 i Martin vendono il negozio di orologeria e Luigi inizierà a sostenere la moglie nel suo faticoso lavoro di commercio di merletti.


16 agosto 1870: nascita di Maria Melania Teresa, morta l8 ottobre 1870, uno dei lutti più strazianti per Zelia, già duramente provata.

Nel luglio 1871 la famiglia trasloca in rue Saint-Blaise, nella proprietà avuta in eredità alla morte del signor Guérin.

La nuova abitazione dei Martin dopo il trasloco in rue Saint-Blaise
La camera coniugale dei Martin dove nacque Teresa di Gesù Bambino e dove spirò la Signora Martin.
2 gennaio 1873: nascita di Maria Francesca Teresa, morta il 30 settembre 1897 (Santa Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo, Patrona delle Missioni e Dottore della Chiesa universale dal 19 ottobre 1997).

Nelle lettere di Zelia emerge in quale clima di fede e di unione familiare si svolgono gli avvenimenti dell'esistenza di questa famiglia, non diversi da quelli di molte famiglie dell'epoca.
La piccola Teresa a tre anni e mezzo. Foto del 1876. Scrive la mamma: «Ha avuto paura del fotografo e non ha potuto fare il suo sorriso abituale. La Signora Martin con Teresa sulle ginocchia. - Dipinto della Cappella della casa-natale
Nell'estate 1876 un ingrossamento al seno trascurato in precedenza iniziò a preoccupare Zelia, che si recò da un medico di Alençon. La diagnosi fu brutale: si trattava di un tumore fibroso molto grave ed era troppo tardi per operare. Zelia cominciò a preparare se stessa e la famiglia a una possibile triste conclusione della malattia, fidando però sempre nella Provvidenza.


Chiesa di Notre Dame di Alençon - Battesimo di Teresa di Gesù Bambino. - Dipinto della Cappella della casa-natale
Nel febbraio 1877 muore l'amata sorella, suor Maria Dositea e nel giugno 1877, anche per desiderio della famiglia, si sobbarca il faticoso pellegrinaggio a Lourdes per implorare la grazia della guarigione.

La sera del 27 agosto 1877 Zelia, ormai senza forze, scambiò un lungo sguardo con la cognata, moglie del fratello Isidoro, di cui Zelia e la sorella si erano prese cura fin dalla morte della madre nel 1859, affidandole tacitamente la propria famiglia. A mezzanotte e trenta, all'alba del 28 agosto, Zelia lascerà questo mondo per la vera Patria, che aveva tante invocata.

Lestrema unzione della Signora Martin - Dipinto della Cappella della casa-natale
Da questo momento, inizia a risplendere la virtù di papà Luigi che, facendo seguito al desiderio di Zelia, il 14 novembre 1877, trasferì le figlie a Lisieux, presso la cognata, nella residenza chiamata I Buissonets, dove le raggiungerà appena ceduto il commercio di merletti, il 29 novembre 1877.

La facciata dei Buissonnets
Avendo molto a cuore l'educazione delle figlie, al termine delle vacanze invernali, nel gennaio 1878, papà Martin iscrisse alla scuola delle monache benedettine di Lisieux, l'Abbazia Notre Dame du Pré, Leonia e Celina, mentre Teresa vi entrò per gli studi solo nell'ottobre 1881.

Nel 1879 o 1880 circa Teresa ebbe una visione profetica in cui le apparve il padre con la testa coperta da una specie di fitto velo: era l'annuncio della «gloriosa prova».

Durante le vacanze estive la zia Guérin spesso ospitava le nipoti nelle residenze estive di Trouville e Deauville. Questi, però, non erano gli unici viaggi di papà Martin, che doveva anche tornare talvolta ad Alençon per amministrare i suoi affari.

Disegno di Teresa 1
Disegno di Teresa 2Disegno di Teresa 3
La spiaggia di Trouville. Tre disegni presi dal quaderno di disegno di Teresa di Gesù Bambino che illustrano le sue vacanza a Trouville e a Deauville.

Portò a Parigi prima Maria e poi Paolina, nel 1878, per l'Esposizione Universale, poi ancora Celina e Teresa prima del pellegrinaggio a Roma nel novembre 1887. Si prestò più volte ad accompagnare Maria dal suo padre spirituale, p. Pichon, a Le Havre, Calais, Parigi.

Nell'ottobre del 1882 Paolina fece il suo ingresso al Carmelo di Lisieux e nel marzo 1883 si manifestò la "strana malattia" di Teresa, per la quale papà Luigi fece celebrare una novena di S. Messe nel santuario di Nostra Signora delle Vittorie di Parigi, ottenendo la guarigione della sua Reginetta.

L'8 maggio 1884 Paolina, suor Agnese di Gesù, farà la sua professione religiosa.

Nel 1885 Luigi Martin si lasciò convincere dal vicario di Saint-Jacques, don Mario, a compiere un lungo viaggio fino a Costantinopoli, forse presago di qualche debolezza incipiente.

Il 15 ottobre 1886 anche Maria entrò al Carmelo, facendo poi la sua professione religiosa il 19 marzo 1887, festa di S. Giuseppe, col nome di suor Maria del Sacro Cuore
Il 1 maggio 1887 Luigi Martin è colpito da un primo attacco di paralisi, ma la crisi è rapidamente scongiurata e il 29 maggio dello stesso anno Teresa confida la propria vocazione al padre, che l'accompagna in un pellegrinaggio a Roma tra il 4 novembre e il 2 dicembre 1887, al fine di aiutarla ad entrare al Carmelo a quindici anni.
Teresa chiede a Leone XIII di entrare al Carmelo a 15 anni
Teresa chiede a Leone XIII di entrare al Carmelo a 15 anni.
Il 9 aprile 1888 anche Teresa venne accolta nel Carmelo di Lisieux.

Nel maggio 1888 nel parlatorio, confidò alle sue tre carmelitane l'offerta di sé che aveva compiuto nella chiesa di Notre Dame.

Il 15 giugno dello stesso anno Celina gli comunicò la propria vocazione al Carmelo e alla fine dell'anno, papà Martin, in segno di gratitudine consegnò al canonico Rohée i diecimila franchi per un nuovo altare maggiore presso la cattedrale di Lisieux.

Ma già il 23 giugno si erano manifestati importanti segni della malattia che lo accompagnerà fino alla morte: partì da casa e stette via quattro giorni senza dar segni di vita.

Il 10 gennaio 1889 Teresa fece la vestizione, con il padre presente.
Teresa riceve la benedizione dal papà, prima della vestizione, sulla soglia della clausura del Carmelo di Lisieux tra le Carmelitane Scalze.
Teresa riceve la benedizione dal papà, prima della vestizione, sulla soglia della clausura del Carmelo di Lisieux tra le Carmelitane Scalze.
Il 12 febbraio 1889 sopravvenne la grande crisi: terrori allucinazioni, perdita di memoria, si trattava di encefalopatia vascolare progressiva per arteriosclerosi cerebrale diffusa, che spingerà il cognato Guérin, timoroso per l'incolumità di Celina e Leonia, a farlo ricoverare al Buon Salvatore di Caen, un ospedale per alienati mentali, dove, pur nella malattia, papà Martin darà prova della sua profonda fede.

Soltanto il 10 maggio 1892 sarà possibile ricondurlo a casa, completamente paralizzato.
Foto scattata nel 1892, in rue Labbey. Da sinistra a destra: Maria Guérin, Leonia, Celina (tra due domestici), papà Martin in carrozzina, lo zio Isidoro Guérin, sua moglie ed unamica e Tom il cane di Teresa di Gesù Bambino.
Foto scattata nel 1892, in rue Labbey. Da sinistra a destra: Maria Guérin, Leonia, Celina (tra due domestici), papà Martin in carrozzina, lo zio Isidoro Guérin, sua moglie ed un'amica e Tom il cane di Teresa di Gesù Bambino.
Il 23 giugno 1893, dopo diversi tentativi, Leonia era entrata nella Visitazione di Caen, dove però avrebbe preso i voti soltanto il 2 luglio 1900, col nome di suor Francesca Teresa.

Celina restò ancora accanto al padre e fu proprio lei ad assisterlo con la preghiera negli ultimi istanti, il 29 luglio 1894. Sul letto di morte la sua bella figura serena faceva pensare a san Giuseppe.

Il Signor Martin sul letto di morte.
Il 14 settembre 1894 Celina iniziò il suo probandato al Carmelo di Lisieux, dove divenne suor Genoveffa del Volto Santo e di S. Teresa.

Dopo la morte del babbo, il signor Guérin fece esumare e trasferire nel cimitero di Lisieux, per riunirli al capo famiglia, i resti mortali della sposa, dei quattro bambini prematuramente scomparsi, della nonna Martin e del nonno Guérin.

Il 13 ottobre 1958 si procedette all'esumazione dei resti di Luigi e Zelia Martin. Oltre alle ossa, si ritrovarono, nelle due bare, gli scapolari di Nostra Signora del Monte Carmelo che portavano il Servo e la Serva di Dio e nessun altro tessuto.
Santa Teresa di Gesù Bambino circondata dalle sorelle. Da una foto scattata del 1895-1896.

Luigi e Zelia Martin, sposi e genitori esemplari, sono stati beatificati insieme il 19 ottobre 2008.

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CONFERENZA DEL CARDINALE ENNIO ANTONELLI,
PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA
La famiglia una risorsa per la società
Alençon
Sabato, 10 luglio 2010
1. Dopo Città del Messico 2009 e prima di Milano 2012
Il Pontificio Consiglio per la Famiglia svolge innanzitutto una attività ordinaria: rapporti con i Vescovi e le Conferenze Episcopali; rapporti con le associazioni per la famiglia e per la vita; rapporti con gli organismi della Santa Sede e con molti altri soggetti ecclesiali e civili; organizzazione di Convegni e Seminari di studio; partecipazione a Convegni organizzati da altre istituzioni.
In seguito al VI Incontro Mondiale delle Famiglie a Città del Messico, è emersa l’opportunità di mettere in cantiere due progetti: uno sul versante più direttamente ecclesiale, “La famiglia cristiana soggetto di evangelizzazione”, e l’altro piuttosto sul versante civile, “La famiglia una risorsa per la società”.
Il primo progetto, “La famiglia cristiana soggetto di evangelizzazione”, vorrebbe essere un servizio alla comunione ecclesiale e alla pastorale familiare. In molti Paesi si stanno attuando esperienze pastorali assai belle e fruttuose, che valorizzano le famiglie come soggetti responsabili di evangelizzazione nella loro vita quotidiana, nelle relazioni con l’ambiente, nelle attività ecclesiali e sociali. Vorremmo avviare un processo prolungato nel tempo di raccolta e messa in circolazione, dopo adeguato discernimento, delle esperienze che saranno ritenute più significative e più idonee a stimolare e ispirare nuove esperienze. Abbiamo già tenuto un Seminario internazionale di studio a Roma nello scorso settembre e terremo un più ampio Convegno nel prossimo novembre ancora a Roma con Veglia di preghiera conclusiva presieduta dal Santo Padre nella Basilica di San Pietro il giorno 29. Quindi metteremo in circolazione un primo lotto di esperienze come inizio di un nostro particolare servizio alla comunione e alla comunicazione tra le Chiese. I capitoli di maggior rilievo, ai quali le esperienze si riferiscono, sono la preparazione al matrimonio e l’accompagnamento delle famiglie. Su queste due tematiche il Dicastero ha iniziato anche ad elaborare un Vademecum coinvolgendo molti soggetti ecclesiali di vari Paesi.
Il secondo progetto, “La famiglia una risorsa per la società”, si articola in due parti: a) lo studio accurato dei numerosi dati statistici già disponibili per mettere in risalto che la famiglia tradizionale, quando è sostanzialmente sana, anche se non perfetta, produce importanti benefici per la società, mentre le cosiddette nuove forme di famiglia comportano danni per la società; b) una nuova ricerca sociologica per verificare se, secondo le opinioni e le aspirazioni della gente, la famiglia tradizionale sia ancora ritenuta la maggiore risorsa sociale e perciò meritevole del sostegno necessario a superare gli ostacoli e a compiere la sua missione. Questo studio e questa ricerca vengono proposti alle Conferenze Episcopali di alcuni Paesi, scelti come campione, in modo da poter presentare i risultati al VII Incontro Mondiale delle Famiglie a Milano nel 2012.
L’obiettivo del progetto è sensibilizzare l’opinione pubblica dei paesi coinvolti con il linguaggio eloquente dei fatti e incoraggiare i cristiani laici e le associazioni a proseguire la loro azione a favore delle famiglie con metodo analogo, anche in altri Paesi.
I due progetti, di cui ho parlato, hanno suggerito anche i temi da trattare nelle mie due conferenze in Francia. Oggi svolgo il tema del secondo progetto “La famiglia una risorsa per la società”.
2. La testimonianza della famiglia Martin
Famiglia esemplarmente unita e aperta alla società è quella di Louis e Zelie Martin, i genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino, che la Chiesa venera come beati. Passiamo in rapida rassegna alcune caratteristiche di questa famiglia.
a) Amore coniugale e armonia di coppia. Scrive Zelie a proposito di suo marito: «Je suis toujours très heureuse avec lui, il me rend la vie bien douce. C’est un saint homme que mon mari, j’en désire un pareil a toutes le femmes» (Lettera, 1.1.1863); «Non vedo il momento di esserti vicina, moi caro Luigi. Ti amo con tutto il mio cuore (…) Mi sarebbe impossibile vivere senza di te» (Lettera 31.8.1873).
b) Gioia di essere genitori, malgrado i sacrifici. Scrive Zelie: “Io amo i bambini alla follia” (Lettera 15.12.1872); «Nous ne vivions plus que pour eux, c’était toute notre bonheur (…) aussi je désirais en avoir beaucoup, a fin de les élever pour le ciel» (Lettera 4.3.1877).
c) Impegno educativo. Di comune accordo, con tenerezza e fermezza, soprattutto con l’esempio della vita ordinaria (Messa quotidiana, preghiera in casa, laboriosità, clima di allegria, coraggio nelle tribolazioni, solidarietà con i poveri, apostolato).
d) Responsabilità professionale e sociale. Zelie gestisce un’impresa di lavorazione del merletto, Louis ha una bottega da orologiaio e un negozio di oreficeria, inoltre aiuta sua moglie. Ambedue lavorano con intelligenza e grande impegno, armonizzando le esigenze del lavoro e quelle della famiglia, rispettando scrupolosamente i diritti delle operaie e dei fornitori, osservando il riposo festivo. Si prendono cura dei poveri e sono attenti ai problemi sociali (Louis partecipa al Circolo cattolico operaio).
La famiglia Martin incarna un modello di famiglia di cui oggi si avverte più che mai la necessità. In essa vediamo confermato un insegnamento del Concilio Vaticano II “La santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano” (Lumen Gentium 40).
3. Crisi della famiglia nella società di oggi
A partire dalla rivoluzione industriale, il lavoro produttivo di beni e di reddito, affidato soprattutto all’uomo, si concentra nella fabbrica e viene retribuito in denaro, mentre il lavoro domestico non retribuito è lasciato alla donna. Così l’uomo si allontana dalla famiglia e abdica alla sua responsabilità educativa nei confronti dei figli, privandoli del ruolo decisivo della figura paterna. A sua volta la donna si sente economicamente e socialmente discriminata. E’ tentata di omologarsi al modello maschile e di cercare anche lei la propria affermazione personale nel lavoro extradomestico, nella professione, nella carriera. Percepisce la famiglia come un ostacolo alla sua riuscita personale, arrivando a volte a rinunciare al matrimonio e ai figli. Molte donne al contrario rinunciano al lavoro o a un livello professionale più elevato, per dedicarsi ai figli e alla famiglia, spesso soffrendo anch’esse dell’incompatibilità tra famiglia e lavoro.
Con l’espandersi dell’economia dei servizi e con la rivoluzione informatica, si moltiplicano per le donne le opportunità di lavoro e quindi di indipendenza finanziaria. Rimane però molto forte la divaricazione tra lavoro e la famiglia; le esigenze e i tempi dell’uno mal si conciliano con quelli dell’altra. Da alcuni la famiglia viene perfino considerata un ostacolo all’efficienza produttiva del sistema e allo sviluppo sociale, mentre il single è ritenuto più funzionale, perché è in grado di offrire più mobilità, più disponibilità di tempo e di energie, più propensione ai consumi.
Nella cultura dominante si è affermato un processo di privatizzazione della famiglia, considerata soprattutto come luogo di gratificazione affettiva, sentimentale e sessuale degli adulti. Viene pubblicizzato come ideale di vita il benessere individuale, gettando discredito sui legami stabili del matrimonio e della genitorialità, promuovendo l’esercizio puramente ludico della sessualità. Non si tiene conto dell’importanza del rapporto stabile di coppia e del bene prioritario che sono i bambini. Si percepisce la famiglia non come una piccola comunità, soggetto di diritti e di doveri, ma come una somma di individui che abitano temporaneamente sotto lo stesso tetto per convergenza di interessi; non come una risorsa per la società da valorizzare, ma come un insieme di bisogni e desideri individuali a cui provvedere secondo le possibilità.
E’ in questo contesto che assume proporzioni sempre più preoccupanti la triplice crisi del matrimonio, della natalità e dell’educazione. Il numero annuo dei divorzi nell’Unione Europea è pari alla metà dei matrimoni. Le persone sole sono già 55 milioni corrispondenti al 29% delle abitazioni, ma si prevede che saliranno presto fino al 40%. Si moltiplicano le forme di convivenza: famiglie monoparentali, famiglie ricomposte, convivenze di fatto, convivenze omosessuali. Non manca chi considera la famiglia fondata sul matrimonio un residuo storico del passato e ne auspica la sparizione in un futuro non molto lontano. Nell’Unione Europea i 2/3 delle famiglie sono senza figli; l’indice medio di fecondità per donna è di 1,56, al di sotto della quota di ricambio generazionale (2,1 per donna). L’insufficienza dell’educazione è messa in risalto dalla larga diffusione tra i giovani di atteggiamenti negativi e devianze sociali. Molti di essi, anche se economicamente benestanti, crescono poveri di ideali e di speranze, spiritualmente vuoti, interessati solo al tifo sportivo, alle canzoni di successo, ai vestiti firmati, ai viaggi pubblicizzati, alle emozioni del sesso. Spesso, per uscire dalla noia e dall’insicurezza, si mettono in gruppo e diventano trasgressivi: bullismo, vandalismo, droga, rapine, stupri, delitti. I figli che crescono con un solo genitore hanno doppia probabilità di delinquere rispetto a quelli che vivono insieme con ambedue i genitori. Un quarto dei figli di genitori separati presenta problemi duraturi di equilibrio psichico, di rendimento scolastico e di adattamento sociale in misura doppia rispetto ai figli di genitori uniti, perché i bambini hanno un vitale bisogno di essere amati da genitori che si vogliono bene innanzitutto tra loro.
Alla crisi del matrimonio, della natalità e dell’educazione corrisponde la crisi della società europea, che appare piuttosto stanca e decadente. L’opinione pubblica è sensibile soprattutto al mercato e ai diritti individuali. Mancano ideali, speranze, progetti condivisi. Mancano la gioia di vivere e la fiducia verso il futuro. Con il progressivo invecchiamento della popolazione si prospettano anche gravi problemi economici: diminuiranno le forze produttive e aumenteranno le spese per le pensioni, la sanità e l’assistenza, dato che nel 2050 per ogni 100 lavoratori ci saranno 75 pensionati e ogni lavoratore dovrà provvedere a circa del sostentamento di un pensionato.
Per lo sviluppo sono necessari l’equilibrio demografico e la formazione del cosiddetto capitale umano. Occorre trattare le questioni della famiglia a partire dalla prospettiva dei figli. Se si privilegiassero gli interessi dei bambini, cambierebbe la percezione del divorzio, della procreazione artificiale, della pretesa all’adozione da parte di singles e coppie omosessuali, della corsa alla carriera professionale, dell’organizzazione del lavoro; si riscoprirebbe che la famiglia fondata sul matrimonio è davvero una risorsa per la società, un soggetto di interesse pubblico non equiparabile ad altre forme di convivenza di carattere privato.
4. La famiglia istituzione della gratuità
I beni possono essere strumentali in quanto voluti in funzione di qualcos’altro oppure possono essere gratuiti in quanto voluti per se stessi come un fine. Del primo tipo sono le cose utili, i servizi, la tecnologia, la ricchezza; del secondo tipo sono la contemplazione della natura, la poesia, la musica, l’arte, la festa, l’amicizia, la preghiera. Sia i beni strumentali sia i beni gratuiti sono necessari per la vita e la felicità dell’uomo e vanno perseguiti in modo ordinato secondo la gerarchia dei valori e al momento opportuno.
Le persone, sebbene da esse si possano ottenere molti benefici, non devono mai essere ridotte a puro strumento. Solo l’amore gratuito è all’altezza della loro dignità. E’ lecito e anche necessario cercare negli altri il proprio utile, ma sarebbe cieco egoismo e grave disordine morale ridurre a questo il rapporto con loro. Gli altri sono un bene in se stessi e devo cercare il loro bene con la stessa serietà con cui cerco il mio; devo farmi carico, secondo le mie possibilità, della loro crescita umana, affrontando anche il sacrificio e portando il peso dei loro limiti e peccati, come ha fatto Gesù nei confronti di tutti gli uomini.
Come il mercato è l’istituzione tipica dello scambio di beni strumentali, così la famiglia è l’istituzione paradigmatica della gratuità e dell’amore. In una famiglia autentica ognuno considera gli altri non solo come un bene utile per la propria vita, ma come un bene in se stessi, un bene insostituibile, senza prezzo. Se c’è un’attenzione preferenziale è per i più deboli: bambini, malati, disabili, anziani.
La famiglia come comunità di persone sorge dall’amore desiderio (eros) e dall’amore dono (agape), intimamente compenetrati tra loro. L’amore spinge a uscire da se stessi, a cercare gli altri, ad accogliere la loro alterità, per accrescere sia il proprio bene che il loro. Per creare interazione, scambio, collaborazione, valorizzazione reciproca, occorrono uguaglianza e differenza simultaneamente ed è particolarmente rilevante la differenza sessuale. La sessualità è altruismo scritto nell’anima e nel corpo. L’uomo dà alla donna il potere di diventare madre e viceversa la donna dà all’uomo il potere di diventare padre. Così ognuno dei due può raggiungere la sua maturità umana, valorizzare le sue diverse attitudini spirituali e corporee, diventare pienamente se stesso, aggiungendo alle relazioni di figlio e di fratello quelle di coniuge e di genitore. La dinamica dell’amore tende verso un di più di vita e di bene. Mentre si donano l’uno all’altro, i coniugi si aprono a una eventuale ulteriore alterità, il figlio, in cui diventeranno “una sola carne” in senso pieno e permanente.
Nella famiglia l’amore fa condividere il vissuto quotidiano, il presente e il futuro, la totalità della vita. Integra nella relazione tra i coniugi l’impegno del matrimonio, l’affetto reciproco, l’attrazione sessuale. Porta i genitori a elargire ai figli i beni materiali e spirituali, dedicandosi alla loro cura ed educazione.
Tutti i membri della famiglia si educano reciprocamente. I coniugi si educano l’un l’altro; i genitori educano i figli e anche i figli educano i genitori. Tuttavia è peculiare la responsabilità dei genitori nei confronti dei figli. Una buona relazione educativa comporta tenerezza e affetto, ragionevolezza e autorità. Il clima di amore e di fiducia, l’esempio e l’esperienza concreta, l’esercizio quotidiano conferiscono all’educazione familiare una speciale efficacia, che fa interiorizzare e assimilare i valori, le norme, gli insegnamenti come esigenze vitali di crescita personale. I figli vengono accompagnati a superare il narcisismo infantile, ad aprirsi agli altri, ad affrontare le sfide e le prove della vita, a sviluppare personalità equilibrate, solide e affidabili, costruttive e creative.
La famiglia, nella misura in cui è unita e aperta, alimenta in tutti i suoi membri e specialmente nei figli le cosiddette virtù sociali: il rispetto per la dignità di ogni persona, la fiducia in se stessi, negli altri e nelle istituzioni, la responsabilità per il bene proprio e degli altri, la sincerità, la fedeltà, il perdono, la condivisione, la laboriosità, la collaborazione, la progettualità, la sobrietà, la propensione al risparmio, la generosità verso i poveri, l’impegno fino al sacrificio e altre virtù preziose per la coesione e lo sviluppo della società.
Le virtù sociali incidono positivamente anche nell’economia. Oggi le imprese diventano sempre più immateriali e relazionali; più che il capitale fisico, richiedono le risorse umane: conoscenza, idee nuove, iniziativa, gusto del lavoro, capacità di progettare e lavorare insieme, impegno per il bene comune, affidabilità. Il mercato, istituzione dello scambio utilitario, ha bisogno di energie morali, di fiducia, gratuità e solidarietà, che vengono generate specialmente dalla famiglia istituzione del dono. E’ questo l’insegnamento di Benedetto XVI nell’ultima enciclica Caritas in Veritate: “Anche nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono possono e devono trovare posto dentro la normale attività economica” (Benedetto XVI, CV 36). L’ipertrofia dell’utilitarismo, che porta a cercare il massimo profitto ad ogni costo, finisce per danneggiare il bene comune della società e pregiudicare la stessa felicità individuale, che in realtà dipende più dalla qualità delle relazioni che dall’aumento del reddito.
5. Sostegno culturale e politico alla famiglia
Le famiglie fondate sul matrimonio offrono alla società beni essenziali attraverso la generazione dei nuovi cittadini e l’incremento delle virtù sociali. Perciò hanno diritto a un adeguato riconoscimento culturale, giuridico, economico. Trenta anni fa Giovanni Paolo II lanciava questo appello: “Le famiglie devono essere le prime a far sì che le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non danneggino, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri delle famiglie. In questo senso devono crescere nella consapevolezza di essere protagoniste della cosiddetta politica familiare e assumersi la responsabilità di trasformare la società; altrimenti le famiglie saranno le prime vittime di quei mali che si sono limitate ad osservare con indifferenza” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 44).
Questo appello non è caduto nel vuoto; sta avendo una risposta sempre più vigorosa nell’attività delle associazioni familiari. Attività multiforme: animazione culturale nelle scuole, nelle parrocchie, nelle diocesi, nei media (stampa, radio, televisione, internet); organizzazione di eventi con risonanza nell’opinione pubblica; progetti ed esperienze pilota di città amica delle famiglie; pressione sui responsabili delle istituzioni comunali, regionali, nazionali, internazionali per una amministrazione e una politica favorevole alle famiglie; promozione di incontri di studio e di proposta; monitoraggio delle attività parlamentari; formazione di uomini politici e di operatori della cultura e della comunicazione sociale, motivati e competenti.
Da parte della Chiesa, è necessario che l’azione pastorale a diversi livelli (nazionale, diocesano, parrocchiale) motivi fortemente le famiglie ad aderire in massa alle associazioni familiari di impegno civile, coerenti con il Vangelo, perché abbiano peso nell’opinione pubblica e nella politica. La dottrina sociale cristiana approva gli autentici valori moderni, come la parità delle donne, la libertà di pensiero, di parola e di religione, la laicità intesa come rispetto del pluralismo religioso e culturale presente nella società civile. Non confonde però i desideri soggettivi con i diritti umani, che sono beni oggettivi, i diritti degli individui con quelli della famiglia, gli interessi privati con l’interesse pubblico: realtà diverse da trattare in modo diverso. I cristiani laici hanno comunque ampie possibilità di collaborazione con gli uomini di buona volontà per costruire una società a misura di famiglia.
Le associazioni familiari di ispirazione cristiana chiedono che non si guardi alla famiglia come a una somma di individui e di bisogni individuali, ma la si veda come una preziosa e necessaria risorsa per la società da sostenere e valorizzare; si adoperano perché siano rivalutate culturalmente la maternità e la paternità come ruoli importanti per la maturazione umana e la felicità delle donne e degli uomini e per il bene dei figli e della società; rivendicano provvedimenti per incentivare la stabilità delle coppie, la natalità, la responsabilità educativa. Le loro principali proposte si possono così riassumere: a) conciliazione di famiglia e lavoro, offrendo una varietà di opportunità professionali per ambedue i coniugi (ad es. flessibilità di orari, part-time, telelavoro, congedi e permessi), evitando sia la forzata omologazione dei ruoli sia il rigido dualismo; b) meccanismi di protezione per supportare il lavoro intermittente e offrire una ragionevole sicurezza economica; c) servizi di cura per i bambini e di assistenza per disabili e anziani; d) prelievo fiscale equo e commisurato non solo al reddito, ma anche al numero di persone a carico; ulteriori agevolazioni e sconti per le famiglie numerose; f) pensione anticipata per le donne lavoratrici che hanno avuto figli; g) prevenzione dell’aborto mediante provvedimenti di sostegno alla maternità, in modo da offrire alle donne una concreta alternativa; h) tutelare il diritto dei bambini ad avere il padre e la madre e a crescere con entrambi i genitori; i) diritto dei genitori a scegliere la scuola per i loro figli senza oneri economici penalizzanti; l) ricongiungimento delle famiglie dei migranti. Sono tutte proposte ragionevoli sulle quali i cristiani possono collaborare con tante persone di buona volontà.
6. Conclusione
Testimoniare, con l’aiuto e la grazia di Dio, la bellezza della famiglia fondata sul matrimonio, cioè sulla volontà di donarsi e impegnarsi senza riserve. Costruire una società amica delle famiglie. Ma prima ancora credere nella famiglia fattore insostituibile di umanizzazione e risorsa fondamentale della società, secondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio: “La famiglia costituisce il luogo nativo e lo strumento più efficace di umanizzazione e di personalizzazione della società (…) La famiglia possiede e sprigiona ancora oggi energie formidabili, capaci di strappare l’uomo all’anonimato, di mantenerlo cosciente della sua dignità personale, di arricchirlo di profonda umanità e di inserirlo attivamente con la sua unicità e irripetibilità nel tessuto della società” (FC 43).

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FESTA DEI BEATI LOUIS E ZELIES MARTIN
OMELIA DEL CARDINALE ENNIO ANTONELLI,
PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA
Domenica XV del tempo ordinario –
Alençon, 10 luglio 2010
Santa Teresa di Gesù Bambino e i suoi santi genitori Luigi e Zelia: ecco una splendida luce per questa città, per la Francia e per tutta la Chiesa. I santi prima che protettori da invocare, prima che modelli da imitare, sono segni della presenza di Dio e di Cristo in mezzo a noi. In essi, come insegna il Concilio Vaticano II “Dio manifesta agli uomini, in una viva luce, la sua presenza e il suo volto” (Lumen Gentium 50). Essi costituiscono il segno più trasparente che Cristo è vivo ed è presente adesso nella storia. Sono motivo di credibilità, di gioia e di lode a Dio: “Mirabile è Dio nei suoi santi” (Sal 67, 36).
La santità è prima dono che scende e poi impegno che sale. I nostri meriti sono doni di Dio accolti, che ci dispongono ad accoglierne altri. “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5), ha detto Gesù. Nessuno più di Santa Teresa, riconosciuta Dottore della Chiesa per aver insegnato la spiritualità della “piccola via”, ha percepito il primato assoluto della grazia e della misericordia divina: “Basta riconoscere il proprio nulla e abbandonarsi come un bambino nelle braccia del buon Dio” (L 226); “Ti domando, o mio Dio, di essere tu stesso la mia santità (…) Alla sera di questa vita comparirò davanti a te a mani vuote (…) Voglio ricevere dal tuo Amore il possesso eterno di te stesso” (Pre 6); “Signore (…) sai bene che mai potrei amare le mie sorelle come le ami tu, se tu stesso, o mio Gesù, non le amassi ancora in me (…) Sì, lo sento, quando sono caritatevole, è Gesù solo che agisce in me; più sono unita a Lui, più amo tutte le mie sorelle” (Ms C 290). Per Teresa l’amore gratuito del prossimo prima che essere un comandamento che osserviamo è un dono che accogliamo e che manifesta la presenza di Dio Amore misericordioso.
Sull’amore del prossimo abbiamo ascoltato dal Vangelo la parabola del buon Samaritano. Gesù estende il concetto di prossimo che avevano i suoi contemporanei: per lui il prossimo è ogni uomo che si incontra. E ad ogni uomo che si incontra comanda di fare il bene concreto: “Va’ e anche tu fa’ così”. Implicitamente però questa parabola è anche un ritratto di Gesù stesso.
Le autorità religiose e le élites devote consideravano Gesù un eretico simile ai Samaritani; secondo loro non osservava il Sabato, voleva abolire il culto del Tempio, faceva miracoli con la potenza del demonio per ingannare il popolo e sovvertire la religione: “Non abbiamo forse ragion di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?” (Gv 8, 48). Con questa parabola Gesù sembra voler respingere questa accusa; sembra voler dire: “Voi siete zelanti custodi della legge e del tempio; ma come il sacerdote e il levita della parabola che fanno finta di non vedere il ferito, siete insensibili davanti alle sofferenze del prossimo; non lo aiutate concretamente e non lo amate; perciò non amate neppure Dio e non fate la sua volontà. Voi dite che io sono un Samaritano; ma dovete riconoscere che sono compassionevole verso tutti coloro che soffrono, oppressi dalla malattia, dal peccato, dalla fame, dall’ingiustizia, dalla violenza, dalla morte; dovete riconoscere che io fo il bene e porto la vita”. Di fatto i primi discepoli ebbero l’impressione che in Gesù operasse una meravigliosa potenza, benevola, misericordiosa, liberatrice, dispensatrice di vita. “Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (At 10, 38). Così si esprime Pietro nel suo discorso in casa del centurione romano Cornelio. Non sorprende perciò che i Padri della Chiesa abbiano visto in Gesù il Samaritano di tutta l’umanità. Clemente di Alessandria, ad esempio, scrive: “E chi è quel Samaritano se non lo stesso Salvatore? O chi fa maggiore misericordia a noi, quasi uccisi dalle potenze delle tenebre con ferite, paure, desideri, furori, tristezze, frodi, piaceri? Di queste ferite solo Gesù è medico; egli solo sradica i vizi dalle radici” (Clemente Alessandrino, Quis dives 29).
Cristo, buon Samaritano del genere umano, non è solo un modello da imitare. Non ci dà solo l’esempio; ma ci rende partecipi del suo stesso amore, comunicandoci lo Spirito Santo. E’ la sua grazia che ci rende capaci di amare. Quando noi amiamo gli altri e li aiutiamo in modo disinteressato e anche con sacrificio, è Cristo che ci anima mediante il dono dello Spirito e che ama insieme a noi e attraverso di noi.
Scrive l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4, 7). Chi ama partecipa alla vita del Figlio di Dio; perciò è anche lui generato come figlio e conosce Dio per esperienza vissuta e non astrattamente per sentito dire. Gesù, il Figlio unigenito, viene a vivere in lui e ad agire e manifestarsi nel mondo attraverso di lui.
Dando il nostro amore gratuito agli altri, noi trasmettiamo loro anche la carità di Cristo; consentiamo a Cristo di incontrarli e di attirarli a sé. Madre Teresa di Calcutta, riguardo a se stessa e alle sue suore, Missionarie della Carità, scrive: “Noi mettiamo le nostre mani, i nostri occhi e il nostro cuore a disposizione di Cristo, perché egli agisca per mezzo nostro”; “Non cerchiamo di imporre agli altri la nostra fede. Cerchiamo solo di fare in modo che i poveri, quali che siano le loro credenze, vedendoci, si sentano attratti verso Cristo”. Evangelizzare è, in definitiva, condividere e irradiare l’amore di Cristo per tutti gli uomini e per tutto ciò che è autenticamente umano; non è conquistare, ma attirare.
Soprattutto oggi, in un tempo di crisi delle dottrine e delle ideologie, l’esperienza concreta è più persuasiva dei discorsi. “Gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare di Cristo, ma in un certo senso di farlo loro vedere” (Novo Millennio Ineunte 16). Questa indicazione veniva data da Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Novo Millennio Ineunte al termine del grande Giubileo. A conferma di essa mi piace citare la preghiera trovata nel diario di un giovane italiano, abbandonato dai genitori, cresciuto in un collegio, morto in un incidente a 16 anni. “Signore, se esisti, perché non ti fai vedere da me? Forse pretendo troppo (…) Dicono che l’amore sia una prova della tua esistenza; forse è per questo che io non ti ho incontrato: non sono mai stato amato in modo da sentire la tua presenza. Signore, fammi incontrare un amore che mi porti a Te, un amore sincero, disinteressato, fedele e generoso, che sia un poco l’immagine tua!”.
Domande esistenziali come questa interpellano la responsabilità di noi cristiani. Potremo testimoniare la presenza di Cristo nella misura in cui, animati dal suo Spirito, ci prenderemo cura dei poveri e dei sofferenti come il buon Samaritano; nella misura in cui nelle comunità ecclesiali e nelle famiglie vivremo l’amore reciproco, ricordando la suprema preghiera di Gesù al Padre: “Tutti siano una sola cosa (…) in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21).
Segno credibile di Cristo oggi sembrano essere soprattutto le famiglie cristiane, convinte e felici di essere tali, in cui si vive l’amore uno e indissolubile, fedele e capace di perdono, pronto ad accettare numerosi figli, compresi eventualmente i disabili, impegnati seriamente nella loro educazione, aperto all’ospitalità e alle collaborazioni esterne, sobrio nella prosperità e saldo nelle avversità. Una tale testimonianza controcorrente non lascerebbe indifferenti, ma interpellerebbe efficacemente le coscienze. A riguardo è significativo il proposito che Giovanni Paolo II faceva nella lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente: “In special modo ci si dovrà adoperare per il riconoscimento dell’eroicità delle virtù di uomini e donne che hanno realizzato la loro vocazione cristiana nel matrimonio” (TMA 37). La beatificazione di Louis e Zelie Martin risponde felicemente a questo proposito.
Abbiamo bisogno di santi come protettori da invocare, come modelli da imitare e soprattutto come segni trasparenti della presenza e dell’amore di Cristo. E’ la santità che rende credibile e fruttuosa l’evangelizzazione, perché, come è stato detto, “solo una fiamma può accendere un’altra fiamma” (Leon Harmel).