Mi scuserete, se mi permetto anch’io di commentare il voto di domenica scorsa. Sarà vero che i grillini del movimento Cinque stelle non hanno ottenuto il boom sperato, e forse che Pdl non è stato sconfitto come ci si aspettava e in fondo meritava (ha perso le elezioni, però poteva perderle anche peggio!); sarà vero che c’è stato l’astensionismo ma che in fondo potevano astenersi in molti di più… Non potrei immaginare una reazione più lontana dalla realtà di questi commenti “lunari” del giorno dopo. I nostri politici – le stesse facce da dieci, venti, trent’anni – non sembrano aver percepito (o se l’hanno percepito fan finta di niente) la distanza ormai siderale che esiste tra la maggior parte di loro e il Paese reale.
Le furbate sul finanziamento pubblico ai partiti, i tagli ai privilegi che non si fanno, la mancanza di segnali concreti di un cambiamento di rotta, provocano disaffezione, rabbia, astensionismo. Si ha un bel dire a condannare “l’antipolitica”. A parte il fatto che Grillo non andrebbe iscritto in questa categoria – non ho alcuna simpatia per il suo populismo, ma il suo movimento non ha tentato colpi di stato, si è candidato alle elezioni ed è stato liberamente votato – trovo tragico che l’attuale classe dirigente del Paese, dopo anni di performances del tutti contro tutti, dell’arroganza del potere, degli sprechi e delle leggi ad personam, non abbia ancora capito che se vuole sopravvivere, deve cambiare non soltanto le prime, ma anche le secondo file e cominciare a pensare a qualcosa che sembra non esistere più nell’orizzonte di chi fa politica: il bene comune. Il bene comune, non i soldi e il potere.
Di fronte a ciò che sta accadendo, i cattolici hanno qualche cosa da dire e da proporre? Li abbiamo visti (penosamente) accapigliarsi in Tv per giustificare il bunga bunga spiegandoci che non bisogna essere moralisti, presentarsi narcisisticamente come il meglio del meglio quando ci sarebbe stato bisogno di un po’ d’umiltà (la Lombardia ne sa qualcosa); li abbiamo visti sgomitare, in nome di una superiorità morale, per salvare le loro nicchie di potere all’interno di partiti dove risultano ininfluenti e dove albergano, invece, concezioni dell’uomo distantissime da quella cristiana. Li abbiamo visti, infine, rincorrere il sogno di tornare a essere ago della bilancia, centristi-terzisti, in un Paese che sembra ormai aver riscoperto il suo Dna bipolare.
E i cattolici che cos’hanno da dire? La loro storia, il loro patrimonio d’idee, lo straordinario vissuto di opere sociali che cent’anni fa li aveva resi protagonisti di un movimento radicato nel territorio, capace di rispondere ai bisogni concreti della gente, possono essere ancora una risorsa? Sono ancora capaci di elaborare un progetto per il Paese, come hanno fatto in altre epoche, certamente non meno difficili della nostra, e di incarnarlo ad ogni livello, compreso quello politico e istituzionale? O ci si deve rassegnare a essere portabandiera di alcuni valori mettendosi però sempre al servizio di progetti costruiti da altri, perché non si può far che così?
Sono domande alle quali non pretendo certo di dare risposte. So bene che i De Gasperi non nascono ad ogni generazione. Ma non si tratta qui soltanto della nostalgia per politici che cercavano di essere santi. C’è – soprattutto – la nostalgia per i tempi in cui i cattolici sapevano fare rete e soprattutto elaborare proposte a tutti i livelli, capaci di incidere e di lasciare un segno. La nuova generazione di politici cattolici, tanto invocata da Benedetto XVI e dal cardinale Angelo Bagnasco, credo stenterà a sorgere fintanto che si penserà più ai posti in lista per tizio o caio, invece che alle idee e ai progetti da mettere in campo.
La straordinaria esperienza dell’immediato dopoguerra, che vide i cattolici protagonisti insieme ai socialcomunisti e ai repubblicani nell’elaborazione della Costituzione in un clima di reale collaborazione con forze diverse, fu reso possibile dal fatto che negli anni della dittatura fascista c’erano nella Chiesa figure autorevoli, come Giovanni Battista Montini, capaci di formare – dietro le quinte, nella cura pastorale degli universitari – quella che sarebbe stata la nuova classe dirigente del Paese. Oggi non si vedono i De Gasperi, e a dire il vero neanche i Montini. Ma di facce nuove che incarnino una proposta politica fondata sulla dottrina sociale della Chiesa ci sarebbe davvero bisogno, secondo me. (A. Tornielli)
Fonte: Sacri Palazzi