Gregorio di Nissa
Omelie sulle Beatitudini
ORAZIONE PRIMA
Quale discepolo del Logos, tra coloro che si sono
radunati, è degno di ascendere con Lui dalla terra, dalle cavità
terrestri e dai bassi pensieri, fino al monte spirituale della superiore
contemplazione? Questo monte mette in fuga ogni ombra che proviene dai
cumuli crescenti della malvagità; esso è circonfuso da ogni lato dal
raggio della luce vera e nell'aria pura della verità permette di vedere
tutto dall'alto, tutto quanto è invisibile a coloro che sono rinchiusi
nella caverna. Lo stesso Logos divino, chiamando beati quelli che sono
ascesi con Lui, spiega quali e quante siano le realtà che si vedono da
questa altura; mostra, per esempio, con un dito, qui il regno dei cieli,
là l'eredità della terra superiore; poi mostra la misericordia, la
giustizia, la consolazione, l'avvenuta parentela di tutto il creato con
Dio e il frutto delle persecuzioni, che è divenire familiari di Dio; il
Logos mostra poi quante altre cose è a loro possibile vedere, indicando
con il dito, dall'alto del monte, ciò che è scorto dalla superiore
visione, attraverso la speranza.
Dal momento che il Signore ascende al monte,
ascoltiamo Isaia che grida: "Venite, ascendiamo al monte del Signore"
(Is 35,4). Se anche ci asteniamo dal peccato, fortifichiamo, come indica
la profezia, le mani abbandonate nella stanchezza e le ginocchia
indebolite! se infatti saremo sulla sommità, troveremo colui che medica
ogni malattia ed ogni infermità, prendendo su di sé le nostre debolezze e
caricandosi delle nostre malattie. Pertanto corriamo anche noi per
ascendere al monte, perché stabiliti con Isaia sulla sommità della
speranza, possiamo vedere dall'alto tutti quei beni che il Logos mostra a
coloro che lo seguono sulla vetta. Il Logos divino dischiuda anche per
noi la bocca e ci insegni quelle verità il cui ascolto è beatitudine.
Siano per noi l'inizio della contemplazione di quanto abbiamo detto, le
parole iniziali del suo insegnamento. "Beati i poveri di spirito, perché
di essi è il regno dei cieli". Se un uomo, avido di ricchezze, trovasse
delle lettere che indicano il luogo di un tesoro e se il luogo che
contiene il tesoro richiedesse, a coloro che aspirano alle ricchezze lì
sepolte, molto sudore e fatica, forse quell'uomo perderebbe coraggio di
fronte alle fatiche? Forse trascurerebbe il guadagno? Stimerebbe forse
più dolce della ricchezza il non dover sopportare nessuna fatica per lo
sforzo? No, certamente no! Chiamerebbe, anzi, tutti i suoi amici a
questa impresa e, radunato attorno a sé, da ogni parte e per quanto
fosse possibile, l'aiuto necessario allo scopo, grazie al numero della
manodopera farebbe suo il bene nascosto. Questo, fratelli, è quel tesoro
indicato dalla lettera, ma il bene prezioso è nascosto dall'oscurità.
Anche noi, dunque, che aspiriamo all'oro incorrotto, facciamo uso delle
molte "mani" della preghiera, così che la ricchezza venga per noi alla
luce e tutti ci dividiamo equamente il tesoro e ognuno lo possegga
intero. La spartizione della virtù, infatti, è di tale natura che, pur
venendo divisa tra tutti coloro che se ne contendono il possesso, in
ciascuno è presente tutta intera, senza diminuire in coloro che vi
partecipano. Nella spartizione della ricchezza terrena, infatti, colui
che ha tratta per sé la parte più grande, commette ingiustizia verso
coloro che volevano dividere in parti uguali; infatti rende più piccola
la parte dei compagni, chi sovrabbonda nella sua. La ricchezza
spirituale, invece, fa come il sole, che si distribuisce a tutti coloro
che guardano verso di lui e rimane intero in ciascuno. Poiché dunque si
spera, dopo la fatica, un guadagno uguale per ciascuno, uguale per noi
tutti sia la collaborazione, attraverso la preghiera, nel richiedere ciò
che cerchiamo.
Sul concetto di beatitudine: indica la realtà divina che trascende ogni facoltà umana
Per
prima cosa, io dico, bisogna pensare attentamente alla beatitudine,
cosa mai essa sia. Beatitudine è il possesso di tutte le cose che sono
pensate come bene, a cui non manchi nulla di ciò che un desiderio buono
può volere. Per noi potrebbe diventare più chiaro il significato di
beatitudine; confrontandolo con il suo contrario. Il contrario di beato è
infelice. L'infelicità è la tribolazione nelle prove penose e non
volute. L'atteggiamento delle persone che si trovano in queste due
situazioni è diametralmente opposto. Sicuramente, infatti, l'uomo che si
stima beato, gioisce di ciò che gli è posto innanzi per il suo
godimento e se ne compiace, l'uomo che si ritiene infelice, al
contrario, si rattrista e si addolora della sua presente condizione. Ciò
che è da ritenere veramente beato, dunque, è la divinità stessa.
Qualsiasi cosa, infatti, noi stabiliamo che essa sia, la beatitudine è
quella vita incorrotta, è il bene ineffabile e incomprensibile, è
l'inenarrabile bellezza, è la carità stessa, è la sapienza, la potenza,
la luce vera, la sorgente di ogni bontà, la potenza che sovrasta ogni
cosa; è il solo amabile, è ciò che permane perennemente inalterato, è il
compiacimento senza fine, letizia eterna di cui, se uno dicesse tutto
ciò che può, non direbbe nulla di ciò che la sua dignità comporta. Il
pensiero, infatti, non può giungere a comprendere ciò che la beatitudine
è e se anche riuscissimo a pensare, riguardo ad essa, qualche cosa di
ciò che è più sublime, l'oggetto del nostro pensiero non potrebbe essere
comunicato con nessun discorso.
Nell'uomo "immagine di Dio" si riflettono i "caratteri" della beatitudine trascendente.
Cristo rivela questi caratteri oscurati dal peccato.
Poiché
chi plasmò l'uomo lo fece ad immagine di Dio, si dovrebbe, di
conseguenza, ritenere beato ciò che è chiamato con tale denominazione
per partecipazione alla vera beatitudine. Come per la bellezza fisica il
bello archetipo è presente nel volto vivente e sostanziale e viene al
secondo posto, per imitazione, ciò che si mostra nell'immagine, così,
anche la natura umana, che è immagine della beatitudine trascendente,
reca impressa in se stessa il carattere della bellezza del bene, ogni
qual volta mostra in sé le impronte dei beati caratteri. Ma poiché la
lordura del peccato rovinò la bellezza dell'immagine, giunse chi ci lavò
con la sua acqua, acqua vivente che zampilla per la vita eterna, così
che noi, deposta la vergogna del peccato, fossimo di nuovo rinnovati,
secondo la forma della beatitudine. E, come nell'arte della pittura,
l'intenditore potrebbe dire agli inesperti che è bella quella figura
composta da certe parti del corpo: da una certa capigliatura, da certe
orbite oculari, da una certa linea della sopracciglia, da una certa
posizione delle guance, insomma da tutte quelle parti, una per una, per
cui la bellezza della forma è completa, così anche colui che dipinge la
nostra anima per imitazione dell'unica beatitudine, descrive nel
discorso, una per una, le disposizioni che tendono alla beatitudine e
dice, prima di tutto: "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il
regno dei cieli". Ma che guadagno trarremo dalla munificenza, se non ci
sarà chiarito il significato riposto in quelle parole? Anche nell'arte
medica, infatti, molti farmaci preziosi e di difficile reperimento,
rimangono inutili e sconosciuti, per coloro che non li conoscono, finché
non si apprenda dalla Medicina a che cosa sia utile ciascuno di essi.
La povertà di spirito è la povertà di vizi.
Che
cosa è dunque la povertà di spirito che permette di impadronirsi del
regno dei cieli? Nella Scrittura abbiamo imparato due generi di
ricchezza; una è ricercata con sollecitudine, l'altra è condannata. è
ricercata la ricchezza della virtù, rigettata quella materiale terrena,
poiché una è possesso dell'anima, l'altra, al contrario, è conforme
all'inganno dei beni sensibili. Perciò il Signore vieta di accumulare
quel tipo di tesoro che giace esposto al pasto delle tarme e all'insidia
dei ladri [Mt 6,19]. Egli ordina invece di avere sollecitudine per la
ricchezza di quei beni superiori che la corruzione non può intaccare.
Parlando di tarme e di ladro Egli indicò colui che rovina i tesori
dell'anima. Se dunque si oppongono la povertà e la ricchezza,
certamente, secondo l'analogia, anche la povertà che è insegnata nella
Scrittura è doppia. L'una è da rigettare, l'altra è da stimarsi beata.
Colui che è povero di temperanza, o del prezioso bene della giustizia, o
della sapienza, o della prudenza, o di qualsiasi altro tesoro prezioso,
risulta povero e privo di beni, mendico, afflitto per la privazione e
da compassionare per la povertà di beni preziosi. Colui che, al
contrario, è povero volontariamente di tutto ciò che viene pensato come
male e non tiene nessun tesoro diabolico custodito nei suoi magazzini,
ma vivendo di spirito si guadagna, grazie ad esso, il tesoro della
povertà dei vizi, questo dovrebbe trovarsi in quella povertà beata
indicata dal Logos, il cui frutto è il regno dei cieli.
La povertà di spirito, come umiltà d'animo, è uno degli attributi divini che l'uomo può imitare.
Ma
torniamo ad occuparci del tesoro, e non discostiamocene, rivelando,
grazie allo scavo della parola, ciò che è nascosto. "Beati -Egli dice- i
poveri di spirito". è già stato detto prima, e ora di nuovo sarà
ripetuto, che lo scopo della vita secondo virtù è la somiglianza con
Dio. Ma ciò che è impassibile e privo di corruzione sfugge completamente
all'imitazione degli uomini. Non è possibile, infatti, che la vita
immersa nelle passioni si renda simile alla natura che è impassibile. Se
dunque, come dice l'Apostolo [1Tm 6,15], solo il divino è da stimarsi
beato e la comunione di beatitudine avviene per gli uomini mediante la
Somiglianza di Dio e, infine, l'imitazione del divino è impossibile,
allora la beatitudine è irraggiungibile per l'uomo. Ma vi sono degli
attributi della divinità che vengono proposti come possibili da imitare
per coloro che vogliono. Quali sono dunque questi attributi? Mi sembra
che per povertà di spirito il Logos intenda l'umiltà d'animo volontaria.
Come modello di quest'ultima l'Apostolo ci mostra la povertà di Dio,
quando dice di Lui "pur essendo ricco, si fece povero a causa nostra,
perché noi diventassimo ricchi grazie alla sua povertà" [2Cor 8,9].
Considerando dunque che tutte le altre perfezioni contemplate nella
natura divina oltrepassano la misura della natura umana e che l'umiltà è
connaturale e congeniata a noi che camminiamo sul suolo terrestre e che
siamo fatti di terra e verso la terra rifluiamo, se tu, per quanto è
possibile alla tua natura, avessi imitato Dio, ti saresti rivestito tu
stesso della forma della beatitudine. E nessuno creda che conquistare la
perfezione dell'umiltà d'animo sia cosa semplice o priva di fatica. Al
contrario, nulla di ciò che è praticato per virtù è in ugual modo
faticoso. Perché? Perché mentre l'uomo che aveva ricevuto i buoni semi
dormiva, il seme principale della messe contraria, che è presso il
nemico della nostra vita, la zizzania della superbia, attecchiva. Il
nemico, infatti, nello stesso modo e per la stessa causa per cui
precipitò sulla terra, trascinò nella comune rovinosa caduta il misero
genere umano e non vi è per la natura umana nessun altro male simile a
quello che si generò per la superbia. Poiché dunque la passione
dell'alterigia è in qualche modo naturale per quasi tutti coloro che
partecipano della natura umana, il Signore inizia da qui le beatitudini.
Egli raccomanda, per estirpare la superbia dalla nostra costituzione,
quale male primordiale, di imitare Colui che si fece povero di sua
volontà, che è l'unico veramente felice, perché noi, per quanto ci è
possibile, diventiamo simili a Lui, resi somiglianti dalla scelta di
farsi poveri e miriamo alla comunione della beatitudine. Sia in noi,
dice l'Apostolo [Fil 2,5-7], questo sentimento che fu anche di Cristo,
che pur esistendo in forma di Dio, non ritenne oggetto di rapina il suo
essere uguale a Dio, ma umiliò se stesso assumendo forma di schiavo. Che
cosa c'è di più umile per il re degli esseri di entrare in comunione
con la povertà della nostra natura? Re dei re, signore dei signori,
liberamente prese la forma della schiavitù. Il giudice di ogni cosa
diviene tributario di coloro che detengono il dominio. Il signore della
creazione scende in una grotta, colui che ha tutto nelle sue mani non
trova posto nell'albergo, ma è esposto in una mangiatoia di animali
irragionevoli. Lui che è puro e privo di commistione, accoglie la
lordura della natura umana e attraversando tutta la nostra povertà,
giunge fino all'esperienza della morte. Guardate qual è la misura della
povertà volontaria! La vita gusta la morte; il giudice è condotto a
giudizio; il signore della vita di tutti gli esseri è soggetto alla
sentenza del giudice; il re di tutte le potenze sopramondane non sfugge
alle mani dei carnefici. Perciò, dice l'Apostolo, volgi lo sguardo al
modello e alla misura dell'umiltà d'animo.
Vanità della superbia: gli invalicabili limiti della condizione terrena.
Mi
pare giusto, però, esaminare subito attentamente anche l'assurdità del
vizio contrario, così che la beatitudine diventi per noi effettiva una
volta che l'umiltà d'animo sia realizzata con completa facilità. Come
infatti i medici esperti, una volta tolta la causa che origina la
malattia, hanno facilmente ragione del male, così anche noi, smorzata la
superbia di coloro che sono accecati dalla febbre del ragionamento,
rendiamoci facilmente accessibile la via dell'umiltà d'animo. Come si
potrebbe meglio mostrare la vanità dell'alterigia, da quale altro punto
si potrebbe partire, se non indicando quale sia la natura umana? Colui,
infatti, che volge lo sguardo a se stesso e non alle realtà che lo
circondano, non dovrebbe, ragionevolmente, incorrere in questo vizio.
Che cosa è dunque un uomo? Vuoi che pronunci il più solenne e il più
pregevole dei discorsi? Ma anche colui che vuole ornare la nostra
condizione e rendere più grande di quanto non sia la nobiltà umana,
afferma che l'origine della natura dell'uomo viene dal fango; la nobiltà
e la grandiosità dell'orgoglio hanno dunque la stessa natura del
mattone. Se poi intendi per origine della natura umana la generazione,
continua e alla portata di tutti, vattene, non proferir parola a questo
proposito, non mormorare, non rivelare, come dice la Legge, la vergogna
del padre e della madre, non rendere pubblico, con la parola, ciò che
avrebbe bisogno di nascondimento e di profondo silenzio. E non
arrossire, fantoccio di terra, cenere tra non molto, tu che trattieni in
te stesso il soffio di breve durata, come quello di una bolla, tu che
sei pieno di superbia e ardente di alterigia e che gonfi la mente con il
tuo pensiero vano! Non vedi entrambi i confini della vita dell'uomo,
come essa inizia e in che cosa termina? Ma tu ti insuperbisci nella
giovinezza e guardi al fiore dell'età e ti orni della primavera degli
anni perché le tue mani smaniano per la voglia di muoversi e i tuoi
piedi sono leggeri nel saltare e la treccia fluttua nell'aria. La prima
barba si delinea sulle guance e la tua veste fiorisce nel colore della
porpora; sono ricamati per te i tessuti di seta, istoriati con scene di
guerra o di fiere o con altre storie; tu guardi anche i calzari,
accuratamente lucidati di nero, resi piacevoli dai disegni sui fermagli.
A tutto ciò volgi lo sguardo e non guardi te stesso.
L 'inganno delle passioni: la vita come "sogno"; la vita come "messa tn scena".
Ti
mosterò io, come in uno specchio, chi sei e quale sei. Non hai visto al
cimitero i misteri della nostra natura? L'ammucchiarsi continuo delle
ossa, i crani denudati delle carni, che ispirano qualche cosa di pauroso
e di orrido, dagli occhi svuotati? Hai visto le bocche che digrignano i
denti e il resto delle membra in balia del caso? Se hai visto questi
spettacoli in essi hai contemplato te stesso. Dove sono, dunque, i segni
della presente età fiorente? La bellezza fiera che lampeggia negli
occhi sotto l'arcata delle sopracciglia? Dove la dritta narice che sta
nel mezzo delle belle guance? Dove le chiome che scendono sul collo, le
trecce che circondano le tempie? Dove le mani che tirano l'arco, i piedi
che cavalcano? Dove sono la porpora, il bisso, la sopravveste, la
cintura, i sandali, il cavallo, la corsa, il fremito? Dov'è tutto ciò,
per cui ora cresce la tua superbia? Dov'è, in quell'ossame, ciò per cui
ora ti innalzi e insuperbisci? Che sogno è mai questo, così privo di
consistenza? Che fantasie oniriche sono mai? Quale ombra è così
inconsistente, sfuggendo al tatto, come il sogno della gioventù che
svanisce nel momento stesso in cui appare? Rivolgo queste considerazioni
a coloro che in gioventù, a causa dell'incompiutezza dell'età, sono
fuori di senno. Che cosa si potrebbe dire, poi, di coloro che sono ormai
arrivati a quel punto in cui l'età è avanzata, la cui condotta è
inquieta e in cui la malattia della superbia aumenta? Essi pongono a
tale condotta malata il nome di carattere. Un'elevata posizione di
comando e lo spadroneggiare grazie ad essa, sono il fondamento di tale
superbia. Sono affetti da questa passione, infatti, sia coloro che sono
al potere, sia coloro che si preparano ad esso e succede anche che i
racconti relativi al potere, rinfocolino di nuovo la malattia già
cessata. Quale parola sarà in grado di penetrare nelle loro orecchie
ostruite dalla voce degli araldi? Chi persuaderà coloro che sono in
questa situazione, a non ritenersi diversi da chi va in trionfo sotto un
baldacchino? Anche tra loro vi sono di quelli, che pur curati nella
persona, secondo l'arte degli esperti, con la veste di porpora cosparsa
d'oro, pur seguendo il trionfo sotto il baldacchino, non si lasciano
penetrare per nulla, per simili circostanze, dalla malattia della
superbia. Essi mantengono la stessa disposizione d'animo prima e durante
il corteo trionfale e non si rattristano quando scendono da cavallo e
quando si spogliano della loro pompa. Coloro invece, che per la loro
carica, vanno in trionfo sulla scena della vita, non considerando né il
vicino passato né il prossimo futuro, scoppiano come bolle al soffio.
Costoro si gonfiano nella stessa maniera di una bolla alla voce
stentorea dell'araldo e si applicano la forma di un volto altrui,
mutando l'espressione naturale del proprio viso in un atteggiamento
grave e pauroso; escogitano una voce più terribile della propria,
trasformandola in un verso feroce, per spaventare chi ascolta. Non
rimangono entro i limiti umani, ma rivendicano per sé la potenza e
l'autorità divina. Si credono, infatti, signori della vita e della morte
perché, chi tra loro è giudice, per gli uni decide l'assoluzione, per
gli altri stabilisce la condanna a morte; non considerano chi è
veramente il signore della vita umana; lui solo definisce l'inizio e la
fine dell'essere. Questo sarebbe perciò sufficiente a reprimere
l'orgoglio: vedere molti potenti rapiti sulla stessa scena del comando,
dal mezzo dei loro seggi e trasportati nelle tombe sotto cui il piano
sostituisce la voce degli araldi. Come può dunque essere signore della
vita altrui colui che è straniero alla propria? Costui, dunque, se è
povero di spirito, volgendo lo sguardo a Colui che per noi, liberamente
si è fatto povero e guardando a colui che condivide la stessa dignità di
natura, non sarà arrogante verso il suo simile, ingannato dalla tragica
finzione del potere, e sarà veramente felice di cambiare l'umiltà
momentanea con il regno dei cieli.
La povertà beata è anche la povertà materiale.
Non
rigettare, fratello, anche l'altro discorso, relativo alla povertà che
ci avvicina alla ricchezza celeste. "Vendi tutti i tuoi beni -dice il
Signore- dalli ai poveri, poi seguimi e avrai un tesoro nei cieli" [Mt
19,27]. Simile povertà, in effetti, non mi sembra in disaccordo con
quella che è ritenuta beata. "Guarda tutto ciò che avevamo;
abbandonatolo ti abbiamo seguito! -dice il discepolo al Signore- che
cosa dunque ci sarà per noi?". Qual è la risposta? "Beati i poveri di
spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Vuoi comprendere chi sia
il povero di spirito? è colui che ha fatto il cambio del benessere
materiale con la ricchezza celeste, colui che si scuote di dosso la
ricchezza terrestre come un peso, per essere trasportato in alto
nell'aria, come dice l'Apostolo [1Ts 4,17], elevato su una nube fino a
Dio.
L'oro
è un bene pesante, pesante è ogni genere di materia ricercata con cura
per la ricchezza. Leggera ed elevante è invece la virtù. Certo sono
opposte una all'altra la pesantezza e la leggetezza. è dunque
impossibile che diventi leggero colui che ha spinto se stesso nella
pesantezza della materia. Se dunque è necessario salire alle cose di
lassù, diventiamo poveri di ciò che trascina in basso, perché possiamo
dimorare anche noi nelle regioni superiori. Quale sia il modo ce lo
indica il salmo: "Egli ha dato con larghezza ai poveri, la sua giustizia
rimane nei secoli dei secoli" [Sal 111,9]. Colui che spartisce i suoi
beni con il povero, si stabilirà dalla parte di Colui che si fece povero
per noi. Si fece povero il Signore: non aver paura neanche tu della
povertà! Ma Colui che si fece povero per noi, regna su tutto il creato.
Se dunque tu ti farai povero con chi si fece povero, regnerai anche tu
con chi regna. "Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei
cieli"; voglia il cielo che anche noi siamo fatti degni di questo
regno, in Cristo Gesù, nostro Signore, a cui è la gloria e la potenza
nei secoli dei secoli. Amen.
ORAZIONE SECONDA
"Beati i miti perché erediteranno la terra"
La scala delle beatitudini: il principio della consequenzialità.
Coloro
che salgono in alto con una scala, quando calcano il primo gradino,
grazie ad esso si portano su quello superiore e, di nuovo, il secondo
gradino conduce al terzo colui che sale e questo al successivo e quello
al gradino dopo di lui. Così anche colui che sale, sollevandosi dal
luogo in cui si trova sempre più su, arriva fino al culmine della
salita. Con quale mira inizio da queste considerazioni? A me pare che
l'ordine delle beatitudini si disponga quasi come quello dei gradini,
rendendo facilmente percorribile al discorso la salita dall'una
all'altra. Colui, infatti, che è salito con la mente al primo grado
della beatitudine, per una necessaria consequenzialità dei pensieri,
raggiunge quello successivo, sebbene il discorso, ad un primo momento,
sembri strano. "Non è possibile -dirà forse colui che ascolta- che,
seguendo la disposizione dei gradini, l'eredità della terra venga dopo
il regno dei cieli; se il discorso doveva seguire la natura degli
esseri, era più conseguente che la terra fosse posta prima del cielo,
dal momento che per noi l'ascesa è dalla terra al cielo". Ma se saremo,
per così dire, sollevati in alto dalla parola divina e se ci stabiliremo
nelle regioni superiori alla volta celeste, troveremo là la terra
sovraceleste che è lasciata in eredità a coloro che hanno vissuto
secondo virtù; non deve pertanto sembrare errato l'ordine della sequenza
delle beatitudini: prima i cieli, poi la terra che ci è proposta da Dio
nelle promesse.
La pedagogia linguistica del Logos
Tutto
ciò che si manifesta ai sensi del corpo è totalmente affine al
sensibile. Sebbene, infatti, il cielo sembri essere superiore per
l'elevatezza del luogo, tuttavia è inferiore all'essenza intellettuale,
che è impossibile raggiungere con il ragionamento, senza che questo,
prima, oltrepassi con la ragione ciò che è raggiunto dai sensi. Nessuna
meraviglia, dunque, se la regione superiore è chiamata con il nome di
terra; infatti il Logos, che è sceso verso di noi perché a noi non era
possibile elevarci fino a Lui, è disceso fino alla pochezza del nostro
udito. Perciò Egli ci consegna i misteri divini con parole e nomi a noi
conosciuti, facendo uso di quei suoni che la consuetudine della vita
umana comprende. Nella promessa precedente a questa, infatti, chiamò
quell'indicibile beatitudine celeste "regno". Intendeva, dunque, qualche
cosa di simile a ciò che comporta il regno terreno? Dei diademi
circonfusi dello splendore delle pietre? Vesti splendenti di porpora che
mandano dolci riflessi agli occhi bramosi? Intendeva forse vestiboli,
tendaggi, troni sublimi, dorifori ed ogni altro spettacolo di questo
genere, tragica rappresentazione, sulla scena della vita, di coloro che
esaltano il fasto del potere più del dovuto con simili spettacoli? Ma
poiché il nome di regno è qualche cosa di grande e superiore a tutte le
aspirazioni degli uomini durante la vita, Egli fece uso, per questo, di
tale nome per indicare i beni superiori; nello stesso modo, se ci fosse
stata per gli uomini un'altra realtà, superiore al regno, certamente
Egli avrebbe elevato l'anima dell'uditore al desiderio dell'indicibile
felicità con il nome di quella. Non era possibile, infatti, che con nomi
propri fossero rivelati agli uomini quei beni che trascendono la
sensazione e la conoscenza umana. Infatti dice l'Apostolo: "Occhio non
vide e orecchio non udì, né entrò in un cuore di uomo" [1Cor 2,9]. Ma
perché la beatitudine sperata non sfugga alla nostra mira, ascoltiamo
quanto ci vien detto su questi beni ineffabili, così, come è possibile
alla miseria della nostra natura. L'omonimia, pertanto, non trascini di
nuovo la tua ragione dalla terra sopra i cieli a quella di quaggiù, ma,
se sei stato elevato dal Logos con la beatitudine precedente e sei
entrato nella speranza celeste ricerca con me quale sia quella terra che
è eredità non di tutti, ma solo di quelli giudicati degni di quella
promessa per la mansuetudine della vita. Il grande Davide, che la Sacra
Scrittura testimonia essere stato, tra i suoi contemporanei, mansueto e
paziente, credo avesse previsto questa terra per ispirazione dello
Spirito e che già possedesse per fede quanto sperava, quando diceva:
"Credo di vedere i beni del Signore nella terra dei viventi" [Sal
26,13]. Io dico che il profeta non ha chiamato terra dei viventi questa,
che produce tutto ciò che è mortale e di nuovo disgrega tutto ciò che
da essa si genera; egli sapeva che terra dei viventi è quella in cui la
morte non ha accesso, in cui la via dei peccatori non è battuta, su cui
non si mostra traccia di vizio, su cui il seminatore di zizzania non
traccia il solco con l'aratro della malvagità; è la terra che non
produce punte e spine; in essa vi è l'acqua del riposo, il luogo
verdeggiante, la fonte divisa in quattro rivi, la vite coltivata dal Dio
dell'universo e quante altre cose ascoltiamo, per via di enigmi,
dall'insegnamento ispirato da Dio. Se il nostro intelletto considera la
terra sublime che si contempla sopra i cieli, in cui è fondata la città
del Re, di cui si raccontano cose gloriose, come dice il profeta [Sal
86,3], a buon diritto non dovremmo stupirci dell'ordine consequenziale
delle beatitudini. Non sarebbe conveniente, io credo, che fosse questa
quaggiù la terra di benedizioni offerte alla speranza di coloro che,
come dice l'Apostolo, saranno rapiti sulle nubi per l'incontro,
nell'aria, con il Signore e così saranno con Lui per sempre. Che
necessità hanno, ancora, della terra di quaggiù coloro la cui vita è
sospesa alla speranza? Infatti "saremo rapiti sulle nubi per l'incontro
con il Signore, nell'aria, e così saremo con Lui per sempre" [1Ts 4,17].
Non sempre la mitezza è virtù; carattere dinamico della virtù.
Ma
vediamo di quale virtù sia premio l'eredità di quella terra. "Beati i
miti -dice infatti il Signore- perché erediteranno la terra". Che cos'è
la mitezza? Perché il Logos chiama beata la mitezza? Non mi pare sia
giusto ritenere egualmente virtù tutti quanti gli aspetti della mitezza,
se si intende come suo significato l'esser placido o, unicamente,
l'essere lento nelle reazioni. Nelle corse, infatti, chi va con calma
non ha miglior successo di chi si affretta e nel pugilato chi ha
difficoltà di movimento non sottrae la corona della vittoria al suo
avversario. Anche noi corriamo per il premio della chiamata superiore.
L'apostolo Paolo ci indica, simbolicamente, di accrescere la velocità
della corsa quando dice "Correte così da ottenere" [1Cor 9,24]. Egli
stesso, infatti, con un movimento sempre più impetuoso si spingeva in
avanti, lasciandosi alle spalle il passato; egli era anche un pugile
veloce ed agile: stabile sui suoi passi, con le mani ben armate, non
lanciava nel vuoto, vanamente, l'arma che teneva in mano, ma assaliva
l'avversario al momento opportuno, percuotendolo nel corpo. Vuoi
conoscere l'arte del pugilato di Paolo? Guarda le ferite
dell'antagonista, guarda le lividure del rivale, i segni di chi è stato
vinto! Certamente tu non ignori il rivale che gli si contrappone
attraverso la carne e che Paolo rende livido con l'arte del pugilato,
lacerandolo con le unghie della continenza; il rivale le cui membra egli
uccide con la fame, la sete, il freddo, la nudità e su cui getta le
impronte del Signore; non ignori il nemico che egli vince nella corsa,
lasciandolo dietro a sé perché i suoi occhi non siano ottenebrati,
mentre quello corre avanti. Se dunque Paolo è veloce e scattante nelle
gare, Davide allunga i passi nell'inseguimento dei nemici [Sal 17,17ss] e
lo sposo nel Cantico è paragonato ad un capriolo per l'agilità del
movimento [Ct 8,9], poiché spicca balzi sui monti e salta sulle alture
(e si trovano molti simili esempi in cui vale di più la velocità del
movimento della mitezza), in che senso, qui, il Logos, quasi in forma di
precetto, chiama beata la mitezza? "Beati i miti -Egli dice infatti-
perché erediteranno la terra". Quella terra, certamente, che è feconda
di bei frutti, su cui ondeggiano le fronde dell'albero della vita, che è
irrigata dalle fonti delle grazie spirituali, su cui germina la vera
vite, il cui agricoltore, noi udiamo, è il Padre del Signore. Ma sembra
che il Logos ci insegni tale sapienza: grande è la prontezza verso il
vizio e la natura inclina al peggio. Come avviene per i corpi: la
pesantezza li fa rimanere del tutto immobili rispetto a ciò che è in
alto, ma se vengono fatti cadere a capofitto da una altura superiore,
precipitano in basso con tale stridore, poiché il loro peso accresce il
loro moto, che la velocità acquistata supera la possibilità di
descrizione a parole. Poiché in questi casi la prontezza è pericolosa,
dovrebbe essere stimato beato ciò che è pensato nella disposizione
contraria rispetto ad essa. E questa è la mitezza che è l'atteggiamento
tardo e lento rispetto agli impulsi della natura. Come il fuoco, che ha
una natura che si muove sempre verso l'alto, è immobile verso la
direzione contraria, nello stesso modo la virtù, che è pronta e veloce
verso le realtà superiori non diminuendo mai di velocità, si arresta di
fronte all'impulso contrario. Poiché dunque, secondo la nostra natura,
la velocità nei vizi sovrabbonda, giustamente è chiamata beata la
lentezza nei loro confronti. Infatti la quiete nei confronti dei vizi è
testimonianza di movimento verso ciò che è superiore. Per rendere chiaro
il discorso sarebbe meglio fare degli esempi tratti dalla vita. Il
movimento della libera scelta di ciascuno ha una doppia direzione:
secondo il suo arbitrio si dirige verso ciò che gli sembra opportuno, di
qui la saggezza, di là dissennatezza. Ora ciò che si dice, in
particolare, dell'aspetto, questo si intenda anche, in generale. La
condotta dell'uomo, infatti, si scinde compIetamente negli impulsi
contrari: l'irascibilità si oppone alla mitezza, l'orgoglio alla
moderatezza, l'invidia alla benevolenza, la disposizione amorevole e
pacificante alla malevolenza.
All'uomo è impossibile l'apátheia: la mitezza come misura delle passioni.
Poiché
dunque la vita dell'uomo è materiale, le passioni riguardano le cose
materiali e ognuna di esse ha un veloce ed irrefrenabile impulso alla
pienezza del piacere (la materia, infatti, è pesante e trascina in
basso) per questo il Signore non chiama beati coloro che vivono raccolti
in se stessi, estranei alle passioni (non è infatti possibile, durante
un'esistenza materiale, condurre perfettamente una vita completamente
immateriale e impassibile), ma dichiara che la mitezza è il limite della
virtù accettabile nella vita della carne ed afferma che è sufficiente
per la beatitudine l'essere mite. Egli, infatti, non prescrive
assolutamente alla natura umana l'impassibilità. Non è degno di un
giusto legislatore, infatti, ordinare quanto è impossibile alla natura. è
come se uno volesse trasferire in una vita aerea quanto vive d'acqua o,
di nuovo, trasferire nell'acqua quanto vive di aria. Conviene, invece,
che la legge sia proporzionata alla potenza corrispondente e sia secondo
natura. Per questo la beatitudine non esorta ad esser privi di passioni
ma esorta alla misura ed alla mitezza. Il primo caso, infatti, è
possibile solo fuori della natura, il secondo, invece, è realizzabile
tramite la virtù. Se dunque la beatitudine stabilisse la completa
immobilità nei confronti del desiderio, vana ed inutile per la vita
sarebbe la benedizione. Chi, infatti, potrebbe raggiungere tale meta,
essendo un'unione di carne e sangue? Ora, Egli non dice che è condannato
colui che ha desiderato in qualche circostanza, ma colui che si è
attirato la passione con premeditazione. Il fatto che nascano talvolta
simili impulsi è predisposto, spesso, dalla debolezza a cui è mischiata
la natura e non è intenzionale. Non lasciarsi trascinare dall'impeto
della passione come in un torrente, ma rimanere in piedi,
coraggiosamente, di fronte ad essa e respingere con i ragionamenti la
passione, questa è opera di virtù! Beati dunque coloro che non sono
facili ai movimenti passionali dell'anima, ma sono mantenuti calmi dalla
ragione; in essi, il ragionamento, tenendo a freno come una briglia gli
impulsi, non lascia che l'anima sia trascinata nel disordine. Si
potrebbero notare, nella passione dell'iracondia, degli aspetti così
negativi da farci considerare ancor meglio quanto sia beata la mitezza.
Infatti, non appena una parola, un'azione o il sospetto di cose più
spiacevoli abbia sollevato una simile malattia ed il cuore ribolla nel
sangue, anche l'anima si drizza per la vendetta. Come i racconti mitici
trasformano, per una sorta di droga, in forme di esseri irrazionali,
così improvvisamente si può vedere l'uomo diventare per l'ira un porco o
un cane o una pantera o un altro simile animale; l'occhio è iniettato
di sangue; il capello è dritto e irsuto; la voce si fa aspra e irritata
nelle parole; la lingua è intorpidita dalla passione e non risponde più
agli stimoli interni; le labbra sono serrate, non articolano parole e
non riescono a tener chiuso nella bocca l'umore che si è formato a causa
della passione, ma espellono con le mani e i piedi ed ogni
atteggiamento del corpo, poiché ciascuna delle membra è disposta dalla
passione. Se dunque l'iracondo fosse ridotto in tal modo e colui che
volge lo sguardo alla beatitudine riuscisse, invece, a calmare il male
con sguardo fermo e voce tranquilla, come un medico cura con la sua arte
chi si comporta in modo indecente a causa di una malattia mentale, non
dirai tu stesso, confrontando i due, che miserabile e nauseante è il
primo, ridotto ad animale e beato è il mite, che non perverte la sua
dignità per il vizio del vicino. Che il Logos abbia dinnanzi agli occhi
soprattutto questa passione è chiaro dal fatto che ci prescrive la
mitezza dopo l'umiltà. Sembra infatti che si ottenga l'una dall'altra e
che il fondamento dell'umiltà sia come una madre per l'habitus della
mitezza. Infatti se tu elimini l'orgoglio della condotta, la passione
dell'ira non ha occasione di nascere. La tracotanza e il disonore sono
la causa di simile debolezza negli iracondi. Il disonore non ha appiglio
su coloro che si sono educati nell'umiltà. Se uno, infatti, avesse
purificato il ragionamento dall'inganno umano e vedesse la pochezza
della natura di cui partecipa, da quale principio trae origine e a quale
fine si conduce l'estrema brevità di questa vita, e vedesse il
sudiciume unito alla carne e la povertà della natura che non basterebbe a
se stessa per il proprio sostentamento, se non supplisse alla necessità
con l'abbondanza degli animali; se vedesse, costui, oltre a ciò, anche
dolori, afflizioni e disgrazie ed i vari generi di mali a cui soggiace
la vita umana e da cui non vi è nessuno che sia libero e immune per
natura, guardando con cura queste cose, con l'occhio dell'anima
purificato, non si adirerebbe facilmente per la mancanza di onori. Al
contrario, riterrebbe un inganno l'onore presentatogli, per qualche
ragione, dal suo vicino, poiché non c'è per noi, in natura, nulla che
possa avere comunanza con l'onore, salvo l'anima, il cui onore non
consiste in ciò che si cerca in questo mondo. Il vantarsi per la
ricchezza, infatti, il gloriarsi per la nobiltà, il mirare alla gloria,
l'apparire superiore al vicino per quelle cose di cui consistono gli
onori umani, tutto ciò costituisce una distruzione dell'anima. Se l'ira
non è presente, la vita trascorre calma e tranquilla. Ora, ciò non è
null'altro che la mitezza, il cui fine è la beatitudine e l'eredità
della terra celeste in Cristo Gesù, a cui è la gloria e la potenza nei
secoli dei secoli. Amen.
ORAZIONE TERZA
"Beati coloro che piangono, perché saranno consolati"
Paradossalità della terza beatitudine.
Non
siamo ancora saliti sulla cima, ma siamo appena alle pendici del monte
dei pensieri. Sebbene noi abbiamo già superato due cime, elevati
attraverso le beatitudini alla beata povertà e alla mitezza, che è più
in alto della povertà, il Logos ci conduce oltre verso cime più sublimi e
ci mostra nelle beatitudini anche la terza, successiva altura. Noi
dobbiamo correre verso questa cima, rifuggendo da ogni lentezza e dal
peccato, che è sempre in agguato con i suoi allettamenti, come dice
l'Apostolo [Eb 12,22], affinché, divenuti leggeri ed agili sulla vetta,
ci avviciniamo, grazie all'anima, alla luce più pura della verità.
Perché dunque viene detto: "Beati coloro che piangono, perché saranno
consolati"? Riderà colui che ha una mentalità mondana e dileggerà il
Logos. Se sono chiamati beati coloro che passano la vita in ogni sorta
di disgrazie, conseguentemente saranno stimati miseri coloro che
conducono un'esistenza esente da dolori e da sciagure. E così,
enumerando le specie delle disgrazie, aumenterà la derisione generale,
mentre costui presenta alla sguardo i mali della vedovanza, le pene
dell'essere orfani, le perdite finanziarie, le sciagure navali, l'esser
fatti prigionieri in guerra, le sentenze ingiuste in tribunale,
l'esilio, le confische di proprietà, la perdita dell'onore. Ricorderà le
disgrazie portate dalle malattie, come mutilazioni e amputazioni ed
ogni sorta di deturpamento fisico. Esporrà dettagliatamente nel suo
discorso, qualsiasi genere di male si presenti in questa vita agli
uomini, colpisca esso il corpo o l'anima. Grazie a ciò costui mostrerà,
seguendo la sua opinione, quanto siano ridicole le parole che chiamano
beati coloro che piangono. Ma noi che siamo poco preoccupati di coloro
che hanno una considerazione meschina e misera dei pensieri di Dio, ci
occuperemo, per quanto possibile, della ricchezza profonda che giace in
ciò che è stato detto, affinché sia chiaro, anche attraverso questa
spiegazione, quanto è grande la differenza della mentalità carnale e
mondana, da quella sublime e celeste.
Beato è il pianto che segue il riconoscimento dei peccati.
è
facile, in un primo momento, ritenere beato quel pianto che segue gli
errori ed i peccati, secondo l'insegnamento di Paolo sulla tristezza.
Egli dice [2Cor 7,10] che non esiste un'unica forma di tristezza, ma una
è mondana, l'altra opera secondo Dio. Il frutto della tristezza mondana
è la morte; l'altra opera la salvezza negli afflitti grazie alla
conversione. Un simile dolore dell'anima non può essere considerato
estraneo all'essenza stessa della beatitudine, dal momento che l'anima,
avvertito il deterioramento, deplora la vita passata nel vizio. E come
nelle malattie fisiche in cui una qualche parte del corpo sia diventata
inerte per un danno ricevuto: l'assenza di dolore è segno che la parte è
morta, ma se, grazie ad una particolare cura medica, la sensibilità
vitale è restituita di nuovo al corpo, sia il paziente, che prova pena,
sia i dottori, che gli somministrano la cura, gioiscono della parte che
già torna a provar dolore, ritenendo un ottimo argomento di guarigione,
del mutarsi, cioè, della malattia in salute, il fatto che la parte torna
ad avvertire ciò che le provoca sensazioni dolorose Così, come dice
l'Apostolo, alcuni, dopo aver consegnato se stessi ad una vita di
peccato senza più dolersene, divenuti come morti ed inerti nei confronti
della vita virtuosa, non si rendono per nulla conto di ciò che fanno;
se però una parola medicamentosa avesse presa su di loro, curandoli con
dei rimedi come medicamenti brucianti e bollenti (parlo delle cupe
minacce del giudizio futuro) e sconvolgesse il loro cuore profondamente
con la paura di ciò che li attende (paura della geenna, del fuoco
inestinguibile, del verme che non muore, dello stridore di denti, del
pianto perpetuo e delle tenebre esteriori) e strofinando su di loro, che
sono intorpiditi dai piaceri, ogni genere di medicamento, come i
farmaci amari e bollenti, li riconducesse a rendersi conto della vita in
cui si trovano, questa parola li renderebbe beati avendo procurato alla
loro anima quella dolorosa sensazione. Nello stesso modo anche Paolo
fustiga con la parola colui che ha violato il letto nuziale del padre,
fino a quando non prende coscienza del suo peccato. Dopo che la medicina
della correzione ha penetrato quell'uomo, egli inizia a consolarlo,
come se fosse già divenuto beato per il pianto, "perché -egli dice- non
venga assorbito da un dolore troppo forte" [2Cor 2,7]. Anche questa
riflessione, relativa alla considerazione propostaci dalla beatitudine,
che passa, in un certo qual modo, attraverso la sovrabbondanza del
peccato della natura umana, non ci sia inutile per una vita da condurre
secondo virtù; ci è stato ora mostrato il pianto della conversione come
rimedio.
Il pianto beato come nostalgia dell'origine.
Ma
a me sembra che il Logos voglia significare qualche cosa di più
profondo di ciò che è stato ora detto sulla durevole efficacia del
pianto, consigliandoci di pensare qualche cosa d'altro a questo
riguardo. Se infatti ci volesse indicare solo il pentimento dell'errore,
sarebbe più conseguente chiamare beati coloro che hanno pianto, non
coloro che piangono sempre. Come, nel paragone con la vita passata nella
malattia, secondo l'esempio precedente, chiamiamo beati coloro che sono
stati curati, non coloro che vengono curati sempre: il durare della
cura, infatti, è segno del persistere dell'infermità. Anche per un'altra
ragione a me sembra giusto non rimanere ancorati a quell'unica
considerazione, come se il Logos avesse attribuito la beatitudine solo a
coloro che piangono per i peccati. Troveremo, infatti, molti uomini che
hanno condotto una vita irreprensibile e la cui virtù, secondo la
testimonianza della stessa voce divina, fu lodevole in ogni cosa. Quale
avidità troviamo in Giovanni, quale idolatria in Elia? Che peccato,
piccolo o grande, la storia riconosce nella loro vita? E che dunque?
Forse il Logos riterrà estranei alla beatitudine coloro che fin da
principio non si sono ammalati e non sono ricorsi all'efficacia di quel
rimedio (intendo il pianto della conversione)? Non sarebbe assurdo
credere che simili uomini siano da respingere dalla beatitudine divina
perché non peccarono e non curarono il loro peccato con il pianto? O
forse sarà più pregevole peccare piuttosto che vivere senza peccato, se
solo a coloro che si convertono viene attribuita la grazia del
Consolatore? "Beati coloro che piangono -Egli dice infatti- perché
saranno consolati". Seguendo, dunque, per quanto è possibile, Colui che
fa salire alle vette più alte, come dice il profeta Abacuc, mettiamoci
di nuovo alla ricerca del significato delle parole dette, affinché
impariamo a quale tipo di pianto viene offerta la consolazione dello
Spirito Santo. Vedremo prima di tutto, una buona volta, che cosa sia
nella vita umana il pianto e per quale ragione si verifichi. è chiaro
per tutti che il pianto è una cupa disposizione dell'anima, che si
verifica per una privazione di ciò che risulta desiderato. Tale
disposizione non trova spazio in coloro che trascorrono una vita lieta.
Prendiamo per esempio un uomo fortunato nella vita a cui tutto va
secondo corrente, dolcemente: egli si allieta della sposa, gode dei suoi
figli, è fortificato dall'aiuto dei suoi parenti; è rispettato nel foro
e stimato dai potenti; è terribile per gli avversari e non disprezza
quelli a lui soggetti; è disponibile con gli amici, ricco, piacevole,
affabile, privo di dolori, con un fisico vigoroso: egli ha tutto quanto
sembra essere apprezzato in questo mondo. Un uomo tale esulta di gioia
per ciascuna delle cose che gli offre il presente. Se però lo colpisce
un mutamento di questa prosperità (una separazione da chi è a lui più
caro o una perdita di proprietà o un danno alla salute arrecato da una
qualche disgrazia), allora, con il venir meno di ciò che lo allieta,
nascerebbe la disposizione contraria che prima abbiamo chiamato pianto. E
dunque vero il discorso fatto prima a questo proposito, cioè che il
pianto è la sensazione dolorosa per la privazione di quello che piace.
Se abbiamo compreso che cosa sia il pianto dell'uomo, ciò che è chiaro
sia guida a ciò che non è ancora conosciuto, perché diventi manifesto
che cos'è il pianto che è chiamato beato a cui consegue la consolazione.
Se infatti in questo mondo la causa del pianto è la privazione dei beni
che ci appartengono, nessuno si dovrebbe lamentare della perdita di un
bene sconosciuto. Conviene prima conoscere quale sia, una volta per
tutte, veramente, questo bene, in seguito conviene considerare la natura
umana. Così infatti accadrà che conseguiremo cosa sia il pianto
chiamato beato. Prendiamo ad esempio coloro che vivono in un luogo
tenebroso: c'è chi è stato partorito nella tenebra e chi, invece,
abituato a godere della luce esterna, è recluso in seguito ad una
violenza; la disgrazia presente non ha colpito entrambi nello stesso
modo. Uno, infatti, conoscendo ciò di cui è stato privato, ritiene grave
la perdita della luce, l'altro, invece, non conoscendo del tutto tale
dono, continua a vivere senza affliggersi, poiché, allevato nelle
tenebre, ritiene di non essere privato di nessun bene. Perciò il
desiderio di godere della luce condurrà l'uno ad escogitare ogni
stratagemma per vedere di nuovo ciò di cui è stato privato con la
violenza; l'altro, invece, invecchierà vivendo nelle tenebre, poiché
ignora il meglio, giudicando buona per sé la situazione presente. Così è
anche nella considerazione proposta. Colui che ha potuto contemplare il
vero bene e poi ha preso coscienza della povertà della natura umana,
riterrà la sua anima completamente sventurata, perché la vita presente
non trascorre in quel bene. A me, dunque, sembra che il Logos chiami
beato non il dolore ma la conoscenza del bene a cui sopraggiunge
l'affezione del dolore, perché nella vita non è presente ciò che si
cerca.
Il bene di cui siamo stati privati trascende le nostre facoltà
è
conseguente, dunque, ricercare quale sia mai quel bene da cui la
tenebrosa caverna della natura umana in questa vita non è illuminata. Il
nostro desiderio non volge forse lo sguardo verso ciò che è
indeterminabile e incomprensibile? Quale dei nostri ragionamenti è in
grado di investigare la natura di ciò che cerchiamo? Quale significato
di nomi o parole può darci un'idea adeguata alla luce superiore? Come
chiamerò ciò che non può essere contemplato? Come esporrò ciò che è
immateriale? Come mostrerò ciò che sfugge alla vista? Come comprenderò
ciò che non ha grandezza, quantità, qualità, ciò che sfugge ad ogni
raffigurazione? Ciò che non si trova in nessun punto dello spazio e del
tempo? Ciò che non rientra in nessun confine e sfugge ad ogni tentativo
di limitazione da parte dell'immaginazione? Ciò la cui opera è vita, ed è
la sostanza di tutto ciò che è pensato come bene? Ciò in relazione a
cui la contemplazione del pensiero coglie i concetti ed i nomi più
elevati? Divinità, regno, potenza, eternità, incorruttibilità, letizia
ed esultanza e qualsiasi concetto o parola elevata. In che modo, dunque,
e con quali ragionamenti può offrirsi alla vista ciò che viene
contemplato senza essere visto, che dona l'essere a tutti gli enti, che,
essendo lui stesso ciò che sempre è, non ha bisogno di divenire? Ma
perché il nostro discorso non si sforzi invano, tendendo verso quelle
realtà che sono incomprensibili, cessiamo di investigare sulla natura
dei beni superiori, dal momento che è impossibile che tale realtà giunga
alla nostra comprensione; dalla nostra ricerca abbiamo guadagnato solo
tanto quanto è possibile dedurre dal fatto stesso di non poter vedere
ciò che cerchiamo: farsi un'idea della grandezza delle realtà che sono
oggetto della nostra ricerca. Quanto più crediamo che il bene è, per sua
natura, superiore alla nostra conoscenza, tanto più cresce in noi il
pianto, perché il bene da cui per sorte siamo separati, è di natura così
elevata e grande, che non possiamo contenere neppure la sua conoscenza.
La condizione originaria dell'uomo e le conseguenze del peccato originale.
Di
questo bene, che supera ogni facoltà di comprensione, noi eravamo una
volta partecipi. La partecipazione a quel bene che supera ogni pensiero
era tale nella nostra natura, che l'essere umano, formato ad immagine
del prototipo, secondo una perfetta somiglianza, sembrava essere un
secondo bene. Tutti quegli aspetti che noi ora contempliamo a livello
congetturale, relativamente a quel bene, riguardavano anche l'uomo in
una condizione di incorruttibilità e di beatitudine: l'esser padroni di
se stessi e non essere soggetti alla signoria di nessun altro; una vita
libera dai dolori e dagli affanni e trascorsa nei luoghi più divini;
l'uomo godeva anche di una contemplazione del bene pura e spoglia di
ogni velo. Tutto questo, in poche parole, ci indica enigmaticamente il
racconto della creazione, quando dice che l'uomo è creato ad immagine di
Dio, vive in paradiso e si nutre di ciò che cresce in quel luogo. Vita e
conoscenza, poi, e le realtà simili, sono frutto di quelle piante. Se
dunque tutto questo ci apparteneva, come potrebbe non dolersi della
disgrazia chi confronti, contrapponendole nel paragone, la presente
miseria con la beatitudine di allora? Ciò che era stato esaltato è stato
abbassato; ciò che era anche fatto secondo un'immagine celeste fu
ricondotto in terra; ciò che era stato destinato a regnare, fu ridotto
in schiavitù; ciò che era destinato alla creazione immortale, fu
corrotto dalla morte; ciò che trascorreva la vita nella delizia del
paradiso, fu trasferito in questo luogo di malattie e di fatiche; ciò
che si nutriva di impassibilità ha preso in cambio la vita soggetta alle
passioni e caduca; ciò che era libero da servaggio e padrone di sé, ora
è tiranneggiato da tanti e tanti mali che non è neppure possibile
contare il numero dei tiranni. Ciascuna delle passioni che si agita in
noi, infatti, qualora abbia preso il sopravvento, diventa padrona di chi
ha reso schiavo. Impossessatasi, infatti, dell'acropoli dell'anima,
come un tiranno, la passione maltratta chi le è assoggettato tramite gli
stessi sudditi, facendo uso dei nostri ragionamenti come dei servi, per
ciò che le pare; così l'ira, la paura, l'ignavia, l'audacia, la
passione del dolore e del piacere, l'odio, la vendetta, la mancanza di
pietà, la rudezza, l'invidia, l'adulazione, la memoria delle offese e
l'indolenza e tutte le passioni che pensiamo contrapposte in noi, sono
l'enumerazione dei tiranni e dei padroni che asserviscono l'anima al
proprio potere come un prigioniero di guerra. Se poi si considerassero
le disgrazie che colpiscono il corpo, quelle che sono intrecciate ed
unite alla nostra natura (intendo tutte le specie di malattie di cui il
genere umano non aveva esperienza in origine) le nostre lacrime
aumenterebbero in gran misura, considerando, nel confronto, i dolori
contro i beni, dopo aver opposto i mali alle realtà migliori. Colui che
chiama beato il pianto sembra dunque dare questo ineffabile
insegnamento: l'anima volga lo sguardo verso il vero bene e non si
immerga nell'inganno della vita presente.
Non
è possibile, infatti, vivere senza lacrime per chi consideri
attentamente la realtà e non ritenere immerso nei dolori colui che è
sprofondato nei piaceri della vita. La stessa cosa è possibile osservare
negli animali; la costituzione della loro natura è degna di pietà (che
cosa c'è, infatti, di più penoso della privazione della ragione?); essi
non hanno nessuna coscienza della loro sorte sventurata e conducono la
vita secondo un determinato piacere; il cavallo se ne va superbo; il
toro si prepara alla lotta sollevando la polvere; il cinghiale rizza le
setole; i cagnolini giocano; i vitelli saltano qui e là ed è possibile
vedere ciascuno degli animali manifestare il piacere attraverso segni
particolari; se essi avessero una qualche conoscenza del dono della
ragione, non lascerebbero regolare la loro vana e misera vita dal
piacere. Così è anche per gli uomini che non hanno alcuna conoscenza dei
beni di cui la nostra natura è stata privata; questi trascorrono la
vita presente nel piacere. è conseguente al trascorrere la vita presente
nei piaceri il non ricercare le realtà migliori. Ma se uno non cerca
non troverà ciò che tocca in sorte solo a coloro che ricercano. Il Logos
chiama dunque beato il pianto, non perché lo giudichi qualche cosa di
felice in se stesso, ma per ciò che segue ad esso.
Necessità dell'esperienza del male
Il
discorso, nel suo insieme, mostra che per gli uomini è beato il pianto
in relazione alla consolazione. Dice infatti il Signore: "Beati coloro
che piangono" e non termina qui il discorso, ma aggiunge: "Perché essi
saranno consolati". Colui che preconobbe questa verità fu, a mio parere,
il grande Mosè nelle mistiche osservanze della Pasqua (o, piuttosto, fu
il Logos che le predispose in lui); egli prescrisse al suo popolo pane
azzimo nei giorni festivi [Es 12,8]. Per il pasto, poi, come
companatico, egli stabilì le erbe amare, affinché imparassimo,
attraverso simili enigmi, che non si può aver parte a quella mistica
festa in altro modo, che mescolando liberamente le amarezze di questa
esistenza con la vita semplice ed azzima. Anche il grande Davide, pur
vedendo il culmine della fortuna umana a cui era giunto (intendo il
regno), aggiunse con larghezza "erbe amare" alla sua vita, languendo nel
gemito e piangendo per il prolungamento del suo soggiorno nella carne;
egli, venendo meno per il desiderio di realtà più grandi, esclama:
"Ahimè, perché il mio soggiorno fu prolungato?" [Sal 119,5]. Altrove,
tenendo fisso lo sguardo ai tabernacoli divini, egli dice di esser
venuto meno dal desiderio, giudicando molto più prezioso per sé essere
tra gli ultimi là, piuttosto che primeggiare nel presente [Sal 83]. Se
uno volesse conoscere in modo più profondo la potenza di questo pianto
che viene chiamato beato, consideri tra sé il racconto di Lazzaro e del
ricco, in cui la dottrina ci si rivela più apertamente. "Ricordati -dice
Abramo al ricco- che tu hai già ricevuto la tua parte di beni durante
la vita, similmente Lazzaro la sua parte di mali; perciò ora egli è
consolato, tu, invece, soffri"[Lc 16,25]. E ciò risulta giusto, poiché
l'assenza di volontà, o piuttosto la cattiva volontà ci ha allontanato
dal disegno buono che Dio ha stabilito per l'uomo. Infatti, nonostante
Dio avesse prescritto che il nostro godimento del bene fosse scevro di
male e avesse proibito che si mescolasse al bene l'esperienza di ciò che
è male, poiché noi, per la nostra voracità, ci riempimmo
volontariamente del contrario (intendo, cioè, quando gustammo della
disobbedienza alla parola di Dio), per questo la natura umana deve ora
fare esperienza di entrambi, partecipare in parte al pianto e in parte
alla gioia. Poiché ci sono due dimensioni dell'esistenza e la vita viene
considerata in duplice modo, proprio a ciascuna delle due dimensioni,
per questo vi sono anche due tipi di gioia: una in questa esistenza,
l'altra in quella che è proposta alla nostra speranza. Dovremmo stimare
cosa beata il riservarci per la vita eterna la parte di gioia relativa
ai veri beni e portare a compimento l'onere del dolore in questa vita
breve e fugace, stimando un danno non l'esser privati di qualcuno dei
piaceri di questo mondo, ma l'essere sviati dalle realtà migliori per il
godimento dei piaceri. Se dunque è considerata cosa beata il possedere,
nei secoli infiniti, la gioia senza fine, che dura per sempre, bisogna
che l'umana natura abbia gustato anche le realtà contrarie. Non è più
difficile, ora, vedere il senso delle parole: "beati coloro che ora
piangono": essi, infatti, saranno consolati per i secoli infiniti, la
consolazione avviene mediante la partecipazione del Consolatore. Il dono
della consolazione è infatti azione propria dello Spirito di cui anche
noi possiamo essere resi degni, per grazia del Signore nostro Gesù
Cristo, a cui è la gloria per i secoli dei secoli. Amen.
ORAZIONE QUARTA
"Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati"
La sazietà come malattia dell'anima
I conoscitori
dell'arte medica dicono che chi soffre di stomaco e non ha appetito,
poiché dei succhi e delle secrezioni cattive scorrono nella parte
superiore del ventre, sembra essere sempre pieno e sazio e, per questa
ragione, maldisposto verso il cibo giovevole, perché il suo appetito
naturale è stato rovinato da una sazietà malata. Se gli viene
somministrata una cura medica, di modo che i succhi rinchiusi nella
cavità dello stomaco, con una porzione lassativa siano portati via,
accade che gli ritorni l'appetito per un pasto giovevole e nutriente,
perché il cibo esterno non disturba più la sua natura; segno della
salute ritrovata è questo prendere cibo non per necessità ma con
desiderio e appetito. Che scopo ha per me questo preludio? Proseguendo
in modo conseguente il Logos, che ci conduce per mano ai gradini più
alti delle beatitudini, e che, secondo le parole del profeta, ha
disposto i bei sentieri dell'ascesa nel nostro cuore [Sal 83,6], ci
mostra, dopo le vie di cui si è parlato, anche quest'altra quarta via
ascensiva: "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché
saranno saziati". Per questo credo che sia bello, dopo aver purificato
la sazietà e la pienezza dell'anima, resuscitare in noi, per quanto è
possibile, l'appetito beato di tale cibo e di tale bevanda. Non è
possibile, infatti, che un uomo sia forte, senza che un cibo sufficiente
sostenga la sua forza, né è possibile che si riempia senza mangiare, o
che si nutra senza appetito. Poiché dunque la forza è un bene e la forza
si mantiene con una sufficiente sazietà, questa poi è prodotta dal cibo
e il cibarsi viene dall'appetito, quest'ultimo, che è principio e causa
della nostra forza, dovrebbe esser ritenuto cosa beata per gli esseri
viventi. Consideriamo il cibo sensibile: non tutti desiderano le stesse
cose, ma spesso l'appetito dei commensali si distingue secondo i generi
dei cibi. C'è quello a cui piacciono i cibi dolci ed un altro che ha la
passione per quelli bollenti e dal sapore piccante; c'è chi prova
piacere nei sapori salati e chi preferisce quelli aspri. Spesso, poi,
accade che non tutti abbiano l'inclinazione al cibo che è loro
giovevole; infatti, se uno è predisposto, per alcuni fattori propri
della sua costituzione, ad una malattia, accresce il male con il genere
di cibo sbagliato; se invece propende per i cibi che gli giovano, senza
dubbio vivrà in salute grazie al cibo che gli conserva il suo buon
stato. Lo stesso si dica anche del cibo dell'anima: i desideri di
ciascuno non tendono alla stessa cosa. Alcuni tendono alla gloria o alla
ricchezza o allo splendore mondano; il desiderio di altri è impegnato
con i piaceri della tavola, altri prendono, come cibo velenoso,
l'invidia. Vi sono di quelli, poi, il cui desiderio è il bello secondo
natura e questo è, sempre e per tutti, ciò che non è preferibile in
grazia di altro, ma è desiderabile in se stesso, rimanendo sempre uguale
e non essendo mai offuscato da sazietà. Per questo il Logos non chiama
beati semplicemente coloro che hanno fame, ma coloro il cui desiderio
tende alla vera giustizia.
La giustizia secondo i "filosofi"
Cos'è dunque la
giustizia? Io credo, infatti, che sia necessario, innanzi tutto,
rivelare con un discorso che cosa essa sia, cosicché, manifestatosi il
bello secondo giustizia, si metta in moto in noi il desiderio della
bellezza di ciò che si è manifestato. Non è infatti possibile essere
desiderosi di ciò che non appare e la nostra natura è come pigra e priva
di slanci per ciò che non conosce, se non si fa un'idea della cosa
desiderabile grazie all'udito o alla vista. Dicono, dunque, coloro che
hanno investigato su questo problema, che la giustizia è un habitus che
distribuisce ugualmente a ciascuno secondo il merito. Viene chiamato
giusto uno che, assunta l'autorità di distribuire delle sostanze, mira
all'uguaglianza e misura la largizione in base alla necessità dei
partecipanti. Se uno, investito del potere di giudicare emette una
sentenza non secondo simpatia o odio, ma, seguendo la natura dei fatti,
punisce i colpevoli, emette una sentenza di grazia per gli innocenti e
formula un giudizio secondo verità per le rimanenti controversie, anche
quest'uomo è chiamato giusto. Così è anche per colui che fissa i tributi
ai sudditi, qualora proporzioni il tributo alla possibilità, e, sia
esso padrone di casa o governatore di una città o re di popoli, governi i
sudditi con imparzialità, non lasciandosi trascinare, approfittando del
suo potere, da istinti irrazionali, ma giudicando con prontezza colui
che gli è soggetto, cercando di armonizzare la sua sentenza con il modo
di vivere dei sudditi. Coloro che definiscono il giusto con tale
disposizione, riferiscono al discorso della giustizia tutti questi
comportamenti.
La giustizia secondo l'intelligenza della fede
Io, però,
volgendo lo sguardo alla sublimità della legge divina, immagino che ci
sia da pensare qualche cosa di più rispetto a ciò che è stato detto su
questa giustizia. Se infatti la parola di salvezza è comune per tutta la
natura umana, il trovarsi nelle situazioni suddette non è proprio di
ogni uomo (a pochi, infatti, spetta il regnare, il comandare, il
giudicare, il sovraintendere a beni o a qualsiasi altra
amministrazione). La massa degli uomini rientra nel numero dei sudditi e
dei soggetti ad amministrazione. Come si potrebbe dimostrare che la
vera giustizia è quella che non riguarda tutti nello stesso modo per
natura? Se infatti, stando ai discorsi dei sapienti pagani, lo scopo
della giustizia è l'uguaglianza e se, d'altra parte, l'eccellenza della
posizione implica disuguaglianza, non è possibile credere che il
discorso prima esposto sulla giustizia sia vero, poiché viene
immediatamente confutato dalla disuguaglianza della vita.
Qual è dunque la
giustizia che riguarda tutti e il cui desiderio si offre ugualmente a
tutti coloro che hanno lo sguardo rivolto alla mensa evangelica? Che uno
sia ricco o povero, che serva o sia signore, che sia nobile di nascita o
schiavo, nessuna condizione né aggiunge né toglie nulla al discorso
della giustizia. Se, infatti, simile giustizia si trovasse solo in colui
che ha raggiunto una certa potenza o eccellenza, come potrebbe essere
giusto quel Lazzaro, gettato alle soglie della casa del ricco, che non
aveva nessuna carica, nessuna potenza o casa o mensa o qualcun altro di
quegli apparati che servono alla vita, attraverso cui è possibile che
operi tale giustizia? Se dunque la giustizia consiste nel comandare o
nel distribuire o nell'amministrare qualche cosa, colui che non si trova
in queste situazioni è del tutto escluso dalla giustizia. Come dunque
potrebbe essere stimato degno del riposo colui che non ha nulla di ciò
attraverso cui si caratterizza la giustizia secondo il discorso dei più?
Dobbiamo perciò cercare quel genere di giustizia il cui frutto è colto
da chi la desidera secondo la promessa: "Beati -dice infatti il Signore-
coloro che hanno fame di giustizia, perché saranno saziati".
Dannoso, per la salvezza, non è l'istinto, ma l'eccedere i limiti dell'utilità.
è necessario che
noi acquisiamo una grande scienza delle molte e varie cose che si
offrono al nostro possesso, su cui si esercita il desiderio della natura
umana, così da riuscire a distinguere, tra i cibi, ciò che nutre e ciò
che nuoce, affinché ciò che sembra essere assunto dall'anima come cibo
non procuri morte e rovina anziché vita. Non è inopportuno, forse,
attraverso un'altra delle questioni poste dal Vangelo, chiarire il senso
di ciò. Colui che condivise con noi tutto, fuorché il peccato, e che fu
partecipe con noi di tutte le sofferenze, non giudicò la fame un
peccato, né si rifiutò di fare esperienza di quella affezione, ma
accolse l'istinto della natura che tende al nutrimento. Infatti rimase
digiuno quaranta giorni, poi ebbe fame; quando volle, diede infatti alla
natura l'occasione di fare il suo compito. Ma l'inventore delle
tentazioni, quando si accorse che la fame era riuscita a pervadere anche
il Signore, decise di eccitare l'istinto con le pietre. Questo
significa pervertire il desiderio del cibo naturale in ciò che è
estraneo alla natura. Dice infatti il tentatore: "Comanda che queste
pietre diventino pane" [Mt 4,3]. Quale danno ha recato l'arte
dell'agricoltore? Per quale ragione sono disprezzati i semi così da
disprezzare il nutrimento che ne deriva? perché è misconosciuta la
sapienza del Creatore, come se non nutrisse convenientemente l'umanità
grazie ai semi? Se infatti la pietra appare ora più idonea come fonte di
nutrimento, significa dunque che la sapienza di Dio ha fallito, dato
che la provvidenza nei confronti della vita umana è manchevole. "Comanda
che queste pietre diventino pane". Questo il tentatore ripete ancora
oggi a coloro che sono messi alla prova dal proprio desiderio e, mentre
lo dice, egli, per lo più, spinge coloro che lo guardano a fare il pane
dalle pietre. Quando, infatti, l'istinto travalica i limiti necessari
dell'utilità, di cos'altro potrebbe trattarsi se non di un consiglio del
diavolo che, in quel passo del Vangelo abolisce il nutrimento che viene
dai semi ed eccita l'istinto verso ciò che è estraneo alla natura? Si
nutrono di pietre coloro che hanno posto il loro pane nell'avidità, che
si sono procurati con le loro ingiustizie mense ricche e fumanti;
l'apparato dei loro pranzi è una messa in scena escogitata per lo
sbalordimento dei presenti, esorbitante rispetto alla necessità della
vita. Che cosa c'è di comune tra la necessità della vita e l'argento che
non può essere mangiato e che è accumulato in maniera tale da essere
pesante e difficile da trasportare? Che cos'è la fame? Non è il
desiderio di ciò di cui si ha bisogno? Quando l'efficacia del nutrimento
svanisce, ciò che rimane è riempito di nuovo da una aggiunta
appropriata. Il pane, infatti, o qualche cosa d'altro di mangiabile, è
ciò a cui mira la natura. Se uno conduce dunque dell'oro alla bocca,
anziché del pane, curerà forse il suo bisogno? Se dunque qualcuno cerca
materie non commestibili in luogo del cibo, ha a che fare con le pietre,
poiché una cosa cerca la natura, in un'altra è occupato lui. Dice la
natura, esprimendosi esclusivamente per la sensazione della fame, che
ora ha bisogno di cibo: dopo ciò bisogna introdurre di nuovo, in
ricambio, nel corpo, quanta energia si è dileguata. Ma tu non ascolti la
natura! Tu non gli dai, infatti, ciò che cerca, ma ti preoccupi che la
tua tavola si appesantisca di argento e ricerchi i cesellatori del
metallo. Osservi curiosamente la storia rappresentata dalle immagini
scolpite nei vari metalli, come se fossero riportate nelle incisioni,
grazie alla precisione della tecnica artistica, le passioni e i costumi
degli uomini; così puoi riconoscere l'ardore dell'oplita quando solleva
la spada per uccidere, la sofferenza di chi è colpito, quando,
contorcendosi per la ferita mortale, sembra che gema attraverso
l'immagine; inoltre guardi l'impeto del cacciatore e la ferocia della
fiera e quante altre cose gli uomini vani, con simili minuziosità, amano
riprodurre sui materiali destinati alle mense. La natura desiderava
bere, tu, invece, prepari tripodi costosi, lavatoi, crateri, anfore ed
altre migliaia di oggetti che non hanno nulla in comune con l'utilità
desiderata. Non è dunque evidente che tu, operando così, dai ascolto a
colui che ti consiglia di guardare la pietra: spettacoli turpi, drammi
sensuali attraverso cui gli uomini si spianano la via della sequela dei
vizi, alimentando il cibo della licenziosità? Questo è il consiglio che
dà il nemico relativamente al cibo; questi alimenti, anziché l'uso
corretto del pane, egli consiglia, volgendo lo sguardo alle pietre.
Colui che distrugge le tentazioni, però, non bandì dalla natura la fame,
come se fosse la causa dei mali, ma, rigettando solamente la futilità
che si era introdotta per consiglio del nemico, lasciò che la natura si
amministrasse entro i propri limiti. Come coloro che filtrano il vino
non misconoscono la parte utile in esso, per il fatto che vi è mescolata
la schiuma, ma, separando il superfluo con un filtro, non rifiutano
l'uso della parte pura, così il Logos, che esamina e discerne ciò che è
estraneo alla natura con una sottile ed attenta visione, non bandì la
fame, considerandola principio di conservazione della nostra vita, ma
filtrò e rigettò le futilità che si erano intrecciate al bisogno, quando
disse di conoscere quel pane che nutre veramente: quello che grazie
alla Parola di Dio si adatta alla nostra natura. Se dunque Gesù ebbe
fame, si dovrebbe stimare l'aver fame cosa beata, quanto questa operi
anche in noi, ad imitazione del Signore. Se dunque conosciamo ciò di cui
ebbe fame il Signore, conosceremo fino in fondo la potenza della
beatitudine che ci è ora proposta.
L'appetito beato è il desiderio della volontà di Dio, che è la salvezza dell'uomo.
Di che genere è
dunque il cibo che Gesù non si vergognò di desiderare? Egli dice ai
discepoli dopo il dialogo con la samaritana: "Il mio cibo è fare la
volontà del Padre mio" [Gv 4,34]. è manifesta, poi, la volontà del
Padre, che vuole che tutti gli uomini siano salvati e che giungano alla
conoscenza della verità. Ora, se Lui desidera che noi siamo salvati e se
il suo cibo è la nostra vita, noi abbiamo imparato che uso fare di
questa disposizione dell'anima. Qual è dunque? Che noi abbiamo fame
della nostra salvezza! Che abbiamo sete della volontà divina, che è la
nostra salvezza. Come sia dunque possibile comportarci in occasione di
simile fame, lo abbiamo imparato ora nella beatitudine. Chi desiderò
infatti la giustizia di Dio trovò ciò che è veramente desiderabile. Egli
colmò il suo desiderio non in uno soltanto dei modi in cui questo
appetito può trovare compimento: non desiderò, infatti, la
partecipazione alla giustizia solo come cibo; l'appetito sarebbe infatti
incompleto se rimanesse in questa sola disposizione; ora Dio rese
questo bene anche bevanda per indicare, attraverso la sensazione della
sete, il calore e il bruciore del desiderio. Divenuti infatti, in un
certo senso, aridi ed infiammati al momento della sete, prendiamo la
bevanda con piacere, come cura per la nostra situazione. Poiché di un
unico genere è l'appetito del cibo e della bevanda, diversa, tuttavia, è
la disposizione per ciascuna di queste due sensazioni, il Logos, per
prescriverci il vertice del desiderio per il bene, chiama beati coloro
che provano questi due bisogni nei confronti della giustizia, la fame e
la sete, come se fosse sufficiente che ciò che si desidera si
armonizzasse reciprocamente con entrambi i desideri e diventasse
nutrimento solido per chi ha fame e sostanza da bere per colui che con
la sete si attira la grazia. "Beati coloro che hanno fame e sete di
giustizia perché saranno saziati". è da ritenere cosa beata, dunque,
aver appetito della giustizia; ma se uno provasse la stessa affezione
per la temperanza o per la sapienza o per la prudenza o per qualsiasi
altra forma di virtù, questa il Logos non la stimerebbe forse beata?
L'unità della virtù.
Probabilmente ciò
che è stato detto ha questo significato: la giustizia è solo uno degli
aspetti che si pensano riferiti alla virtù. Spesso la Sacra Scrittura,
per consuetudine, con la menzione della parte comprende l'intero; così
fa quando interpreta la natura divina con alcuni nomi: "Io sono il
Signore -dice la profezia, come se provenisse dalla persona di Dio-
questo è il mio nome eterno, memoriale di generazione in generazione"
[Is 42,8], e di nuovo dice altrove: "Io sono Colui che è" [Es 3,1] e
altrove: "Io sono misericordioso" [Es 22,27]. La Sacra Scrittura sa
chiamare Dio anche con altri innumerevoli nomi che indicano la sua
sublimità e magnificenza, così, grazie ad essi, noi abbiamo imparato che
quando la Sacra Scrittura ne cita uno, tacitamente, tutto l'elenco dei
nomi è pronunciato insieme ad esso. Non è ammissibile, infatti, che
quando Dio viene chiamato "Signore", non sia anche secondo tutti gli
altri nomi; piuttosto attraverso quel nome, ognuno degli altri viene
richiamato. Perciò abbiamo imparato che la parola divinamente ispirata
sa comprendere, attraverso una, molte parti. Anche qui, dunque, il
Logos, dicendo che la giustizia è offerta a coloro che ne hanno fame e
che per questo sono detti beati, indica attraverso questa forma di virtù
anche tutte le altre, così che sia stimato ugualmente beato anche colui
che ha fame di prudenza, di coraggio, di temperanza e di qualsiasi
altro aspetto sia compreso dal concetto stesso di virtù. Non è infatti
possibile che una forma della virtù, separata dalle rimanenti, sia per
se stessa la virtù perfetta. Se con essa, infatti, non fossero
contemplati gli altri beni, sarebbe del tutto necessario che prendesse
posto il suo contrario. E contraria alla temperanza la licenziosità,
alla prudenza la sconsideratezza e per ciascuna cosa concepita come
bene, ce n'è una concepita come suo contrario. Se dunque tutte le virtù
non fossero contemplate insieme con la giustizia, sarebbe impossibile
che ciò che resta fosse bene. Non si potrebbe dire, infatti, che la
giustizia è stolta o temeraria o licenziosa o qualsiasi altro vizio. Se
il discorso della giustizia esclude tutto ciò che è cattivo, essa senza
dubbio comprende in sé ogni bene. Bene è, poi, tutto ciò che è secondo
virtù. Dunque, in questo caso, con il nome di giustizia è indicata ogni
virtù; coloro che hanno fame e sete di essa sono chiamati beati dal
Logos che annuncia loro la pienezza di quanto desiderano. "Beati -Egli
dice- coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno
saziati".
Il "cattivo infinito": vanità del desiderio, incompiutezza del godimento.
Ciò che è stato
detto a me pare significhi questo: nulla di ciò per cui ci si dà da
fare, in questa vita, per il piacere, soddisfa coloro che si affannano
per esso, ma, come afferma in qualche passo la Sapienza enigmaticamente:
"Un vaso bucato è l'occupazione nei piaceri" [cfr Prv 23,27];
attingendo sempre al piacere con ansia, coloro che si danno da fare in
queste occupazioni mostrano una fatica che non trova mai pieno
compimento, poiché, mentre versano sempre qualche cosa nell'abisso del
desiderio, aggiungendo piacere a piacere, non saziano il desiderio. Chi
sa il limite dell'avarizia che si dovrebbe realizzare quando gli avari
raggiungono l'oggetto ricercato? Chi, smanioso di gloria, si acquieta
nell'imbattersi in ciò che cercava? Chi ha saziato il piacere nelle
musiche, negli spettacoli o nella pazzia e nella smania per il ventre e
per il sesso, che risultato trae da tale godimento? Non se ne vola via,
forse, proprio quando si avvicina, ogni forma di godimento alimentato
dal corpo, non rimanendo in coloro che l'hanno toccato neppure per
brevissimo tempo io? Impariamo dunque dal Signore questo sublime
insegnamento: solo la ricerca della virtù che è in noi ha solide e reali
basi. Colui, infatti, che si è comportato rettamente, secondo qualcuna
delle virtù sublimi come la temperanza, la moderatezza, il timor di Dio o
qualcun altro degli insegnamenti divini ed evangelici, non gode di una
gioia transitoria ed instabile per ogni azione retta, ma la sua gioia è
costante, permanente e si estende a tutto lo spazio della vita. Perché?
Perché queste azioni è possibile compierle sempre. Non c'è un momento
particolare in tutto lo spazio della vita in cui siamo sazi di compiere
il bene. La temperanza, infatti, la purezza, ciò che è costante in ogni
bene ed è immune dal male, è sempre in opera; finché si volga lo sguardo
alla virtù si ha anche una gioia durante tutto l'operare. Per coloro
che si riversano in stolti desideri, invece, anche se l'anima è
completamente rivolta alla licenziosità, non è possibile un godimento
continuato. Infatti la sazietà arresta il desiderio goloso del cibo, il
piacere di colui che beve viene spento insieme con la sete; così è per
tutte le altre cose di questo genere: hanno bisogno di un certo tempo e
di un certo intervallo perché, illanguiditosi il senso di piacere e di
pienezza, l'appetito di colui che gode sia eccitato di nuovo. Il
possesso della virtù, invece, in coloro in cui si sia stabilito una
volta per tutte con sicurezza, non è misurato dal tempo né limitato
dalla sazietà, esso offre sempre a coloro che vivono secondo virtù, una
esperienza dei beni che gli sono propri, sempre pura, nuova e al suo
colmo. Perciò il Logos di Dio promette la pienezza a coloro che hanno
fame di questi beni, una pienezza che non ottunde con la sazietà, ma
riaccende l'appetito. Questo è dunque l'insegnamento datoci dal Signore
mentre predicava dal sublime monte dei pensieri: il nostro desiderio non
si tenga occupato in nulla di ciò che è tale da essere irraggiungibile
per coloro che vi aspirano, la cui fatica risulta perciò vana e assurda;
è come per coloro che inseguono il vertice della loro ombra: la loro
corsa porta all'infinito, poiché sempre, velocemente, ciò che è
inseguito si sottrae all'inseguitore. L'appetito si volga invece là dove
lo sforzo, per chi lo compie, diviene possesso. Colui, infatti, che ha
desiderato la virtù, fa del bene un proprio possesso, poiché vede in sé
ciò che desiderava. Beato perciò chi ebbe fame di temperanza: sarà
infatti riempito di purezza. La pienezza poi, come è stato detto, non
respinge, ma rafforza l'appetito, ed entrambe le parti, pienezza e
desiderio, si accrescono reciprocamente con equità. Infatti il possesso
dell'oggetto desiderato tiene dietro al desiderio della virtù e, d'altra
parte, il bene inesauribile, interiorizzato, ha portato gioia
all'anima. La natura di questo bene, infatti, è tale che non reca
dolcezza, a colui che ne gode, solo nel presente, ma offre all'anima,
come frutto, la gioia in ogni momento del tempo. Infatti il ricordo di
ciò che è stato vissuto rettamente, la vita presente, se è condotta
virtuosamente, l'attesa della ricompensa, rallegrano l'uomo retto ed io
credo che tale ricompensa, nuovamente, non consista in altro che nella
virtù, che è frutto di coloro che operano rettamente e premio per le
opere rette.
Il cibo di cui aver fame e sete è Cristo, il Logos di Dio, che è la vera virtù.
Se poi si rende
necessario rivolgersi ad un discorso, per certi versi ardito, dirò che
il Signore mi sembra proporre se stesso all'appetito degli ascoltatori,
quando parla di virtù e giustizia. Il Signore, che divenne per noi
sapienza di Dio, giustizia, santità, redenzione, ma anche pane che
discende dal cielo, acqua vivente! Di che cosa confessa di aver sete
Davide, offrendo a Dio questa beata sofferenza dell'anima, quando dice
in un salmo: "L'anima mia ha sete di Dio, il forte, il vivente; quando
giungerò e comparirò al cospetto di Dio?" [Sal 41,3]. Quel Davide, che a
me sembra essere stato introdotto dalla potenza dello Spirito nelle
magnifiche dottrine del Signore, predisse a se stesso la pienezza di
simile appetito; dice infatti: "Nella giustizia comparirò al tuo
cospetto, sarò saziato al vedere la tua gloria" [Sal 16,15]. Questa è
dunque la vera virtù secondo il mio discorso: ciò che è privo di
commistione con il peggio e che comprende ogni concetto relativo al
meglio. E questo è lo stesso Logos Dio, la virtù che ha coperto i cieli,
come spiega Abacuc [3,3], e giustamente sono stati chiamati beati
coloro che hanno fame di questa giustizia di Dio. Perciò, a colui che ha
gustato Dio, come dice il salmo [33,9], accade così: avendo ricevuto
Dio in se stesso, diviene ripieno di ciò di cui aveva sete e fame,
secondo la promessa di Colui che dice: "Io e il Padre verremo e
prenderemo dimora presso di lui" [Gv 14,23], avendo già preso dimora lì,
evidentemente, lo Spirito. Così a me pare che anche il grande Paolo,
che aveva gustato dei frutti ineffabili del paradiso, fosse pieno di ciò
che aveva gustato, pur rimanendo sempre affamato. Paolo confessa,
infatti, di essere stato riempito dall'oggetto del suo desiderio, quando
dice: "Vive in me Cristo" [Gal 2,20], e si protende sempre in avanti,
come se fosse affamato, dicendo: "Corro non perché ho già ottenuto o
sono già perfetto, ma perché possa comprendere" [Fil 3,13]. Ci sia
consentito dire, ipoteticamente, secondo il nostro arbitrio, qualche
cosa che non si trova in natura. Come per il cibo materiale, se nulla di
ciò che è preso come nutrimento venisse rigettato, ma fosse assunto
tutto intero per l'aumento della statura del corpo, i corpi si
dovrebbero alzare notevolmente, perché il nutrimento giornaliero
alimenta la grandezza, così quella giustizia ed ogni virtù che la segue
rende sempre più alti quelli che vi partecipano, perché, mangiata alla
maniera del cibo spirituale, non viene eliminata accrescendo
continuamente la grandezza. Dunque, se vomitata ogni sazietà del vizio,
pensiamo a quella beata fame, abbiamo fame della giustizia di Dio perché
possiamo giungere alla sua pienezza, in Cristo Gesù nostro Signore, a
cui è la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
ORAZIONE QUINTA
"Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia"
La virtù come progresso incessante verso il meglio. Il simbolo della scala.
Forse,
ciò in cui fu istruito, enigmaticamente, Giacobbe con una visione,
quando vide una scala che dalla terra giungeva all'altezza del cielo e
Dio che stava sopra di essa [Gen 28,10ss], è qualche cosa di simile a
ciò che ora anche a noi propone l'insegnamento delle beatitudini, che
solleva a pensieri sempre più alti coloro che ascendono grazie ad esso.
Io credo, infatti, che in quella occasione sia stata rappresentata al
patriarca, sotto la forma della scala, la vita secondo virtù, perché lui
stesso imparasse ed insegnasse alla sua discendenza, che essere
innalzati a Dio non consiste in altro che in questo: con lo sguardo
sempre fisso verso l'alto e con l'incessante desiderio delle realtà
superiori, non amare la sosta nelle azioni rette già compiute, ma anzi
ritenere una perdita il non toccare la realtà posta più in alto. Anche
qui, dunque, l'elevatezza delle beatitudini che si sorreggono una
sull'altra, ci predispone ad accostarci a Dio, il vero beato, che è
stabilito al di sopra di ogni beatitudine. Certamente, come ci
accostiamo al sapiente attraverso la sapienza e al puro attraverso la
purezza, così anche dobbiamo assimilarci al beato attraverso le
beatitudini. La beatitudine, nel senso più vero, è propria di Dio;
perciò anche Giacobbe narrò che Dio poggiava sopra tale scala. La
partecipazione alle beatitudini non è dunque null'altro se non comunione
con la divinità, alla quale il Signore ci innalza attraverso ciò che è
stato detto. A me sembra, dunque, che Egli, con il fatto di far
precedere alla conseguenza l'indicazione della beatitudine, renda in un
certo qual modo "dio" colui che ascolta e comprende il discorso. "Beati
-Egli dice infatti- i misericordiosi, perché troveranno misericordia".
Io so che in molti passi della Sacra Scrittura i santi chiamano con il
nome di "misericordioso" la potenza divina. Così fa Davide negli inni,
così Giona nella sua profezia, così il grande Mosè, più volte, nella
Legge. Se dunque la denominazione di "misericordioso" spetta a Dio, a
cos'altro ti invita il Logos se non a divenire "dio", come se tu fossi
modellato secondo un attributo proprio della divinità? Se infatti Dio è
chiamato "misericordioso" nella Scrittura divinamente ispirata e da
stimarsi veramente beata è la divinità, dovrebbe essere evidente il
pensiero conseguente: se uno, pur essendo uomo è misericordioso, egli è
reso degno della beatitudine divina, essendo in lui quell'attributo con
cui è designato Dio. "Misericordioso è il Signore e giusto; il nostro
Dio ha misericordia" [Sal 114,5]. Come dunque può non essere cosa beata
che un uomo sia chiamato con il nome con cui è appellato Dio per il suo
agire, e lo diventi realmente? Ora, anche il divino apostolo invita con
parole proprie ad essere zelanti per i doni più grandi; lo scopo di
quest'invito, per noi, non è di persuaderci a desiderare il bene (è
infatti spontaneo per la natura umana avere inclinazione per il bene),
ma ci è rivolto perché non sbagliamo nel giudizio del bene. Infatti
soprattutto in ciò fallisce la nostra vita: nel non poter comprendere
con chiarezza che cosa sia il bene per natura e che cosa sia ciò che è
supposto tale per errore. Se infatti il male si fosse presentato nella
vita spoglio, senza valersi di nessuna apparenza di bene, il genere
umano non avrebbe disertato a suo favore. Noi abbiamo dunque bisogno di
giudizio per comprendere le parole che ci sono proposte, perché, edotti
riguardo alla vera bellezza del pensiero che è contenuto in esse, ci
conformiamo ad essa. Come la concezione di Dio è insita naturalmente in
ogni uomo ma, rimanendo sconosciuto chi sia veramente Dio, si genera
l'errore riguardo l'oggetto dei nostri pensieri (alcuni, infatti,
venerano la vera divinità, contemplata nel Padre nel Figlio e nello
Spirito Santo, altri, invece, andarono errando in assurde concezioni,
supponendo che tale divinità fosse nel creato; perciò, la deviazione,
seppur di poco, dalla verità ha aperto la strada alle empietà), così, se
non comprendessimo il vero senso del concetto proposto, noi, erranti,
subiremmo una perdita della verità non da poco.
La misericordia come amore reciproco e "simpatia" nata dalla carità.
Che
cosa è dunque la misericordia e relativamente a cosa si esercita? E
come può essere detto beato colui che riceve in cambio ciò che dà? Dice
infatti il Signore: "beati i misericordiosi, perché troveranno
misericordia. Il senso più accessibile del contenuto del detto esorta
l'uomo all'amore reciproco e alla simpatia poiché, per l'ineguaglianza e
la varietà dei fatti della vita, non tutti vivono nelle stesse
condizioni, né per la reputazione, né per la costituzione fisica, né per
i rimanenti beni. La vita, il più delle volte, si divide in opposti: in
schiavitù e in signoria, in ricchezza e povertà, in fama e disonore, in
deformità fisica e in buona salute, scindendosi in tutti gli opposti di
questo genere. Perché dunque fosse pareggiato ciò che è scarseggiante
con ciò che abbonda e riempito ciò che è mancante con ciò che è in
eccesso, fu prescritta agli uomini la misericordia per i più bisognosi.
Non è possibile, infatti, sentire l'impulso a curare la disgrazia del
vicino, se la misericordia non ha suscitato nell'anima simile istinto.
Si pensa alla misericordia, infatti, come al contrario della durezza di
cuore. Come l'uomo duro di cuore e furioso è inaccessibile per coloro
che gli si avvicinano, così l'uomo compassionevole e misericordioso è
come addolcito per la sua disposizione verso il bisognoso, diventando,
per colui che è afflitto, ciò che il suo spirito angosciato ricerca. La
misericordia è, come qualcuno potrebbe interpretare comprendendola con
una definizione, una afflizione volontaria prodottasi per i mali altrui.
Se poi non avessimo dimostrato pienamente il senso di quel concetto, si
potrebbe forse spiegarlo più pienamente con un altro discorso.
Misericordia e una disposizione di canti verso coloro che si trovano in
situazioni penose. Come infatti la durezza di cuore e la ferocia
traggono origine dall'odio, la misericordia è come generata dalla
carità, non potendo esistere senza di lei. Se si volesse poi sviscerare
in modo più penetrante la caratteristica propria della misericordia, si
troverebbe che è un ardore nella disposizione di carità unita
all'affezione del dolore. Infatti si ricerca con ardore la comunione dei
beni con tutti in ugual modo, amici e nemici. La volontà di condividere
le pene è poi caratteristica propria solo di coloro che sono dominati
dalla carità. D'altra parte si è senza dubbio d'accordo nel riconoscere
che la carità è la cosa più eccellente tra quante si perseguono in
questa vita. La misericordia è poi ardore di carità. è dunque da ritener
beato in senso proprio colui che si trova in tale disposizione d'animo,
poiché è come se avesse toccato il vertice della virtù. Nessuno, poi,
consideri la virtù solo nella dimensione materiale; se così fosse simile
rettitudine di comportamento sarebbe possibile solo a chi ha una certa
potenza a far bene, invece a me sembra più giusto vedere simile
rettitudine nella scelta. Se infatti uno avesse soltanto voluto il bene,
ma gli fosse stato impedito di compierlo, il non poterlo attuare non lo
renderebbe per nulla inferiore, nella disposizione d'animo, a colui che
ha manifestato la sua intenzione nei fatti. Se ora si è colto il senso
della beatitudine, dovrebbe risultare superfluo spiegare quanto sia
grande il guadagno che ne deriva alla vita, perché sono evidenti perfino
ai semplici i risultati felici per la vita di questo consiglio. Se
infatti, per ipotesi, ci fosse in tutti una simile disposizione d'animo
verso l'inferiore, non ci sarebbe più né superiore né inferiore; la vita
non si differenzierebbe più nell'opposizione dei nomi. La fame non
affliggerebbe più l'uomo, né lo umilierebbe la schiavitù, né lo
addolorerebbe il disonore, ma tutto sarebbe comune a tutti e
un'uguaglianza di diritti e un'egual libertà di parola avrebbe
cittadinanza nell'esistenza umana, poiché chi governa si porrebbe
volontariamente allo stesso livello del resto dei cittadini. Se ciò
accadesse non sarebbero più comprensibili dei motivi di inimicizia:
resterebbe inattiva l'invidia, sarebbe morto l'odio e sarebbero esiliati
il ricordo delle ingiurie, la menzogna, l'inganno, la guerra (tutti
frutti del desiderio di avere di più). Una volta bandita quella
disposizione di inimicizia, vengono rigettati completamente i germi
della malvagità, come venissero da una malvagia radice. Alla abolizione
della malvagità dovrebbe subentrare l'elenco dei beni: pace, giustizia e
tutta la sequela di ciò che è pensato in relazione al meglio. Quale
situazione, dunque, si potrebbe ritenere più beata del vivere così,
senza più riporre la nostra sicurezza in catenacci o pietre, sicuri
dell'aiuto reciproco? Come l'uomo duro di cuore e feroce si rende ostili
coloro che hanno fatto esperienza della sua selvatichezza, così, al
contrario, tutti noi diventiamo ben disposti verso il misericordioso,
poiché naturalmente la misericordia genera carità in coloro che
partecipano di essa. La misericordia, dunque, come dimostra il discorso,
è madre della benevolenza, pegno di carità e legame di ogni
disposizione amichevole. Che cosa potrebbe essere pensato di più saldo,
in questa vita, di questa sicurezza? Perciò a buon diritto il Logos
chiama beato il misericordioso, poiché beni tanto grandi si manifestano
in questo nome. Ma non è sconosciuta a nessuno l'utilità per la vita di
tale consiglio.
La sentenza finale di Dio è speculare rispetto alla libera scelta dell'uomo.
A
me pare, poi, che il senso di tale passo, con la scelta del tempo
futuro, sveli ineffabilmente qualche cosa di più grande di ciò che viene
inteso immediatamente. "Beati i misericordiosi -dice infatti il
Signore- perché troveranno misericordia", come se per i misericordiosi
la ricompensa secondo misericordia fosse posta dopo. Dunque, per quanto
ne siamo capaci, tralasciato questo significato facile da comprendere e
scoperto con facilità dalla gran parte della gente, accingiamoci,
secondo il possibile, a penetrare con il pensiero oltre il velo. "Beati i
misericordiosi, perché troveranno misericordia". In queste parole è
possibile imparare qualche cosa di più sublime anche per la dottrina:
Colui che fece l'uomo a sua immagine, ripose nella natura della sua
opera i principi di tutti i beni, affinché nessun bene si introducesse
in noi dall'esterno, ma fosse in noi il potere di ciò che vogliamo,
traendo il bene dalla nostra natura come da un forziere. Infatti
impariamo, da una parte per il tutto, che non è possibile altrimenti che
uno incontri ciò che desidera senza che lui stesso si faccia dono del
bene; perciò una volta il Signore disse a coloro che l'ascoltavano: "Il
regno di Dio è dentro di voi" [Lc 17,21] e "chiunque chiede ottiene, chi
cerca trova e a chi bussa sarà aperto" [Mt 6,7-8]. Così l'ottenere ciò
che desideriamo, il trovare ciò che cerchiamo, l'introdurci dove
desideriamo, sono in nostro potere, qualora lo vogliamo, e sono legati
alla facoltà del nostro animo. Insieme con questo, conseguentemente, si
stabilisce anche il pensiero contrario: anche l'inclinazione verso il
peggio ha luogo senza che si eserciti nessuna necessità esterna; essa si
realizza nel momento stesso in cui compiamo la scelta, venendo
all'essere solo allora. Il male, in se stesso, secondo la propria
sostanza, non può essere trovato da nessun'altra parte al di fuori della
scelta. Da ciò si mostra chiaramente la facoltà di autogoverno e di
autodeterminazione di cui il Signore della natura ha dotato gli uomini,
facendo dipendere ogni cosa, sia buona, sia malvagia, dalla nostra
libera scelta e si mostra anche chiaramente che il giudizio divino,
facendo seguito con un'incorruttibile e giusta sentenza alle scelte
fatte secondo il nostro proponimento, a ciascuno distribuisce quanto
ognuno si sia trovato a procurarsi; a coloro che, come dice l'Apostolo
[Eb 12,7], cercano gloria e onore con la perseveranza nelle buone opere,
Dio dà la vita eterna, ma a coloro che disubbidiscono alla verità e
danno credito all'ingiustizia, Dio distribuisce collera e afflizione e
tutti quanti i nomi che indicano la triste retribuzione. Come gli
specchi corretti mostrano l'immagine dei volti tali quali sono i volti,
sereni per coloro che sono sereni, cupi per coloro che sono corrucciati
(e nessuno farebbe colpa alla natura dello specchio se apparisse cupa
l'immagine dell'originale caduto nell'abbattimento), così anche il
giusto giudizio di Dio si conforma alle nostre disposizioni, rendendoci
dal suo ricompense tali quali sono le azioni che abbiamo compiuto.
"Venite -dice il Signore- benedetti" e "Andatevene maledetti" [Mt
25,34-41]. C'è qualche necessità esterna per cui quelli di destra siano
chiamati con dolcezza e quelli di sinistra con tono cupo? I primi non
ottennero misericordia per il loro comportamento e i secondi non resero
duro contro di loro il volere divino per il comportamento duro contro i
loro simili? Il ricco, che si rallegrava nel lusso, non ebbe pietà del
povero che stava afflitto davanti al suo portone e perciò recise per sé
la possibilità della misericordia e quando ebbe bisogno di misericordia
non fu ascoltato. Questo non perché una sola goccia comporti una perdita
per la grande fonte del paradiso, ma perché la goccia di misericordia
non può mischiarsi con la durezza di cuore. Che c'è in comune, infatti,
tra luce e tenebre? Quello che l'uomo semina raccoglierà, dice
l'Apostolo [Gal 6,8], poiché chi semina nello spirito raccoglierà dallo
spirito vita eterna. Io credo che la semina sia la scelta dell'uomo e la
raccolta la ricompensa che segue la scelta. Fecondo è il frutto dei
beni per coloro che hanno scelto simile raccolta; penosa la raccolta di
spine per coloro che hanno gettato nella vita semi spinosi. è del tutto
necessario, infatti, che uno raccolga la stessa cosa che ha seminato e
non è possibile altrimenti. "Beati i misericordiosi, perché troveranno
misericordia". Quale parola umana potrebbe penetrare la profondità dei
pensieri contenuti in questo discorso?
La misericordia più profonda è verso se stessi, privati, per il peccato, della dignità originaria.
L'assolutezza
e l'infinità di tali parole ci induce a ricercare qualche cosa di più
di ciò che è stato detto. Il Signore, infatti, non ha aggiunto chi sono
coloro verso cui è necessario che si operi la misericordia, ma disse
semplicemente: "Beati i misericordiosi". Forse il Logos, attraverso le
parole dette, ci orienta enigmaticamente in tal senso: il concetto di
misericordia è conseguente alla sofferenza che è chiamata beata. Nella
beatitudine precedente, infatti, era beato colui che aveva trascorso la
vita di quaggiù nella sofferenza, in questa beatitudine a me sembra che
il Logos indichi la stessa dottrina. Come noi, infatti, rimaniamo
colpiti dalle disgrazie altrui, quando ad alcuni dei nostri amici
accadono sventure non volute: o sono stati cacciati dalla casa paterna, o
si sono salvati, privi di tutto, da un naufragio, o sono caduti nelle
mani dei pirati o dei briganti, oppure sono diventati schiavi da liberi
che erano, o prigionieri di guerra da benestanti; oppure coloro che fino
a quel momento erano in vista in una forma di benessere per la loro
vita, hanno ricevuto in cambio qualche altra disgrazia del genere. Come
dunque, di fronte a simili sventure, nasce nella nostra anima una
compartecipazione dolorosa, sarebbe forse molto più opportuno che
avessimo la stessa disposizione riguardo a noi stessi, considerando il
colpo subito dalla nostra vita contro la nostra dignità. Quando infatti
consideriamo quale era la nostra splendida casa da cui siamo stati
gettati fuori; come siamo caduti nelle mani dei briganti; come,
sprofondando nell'abisso di questa vita, siamo stati denudati; a quali e
quanti padroni ci siamo legati invece di vivere in maniera libera ed
autonoma; come abbiamo spezzato la beatitudine della vita con morte e
corruzione; è dunque possibile, se cogliamo questi pensieri, che la
nostra anima si occupi delle sventure altrui e non si disponga a
misericordia nei propri confronti, considerando ciò che aveva e da quale
condizione è stata cacciata? Che cosa c'è di più miserevole di questa
prigionia? Invece della delizia del paradiso abbiamo ricevuto in sorte,
nella vita, questo luogo soggetto a malattie e a fatiche. In cambio di
quella libertà dalle passioni, abbiamo preso in sorte innumerevoli
passioni. In cambio di quel modo di vivere superiore, la vita insieme
con gli angeli, siamo stati condannati ad abitare al terra insieme con
le bestie. Poiché abbiamo mutato la vita angelica e libera da passioni
in quella bestiale, chi potrebbe facilmente enumerare gli amari tiranni
della nostra vita, padroni furenti e selvaggi? L'ira è un amaro padrone e
così l'invidia; l'odio, che è la passione della superbia, è un tiranno
furente e selvaggio; il ragionamento licenzioso, che assoggetta la
natura a servizi legati alle passioni e alle impurità è come se
deridesse degli schiavi. La tirannide dell'avidità, quale eccesso di
asprezza non supera? Questa, assoggettatasi la misera anima, la
costringe a soddisfare i suoi smisurati desideri, poiché è sempre
bisognosa e non è mai sazia. è come una bestia policefala che invia
attraverso le innumerevoli bocche il cibo allo stomaco insaziabile e
questo non è per nulla soddisfatto di ciò che ha guadagnato, anzi, ciò
che continuamente assume è materia che incendia il desiderio del di più.
Chi dunque, considerando questa vita infelice, potrebbe rimanere duro e
insensibile a tali disgrazie? Il fatto di non provare misericordia di
noi stessi è dovuto all'insensibilità di fronte a questi mali; come
accade ai folli a cui l'eccesso del male ha tolto anche la
consapevolezza di ciò che patiscono. Se dunque uno ha conosciuto se
stesso, come era una volta e come è nel presente (anche Salomone dice in
qualche passo "saggi sono coloro che conoscono se stessi"), costui non
cesserà mai di avere misericordia di sé e a tale disposizione dell'anima
seguirà, come è verosimile, anche la misericordia di Dio.
Il misericordioso è giudice di se stesso nel giudizio finale.
Perciò
il Signore dice: "Beati i misericordiosi perché troveranno
misericordia". Essi, non altri: in ciò, infatti, fornisce un chiarimento
il nome, come se uno dicesse: "Cosa beata è il prendersi cura della
salute fisica; colui infatti che se ne prende cura, vivrà in salute".
Così chi ha misericordia è detto beato perché il frutto della
misericordia è possesso proprio di chi è misericordioso, sia seguendo il
discorso che abbiamo scoperto ora, sia seguendo quello precedente,
ossia il mostrare compassione per le sventure altrui. In entrambi i
casi, infatti, è ugualmente bene sia l'aver misericordia di sé, nel modo
detto, sia il compatire le sventure dei vicini. Perciò l'equità del
giudizio di Dio mostra che la libera scelta dell'uomo verso gli
inferiori è in relazione alla superiore volontà, per cui, in un certo
qual modo, l'uomo è giudice di se stesso esprimendo il giudizio su di sé
nelle cause dei suoi sottoposti. Poiché si crede, e giustamente si
crede, che tutta la natura umana sia sottoposta al tribunale di Cristo,
affinché ciascuno riceva la ricompensa secondo quanto ha compiuto quando
era nel corpo, sia esso bene o male (è forse audace anche dirlo) se è
possibile cogliere con un ragionamento ciò che è ineffabile e
invisibile, è anche già possibile comprendere la beatitudine della
ricompensa per chi ottiene misericordia. Infatti la benevolenza che
nasce nelle anime nei confronti di coloro che mostrano compassione,
verosimilmente, rimane perenne, per tutta l'esistenza, nella vita di
coloro che partecipano della benevolenza. Che cosa, dunque, è verosimile
che accada al momento della resa dei conti, se il benefattore verrà
riconosciuto da coloro che sono stati oggetto del beneficio? Come
disporrà egli la sua anima ascoltando le voci riconoscenti che lo
acclamano di fronte al Dio di tutta la creazione? Di quale altra
beatitudine necessiterà, dunque, colui che è celebrato come da un araldo
in così grande teatro per le ottime azioni? Infatti, insegna la parola
del Vangelo [Mt 25,34ss], coloro che hanno ricevuto un beneficio, sono
presenti nel giudizio del Re verso i giusti e verso i peccatori. Con
entrambi egli fa uso del dimostrativo, come se indicasse con un dito
l'oggetto: "Per quanto faceste ad uno di questi miei fratelli più
piccoli" [Mt 25,40-45]. Il dire "questi" indica la presenza di coloro
che ricevettero il beneficio. Mi dica, dunque, chi preferisce la materia
inanimata delle ricchezze alla futura beatitudine: quale splendore
d'oro, quale fulgore delle pietre preziose, quale ornamento di abiti è
paragonabile a quel bene che la speranza suggerisce? Quando il Re della
creazione abbia rivelato se stesso alla natura umana, assiso con
magnificenza sul suo trono sublime; quando siano apparse intorno a Lui
le innumerevoli miriadi di angeli; e ancor più quando sia di fronte agli
occhi di tutti l'ineffabile regno dei cieli e, dal lato opposto, si
mostrino le terribili punizioni. Ma quando, in mezzo a queste cose,
tutta la natura umana, dalla prima creazione fino alla pienezza del
tutto, sia sospesa tra il timore e la speranza del futuro, tremando
spesso per l'esito finale di ciò che si attende da ciascuna delle due
sorti; mentre coloro che hanno vissuto con una buona coscienza sono in
dubbio sul futuro, qualora vedano altri trascinati dalla cattiva
coscienza, come da un boia, in quelle cupe tenebre; se costui si
presentasse al Giudice, confidando nelle sue opere, fra le voci di lode e
di gratitudine di coloro che hanno ricevuto il beneficio, splendido
nella sua fiducia, forse calcolerà che quella buona sorte sia da
misurare secondo la ricchezza materiale? Forse accetterà, in cambio di
quei beni, tutte le montagne, le pianure, le valli boscose e il mare
tramutati in oro per lui? Prendiamo invece il caso di colui che ha
scrupolosamente occultato mammona grazie a sigilli chiavistelli, porte
di ferro e nascondigli sicuri, giudicando preferibile ad ogni
comandamento l'ammucchiarsi per lui della materia, sotterrata in luogo
segreto; se sarà trascinato giù a capofitto nel fuoco tenebroso, tutti
coloro che hanno sperimentato in questa vita la sua durezza di cuore e
la sua ferocia, gliela presenteranno davanti e gli diranno: "Ricordati
che hai già ricevuto i tuoi beni durante la vita [Lc 16,25]; nelle
fortezze della tua ricchezza chiudesti insieme anche la misericordia e
lasciasti sottoterra la magnanimità; non ti desti pensiero, in questa
vita, dell'amore degli uomini: ora non hai ciò che non avesti, non trovi
ciò che non hai messo in serbo, non raccogli ciò che non hai diffuso,
non mieti ciò che non hai seminato; la raccolta sia per te degna della
tua seminagione: hai seminato amarezza, raccogline le messi; stimasti la
spietatezza, hai ciò che amasti; non guardasti con simpatia, neppure
ora sarai guardato con misericordia; trascurasti l'afflitto, ora, mentre
perisci, sarai trascurato; fuggisti la misericordia, la misericordia
fuggirà da te; provasti nausea per il povero, colui che fu povero per
causa tua, proverà ora nausea di te". Se dunque fossero pronunciati
questi o simili discorsi, dove andrebbero a finire l'oro, gli splendidi
suppellettili, la sicurezza riposta nei tesori sigillati, i cani validi
per la guardia notturna? Dove le armi predisposte contro chi insidia i
tesori? Dove l'annotazione registrata sui libri? Perché tutto ciò è per
il pianto e lo stridore dei denti? Chi farà risplendere le tenebre? Chi
estinguerà la fiamma? Chi respingerà il verme che non ha fine? Dunque
fratelli meditiamo le parole del Signore che ci insegna, in breve, cose
tanto grandi relative al futuro e diventiamo misericordiosi, per
divenire grazie a ciò beati in Cristo Gesù nostro Signore, a cui è la
gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.
ORAZIONE SESTA
"Beati i puri di cuore perché vedranno Dio"
La vertiginosa promessa della sesta beatitudine: la "visio Dei".
La
mia mente, quando guarda dalla sublime voce del Signore, come dalla
sommità di una montagna, alla profondità inesauribile dei suoi pensieri,
prova la stessa impressione che è verosimile esperimentino coloro che
da una altissima vetta si rivolgono all'infinita vastità del mare
aperto. Infatti, come in molti luoghi di mare è possibile vedere un
monte spaccato, eroso dalla parte del mare a picco dalla cima in
profondità, il cui limite superiore si proietta come una punta e incombe
sull'abisso (questo è appunto ciò che è verosimile esperimenti colui
che intravvede, da simile punto di osservazione, da una così grande
altitudine, il mare profondo), così ora l'anima mia ha le vertigini
sospese a questa grande parola del Signore: "Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio". Dio è promesso in premio alla contemplazione di
coloro che si sono purificati nel loro cuore. "Nessuno ha mai visto Dio"
[Gv 1,18], stando a quanto dice il grande Giovanni. Anche Paolo, quella
mente sublime, conferma quello stesso verdetto quando dice: "Nessuno lo
vide, né può vederlo" [1Tm 6,16]. Questa è infatti quella roccia liscia
e scoscesa, che mostra di non offrire alcun appiglio ai nostri
pensieri, quella roccia che anche Mosè, nella sua dottrina, rivelò
essere così inaccessibile da rendere impossibile alla nostra mente di
avvicinarsi: ogni incertezza è eliminata dall'affermazione: "Non è
infatti possibile che qualcuno veda il Signore e viva" [Es 33,20]. Ma in
verità il vedere il Signore è vita eterna. D'altra parte i pilastri
della fede, Giovanni, Paolo, Mosè, dichiarano che questo è impossibile.
Ti rendi conto della vertigine da cui l'anima è trascinata nella
profondità delle considerazioni contenute in questo discorso? Se da una
parte Dio è vita e chi non vede Dio non ha lo sguardo rivolto alla vita,
d'altra parte la testimonianza dei profeti e degli apostoli ispirati è
che non si può vedere Dio. A che cosa si riduce la speranza degli
uomini? Ma il Signore sostiene la speranza che cade, come fece con
Pietro, che ripose sulla superficie dell'acqua solida e resistente ai
passi, mentre rischiava di sprofondare. Se anche sopra di noi giungesse
la mano del Logos e, mentre siamo instabili sull'abisso delle
riflessioni, ci confermasse in un altro pensiero, noi usciremmo dalla
paura aggrappandoci con forza al Logos che ci conduce per mano; egli
dice infatti: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio". La promessa è
così grande da superare il più alto limite della beatitudine. Cos'altro
potrebbe desiderare, dopo tale bene, colui che tutto ha nel
contemplato? Infatti, nell'uso abituale della Sacra Scrittura, "vedere"
significa la stessa cosa che "avere"; come nel passo: "Possa tu vedere i
beni di Gerusalemme" [Sal 27,5], l'espressione "possa tu vedere" sta
per "possa tu trovare", e nel passo: "Sia tolto di mezzo l'empio, perché
non veda la gloria di Dio" [Is 26,10], per "non vedere" il profeta
intende il non partecipare. Dunque colui che ha visto Dio, grazie a
questo "vedere" ebbe tutto quello che è compreso nell'elenco dei beni:
la vita infinita, l'incorruttibilità eterna, la beatitudine immortale,
il regno senza fine, la gioia incessante, la luce vera, la dolce voce
dello Spirito, la gloria inaccessibile, l'esultanza perpetua, insomma,
ogni bene. Ciò che dunque è proposto alla speranza nella promessa di
beatitudine è di tale natura e di così grande entità.
Anche la condizione della "visio Dei", la purezza, appare un obiettivo "vertiginoso" per l'uomo.
Poiché
il modo in cui si realizza il vedere è stato indicato prima nell'essere
puri di cuore, la mia mente, di nuovo, prova le vertigini, per paura
che la purezza di cuore sia forse tra le cose per noi impossibili, o che
trascendono la nostra natura. Se infatti grazie ad essa si vede Dio e
Mosè e Paolo non lo videro, poiché è stato affermato che né loro né
altri possono vederlo, sembra qualche cosa di impossibile ciò che ora il
Logos propone nella beatitudine. Che vantaggio traiamo noi dal sapere
come si può vedere Dio, se alla conoscenza non si unisce la possibilità
di realizzarla? Sarebbe come dire che l'esser beati consiste nel
trovarsi in cielo, poiché là si vedranno cose che non si possono vedere
in questa vita. Sarebbe infatti utile, per gli ascoltatori, imparare che
l'essere là è fonte di beatitudine, se fosse indicato un mezzo per il
passaggio in cielo. Finché sussiste l'impossibilità della salita, che
vantaggio porta la conoscenza della beatitudine celeste, dal momento che
procura solo la nostra afflizione, poiché abbiamo imparato di quali
beni siamo stati privati per l'impossibilità della salita? Forse,
dunque, il Signore ci esorta a qualche cosa che è fuori dalla portata
della nostra natura e trascende la misura delle facoltà umane con la
grandezza del precetto? Non è possibile! Egli, infatti, non ha ordinato
di divenire volatili a coloro che per natura non hanno le ali, né di
vivere nell'acqua a coloro per cui fissò una vita terrestre. Se dunque
in tutti gli altri casi la legge è adatta alle possibilità di chi la
riceve e non esercita nessuna costrizione forzosa sulla natura,
penseremo, di conseguenza, che neppure ciò che è indicato nella
beatitudine è fuori dalla speranza. Ci renderemo conto, invece, che
anche Giovanni, Paolo e Mosè e qualsiasi altro come loro, non sono stati
respinti da questa superiore beatitudine che consiste nel vedere Dio.
Certo non sarà respinto colui che disse: "Sia su di me la corona di
giustizia che mi darà il Giusto Giudice" [2Tm 4,8], né colui che reclinò
il capo sul petto di Gesù [Gv 21,20], né colui che ascoltò dalla voce
divina queste parole: "Ti conobbi prima di ogni altra cosa" [Es 33,17].
Se dunque non c'è dubbio che siano beati coloro che proclamano la
conoscenza di Dio superiore alla nostra facoltà, se d'altra parte la
beatitudine consiste nel vedere Dio e questo dipende dall'essere puri di
cuore, non è dunque impossibile la purezza di cuore attraverso cui è
possibile divenir beati. Come si può allora affermare che dicono la
verità coloro che, seguendo Paolo, mostrano la conoscenza di Dio
superiore alla nostra capacità e che la voce del Signore non li
contraddice promettendo di esser visto nella purezza? A me pare sia bene
che di questa cosa si debba, prima di tutto, in breve, rendersi conto
perché cammin facendo ci sia l'osservazione del soggetto proposto.
L'essenza divina è inaccessibile all'uomo; la congetturalità della conoscenza analogica.
La
natura divina, quale essa sia in definitiva in se stessa secondo
l'essenza, supera ogni comprensione, essendo inaccessibile ed
irraggiungibile per i pensieri e le congetture e non è ancora stata
scoperta tra gli uomini una facoltà per la percezione
dell'incomprensibile né un accesso alla comprensione dell'impossibile.
Perciò il grande apostolo chiamò anche impersctutabili [Rm 11,33] le vie
di Dio, significando con questa parola che quella via che conduce alla
conoscenza di Dio è inaccessibile ai ragionamenti; come anche nessuno
mai di coloro che ci hanno preceduto in questa vita ha indicato una
qualche traccia di comprensione sicuramente razionale per la conoscenza
della realtà che supera la conoscenza. Essendo tale per natura Colui che
è superiore ad ogni natura, si vede e si percepisce in un altro modo
l'invisibile e l'indescrivibile. Molti sono i modi di tale percezione. è
infatti possibile vedere, per congettura, Colui che ha fatto nella
sapienza tutte le cose grazie alla sapienza che si manifesta nel tutto.
Come nelle opere create dall'uomo la mente riconosce, in un certo qual
modo, il creatore del prodotto che gli è dinnanzi, poiché egli ha
lasciato l'impronta della sua arte nel lavoro, e quel che si può vedere,
poi, non è la natura dell'artista, ma solo la scienza artistica che
egli ha lasciato nel prodotto; così, anche considerando l'ordine della
creazione, ci formiamo una nozione non dell'essenza, ma della sapienza
di Colui che ha fatto tutto sapientemente. Se consideriamo poi la causa
della nostra vita, che Egli giunse a creare l'uomo non per necessità, ma
per volontà buona, di nuovo, anche in questo caso, noi diciamo di aver
contemplato Dio, avendo compreso non la sua essenza, ma la sua bontà.
Così, anche tutte le altre considerazioni che elevano il pensiero
all'essere superiore e sublime, tutte le considerazioni di tal genere le
chiamiamo concezioni di Dio, poiché ciascuno di questi alti concetti ci
porta Dio davanti agli occhi. Infatti la potenza e la purezza, il
permanere nel medesimo stato, l'esser privo di commistione con il
proprio contrario e tutti i concetti di tal genere, formano nell'anima
una rappresentazione concettuale divina e alta. Si è dunque mostrato, in
ciò che è stato detto, che il Signore dice il vero quando promette che i
puri di cuore vedranno Dio e che Paolo non mente quando rivela, con i
suoi propri scritti, che nessuno ha mai visto Dio né lo può vedere.
Infatti Colui che è invisibile per natura, diviene visibile attraverso
la sua attività, in quanto viene contemplato in certe sue proprietà.
Il "luogo" della visio Dei è l'interiorità purificata dell'uomo.
Ma
il senso della beatitudine non intende solo questo, cioè poter
conoscere analogicamente l'operatore dall'operare della sua potenza.
Anche i sapienti di questo mondo, infatti, potrebbero giungere parimenti
alla percezione della sapienza e potenza superiore attraverso l'armonia
del cosmo. A me pare, però, che la grandezza della beatitudine
suggerisca un altro consiglio a coloro che sono in grado di ricevere la
visione di ciò che desiderano. Il pensiero che mi è venuto in mente
diventerà più chiaro con un esempio. La salute del corpo è un bene per
la vita dell'uomo, ma per essere felici non basta solo saper parlare
della salute, ma vivere in salute. Se infatti uno, esponendo le lodi
della salute, si prendesse del cibo che genera malattia e cattivi umori,
che cosa avrebbe acquistato dalle lodi della salute, dal momento che è
afflitto dalle malattie? Così noi penseremmo anche a proposito del
discorso in questione, poiché il Signore non ha detto che l'esser felici
è conoscere qualche cosa di Dio, ma è possedere Dio in se stessi. Egli
dice infatti: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". A me pare
che egli non proponga Dio come visione faccia a faccia, a colui che ha
purificato l'occhio della sua anima, ma che la grandezza della sua
parola ci suggerisca ciò che il Logos presenta altrove in modo più
scoperto quando dice: "Il Regno dei cieli è dentro di voi" [Lc 17,21].
Questo perché impariamo che colui che ha purificato il suo cuore da ogni
creatura e dalla disposizione passionale, vede nella propria bellezza
l'immagine di Dio. A me pare che il Logos, nelle poche parole che ha
detto, abbia espresso un simile consiglio: "O uomini, quanti avete il
desiderio di contemplare ciò che per essenza è bene, poiché avete
ascoltato che la maestà di Dio è esaltata sopra i cieli e la sua gloria è
inesplicabile, la sua bellezza indicibile, la sua natura
incomprensibile, non disperate di poter vedere ciò che desiderate.
Infatti la misura che ti è concessa della concezione di Dio è in te.
Così Colui che ti ha creato, immediatamente, per natura, ti ha
connaturato un siffatto bene. Dio, infatti, ha impresso come delle
immagini dei beni della propria natura nella tua costituzione, avendole
impresse anticipatamente con una forma di incisione come fossero cera.
Ma il vizio, che ha velato l'impronta divina, rende vano per te il bene
che è rimasto turpemente coperto. Se tu dunque, con la sollecitudine
della vita, detergerai nuovamente il sudiciume che si è incrostàto nel
tuo cuore, risplenderà per te la bellezza divina. è la stessa cosa che
accade al ferro; quando viene liberato dalla ruggine che lo riveste,
grazie ad una cote, ciò che poco prima era nero riluce vibrando di
splendore al sole. Così accade anche all'uomo interiore che il Signore
chiama "cuore"; dopo che sia stata raschiata via la sporcizia rugginosa
che con mala corrosione è fiorita sulla forma, riprenderà di nuovo la
sua somiglianza con l'archetipo e sarà buono. Ciò che infatti è simile
al bene è sicuramente buono. Dunque, colui che volge lo sguardo a se
stesso, in se stesso guarda ciò che desidera. Così diviene felice il
puro di cuore, poiché guardando la propria purezza nell'immagine vede
l'archetipo. Come avviene per coloro che guardano il sole in uno
specchio, sebbene essi non guardino fissamente il cielo, essi vedono il
sole nello splendore dello specchio in modo per nulla inferiore a coloro
che guardano lo stesso disco solare. Così, dice il Signore, anche se
voi siete spossati dalla osservazione della luce, se correte di nuovo
verso la grazia dell'immagine che è stata forgiata per voi dall'inizio,
avete in voi stessi ciò che cercate. La divinità, infatti, è purezza,
assenza di passioni ed estraneità ad ogni male. Se dunque ciò e in te,
Dio certamente è in te. Quando il tuo pensiero è purificato da ogni
vizio, libero da passione, estraneo ad ogni macchia, tu sei felice per
la chiarezza della vista, poiché, purificato, hai percepito ciò che è
invisibile a coloro che non sono purificati e, rimossa la caligine
materiale dagli occhi dell'anima, guardi splendente nel cielo puro del
tuo cuore la beata visione. La purezza, la santità, la semplicità, tutti
i riflessi luminosi di tal genere della natura divina, attraverso cui
si contempla Dio.
La purificazione non può essere ottenuta dal solo sforzo umano.
Ora,
da quanto si è detto, noi non dubitiamo che le cose stiano così. Il
discorso però si rivolge ancora alla difficoltà sollevata all'inizio,
con la stessa perplessità. Come infatti è certo che colui che è in cielo
partecipa delle meraviglie celesti, ma l'impraticabile modo della
salita ci rende nullo il guadagno che traiamo da ciò su cui siamo
d'accordo, così non c'è dubbio che dalla purificazione del cuore si
genera la beatitudine, ma come si possa purificare il cuore da queste
macchie, sembra presentare la stessa difficoltà dell'ascesa al cielo.
Quale scala di Giacobbe troveremo dunque, quale carro infuocato, a
somiglianza di quello che sollevò il profeta Elia al cielo, dal quale il
nostro cuore, sollevato alle meraviglie superiori, scrollerà via questo
peso terrestre? Se infatti uno considera le necessarie affezioni
dell'anima, riterrà assurdo e impossibile l'allontanamento dei mali ad
esse congiunti. Fin dall'inizio, la nostra generazione ha inizio dalla
passione, la crescita procede attraverso la passione e nella passione la
vita termina; il male si è in un certo senso mescolato alla nostra
natura, tramite coloro che da principio accolsero la passione, i quali
con la loro disobbedienza stabilirono la malattia. Come la natura dei
viventi si trasmette con la successione dei discendenti di ciascuna
specie, cosicché ciò che è nato, secondo la legge di natura, è la stessa
cosa di chi lo ha generato, così l'uomo nasce dall'uomo, colui che è
soggetto alla passione da chi è soggetto alla passione, il peccatore dal
peccatore. Dunque il peccato coesiste, in un certo qual modo con i
generati, poiché con essi viene partorito, cresce ed ha termine con la
fine della vita. Ma che la virtù sia per noi difficile da raggiungere,
tra mille pene e sudori, venendo compiuta a stento con sforzo e fatica,
lo abbiamo imparato in molti passi della Sacra Scrittura, quando abbiamo
ascoltato che la strada del regno è angusta, procede per strettoie,
mentre è larga, declinante e rapida quella che conduce con il vizio la
vita alla rovina. La Sacra Scrittura non definisce interamente
impossibile la vita superiore, quando espone nei sacri libri le
meraviglie di uomini tanto grandi. Ma poiché nella promessa di vedere
Dio il senso è duplice (uno è quello di conoscere la natura che
trascende l'universo, l'altro è quello di unirsi ad essa tramite la
purezza di vita) la voce dei santi definisce la prima forma di
conoscenza impossibile, mentre, per quanto riguarda il secondo
significato, il Signore lo promette alla natura umana nel presente
insegnamento, quando dice: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio".
è nell'insegnamento di Cristo, che mira ad estirpare la radice stessa del vizio, il "modo" della purificazione.
Come
sia possibile diventare puri, lo puoi imparare quasi in ogni
insegnamento evangelico. Infatti, percorrendo con ordine i precetti,
scoprirai con chiarezza la purezza di cuore. Distinguendo, infatti, in
due specie il vizio, quello che consiste nelle azioni e quello che
consiste nei pensieti, Egli punì la prima specie, l'ingiustizia che si
manifesta nelle opere, con l'antica legge, mentre ora fa volgere la
legge ad un'altra forma del peccato, non punendo l'azione cattiva, ma
preoccupandosi nei riguardi del suo stesso inizio. Infatti, allontanare
il vizio dalla libera scelta, è rendere estranea, con molta superiorità,
l'esistenza alle opere malvagie. Poiché il vizio ha molte parti e varie
specie, Egli oppose, con i suoi precetti, il rimedio proprio a ciascuna
delle cose vietate. Poiché il morbo dell'ira è abituale, per lo più,
durante tutta l'esistenza, Egli inizia la cura da ciò che maggiormente
predomina, prescrivendo tra i primi precetti l'astensione dall'ira. "Ti è
stato insegnato -Egli dice- nella legge più antica "non uccidere"; ora
impara ad allontanare dall'anima l'ira contro i tuoi simili". Egli,
infatti, non rifiutò del tutto l'ira. Qualche volta, in effetti, è
possibile far uso anche per il bene di questo impeto dell'anima. Quel
che il precetto reprime è essere adirato contro il fratello senza
nessuna finalità buona. Egli dice infatti: "Ognuno di coloro che si
adirano con il fratello invano" [Mt 5,22-24]. L'aggiunta "in vano"
mostra come sia opportuno, spesso, l'uso dell'ira, quando la passione
ribolle per la punizione del peccato. La parola della Sacra Scrittura
attesta che questa forma d'ira fu in Finea, quando con l'uccisione dei
trasgressori della legge placò la minaccia di Dio, mossa contro il suo
popolo [Nm 25,1ss]. E, ancora, il Signore va oltre la cura dei peccati
commessi per il piacere e con il precetto allontana lo stolto desiderio
dell'adulterio dal cuore. Così troverai che il Signore, negli
insegnamenti successivi, raddrizza tutte le cose, una per una,
opponendosi a ciascuna delle forme del vizio con i suoi precetti.
Proibisce di sfidare ingiustamente, non permettendo neppure
l'autodifesa. Bandisce la passione dell'avidità, ordinando a colui che è
stato derubato di spogliarsi anche di ciò che gli è rimasto. Egli cura
la paura comandando di essere sprezzanti contro la morte. Insomma,
troverai che, grazie a ciascuno dei precetti, la parola incisiva del
Signore come un aratro estirpa le radici malvage del peccato dal
profondo del nostro cuore; attraverso quei precetti è possibile
purificarsi dai frutti irti di spine. Il Signore, dunque, è benefattore
della nostra natura in entrambi i modi: sia perché ci promette il bene,
sia perché ci offre l'insegnamento utile per raggiungere lo scopo
propostoci. Se poi giudichi faticoso lo sforzo per il bene, paragonalo
al modo contrario di vita e scoprirai quanto sia più penoso il vizio, se
tu ti rivolgi non al presente, ma a ciò che accadrà dopo. Colui che
infatti abbia avuto notizia della geenna non si asterrà più con fatica e
sforzo dai piaceri peccaminosi, ma la sola paura instillata dai
ragionamenti, sarà sufficiente a bandire le passioni.
La condotta morale dell'uomo è sempre riflesso del "volto" di un altro:
o è quello del Padre, o è quello dell'avversario del Padre.
Piuttosto
è opportuno che chi considera ciò che è stato ascoltato insieme a ciò
che è taciuto, da lì concepisca più veemente il desiderio. Se infatti
beati sono i puri di cuore, miseri senza dubbio sono gli immondi di
spirito perché guardano il volto dell'avversario. Se poi l'impronta
divina stessa è impressa nell'esistenza virtuosa, è chiaro che la vita
viziosa diviene forma e volto dell'avversario. Ma, certamente, se Dio è
chiamato, seguendo considerazioni differenti, secondo ciascuna delle
cose che si concepiscono come bene: luce, vita, incorruttibilità ed ogni
concetto di questo genere, senza dubbio, per contrasto, ciò che si
oppone a ciascuno di questi concetti, sarà dedicato allo scopritore del
vizio: tenebre, morte, corruzione e tutte quelle cose che sono dello
stesso genere e simili a queste. Avendo dunque imparato attraverso cosa
prendono forma i vizi e la vita virtuosa, poiché ci è offerto di poter
scegliere liberamente per gli uni o per l'altra, fuggiamo la forma del
diavolo, deponiamo la maschera malvagia, riassumiamo l'immagine divina e
diventiamo puri di cuore per essere beati, poiché si è formata in noi
l'immagine divina per lo stile di vita puro, in Cristo Gesù nostro
Signore, a cui è la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
ORAZIONE SETTIMA
"Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio"
La promessa di divenire "figli" supera ogni aspettativa di felicità; l'assoluta proporzione tra natura divina ed umana.
Tutte
le cose che appartenevano al sacro tabernacolo della testimonianza, che
il legislatore preparò per gli Israeliti secondo le indicazioni che Dio
aveva dato sul monte, erano considerate, una per una, sante e sacre,
tutte quelle che fossero incluse all'interno del recinto. La parte più
interna, poi, chiamata "Santo dei Santi", era inaccessibile ed
impenetrabile. Io credo che questa enfatica creazione linguistica
indicasse che questa parte non partecipava della santità nello stesso
grado delle altre, ma che quella parte inaccessibile fosse tanto più
sacra e più pura delle parti sante intorno ad essa, quanto il consacrato
ed il santo differiscono dal comune e dal profano. Allo stesso modo io
credo che tutte le beatitudini che ci sono state mostrate su questo
monte sono sacre e sante, tutte quante, una per una il discorso divino
ci ha proposto e stabilito. Io credo, poi, che ciò che è proposto ora
alla nostra contemplazione sia veramente inaccessibile e "Santo dei
Santi". Se infatti il vedere Dio non ha nulla che lo superi nel bene, il
diventare figli di Dio è superiore ad ogni felicità. Che ingegnosa
trovata linguistica è mai? Quale significazione di nomi potrebbe
contenere il dono di una così grande promessa? Qualsiasi cosa si possa
concepire con la mente, ciò che viene presentato è del tutto superiore
ad essa. Qualora tu chiami ciò che è proposto dalla promessa della
beatitudine bene o valore sublime, ciò che si mostra è di più di quanto
spiegato dalle parole. L'esito felice supera le preghiere, il dono
supera la speranza, la grazia supera la natura. Che cos'è l'uomo se
valutato in confronto alla natura divina? Quale voce di profeta io
citerò, dalla cui testimonianza l'uomo risulti una cosa di poco conto?
Secondo Abramo è terra e cenere [Gen 18,27], secondo Isaia è erba [Is
11,6], secondo Davide non è neppure erba, ma simile all'erba [Sal 35,2].
Isaia dice infatti: "Tutta la carne è erba"; Davide invece: "L'uomo è
come erba". Secondo l'Ecclesiaste l'uomo è vanità [Qo 1,2]; secondo
Paolo è miseria [1Cor 15,19]. Con le stesse parole con cui definì se
stesso, l'apostolo commisera tutto il genere umano. Tutto ciò è l'uomo.
Dio, invece, cos'è? Come potrò dire che cos'è ciò che non è possibile né
vedere né ascoltare né comprendere con il cuore? Con quali parole ne
annunzierò la natura? Che esempio troverò, tra le cose conosciute, di
questo bene? Quali parole nuove conierò per significare ciò che è
indicibile e inesprimibile? Ho ascoltato la Scrittura, ispirata da Dio,
esporre grandi meraviglie intorno alla natura superiore, ma che cosa
sono esse in confronto a quella stessa natura? La parola della Scrittura
ha detto infatti quanto io potevo accogliere, non quanto ciò che si
manifesta è in se stesso. Come tra coloro che respirano l'aria, ciascuno
secondo la sua costituzione, c'è chi prende di più e chi meno d'aria,
tuttavia colui che ne ha trattenuta di più in se stesso non tiene dentro
di sé tutto l'elemento, ma ha preso dall'intero quanto poteva e
l'intero rimane tale, così anche i discorsi su Dio contenuti nella Sacra
Scrittura, che ci sono stati esposti dai profeti ispirati dallo Spirito
Santo, sono sublimi e grandi in confronto alla nostra mente, superiori
ad ogni grandezza, eppure non toccano la vera grandezza. "Chi misurerà
il cielo con un palmo -dice la Scrittura- l'acqua con la mano e tutta la
terra con un pugno?" [Is 40,12s]. Hai ammirato la magnificenza delle
parole di chi descrive la potenza indicibile? Ma che cosa sono queste
parole in confronto a ciò che veramente è? Il discorso profetico indicò
senza dubbio, in tali magnifiche espressioni, una parte dell'energia
divina, ma la potenza da cui l'energia deriva (per non dire la natura da
cui proviene la potenza) non la nominò né avrebbe potuto nominarla. Il
discorso profetico, anzi, riprende anche coloro che si rappresentano il
divino con delle congetture, quando proferisce tali parole (come
parlasse per bocca del Signore): "A chi mi potreste paragonare dice il
Signore?" [Is 40,25]. Lo stesso consiglio offre anche l'Ecclesiaste nei
propri discorsi: "Non ti affrettare a proferir parola di fronte alla
persona di Dio, perché Dio è in alto, in cielo, e tu sei in basso, sulla
terra" [Qo 5,1]; io credo che intendesse mostrare, attraverso la
distanza che tali elementi hanno uno rispetto all'altro, in che larga
misura la natura divina sorpassa i ragionamenti terreni.
La parentela con il divino è per l'uomo dono e non diritto di natura.
A
questa realtà, di tal genere e di tale grandezza, che non si può vedere
né ascoltare e di cui non si può ragionare, l'uomo, che è valutato un
nulla tra gli esseri, che è cenere, erba, vanità, è tuttavia reso
familiare, poiché è assunto a dignità di figlio di Dio dell'universo.
Quale ringraziamento l'uomo può trovar degno di questa grazia? Con quale
voce, con quale pensiero, con quale movimento interiore proclamerà la
sovrabbondanza della grazia? L'uomo eccede la sua natura divenendo da
mortale immortale, da caduco incorruttibile, da effimero eterno, in una
parola da uomo dio. Colui che è stato fatto degno di divenir figlio di
Dio avrà in sé la dignità del Padre ed è erede di tutti i beni paterni.
Oh, come è grande l'elargizione del ricco Signore, come è larga la sua
palma, magnifica la sua mano nel donare! Quanto grandi sono i doni degli
ineffabili tesori! Per amore dell'umanità egli ha condotto la natura
disonorata dal peccato quasi al suo stesso livello di onore. Se infatti
Egli dona agli uomini la somiglianza con ciò che Egli stesso è per
natura, che cos'altro promette se non una certa uguaglianza di onore
tramite la parentela? Questo dunque è il premio della gara, ma la gara
qual è? "Se sarai operatore di pace -dice il Signore- sarai coronato con
il dono dell'adozione".
Anche la condizione dell'adozione a figli - essere operatori di pace- è dono.
A
me pare che l'opera per cui è promessa una mercede tanto grande, sia un
altro dono. Che cos'è più dolce per l'uomo, tra le cose che egli
ricerca per trarne vantaggio, di una vita pacifica? Qualsiasi cosa tu
nomini tra le cose dolci di questa vita, essa ha bisogno di pace per
essere dolce. Se infatti ci fossero tutti i beni apprezzati nella vita:
ricchezza, buona salute, moglie, figli, casa, parenti, servitori, amici,
terra e mare che arricchiscono entrambi la proprietà, giardini, caccie,
bagni, palestre, ginnasii, luoghi destinati al divertimento giovanile e
tutto ciò che è stato inventato per il piacere; aggiungi a questi beni
anche i dolci spettacoli e i piacevoli canti e qualsiasi altra cosa
renda dolce la vita di coloro che vivono nella mollezza; se tutto ciò
fosse presente, ma fosse assente il bene della pace, che guadagno si
trarrebbe da quei beni, se la guerra recide la possibilità di godere di
essi? Perciò la pace stessa è dolce per coloro che vi partecipano e
addolcisce tutto ciò che è apprezzato nella vita. Anche se subissimo
qualche sventura, secondo la condizione umana, in tempo di pace, il male
contemperato al bene sarebbe più facile da sopportare. Quando invece la
guerra opprime la vita, siamo insensibili, in un certo qual modo, a
simili motivi di afflizione. Infatti la sventura comune sorpassa i
singoli motivi di dolore. E come dicono i medici per le afflizioni del
corpo, che, se due pene coincidono in un unico corpo, viene avvertita
solo quella più forte, mentre rimane latente, in un certo qual modo, il
dolore del male minore, dal momento che è stato occultato dal
sovrapporsi di quello più violento, così i mali della guerra, che
superano tutti gli altri per i dolori che arrecano, fanno sì che i
singoli siano insensibili alle proprie sventure. Se poi l'anima è come
intorpidita dall'avvertire le proprie disgrazie, abbattuta dai comuni
mali della guerra, come potrà avere sensibilità per i piaceri? Come
potrebbe dove ci sono armi e cavalli, spade acuminate e trombe
squillanti? Dove ci sono falangi irte di lance, scudi che si premono,
elmi con i pennacchi che si muovono paurosamente, dove ci sono
conflitti, scontri, lotte, battaglie, stragi, fughe, persecuzioni,
gemiti, ululati, terra impregnata di sangue, morti calpestati, ferite
tralasciate ed ogni altra cosa che è solita accadere nell'amara sventura
della guerra? Potrà forse, colui che è immerso in queste afflizioni
rivolgere il pensiero al ricordo di ciò che rende allegri? Se poi, in
qualche modo, il ricordo delle cose più piacevoli afferrasse l'anima,
non sarebbe forse una sventura in più il ricordo delle cose più amate
che si insinua nel pensiero al momento della disgrazia? Dunque, Colui
che ti paga la mercede se ti asterrai dai mali della guerra, ti ha fatto
due doni. Uno è costituito dal premio della gara, l'altro consiste
nella gara stessa. Così, anche se non fosse proposta nessun'altra
speranza oltre tale gara, la pace in se stessa sarebbe più preziosa di
ogni altra cura per gli uomini saggi. In questo è dunque possibile
riconoscere la sovrabbondanza dell'amore per l'uomo: Egli ha
ricompensato con dei beni non le fatiche e i sudori, ma, per così dire, i
godimenti e i diletti. Se dunque la pace è la principale tra le cose
che rendono lieti, Egli volle che fosse presente in ciascuno di noi in
tale misura che non solo ognuno ne avesse per sé, ma, dalla grande
sovrabbondanza, ne distribuisse anche a chi ne è privo. Dice infatti il
Signore: "Beati gli operatori di pace". Operatore di pace è colui che dà
pace ad un altro; nessuno potrebbe offrire ad un altro ciò che non ha
egli stesso. Egli vuole dunque che tu, prima di tutto, sia pieno di beni
della pace e così, in seguito, tu possa offrirli a coloro che sono
privi di tale possesso. E non è necessario che il discorso penetri in
una speculazione troppo profonda; ci è sufficiente, per il possesso del
bene, il pensiero a portata di mano.
Determinazione del concetto di pace.
"Beati
gli operatori di pace". Il discorso ci dona, in breve, una cura per
molti mali, includendoli uno per uno in questa parola comprensiva e più
generale. Pensiamo, prima di tutto a che cos'è la pace. Che cos'altro è
se non una disposizione amorosa verso il simile? Qual è dunque il
pensiero contrario all'amore? è l'odio, l'ira, l'irascibilità,
l'invidia, una persistente memoria delle offese ricevute, l'ipocrisia,
la calamità della guerra. Vedi di quanti e quali mali è rimedio una sola
parola? La pace, infatti, in eguale misura si contrappone ai mali di
cui si è parlato e provoca con la sua presenza l'estinzione del male.
Infatti, come la malattia scompare con il sopraggiungere della salute e
le tenebre non rimangono quando appare la luce, così quando appare la
pace si sciolgono tutte le passioni che sono connesse con lo stato
contrario. Io credo che non ci sia per nulla bisogno di procedere a
discorrere su quanto ciò sia bene. Tu stesso valuta quale sia la vita di
coloro che intrattengono rapporti di reciproco odio e sospetto, il cui
incontrarsi è spiacevole e le cui relazioni, tutte quelle che essi
intrattengono tra loro, sono nauseanti. Le bocche sono mute, gli occhi
sprezzanti e le orecchie sorde alla voce di colui che odia e di colui
che è odiato. A ciascuno di essi è caro ciò che non è caro all'altro. Al
contrario a ciascuno è straniera e nemica ogni cosa che all'avversario è
gradita. Come i soavi profumi rendono colma l'aria circostante della
loro fragranza, così il Signore vuole riempirti con sovrabbondanza del
dono della pace, così che la tua vita sia una cura per la malattia
altrui. Quanto sia grande tale bene lo riconoscerai più esattamente
valutando le sventure provocate da ciascuna delle affezioni che esistono
nell'anima per la volontà ostile.
Fenomenologia delle passioni contrarie alla pace.
Chi
potrebbe esporre adeguatamente le passioni che nascono dalla collera?
Quale discorso potrà descrivere l'indecente scompostezza a cui dà
origine simile malattia? Tu vedi comparire in coloro che sono dominati
dall'ira le passioni degli invasati. Considera, parallelamente, i
sintomi del demone e quelli dell'ira e quale sia la differenza tra di
essi. L'occhio di chi è posseduto da un demone è iniettato di sangue e
stravolto, la bocca malferma, aspri sono i suoni, acuta la voce e simile
ad un latrato. Questi sono i sintomi comuni dell'ira e del demone.
Inoltre il capo viene agitato con veemenza, le mani si muovono senza
senso, vi è una convulsione di tutto il corpo, i piedi sono instabili;
per entrambe le malattie, dunque, è unica la descrizione dei sintomi. I
due mali differiscono solo in quanto uno è volontario, l'altro capita
indipendentemente dalla volontà di coloro in cui si è insediato. Ma
quanto è più miserevole essere nella disgrazia seguendo la propria
passione, piuttosto che subirla contro la propria volontà? Inoltre chi
vide il male provocato da un demone certamente provò pietà; se invece lo
sconvolgimento era provocato dall'ira, chi lo vide contemporaneamente
lo imitò, giudicando che fosse una perdita non superare con la propria
passione colui che era caduto prima di lui in quella malattia. Inoltre,
il demone contorcendo il corpo dell'uomo affetto, limita a quello il
male, agitando a caso nell'aria le mani dell'invasato. Il demone
dell'ira, invece, non rende vani i movimenti del corpo. Infatti, dopo
che la passione ha preso pieno possesso dell'uomo ed il cuore ribolle
nel sangue poiché la nera bile, come dicono, si è diffusa dappertutto
nel corpo per l'affezione dell'ira, allora tutti gli organi di senso del
capo vengono costipati dai vapori compressi dentro. Gli occhi sporgono
da sotto i limiti delle palpebre fissando con uno sguardo iniettato di
sangue, come un drago, l'oggetto che provoca l'offesa: le viscere
trattenute provocano l'affanno; si gonfiano le vene del collo; la lingua
si ingrossa; la voce, essendosi stretta l'arteria, spontaneamente si fa
acuta; le labbra, per la diffusione di quella fredda bile, si
irrigidiscono, diventano nere ed hanno difficoltà al naturale aprirsi e
chiudersi, così che non possono contenere la saliva che riempie la
bocca, ma anzi la espellono insieme alle parole, poiché il suono
espresso sputa la spuma. Allora è possibile vedere muoversi le mani e i
piedi per effetto della malattia. Queste parti, però, non si muovono più
a caso, come succedeva per gli indemoniati, ma per danneggiare gli
uomini che vengono a conflitto tra loro a causa della malattia. Subito,
infatti, l'impeto di coloro che si percuotono vicendevolmente si dirige
verso le parti sensibili più vitali. Se per caso nel corso della lotta
la bocca si avvicina al corpo, i denti non rimangono inermi, ma
penetrano, come quelli di una fiera, nella carne di coloro che hanno
accostato. E chi potrebbe dire, uno per uno, tutti i mali che sono stati
generati dall'ira? Chi dunque impedisce simile indecenza dovrebbe
essere chiamato beato e degno di stima per il suo grandissimo beneficio.
Se infatti chi libera l'uomo da un fastidio relativo al corpo è da
ritenersi degno di stima per la sua opera buona, quanto più colui che ha
liberato l'anima da simile malattia dovrebbe essere ritenuto come il
benefattore della vita da coloro che hanno senno? Quanto l'anima vale
più del corpo, tanto chi medica l'anima è più onorevole di quelli che
curano i corpi. E nessuno creda che io ritenga il fastidio provocato
dall'ira il più grave tra i mali provocati dall'odio. A me pare che la
passione dell'invidia e dell'ipocrisia siano tanto più gravi di quella
appena ricordata, quanto è più terribile il male nascosto rispetto a
quello scoperto. Noi, infatti, temiamo più dei cani coloro in cui non vi
è neppure un latrato, che sia preavviso dell'ira, e il cui assalto non è
sospettabile dall'aspetto; al contrario essi sorvegliano la nostra
imprevidenza e la nostra sconsideratezza assumendo un atteggiamento mite
e mansueto. La passione dell'invidia e dell'ipocrisia è di tale natura
in coloro in cui si è insediata che, nel profondo del cuore l'odio, come
un fuoco, si alimenta nascostamente, mentre l'aspetto esteriore si
atteggia, per dissimulazione, ad amicizia. è come quando si nasconde un
fuoco sotto la paglia; finché esso corrode internamente, bruciando, ciò
che gli si offre, non produce della fiamma manifestamente, ma si
sviluppa un fumo dall'acre odore che è compromesso violentemente
all'interno; se però il fuoco incontra un alito di vento, si rinfocola
in una fiamma luminosa e manifesta. Così accade anche per l'invidia;
essa divora internamente il cuore, quasi fosse un fuoco che divora un
cumulo di paglia compressa, e nasconde per vergogna la malattia,
tuttavia non è possibile che resti nascosta perfettamente. L'amarezza
che proviene dall'invidia, con i sintomi relativi a quell'atteggiamento,
traspare come fumo dall'odore acre. Se capitasse una disgrazia
all'individuo che è oggetto di invidia, allora l'invidioso
manifesterebbe la malattia, tramutando in gioia e piacere il dolore
dell'altro. I segreti della passione, poi, finché sembrano rimanere
nascosti, sono denunziati dalle prove evidenti che risultano
dall'aspetto. Compaiono spesso, infatti, sul volto di chi è consumato
dall'invidia, i segni mortali propri dei disperati: occhi aridi
rientranti nelle palpebre disseccate, sopracciglia contratte, ossa che
traspaiono dalle carni. Ma qual è la causa della malattia? è il vivere
lieto del fratello, del familiare, del vicino. Che nuova ingiustizia!
Reclamare che non è afflitto dal dolore colui il cui benessere ci
provoca dolore! Perché l'invidioso non giudica l'ingiustizia dal fatto
di aver subito qualche offesa da quell'uomo, ma dal fatto che questo,
non essendo per nulla ingiusto, vive secondo i suoi desideri. "Che cosa
hai sofferto -gli direi- per che cosa ti sei consumato, guardando con
occhio aspro la prosperità del tuo vicino? Che cos'hai da
rimproverargli, forse che è bello fisicamente? Che ha il dono
dell'eloquenza? Che è più nobile di te? Che appare splendido per dignità
perché ha assunto una qualche carica? Che gli è sopraggiunta
un'abbondanza di beni? Che è autorevole per la prudenza delle sue
parole? Che è rispettato dai più per i suoi benefici? Che è reso famoso
dai suoi figli? Che è aiutato dai fratelli e allietato dalla moglie? Che
è magnifico per le rendite della casa? Perché queste cose ti feriscono
il cuore come punte di frecce? Batti le palme, intrecci le dita, ti
angusti con i ragionamenti, emetti gemiti profondi e dolorosi. Non trai
piacere dalla soddisfazione che ti offre il presente; amara è la tua
mensa, triste il focolare, pronto l'orecchio ad ascoltare la calunnia
sull'uomo fortunato. Se si dicesse qualche cosa di favorevole sulle sue
fortune, l'orecchio sarebbe chiuso all'ascolto del discorso. Se sei in
questo stato d'animo, perché rivesti la malattia con l'ipocrisia? In che
modo simuli la maschera dell'amicizia con una fittizia benevolenza?
Perché accogli con parole benevole l'altro, incoraggiandolo a stare bene
e in buona salute, imprecando in modo inesprimibile in te stesso il
contrario? Così era Caino che si infuriava per l'apprezzamento di cui
godeva Abele: interiormente l'invidia ordinava l'uccisione; la finzione,
poi, divenne il carnefice. Simulando un aspetto benevolo ed amichevole,
Caino condusse il fratello nel campo, lontano dall'aiuto dei genitori.
Così, in seguito, rivelò l'invidia con l'uccisione.
L'operatore di pace è imitatore di Cristo.
Colui,
dunque, che rigetta dalla vita umana simile malattia e, ricongiungendo
ciò che è della stessa specie, conduce gli uomini, con benevolenza e
pace, ad un'amorevole concordia, non compie forse un'opera veramente
degna di potenza divina, poiché bandisce i mali della natura umana e vi
introduce invece la comunione dei beni? Per questo il Signore chiama
l'operatore di pace "figlio di Dio", perché diviene imitatore del vero
Dio, che dona questi beni alla vita degli uomini. "Beati -dunque- gli
operatori di pace perché essi saranno chiamati figli di Dio". Chi sono
questi? Sono gli imitatori dell'amore divino per l'uomo, sono coloro che
mostrano nella propria vita ciò che è proprio dell'energia divina. Il
Signore e datore di tutti i beni annienta completamente tutto quanto non
ha affinità con la natura del bene ed è al bene estraneo. Il Signore
decreta che anche per te questo sia il compito: rigettare l'odio,
abolire la guerra, distruggere l'invidia, bandire la battaglia,
eliminare l'ipocrisia, estinguere il rancore che si consuma lentamente
nel profondo del cuore. Egli introduce, al posto di questi mali, quanto
rimane dopo l'abolizione del contrario. Infatti come al recedere delle
tenebre succede la luce, così al posto di ciascuno di questi mali,
subentra il frutto dello Spirito, l'amore, la gioia, la pace, la
benevolenza, e tutto ciò che è annoverato dall'Apostolo nel numero dei
beni. Come potrebbe non esser ritenuto beato il dispensatore e
l'imitatore dei doni di Dio, colui che conforma le sue buone azioni alla
munificenza divina?
La principale opera di pace è riportare la concordia nell'uomo tra corpo e spirito.
Forse,
però, la beatitudine non riguarda solo il bene altrui. Io credo che sia
chiamato operatore di pace per eccellenza, colui che riconduce ad un
pacifico accordo l'opposizione che egli vive in sé tra corpo e spirito e
la guerra interna alla sua natura; quando la legge del corpo, che
combatte la legge dello spirito, non sarà più operante, ma sarà
sottomessa ad un regno superiore, servirà i precetti divini. Tuttavia
non crediamo che il discorso ci suggerisca di ritener divisa in due la
vita degli uomini virtuosi; dopo che è stato rimosso il muro di
separazione della malvagità che era in noi, le due parti sono una, unite
dal giudizio comune per il meglio. Poiché dunque si crede che la natura
divina sia semplice, priva di composizione e sfuggente ad ogni
raffigurazione, qualora la natura umana, grazie all'opera di pace di cui
si è detto, sia al di là della duplice composizione e raggiunga
pienamente il bene, semplice e sfuggente ad ogni raffigurazione,
divenendo veramente una sola cosa, cosicché sia il medesimo soggetto ciò
che appare e ciò che è nascosto, allora veramente viene confermata la
beatitudine e tali uomini sono detti propriamente figli di Dio, essendo
stimati secondo la promessa del nostro Signore Gesù Cristo, a cui è la
gloria nei secoli dei secoli. Amen.
ORAZIONE OTTAVA
"Beati coloro che sono perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli".
La simbologia del numero otto.
L'ordine
della sublime dottrina dei precetti da imparare, conduce all'ottavo
gradino la presente considerazione del detto. Per prima cosa ritengo sia
conveniente comprendere con la ragione quale sia, presso il Profeta, il
mistero del numero otto che è proposto in due salmi, e poi che cosa
significhi la purificazione e la legislazione relativa alla
circoncisione, osservate entrambe, secondo la legge, nell'ottavo giorno.
Forse c'è qualche parentela tra questo numero e l'ottava beatitudine
che, quale vertice di tutte le beatitudini, è posta sulla sommità della
buona salita. Nei Salmi il Profeta indica con l'enigma del numero otto,
il giorno della resurrezione; la purificazione mostra il ritorno
dell'uomo, macchiato dal peccato, allo stato della naturale purezza e la
circoncisione mostra il rigetto delle pelli morte di cui ci rivestimmo
dopo la disobbedienza, poiché eravamo stati denudati della vita
soprannaturale; qui l'ottava beatitudine intende la reintegrazione nei
cieli di coloro che, caduti in schiavitù, sono ora chiamati di nuovo
dalla schiavitù al regno. "Beati i perseguitati per causa mia -dice
infatti il Signore- perché di essi è il regno dei cieli". Guarda il
termine della gara secondo Dio, la ricompensa delle fatiche, il premio
del sudore: l'esser fatti degni del regno dei cieli! La speranza di
felicità non vaga più attorno a qualche cosa di instabile e di soggetto
ad alterazioni. La terra, infatti, è luogo di ciò che muta e si altera;
non conosciamo nulla, invece, di ciò che appare e si muove in cielo, che
non rimanga uguale a se stesso, ma sappiamo che tutto ciò che è in
cielo compie la sua corsa in serie, secondo una ordinata
consequenzialità. Vedi dunque la sovrabbondanza del dono? Infatti la
grandezza della dignità non ci è stata elargita tra le cose che mutano,
perché nessun timore di cambiamento turbi le speranze migliori; dicendo
"regno dei cieli", invece, il Signore indica l'immutabilità e la
stabilità del dono che ci è dato sperare.
Il "regno dei cieli" è il dono promesso per ragioni diverse;
la "cospirazione" di tutte le cose e l'unità dello scopo come criteri dell'ermeneutica.
Ma
da quanto è stato detto mi sorgono questi dubbi: il primo è che il
Signore promette come dono, tanto al povero di spirito quanto ai
perseguitati per causa sua, di condurli ad un ugual fine. Se il loro
premio è lo stesso, evidentemente anche le loro gare sono uguali. In
secondo luogo, come può il Signore invitare nel regno dei cieli, quando
distingue gli uomini gli uni alla destra e gli altri alla sinistra del
Padre [Mt 25,31ss], indicando per simile onore ragioni diverse? Infatti,
mentre là il Signore propone la compassione, la mutua assistenza,
l'amore reciproco, non è fatta nessuna menzione né della povertà di
spirito, né della persecuzione a causa sua. Certamente, ad una
comprensione superficiale, queste cose sembrano molto differenti l'una
dall'altra. Che cosa c'è di comune, infatti, tra l'essere poveri e
l'essere perseguitati? E, di nuovo, questi due modi di essere si
accordano, in una qualche maniera, con i fini della compassione
caritatevole? Un uomo nutrì un bisognoso, vestì un ignudo, accolse un
viaggiatore sotto il suo tetto, portò le cure necessarie al malato e al
carcerato: queste azioni cos'hanno in comune con l'essere povero e
l'essere perseguitato, secondo il discorso di cui ci stiamo occupando?
Quest'uomo cura le sventure altrui, mentre ciascuno degli altri due, sia
il povero che il perseguitato, ha bisogno egli stesso di chi lo curi,
ma il fine per tutti e tre è lo stesso. Infatti, nello stesso modo, il
Signore conduce al cielo il povero di spirito, il perseguitato per causa
sua e coloro che mostrano compassione per il proprio simile. Che dire
dunque in proposito? Che tutte le cose si tengono insieme le une con le
altre, tendendo e cospirando insieme verso un solo scopo. La povertà,
infatti, è facile al mutamento, l'amore della povertà non è distante
dalla povertà stessa.
I paragoni tratti dal mondo degli atleti: l'arena dei martiri e la corsa della fede.
A
me pare, però, che sia conveniente indagare, prima di tutto, riguardo
al discorso presente, per considerare in seguito attentamente quale sia
l'accordo ed il senso di ciò che risulta dalla ricerca. "Beati i
perseguitati a causa della giustizia": perché e da chi perseguitati? Il
discorso che ci viene più facilmente alla mente, in proposito, ci mostra
l'arena dei martiri e ci indica l'arena della fede. L'inseguimento,
infatti, significa la forte tensione nella velocità di colui che corre;
tuttavia, sta anche ad indicare la vittoria nella corsa. Non è possibile
infatti che il corridore vinca in altro modo se non lasciandosi
indietro chi corre insieme con lui. Poiché dunque sia chi corre verso il
premio della chiamata superiore, sia chi è perseguitato a causa di
questo premio, ha ugualmente dietro la schiena l'uno il concorrente
rivale, l'altro il persecutore, e poiché questi sono coloro che portano a
termine la corsa del martirio, nelle gare della pietà, perché sono
inseguiti e non vengono presi, sembra che il Signore, nelle ultime
parole, abbia posto su di loro, come una corona, la principale delle
beatitudini proposte alla speranza. è davvero fonte di beatitudine,
infatti, essere perseguitati a causa del Signore. Perché? perché essere
scacciati dal male diviene motivo per stabilirsi nel bene. Infatti,
l'alienazione da ciò che è malvagio, è punto di partenza per la
familiarità con il bene; il bene, poi, che è al di là di ogni bene, è lo
stesso Signore verso cui corre chi è inseguito. Beato davvero, dunque, è
chi utilizza il nemico come collaboratore per il bene. Poiché infatti
la vita umana giace al confine tra il bene e il male come colui che è
decaduto dalla buona e sublime speranza si trova nel baratro, così colui
che è bandito dal peccato e alienato dalla corruzione partecipa della
giustizia e della incorruttibilità. Pertanto, poiché la persecuzione dei
martiri avviene ad opera dei tiranni, la forma in cui essa si
manifesta, a prima vista, è penosa per i sensi, ma lo scopo degli
avvenimenti trascende ogni beatitudine. Sarebbe meglio che noi
penetrassimo il senso del discorso con degli esempi. Chi non sa quanto
sia giudicato più penoso essere insidiati che essere amati? Spesso,
tuttavia, ciò che appare penoso, diviene per molti motivo di felicità
anche in questa vita, come mostra la storia di Giuseppe. Colui, infatti,
che fu insidiato dai fratelli e fu sottratto alla loro compagnia,
grazie alla sua vendita fu designato re di coloro che avevano tramato
contro di lui e non sarebbe forse giunto a tale dignità, senza che
l'invidia, grazie a quella insidia, non gli avesse aperto la strada al
regno. Se uno che conosceva il futuro avesse detto a Giuseppe: "Poiché
sei insidiato, sarai beato", di primo acchito non sarebbe apparso
credibile a colui che lo ascoltava e vedeva il doloroso presente (non
avrebbe creduto possibile, infatti, che fosse indicato come buono
l'esito di una scelta malvagia). Nello stesso modo, anche a proposito
del nostro discorso, la persecuzione condotta dai tiranni contro i
fedeli, essendo molto dolorosa per i sensi, rende difficile da
accettare, per coloro che hanno una mentalità più carnale, la speranza
del regno proposta loro tramite le pene. Ma il Signore, avendo previsto
la fragilità della natura, preannuncia ai più deboli qual è il termine
della gara, perché essi, con la speranza del regno, vincano facilmente
la temporanea sensazione di dolore.
La virtù umana come frutto della sinergia umano-divina nella simbologia della gara.
Per
questo il grande Stefano, lapidato da ogni parte, gioiva ed accoglieva
volentieri sul suo corpo, come una dolce rugiada, il lancio delle pietre
fitto come una nevicata e ricambiava con benedizioni gli uccisori,
pregando perché non fosse imputata loro la colpa, poiché aveva ascoltato
la promessa e vedeva che la speranza si accordava con ciò che si
manifestava. Avendo udito, infatti, che i perseguitati a causa del
Signore erano nel regno dei cieli, vide, mentre era perseguitato, ciò
che attendeva. Gli venne mostrata, infatti, mentre correva per la fede,
ciò che sperava: il cielo aperto, la gloria di Dio che si volge dalle
regioni ipercosmiche alla gara del corridore, Dio stesso a cui l'atleta
rende testimonianza nelle gare. La posizione dell'arbitro indica,
enigmaticamente, la sua alleanza con colui che gareggia, così,
attraverso questo, impariamo che colui che dispone le gare è lo stesso
che sta unito con i propri atleti contro l'avversario. Al concorrente a
cui è lecito avere l'arbitro come compagno di gara, che cosa potrebbe
dare maggior gioia che essere perseguitato per il Signore? Non è facile,
infatti, ed è forse impossibile che accada anche una sola volta,
preferire ai piaceri visibili di questa vita il bene invisibile, così
che uno possa scegliere con facilità o di essere espulso dalla casa, o
di essere separato dalla moglie, o dai figli, o dai fratelli, o dai
genitori, o dai propri simili, o da tutti i piaceri della vita, senza
che il Signore stesso collabori in vista del bene con lui, che è stato
chiamato in accordo con il piano divino. Infatti, come dice l'Apostolo
[Rm 8,30], colui che Dio ha conosciuto fin dall'inizio, lo ha anche
predestinato, chiamato, giustificato e glorificato. Poiché dunque
l'anima, tramite le sensazioni del corpo, è come connaturata ai piaceri
della vita e con gli occhi si diletta della bellezza della materia, con
l'udito è incline ai suoni piacevoli e, secondo quanto è proprio per
natura di ciascun senso, è predisposta all'odorato, al gusto e al tatto,
perciò dunque, l'anima, attaccata alle cose piacevoli della vita
tramite la potenza sensitiva, come ad un chiodo, è difficilmente
separabile dai piaceri insieme a cui è concresciuta, essendo ad essi
attaccata e, avvolta alla maniera delle testuggini e delle chiocciole
come da una copertura coriacea, è impedita in tali movimenti, poiché si
tira dietro l'intero peso dell'esistenza. Perciò, in questa situazione,
l'anima diviene facile preda dei persecutori o per la minaccia della
confisca dei beni, o per la privazione di qualcun'altra delle cose che
si cercano in questa vita, concedendosi con facilità nelle mani del
persecutore e sottomettendosi ad esso. Ma dopo che la Parola vivente,
che, come dice l'Apostolo [Eb 4,12], è più efficace e più tagliente di
qualsiasi spada a doppio taglio, è penetrata all'interno di colui che ha
accolto veramente la fede e ha reciso le parti cresciute male e i
legami dell'abitudine, allora costui, scrollandosi dalle spalle, come fa
un corridore, i piaceri del mondo, come fossero un peso che avvolge
l'anima, percorre nello stadio la pista della gara leggero ed agile,
utilizzando come guida lo stesso arbitro. Egli, infatti, non guarda
quanto lascia, ma ciò che ambisce; non rivolge l'occhio a ciò che di
piacevole si lascia alle spalle, ma corre con lo sguardo al bene
proposto; non si addolora per la perdita dei beni terreni, ma esulta per
il guadagno di quelli celesti; perciò accoglie prontamente ogni forma
di supplizio come mezzo e aiuto per la gioia promessa; il fuoco come
mezzo purificatore della materia; la spada come mezzo che scinde
l'unione formatasi tra la mente e ciò che è materiale e carnale; egli
accoglie volentieri tutto ciò che può essere escogitato di penoso e di
doloroso, come fosse un antidoto al veleno malvagio e nocivo del
piacere. Come le persone che abbondano di secrezioni e i biliosi bevono
l'antidoto amaro con prontezza perché elimini la causa della malattia,
così colui che è perseguitato dal nemico e fugge verso Dio, accoglie le
prove dolorose, perché sono il mezzo che estingue l'energia dettata dal
piacere: infatti non è possibile che si rallegri colui che è nel dolore.
Poiché il peccato è stato introdotto dal piacere, per questo sarà
cacciato dal suo contrario. Dunque coloro che perseguitano degli altri
uomini a causa della loro confessione di fede nel Signore ed escogitano
dei supplizi insopportabili, offrono, tramite le pene, una medicina alle
anime, curando la malattia contratta a causa del piacere con l'assalto
delle prove. Così Paolo accoglie la croce, Giacomo la spada, Stefano le
pietre, il beato Pietro la crocifissione a testa in giù e tutti i santi
atleti che li seguirono accettarono con gioia le varie forme di
supplizio (fiere, baratri, roghi, congelamenti, carni strappate dai
fianchi, teste trafitte dai chiodi, occhi cavati, dita tagliate, corpi
divisi in due a partire dalle gambe, consunzione per fame ed ogni altra
simile forma di supplizio) come mezzo di purificazione dal peccato, così
da non lasciare alcuna traccia impressa nel cuore dal piacere, poiché
questa dolorosa ed aspra sensazione cancella tutti i segni impressi
nell'anima dal piacere.
Essere perseguitati dai mali significa diventare ad essi estranei ed accedere alla libertà del regno.
"Beati
-dunque- i perseguitati per causa mia". Questa espressione, poi, ha un
significato di tal genere (perché possiamo comprendere anche l'altro
discorso), come se qualcuno desse la parola alla salute e quella
rispondesse: "Beati coloro che si separano dalla malattia grazie a me.
L'estraneità ai dolori, infatti, fa sì che dimorino in me tutti coloro
che una volta furono malati". Così ascoltiamo questa espressione, come
se la vita stessa ci gridasse simile beatitudine: "Beati i perseguitati
dalla morte per causa mia"; come se la luce dicesse: "Beati i
perseguitati dalle tenebre per causa mia". Nello stesso modo
parlerebbero la giustizia, la santità, l'incorruttibilità, la bontà ed
ogni concetto di ciò che è pensato e detto in riferimento al meglio.
Immagina che colui che è il Signore, per quanto possa essere pensato, ti
dica: "Beato è chiunque viene respinto dalle cose contrarie alle
precedenti: corruzione, tenebre, peccato, ingiustizia, avidità, da
ciascuna di quelle cose, insomma, che si oppongono alle parole, alle
azioni, ai pensieri virtuosi. Essere fuori dai mali, infatti, significa
essere stabilito tra i beni". "Chi fa il peccato è schiavo del peccato"
dice il Signore [Gv 8,34]. Dunque, chi ha lasciato il padrone che
serviva, agisce con la dignità di uomo libero. La più alta forma di
libertà è essere padroni di se stessi. La dignità del regno, poi, non ha
nessuna tirannia sopra di sé. Se è dunque padrone di se stesso chi è
estraneo al peccato, se poi è caratteristica propria del regno avere la
completa padronanza e signoria su di sé, di conseguenza è da stimarsi
beato colui che è perseguitato dal male, poiché quella persecuzione gli
procura la dignità regale. Non ci addoloriamo, dunque, fratelli, quando
siamo cacciati da ciò che è terrestre: chi viene esiliato da qui, vive
nelle dimore regali del cielo. Questi sono i due elementi del creato
dati in sorte alla vita della natura razionale: terra e cielo; La terra è
il luogo di coloro a cui è toccata in sorte la vita nella carne; il
cielo è il luogo degli esseri incorporei. è del tutto necessario che la
nostra vita si svolga in qualche luogo: se non siamo cacciati dalla
terra, rimaniamo senza dubbio su di essa; se ce ne andiamo di qui,
saremo stabiliti in cielo. Vedi tu a che cosa porta la beatitudine che è
divenuta per te strumento che ti procura, attraverso il dolore
apparente, un bene così grande? Pensando a ciò, anche l'Apostolo dice:
"Ogni disciplina educativa, nel presente, non sembra essere motivo di
gioia, ma di dolore; in seguito, però, porta un dono di pace e di
giustizia a coloro che si sono addestrati grazie ad essa" [Eb 12,11].
Dunque l'afflizione è fiore dei frutti sperati. Cogliamo dunque anche il
fiore, per avere il frutto! Lasciamoci inseguire per correre! Correndo
non corriamo invano, ma sia la nostra corsa indirizzata al premio della
nostra superiore vocazione; così corriamo per prendere.
Cristo stesso è arbitro e premio della gara della fede.
Ma
cos'è ciò che vien preso? Qual è il premio? Quale la corona? A me pare
che ciascuna delle cose che speriamo non sia null'altro che il Signore
stesso. Lui è l'arbitro tra coloro che gareggiano e la corona di quelli
che vincono; Lui divide l'eredità ed è Egli stesso la buona eredità; Lui
è la porzione ed è Colui che ti dona la porzione; rende ricchi ed è Lui
stesso la ricchezza; ti indica il tesoro ed è Lui stesso il tesoro per
te. Lui ti conduce a desiderare la bella perla e si offre in vendita a
te che ti adoperi in un giusto commercio. Per guadagnarlo, dunque, come
si fa in piazza, scambiamo ciò che non abbiamo con ciò che abbiamo. Se
siamo perseguitati, perciò, non ci affliggiamo, ma piuttosto
rallegriamoci, perché grazie all'allontanamento dagli onori terreni
siamo sospinti al bene celeste, secondo la promessa di Colui che dice
che sono beati i perseguitati per causa sua, poiché il regno dei cieli è
loro, per grazia del Signore nostro Gesù Cristo, a Lui è la gloria e la
potenza nei secoli dei secoli. Amen.