Oggi 5 agosto celebriamo la
XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno B |
La speranza della vita
è il principio e il termine della nostra fede
Dalla «Lettera», detta di Barnaba (Capp. 1, 1 - 2, 5; Funk 1, 3-7)
Salute a voi nella pace, figli e figlie, nel nome del Signore che ci ha amato. Grandi e copiosi sono i favori che Dio vi ha concesso. Per questo molto mi rallegro sapendo quanto le vostre anime siano belle e liete per la grazia e i doni spirituali che hanno ricevuto. Ma ancora maggiore è la mia gioia sentendo nascere in me una viva speranza di salvezza nel vedere con quanta generosità la sorgente divina abbia effuso su di voi il suo Spirito. Davvero splendido lo spettacolo che avete offerto alla mia vista! Persuaso di essermi avvantaggiato, molto nella via santa del Signore parlando con voi, mi sento spinto ad amarvi più della mia stessa vita, anche perché vedo in voi grande fede e carità per la speranza della vita divina. Per l'amore che vi porto voglio mettervi a parte di quanto ho avuto, sicuro di ricevere beneficio dal servizio che vi rendo. Vi scrivo dunque alcune cose perché la vostra fede arrivi ad essere conoscenza perfetta. Tre sono le grandi realtà rivelate dal Signore: la speranza della vita, inizio e fine della nostra fede; la salvezza, inizio e fine del piano di Dio; il suo desiderio di farci felici, pegno e promessa di tutti i suoi interventi salvifici. Il Signore ci ha fatto capire, per mezzo dei profeti, le cose passate e presenti, e ci ha messo in grado di gustare le primizie delle cose future. E poiché vediamo ciascuna di esse realizzarsi proprio come ha detto, dobbiamo procedere sempre più sulla via del santo timore di Dio. Per parte mia vi voglio indicare alcune cose che giovino al vostro bene già al presente. Vi parlo però non come maestro, ma come fratello. I tempi sono cattivi e spadroneggia il Maligno con la sua attività diabolica. Badiamo perciò a noi stessi e ricerchiamo accuratamente i voleri del Signore. Timore e pazienza devono essere il sostegno della nostra fede, longanimità e continenza le nostre alleate nella lotta. Se praticheremo queste virtù e ci comporteremo come si conviene dinanzi al Signore, avremo la sapienza, l'intelletto, la scienza e la conoscenza. Queste sono le cose che Dio vuole da noi. Il Signore infatti ci ha insegnato per mezzo di tutti i profeti che egli non ha bisogno di sacrifici, né di olocausti, né di offerte. Che m'importa, dice, dei vostri sacrifici senza numero? Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Non presentatevi nemmeno davanti a me per essere visti. Infatti chi ha mai richiesto tali cose dalle vostre mani? Non osate più calpestare i miei atri. Se mi offrirete fior di farina, sarà vano; l'incenso è un abominio per me. I vostri noviluni e i vostri sabati non li posso sopportare (cfr. Is 1, 11-13). |
MESSALE
Antifona d'Ingresso Sal 69,2.6
O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto, in mio aiuto. Sei tu il mio soccorso, la mia salvezza: Signore, non tardare. Colletta Mostraci la tua continua benevolenza, o Padre, e assisti il tuo popolo, che ti riconosce suo pastore e guida; rinnova l'opera della tua creazione e custodisci ciò che hai rinnovato. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo...
Oppure:
O Dio, che affidi al lavoro dell'uomo le immense risorse del creato, fa' che non manchi mai il pane sulla mensa di ciascuno dei tuoi figli, e risveglia in noi il desiderio della tua parola, perché possiamo saziare la fame di verità che hai posto nel nostro cuore. Per il nostro Signore Gesù Cristo... LITURGIA DELLA PAROLA Prima Lettura Es 16,2-4.12-15 Io farò piovere pane dal cielo per voi. Dal libro dell'Esodo
In quei giorni, nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mose e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d'Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».
Allora il Signore disse a Mose: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà à raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: "Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio"».
La sera le quaglie salirono e coprirono l'accampamento; al mattino c'era uno strato di rugiada intorno all'accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c'era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l'un l'altro: «Che cos'è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosedisse loro: «E il pane che il Signore vi ha dato in cibo».
Salmo Responsoriale Dal Salmo 77 Donaci, Signore, il pane del cielo.
Ciò che abbiamo udito e conosciuto
e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto.
Diede ordine alle nubi dall'alto
e aprì le porte del cielo;
fece piovere su di loro la manna per cibo
e diede loro pane del cielo.
L'uomo mangiò il pane dei forti;
diede loro cibo in abbondanza.
Li fece entrare nei confini del suo santuario,
questo monte che la sua destra si è acquistato.
Seconda Lettura Ef 4, 17. 20-24Rivestite l'uomo nuovo, creato secondo Dio. Dalla lettera di san Paolo apostolo agli EfesiniFratelli, vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri. Voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l'uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Canto al Vangelo Mt 4,4b Alleluia, alleluia.Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Alleluia. Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: "Diede loro da mangiare un pane dal cielo"». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mose che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». Parola del Signore. |
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COMMENTI
La liturgia della domenica di questo Tempo Ordinario interrompe la lettura del Vangelo di Marco per iniziare la lettura del capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, legato al segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci e al discorso sul “Pane di vita”, che accompagnerà il cammino delle prossime sei domeniche.
In un continuo intrecciarsi di simboli e di allusioni, Giovanni mette in risalto il significato della presenza di Cristo, che è garanzia di salvezza. Il dono del pane, “segno” insuperabile della presenza stessa di Cristo, è conseguenza della compassione che il Signore prova per la folla rimasta sola, “come pecore senza pastore” (XVI domenica T.O.). È da quella compassione che è generato il pane, il dono che Gesù fa di sé per la vita del mondo.
L’amore per il destino ultimo dell’uomo suscita l’audacia di Dio che si serve dell’uomo stesso, per realizzare tutto il suo disegno di salvezza. “Dove possiamo comprare il pane…?”: nella domanda rivolta a Filippo, Gesù non pone una questione di ordine pratico (il pane da mangiare), ma tenta di suscitare tutta la fiducia che l’Apostolo può e deve riporre nel Suo Signore.
“Dove”, indica l’origine, la natura (da dove). Come Nicodemo che non sa da dove viene il vento (3,8), la samaritana di dove viene l’acqua (4,11), il maestro di tavola di dove viene il vino buono (2,9).
Basterebbe poco, da parte di Filippo e degli altri, basterebbe uno sguardo profondo su quell’uomo che guarda la folla e guarda loro, basterebbe dire: “Tu, solo Tu, puoi dare da mangiare loro, saziando la loro fame!”
La preoccupazione di Filippo, di calcolare una cifra spropositata per loro, di risolvere il problema in quell’istante, lo distrae da quella straordinaria Presenza, lo distrae dall’unica risposta possibile: Gesù.
Il peccato della distrazione è un peccato che allontana dalla possibilità di una potenza che si mette in atto di fronte a tutti i bisogni nostri. Basta riconoscere il “Tu” di Cristo, per comprendere “dove trovare il pane”.
Quanto questo peccato è ricorrente di fronte all’Eucarestia?
Ciò che offre il ragazzino sembra inutile, inadeguato, seppure di un rilevante richiamo biblico (i pani d’orzo di Eliseo in 2Re 4,42-44; la somma dei cinque pani e due pesciolini è il numero dei giorni della creazione…), ma pare non bastare.
Per l’occhio dell’uomo bisogna avere di più, per il cuore di Dio basta quel poco per la sovrabbondanza. È la Provvidenza!
E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Il comando di Gesù ai discepoli contiene in sé un rimando alla preziosità di quel pane, che ha sfamato la folla. Raccogliere i pezzi avanzati è un’operazione che richiede grande cura e soprattutto il riconoscimento di un valore. Quei pezzi avanzati sono l’immagine corporea del fatto che ogni grazia concessa dal Signore non è commisurata alla capacità ricettiva dell’uomo, ma la supera incommensurabilmente.
Quelle dodici ceste di pezzi avanzati diventano così il segno della grande abbondanza che viene da Dio e della fame che dobbiamo avere della grazia divina, dell’opera di Dio nella nostra vita.
“Senza di Te, o Dio, nulla esiste di valido e di santo …” (Colletta), la Madonna, Vergine, nel cui grembo ogni abbondanza è stata riversata, faccia affiorare sulle nostre labbra e nel nostro cuore questa certezza.
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2. Enzo Bianchi
«Quando la folla vide che Gesù non era più là, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù». Il giorno prima, di fronte al segno della moltiplicazione dei pani compiuto da Gesù, la gente voleva acclamarlo re; Gesù allora si era ritirato sulla montagna (cf. Gv 6,15), perché solo con questo suo sottrarsi ad attese mondane poteva insegnare che egli è un Messia «altro», che il suo regno non è di questo mondo (cf. Gv 18,36).
La folla però persiste in questa sua ricerca ostinata di Gesù e, trovatolo aldilà del mare di Galilea, gli chiede: «Rabbi, quando sei venuto qui?». Ma il vero problema non è sapere quando Gesù sia giunto in questo luogo, bensì interrogarsi sulle motivazioni profonde per cui lo si cerca. Ed è lo stesso Gesù a mettere a nudo questa differenza cruciale, ri-orientando la «fame» della gente: «in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati». Egli vuole spostare l’attenzione di queste persone, chiedendo loro di mutare il loro bisogno di cibo in desiderio di un altro cibo, quello che viene da Dio: «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà». Come sempre nel quarto vangelo, occorre passare dalla visione del segno alla contemplazione nella fede di chi lo ha compiuto, Gesù, l’Inviato di Dio, «colui sul quale Dio ha posto il suo sigillo».
Udite queste parole, la folla entra in dialogo con Gesù, ma con un atteggiamento di fondo sviante, come se la salvezza fosse qualcosa che l’uomo deve conquistare facendo opere meritorie: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». Gesù allora ribadisce nuovamente che all’uomo è chiesto solo di saper accogliere un dono, di rispondere con la fede al dono per eccellenza fatto al mondo dal Padre, quello del Figlio amato: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato». L’evangelista del resto lo aveva già detto, commentando l’incontro tra Gesù e Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16)…
E questa fede nasce dall’ascolto obbediente di Gesù, proprio quello che la folla qui non riesce a compiere, rifugiandosi invece ancora una volta nella pretesa di avere da lui dei segni, dei «miracoli» capaci di rassicurare con la loro evidenza: «Quale segno tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi?». Anzi, questa volta i giudei rivestono le loro parole di un’aura religiosa, sacrale, ricordando a Gesù l’evento straordinario della manna donata a Israele nel deserto (cf. Es 16,11-36); e per rendere ancora più solenne la loro richiesta citano un versetto del salmo: «Diede loro da mangiare un pane dal cielo» (Sal 78,24).
Gesù, lui sì, sa porsi in ascolto dei suoi interlocutori, si sforza di partire dalle loro parole per convertire i loro sguardi e condurre alla fede i lori cuori. Essi hanno parlato della manna e, a questo proposito, Gesù li fa risalire dal dono al Donatore: «non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero». Insomma, la manna era un cibo che nutriva i corpi, ma restava un cibo che perisce; per gli occhi illuminati dalla fede poteva però essere un segno, il segno che rimandava alla realtà del pane vero: «il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
A questo punto la folla, che sembra incominciare a compiere quel movimento interiore indicatole da Gesù, gli chiede: «Signore, dacci sempre questo pane», così come la donna samaritana, colpita dalla sua autorevolezza, gli aveva detto: «Signore, dammi di quest’acqua perché non abbia più sete e non continui a venire al pozzo ad attingere» (Gv 4,15). Gesù, in risposta, consegna la rivelazione centrale di questo capitolo sesto: «Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete». Essa sarà poi ulteriormente precisata da un lungo discorso che mediteremo nelle prossime domeniche, in cui Gesù farà il grande annuncio eucaristico, concludendolo con queste parole: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,51.58).
Ma dalla pagina evangelica odierna emerge per noi con chiarezza una semplice domanda: sappiamo ascoltare in profondità Gesù e, soprattutto, lasciare che sia lui a orientare la nostra ricerca? Questo è il modo più concreto e quotidiano per sperimentare che è lui il pane, il nostro vero nutrimento, ora e poi per la vita eterna.
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3. Luciano Manicardi
La storia di salvezza è costellata da doni di Dio: la manna nel deserto ne è uno dei più significativi. Al popolo che contestava l’esodo stravolgendo quel percorso di liberazione e salvezza in cammino di morte, Dio risponde con il dono quotidianamente rinnovato di “manna” che narra la costanza della bontà e della premura divina per il suo popolo (I lettura). Nel suo discorso nella sinagoga di Cafarnao, Gesù fa un’esegesi autorevole del dono della manna invitando a passare da Mosè e dal passato a Dio e alla sua azione nell’oggi: “Non Mosè vi ha dato, ma il Padre mio vi dà” (Gv 6,32). Il discorso diviene così rivelazione di Gesù quale “pane di Dio che dà la vita al mondo” (Gv 6,33).
Vi è una ricerca di Gesù le cui motivazioni sono discutibili, anzi, sono criticate da Gesù stesso. Una ricerca che fa di Gesù colui che soddisfa un bisogno, che colma un vuoto, che sazia una mancanza, e che dunque rinchiude l’uomo nelle proprie necessità senza aprirlo aldesiderio. Questa ricerca è centrata sul bisogno dell’uomo, non sulla gratuità di Dio, e il suo orizzonte resta quello del presente, senza aprirsi alla novità e al futuro di Dio. Questa ricerca resta nella logica della pretesa, e si amputa la dimensione della speranza. Il passaggio che Gesù chiede di fare, dicendo “Operate”, “Datevi da fare”, “Mettetevi all’opera per il cibo che non perisce, ma che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27), è dalla logica del bisogno a quella del desiderio. E il desiderio è per sua definizione inesauribile, essendo il senso che seduce il desiderio. La ricerca del Signore è chiamata a diventare desiderio di Dio. Il desiderio è costitutivamente segnato da una non pienezza, e si interessa al Donatore più che ai doni. Il desiderio cerca la relazione e si apre alla libertà dell’altro.
Richiesti di operare per il cibo che non perisce, gli interlocutori di Gesù gli chiedono che cosa debbano fare per compiere le opere di Dio (cf. Gv 6,28). La risposta di Gesù spiazza la domanda attuando il passaggio dalle molte opere all’unica opera, e addirittura identificando l’unica opera con la fede: l’opera è la fede! L’opera di Dio, cioè che consente a Dio di operare nell’uomo, è la fede, “credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). La risposta di Gesù spiazza anche le dicotomie e le sterili contrapposizioni che spesso affliggono i cristiani: tra fede e opere, tra dimensione verticale e dimensione orizzontale, tra contemplazione e azione, tra servizio e preghiera. In verità la fede à l’unica cosa necessaria. Il problema non si situa dunque sul piano del “che fare?”, ma del “chi sono?”: il cristiano è anzitutto un credente. Uno che fa della fede la propria responsabilità, il proprio lavoro, la propria fatica, la propria lotta. In una parola: la propria opera quotidiana.
In quell’“operare per il dono” vi è anche l’equilibrio trasforzo e grazia, tra tensione umana e dono divino: si tratta di disporre tutto se stessi per essere pronti a ricevere il dono di Dio, aperti alla sua azione.
Ora, il Cristo nutre il credente anzitutto essendo Lógos, rivelazione di Dio, Sapienza, Parola. Come già la manna nell’Antico Testamento era pedagogia divina affinché i figli d’Israele capissero che “l’uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3), così ora, Gesù, quale pane di Dio, è cibo celeste, parola che dà vita, rivelazione di Dio. Il capitolo sesto di Giovanni mostraGesù quale pane di vita nel duplice senso di parola di Dio e di cibo e bevanda eucaristici (questo, soprattutto nella sezione eucaristica di tale discorso: vv. 51c-58). Anche la parola di Dio è nutrimento (si pensi alla tradizione patristica, ripresa dal Concilio Vaticano II, della mensa della Parola e dell’Eucaristia). Mangiare la parola (della Legge: Sal 119,103; profetica: Ger 15,16; Ez 2,8-3,3; sapienziale: Pr 9,1-6; 24,13-14; Sir 24,19-21) è accogliere il dono di Dio, assimilare la sua volontà, entrare nella sua vita lasciando che la sua vita entri in noi e ci trasformi.
Ora, il Cristo nutre il credente anzitutto essendo Lógos, rivelazione di Dio, Sapienza, Parola. Come già la manna nell’Antico Testamento era pedagogia divina affinché i figli d’Israele capissero che “l’uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3), così ora, Gesù, quale pane di Dio, è cibo celeste, parola che dà vita, rivelazione di Dio. Il capitolo sesto di Giovanni mostraGesù quale pane di vita nel duplice senso di parola di Dio e di cibo e bevanda eucaristici (questo, soprattutto nella sezione eucaristica di tale discorso: vv. 51c-58). Anche la parola di Dio è nutrimento (si pensi alla tradizione patristica, ripresa dal Concilio Vaticano II, della mensa della Parola e dell’Eucaristia). Mangiare la parola (della Legge: Sal 119,103; profetica: Ger 15,16; Ez 2,8-3,3; sapienziale: Pr 9,1-6; 24,13-14; Sir 24,19-21) è accogliere il dono di Dio, assimilare la sua volontà, entrare nella sua vita lasciando che la sua vita entri in noi e ci trasformi.
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Dalla Tradizione Patristica
S. Agostino
Trattati sul Vangelo di Giovanni
OMELIA 25
Sono disceso per fare la volontà di colui che mi ha mandato.
Cristo è venuto ad insegnarci l'umiltà, facendo non la sua volontà, ma la volontà di colui che lo ha mandato. Accostiamoci a lui, penetriamo in lui, incorporiamoci a lui, in modo da fare non la nostra volontà, ma la volontà di Dio. E così egli non ci caccerà fuori, perché siamo membra sue, perché egli ha voluto essere il nostro capo insegnandoci l'umiltà.
1. La lezione che oggi dobbiamo commentare è la continuazione della lezione evangelica di ieri. Compiuto il miracolo con cui Gesù nutrì cinquemila persone con cinque pani, le turbe si entusiasmarono e cominciarono a dire che quello era il grande profeta che doveva venire nel mondo. E l'evangelista così prosegue: Ma Gesù, saputo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo solo, sul monte (Gv 6, 15). Questo ci fa capire che il Signore, che stava seduto sul monte con i suoi discepoli, vedendo le turbe che venivano a lui era disceso dal monte e aveva nutrito le turbe giù in basso. Come avrebbe potuto, infatti, ritirarsi di nuovo sul monte se prima non ne fosse disceso? C'è un significato nel fatto che il Signore scese dal monte per nutrire le turbe. Le nutre e poi risale.
2. Ma perché si ritirò sul monte quando si accorse che lo volevano rapire per farlo re? E come? non era già re, lui che temeva di diventarlo? Sì, era re: ma non di quelli che vengono proclamati dagli uomini, bensì tale da elargire il regno agli uomini. Non ci suggerisce anche qui qualcosa Gesù, le cui azioni sono parole? Il fatto che volevano rapirlo per farlo re, e che, perciò, egli, tutto solo, si ritirò sul monte; questo fatto non ci dice nulla, non ci suggerisce nulla, non ha nessun significato per noi? Rapirlo, significava forse voler prevenire il tempo del suo regno? Egli non era venuto, per regnare subito: regnerà in futuro; ed è per questo che noi diciamo: Venga il tuo regno (Mt 6, 10). Certo, da sempre egli regna insieme con il Padre in quanto è Figlio di Dio, Verbo di Dio, Verbo per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose. Ma i profeti avevano predetto il suo regno anche in quanto è Cristo fattosi uomo, e in quanto ha dato ai suoi fedeli di essere cristiani. Ci sarà dunque un regno dei cristiani, che è in formazione, che ora si prepara, e viene acquistato dal sangue di Cristo. E un giorno avverrà la manifestazione del suo regno, allorché apparirà lo splendore dei suoi santi, dopo il giudizio che egli compirà: quel giudizio che, lo ha predetto egli stesso, sarà fatto dal Figlio dell'uomo (cf. Gv 5, 22). Di questo regno l'Apostolo dice: Quando consegnerà il regno a Dio Padre (1 Cor 15, 24). E il Signore stesso, riferendosi a questo regno, dice così: Venite, benedetti del Padre mio, a prender possesso del regno che è stato preparato per voi fin dall'inizio del mondo (Mt 25, 34). Ma i discepoli e le turbe che credevano in lui, pensarono che egli fosse già venuto per regnare. Volerlo rapire per farlo re, significava voler anticipare il suo tempo, che egli teneva nascosto, per manifestarlo al momento opportuno, e opportunamente proclamarlo alla fine del mondo.
3. Come vedete, volevano farlo re, cioè anticipare e inaugurare anzitempo la manifestazione del regno di Cristo, il quale prima doveva essere giudicato, e poi avrebbe giudicato. Quando fu crocifisso, anche quelli che avevano sperato in lui, perdettero la speranza nella sua risurrezione. Risorto da morte, ne trovò due che, sfiduciati, parlavano tra di loro, commentando con pena quanto era accaduto. Egli apparve ad essi come in incognito e, siccome i loro occhi erano come velati per poterlo riconoscere, s'introdusse nella loro conversazione. Essi, mettendolo a parte dei loro discorsi, dissero che quel profeta potente in opere e parole era stato ucciso dai capi dei sacerdoti. E noi - dissero - speravamo che egli fosse colui che deve liberare Israele (Lc 24, 21). Sì, la vostra speranza era fondata, la vostra speranza era autentica: in lui è la redenzione d'Israele. Ma perché tanta fretta? Voi volete rapirlo. Anche un altro passo ci indica questo significato. Quando i discepoli lo interrogarono sulla sorte finale del regno: E' questo il tempo e il momento in cui manifesterai il regno d'Israele? Avevano fretta, pretendevano che fosse già arrivato il momento. Era come volerlo rapire per farlo re. Ma egli rispose ai discepoli che per il momento egli solo ascendeva: Il Padre con la sua autorità ha stabilito tempi e momenti che non spetta a voi conoscere. L'importante per voi è che, con la discesa dello Spirito Santo, riceverete un potere divino e sarete miei testimoni a Gerusalemme, in Giudea e Samaria e fino ai confini del mondo (At 1, 6-8). Voi volete già una dimostrazione del regno; prima però io devo raccoglierlo. Voi amate l'altezza e volete raggiungerla; ma dovete seguirmi per la strada dell'umiltà. E' in questo senso che era stato predetto: Ti circonderà l'assemblea dei popoli, e tu per essa ritorna in alto (Sal 7, 8); cioè, affinché ti circondi l'assemblea dei popoli, affinché tu possa raccogliere la moltitudine, ritorna in alto. E così fece: nutrì la moltitudine, e risalì in alto, sul monte.
4. Ma perché l'evangelista dice che fuggì? Infatti, se proprio non voleva, non l'avrebbero preso né l'avrebbero rapito; poiché se non voleva, neppure si sarebbe fatto riconoscere. Ora, affinché sappiate che questo è avvenuto non senza un motivo misterioso, non per una necessità, ma secondo una disposizione piena di significato, lo vedrete adesso in quel che segue; giacché apparve a quelle medesime turbe che lo cercavano, e, intrattenendosi con esse, trattò a lungo del pane celeste. Non trattò forse del pane celeste con quelle medesime turbe, alle quali si era sottratto per non essere rapito? Non poteva allora impedire che lo prendessero, come fece poi quando parlava con loro? Aveva, dunque, un significato la sua fuga. Che vuol dire: fuggì? Vuol dire: non poteva essere capita la sua altezza. Quando non capisci una cosa, dici che ti sfugge. Ecco perché fuggì di nuovo, solo, sul monte (Gv 6, 15). E' il primogenito dei morti che ascende sopra tutti i cieli, e che intercede per noi (cf. Col 1, 18; Rm 8, 34).
[Gesù tarda a venire.]
5. Mentre stava lassù in alto, egli che è l'unico sacerdote che penetrò nel santuario al di là della tenda, il popolo rimaneva fuori ad aspettare. Era infatti figura di questo sacerdote, il sacerdote dell'antica alleanza che entrava, una volta l'anno, nel Santo dei Santi (cf. Eb 9, 12). Mentre, dunque, egli stava lassù in alto, in quale situazione si trovavano i discepoli nella barca? Egli stava lassù in alto; in basso la barca raffigurava la Chiesa. Se nella vicenda della barca non ravvisiamo subito la Chiesa, tutto ci sembrerà senza significato e puramente occasionale; ma se vediamo espressa nella Chiesa la realtà di quelle figure, allora le azioni di Cristo diventano per noi un linguaggio ben preciso. Fattasi sera - continua l'evangelista - i suoi discepoli discesero al mare e, montati su una barca, arrivarono all'altra riva del mare, verso Cafarnao.L'evangelista considera come già avvenuto ciò che invece accadrà più tardi. Arrivarono all'altra riva del mare, a Cafarnao. E torna indietro a raccontare in che modo ci arrivarono. Attraversarono il lago remando. E mentre essi remavano in direzione di quel luogo dove prima diceva che erano già arrivati, ricapitolando ci racconta che cosa accadde: S'era già fatto buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti (Gv 6, 16-17). Era buio perché non era ancora sorta la luce: S'era già fatto buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti. Avvicinandosi la fine del mondo, crescono gli errori, sovrabbondano i terrori, dilaga l'iniquità, si moltiplica l'infedeltà. E la luce, che l'evangelista Giovanni chiaramente identifica con la carità - tanto che egli dice: Chi odia il proprio fratello, è nelle tenebre (1 Io 2, 11) -, rapidamente va estinguendosi. Crescono le tenebre dell'odio fraterno, crescono ogni giorno più, e Gesù ancora non viene. Da che cosa si vede che crescono queste tenebre? Siccome abbonderà l'iniquità, si raffredderà la carità di molti(Mt 24, 12). Crescono le tenebre, e Gesù tarda a venire. Le tenebre che vanno crescendo, la carità che va raffreddandosi, l'iniquità che va moltiplicandosi, questi sono i flutti che agitano la barca. Le tempeste e i venti sono le grida che alzano i malvagi. Raffreddandosi la carità di molti, si levano minacciosi i flutti che agitano la barca.
6. Per il gran vento che soffiava, il mare si agitava. Le tenebre crescevano, la comprensione diminuiva, l'iniquità aumentava. Avevano remato per circa venticinque o trenta stadi(Gv 6, 18-19). I discepoli frattanto avanzavano decisamente, né quei venti, né la tempesta, né i flutti, né le tenebre impedivano alla barca di avanzare e di tenere il mare. In mezzo a tutti quegli ostacoli, la barca andava avanti. Perché l'iniquità che va moltiplicandosi e la carità di molti che si raffredda, sono come i flutti che vanno crescendo, come le tenebre che infittiscono, come il vento che infuria. Con tutto ciò la barca camminava. Chi - infatti - avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo (Mt 24, 13). Né dobbiamo trascurare il numero degli stadi. Non può essere senza significato il particolare: Essi avevano remato per circa venticinque o trenta stadi, quando Gesù li raggiunse. Bastava dire venticinque oppure trenta, dato che si trattava di un calcolo approssimativo, non di una affermazione precisa. Sarebbe stata forse compromessa la verità se l'evangelista, nel fare il suo calcolo, avesse detto "circa trenta stadi", oppure "circa venticinque stadi"? Da venticinque è passato a trenta. Esaminiamo il numero venticinque. Come si compone, con quale numero si forma? Si forma con il cinque. E il numero cinque si riferisce alla legge. Cinque sono i libri di Mosè, cinque sono i portici che raccoglievano gli infermi e cinque i pani che hanno nutrito cinquemila persone. Dunque il numero venticinque è simbolo della legge: perché cinque per cinque fa venticinque, il quadrato di cinque. Ma alla legge prima che venisse il Vangelo, mancava la perfezione. E la perfezione è racchiusa nel numero sei. In sei giorni Dio completò, cioè portò a perfezione il mondo (cf. Gn 1): moltiplicando cinque per sei si ha trenta, il che vuol dire che la legge si compie, cioè raggiunge la sua perfezione, nel Vangelo. Gesù raggiunge coloro che compiono la legge. E come li raggiunge? Calcando i flutti, calpestando l'orgoglio del mondo, passando sopra tutte le grandezze del secolo. E ciò tanto più avviene quanto più il tempo passa e l'età del mondo cresce. Aumentano in questo mondo le tribolazioni, aumentano i mali, aumentano i crolli, si arriva al colmo: Gesù avanza, calcando i flutti.
7. E sono tali le tribolazioni, che anche quelli che hanno creduto in Gesù, che si sforzano di perseverare sino alla fine, si spaventano e temono di venir meno. Cristo viene calcando i flutti, calpestando le ambizioni e le alterigie del mondo, e il cristiano si spaventa. Forse che questo non gli è stato predetto? E' comprensibile che i discepoli, vedendo Gesù camminare sui flutti, abbiano avuto paura (Gv 6, 19); così come i cristiani, nonostante la loro speranza nel secolo futuro, quando vedono umiliata la grandezza di questo mondo, sono colti da turbamento per il crollo delle cose umane. Se aprono il Vangelo, se aprono le Scritture, vedono che tutto ciò è stato predetto: che, cioè, il Signore si comporta così. Egli abbassa l'alterigia del mondo per essere glorificato dagli umili. A proposito di questa alterigia è stato predetto: Distruggerai città solidissime; i nemici sono disfatti, sono rovine eterne, e ne hai distrutto le città (Sal 9, 7). Perché temete, o cristiani? Cristo vi dice: Sono io, non temete. Di che cosa vi spaventate, di che avete paura? Sono io che vi ho predetto tutto questo, sono io che lo compio, ed è necessario che avvenga così: Sono io, non temete! Volevano allora prenderlo nella barca; lo avevano riconosciuto, erano felici e ormai rassicurati. E subito la barca raggiunse la terra verso la quale erano diretti (Gv 6, 20-21). Raggiunta finalmente la riva, dall'acqua passano alla terra ferma, dal mare agitato al porto sicuro, dal cammino alla meta.
8. L'indomani la folla che era rimasta sull'altra riva (dalla quale erano partiti), notò che c'era una sola barca e che Gesù non era salito nella barca con i suoi discepoli, ma questi se n'erano andati soli. Altre barche vennero da Tiberiade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane ringraziandone il Signore. Quando, dunque, la folla vide che Gesù non era là, e nemmeno i suoi discepoli, salì nelle barche e si recò a Cafarnao in cerca di Gesù (Gv 6, 22-24). C'è il presentimento di un grande miracolo. Videro, infatti, che soltanto i discepoli erano saliti nella barca e che lì non c'era altra barca. Vennero poi anche delle barche da Tiberiade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, per mezzo delle quali le turbe lo avevano seguito. Siccome, dunque, non era salito con i suoi discepoli e non c'era là altra barca, in qual modo Gesù aveva attraversato così rapidamente il mare, se non camminando sulle onde, per mostrare la sua prodigiosa potenza?
9. E quando le turbe lo trovarono ... Ecco che egli si presenta alla folla alla quale si era sottratto, rifugiandosi sul monte, per paura che lo rapissero. Abbiamo la conferma che questo vien detto con riferimento ad un mistero, e che si compie non senza adombrare un grande significato. Ecco, colui che si è sottratto alle turbe rifugiandosi sul monte, s'intrattiene ora con le turbe. Adesso potrebbero prenderlo, adesso potrebbero farlo re. E, trovatolo sull'altra riva, gli dissero: Rabbi, quando sei venuto qui? (Gv 6, 25).
[Cercare Gesù per Gesù.]
10. A conclusione del miracolo misterioso, il Signore pronuncia un discorso con l'intenzione di nutrire quei medesimi che già ha nutrito; di saziare con le sue parole le intelligenze di coloro dei quali ha saziato lo stomaco con i pani. Ma saranno essi in grado di comprendere? Se quelli non comprenderanno si raccoglierà il discorso perché non vada perduto neppure un frammento. Ci parli, dunque, e noi lo ascolteremo. Gesù rispose loro: In verità, in verità vi dico: voi mi cercate non perché avete veduto segni ma perché avete mangiato quei pani. Voi mi cercate per la carne, non per lo spirito. Quanti cercano Gesù solo per i vantaggi temporali! C'è chi ricorre ai preti per riuscire in un affare; c'è chi si rifugia nella Chiesa perché oppresso da un potente; c'è chi vuole s'intervenga presso un tale su cui egli ha scarsa influenza. Chi per una cosa, chi per un'altra, la Chiesa è sempre piena di gente siffatta. E' difficile che si cerchi Gesù per Gesù. Voi mi cercate non perché avete veduto dei segni, ma perché avete mangiato quei pani. Procuratevi non il nutrimento che perisce, ma il nutrimento che resta per la vita eterna. Voi mi cercate per qualche altra cosa, dovete invece cercare me per me. Già comincia a suggerire l'idea che questo nutrimento è lui stesso, come apparirà chiaro da quel che segue: e che il Figlio dell'uomo vi darà (Gv 6, 26-27). Forse ti aspettavi di mangiare ancora dei pani, di poterti mettere nuovamente a tavola, d'impinguarti ancora. Ma egli parla di nutrimento che non perisce, che resta per la vita eterna, come prima aveva detto alla Samaritana: Se tu sapessi chi è colui che ti chiede da bere, forse ne avresti chiesto a lui, ed egli ti darebbe acqua viva. E all'osservazione di quella: Come fai se non hai neppure un recipiente e il pozzo è profondo?, egli aveva risposto: Se tu sapessi chi è colui che ti chiede da bere, tu ne avresti chiesto a lui, e lui ti darebbe acqua viva, che chi ne beve non avrà più sete; mentre chi beve di quest'acqua avrà sete ancora (Gv 4, 10 13). E quella donna, che era stanca di andare ad attingere, si rallegrò ed espresse il desiderio di ricevere quel dono, sperando che così non avrebbe più patito la sete del corpo. E così, attraverso quel dialogo, pervenne alla bevanda spirituale. Il Signore usa qui lo stesso metodo.
[L'umiltà del Verbo di Dio.]
11. Procuratevi - dunque - questo nutrimento che non perisce, ma che resta per la vita eterna, che il Figlio dell'uomo vi darà; poiché Iddio Padre lo ha segnato col suo sigillo (Gv 6, 27). Non considerate questo Figlio dell'uomo come gli altri figli degli uomini, dei quali è detto: i figli degli uomini spereranno nella protezione delle tue ali (Sal 35, 8). Questo Figlio dell'uomo, prescelto per singolare grazia dello Spirito Santo, secondo la carne è Figlio dell'uomo; sebbene sia distinto dalla massa degli uomini, è tuttavia Figlio dell'uomo. Questo Figlio dell'uomo è anche Figlio di Dio; questo uomo è anche Dio. Altrove, egli così interroga i discepoli: Che dice la gente che sia il Figlio dell'uomo? Quelli risposero: Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti. E lui: Ma voi, chi dite che io sia? Rispose allora Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 13-16). Egli si era chiamato Figlio dell'uomo, e Pietro lo chiama Figlio del Dio vivente. Cristo evidentemente si riferisce alla natura che egli nella sua misericordia ha assunto, mentre Pietro si riferisce alla gloria eterna di Cristo. Il Verbo di Dio ci richiama al suo abbassamento, l'uomo riconosce la gloria del suo Signore. E davvero, o fratelli, io credo che ciò sia giusto. Egli si è umiliato per noi, e noi lo glorifichiamo. Non è infatti Figlio dell'uomo per sé, ma per noi. Era dunque Figlio dell'uomo in quanto il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 14). Ecco perché su di lui Iddio Padre ha impresso il suo sigillo. Che vuol dire infatti segnare, se non imprimere su di uno qualcosa di proprio? Segnare è imprimere un segno sopra una cosa per distinguerla dalle altre. Segnare è imprimere un sigillo sopra una cosa. Imprimi un sigillo sopra una determinata cosa perché non si confonda con le altre, sicché tu possa riconoscerla. Il Padre - dunque - ha impresso su di lui il suo sigillo. Che vuol dire ha impresso su di lui il suo sigillo? Vuol dire che gli ha comunicato qualcosa di proprio per distinguerlo dagli altri uomini. Perciò di lui è stato detto: Ti ha unto Dio, il tuo Dio, con olio di esultanza, sopra i tuoi compagni(Sal 44, 8). Quindi cosa vuol dire segnare? Vuol dire distinguere dagli altri: per questo dice sopra i tuoi compagni. Guardatevi dunque, egli dice, dal disprezzarmi perché sono Figlio dell'uomo: e cercate da me non il cibo che perisce, ma che dura per la vita eterna. Se infatti sono Figlio dell'uomo, non sono però uno di voi: sono Figlio dell'uomo, ma Dio Padre mi ha segnato col suo sigillo. Che cosa vuol dire mi ha segnato col suo sigillo? che mi ha comunicato qualcosa di suo, per cui non sarò confuso con il resto del genere umano, ma per mezzo mio il genere umano sarà liberato.
12. Gli dissero allora: Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Egli li aveva esortati: Procuratevi il nutrimento che non perisce, ma che dura per la vita eterna. Ed essi rispondono: Che cosa dobbiamo fare?, cioè con quali opere possiamo adempiere a questo precetto? Rispose loro Gesù: Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (Gv 6, 28). Questo, dunque, significa mangiare non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna. A che serve preparare i denti e lo stomaco? Credi, e mangerai. La fede si distingue dalle opere, come dice l'Apostolo: L'uomo viene giustificato dalla fede, senza le opere (Rm 3, 28-29). Esistono opere prive della fede in Cristo, che apparentemente sono buone: in realtà non lo sono perché non sono riferite a quel fine che le rende buone: Il fine della legge è Cristo, per la giustizia di ognuno che crede(Rm 10, 4). Il Signore non ha voluto distinguere la fede dalle opere, ma ha definito la fede stessa un'opera. E' fede, infatti, quella che opera mediante l'amore (cf. Gal 5, 6).E non ha detto: Questa è l'opera vostra, ma ha detto: Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato: in modo che colui che si gloria si glori nel Signore (1 Cor 1, 31). Ora, siccome egli li invitava a credere, essi cercavano ancora dei segni per credere. Guarda se non è vero che i Giudei cercano dei segni. Gli dissero: Quale segno dunque fai tu perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi (Gv 6, 30)? Era dunque poco essere stati nutriti con cinque pani? Essi apprezzavano questo, ma essi a quel nutrimento preferivano la manna discesa dal cielo. Eppure il Signore si dichiarava apertamente superiore a Mosè. Mosè non aveva mai osato promettere un nutrimento che non perisce, ma che dura per la vita eterna. Il Signore promette qualcosa di più di Mosè. Sì, per mezzo di Mosè era stato promesso un regno, una terra in cui scorreva latte e miele, una pace temporale, abbondanza di figli, la salute del corpo e tutti gli altri beni temporali. Ma tutti questi beni temporali erano figura dei beni spirituali. Ed erano questi, in definitiva, i beni che il Vecchio Testamento prometteva all'uomo vecchio. I Giudei dunque consideravano le promesse di Mosè e quelle di Gesù. Mosè prometteva lo stomaco pieno qui in terra, ma pieno di cibo che perisce; Cristo prometteva il cibo che non perisce, ma che dura per la vita eterna. Vedevano che egli prometteva di più, ma erano tuttora incapaci di vedere che stava compiendo opere maggiori. Pensavano alle opere che Mosè aveva compiuto e pretendevano opere ancora maggiori da colui che faceva delle promesse così grandiose. Che opere fai perché ti crediamo? Se vuoi renderti conto che essi confrontavano i miracoli di Mosè con quelli di Gesù, e, al confronto, consideravano inferiori le opere di Gesù, ascolta che cosa gli dicono: I nostri padri nel deserto mangiarono la manna. Ma che cos'è la manna? Forse non ne avete la stima che merita: ... come sta scritto: Ha dato loro da mangiare un pane del cielo (Gv 6, 31; Sal 77, 24). Per mezzo di Mosè i nostri padri hanno ricevuto un pane venuto dal cielo, e Mosè non ha detto loro: Procuratevi un pane che non perisce. Tu prometti un cibo che non perisce ma che dura per la vita eterna, e non compi opere simili a quelle di Mosè. Egli non ha dato pani di orzo, ma ha dato un pane venuto dal cielo.
13. Rispose loro Gesù: In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. Vero pane, infatti, è quello che discende dal cielo e dà la vita al mondo (Gv 6, 32-33). Vero pane è dunque quello che dà la vita al mondo; ed è quel cibo di cui poco prima ho parlato: Procuratevi il cibo che non perisce, ma che dura per la vita eterna. La manna era simbolo di questo cibo, e tutte quelle cose erano segni che si riferivano a me. Vi siete attaccati ai segni che si riferivano a me, e rifiutate me che quei segni annunciavano? Non fu Mosè a dare il pane del cielo: è Dio che lo dà. Ma quale pane? Forse la manna? No, ma il pane di cui la manna era un segno, cioè lo stesso Signore Gesù. Il Padre mio vi dà il vero pane, perché il pane di Dio è quello che discende dal cielo e dà la vita al mondo. Allora gli dissero: Signore, donaci sempre di questo pane (Gv 6, 32-34). Come la Samaritana, alla quale Gesù aveva detto: Chi beve di quest'acqua, non avrà più sete, lì per lì aveva preso la frase in senso materiale, ma desiderosa di soddisfare un bisogno, aveva risposto: Dammi, o Signore, di quest'acqua (Gv 4, 13-15), così anche questi dicono: Donaci, o Signore, di questo pane che ci ristori, e non ci manchi mai.
[Intimità senza tedio.]
14. Gesù disse loro: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame, e chi crede in me non avrà mai sete (Gv 6, 35). Chi viene a me è lo stesso che chi crede in me; e la promessa: non avrà più fame corrisponde all'altra: non avrà mai sete. Ambedue annunciano quella sazietà eterna, dove non esiste alcun bisogno. Volete il pane del cielo? Lo avete davanti e non lo mangiate. Vi ho detto però che mi avete veduto e non avete creduto (Gv 6, 36). Ma io non ho per questo abbandonato il mio popolo. Forse che la vostra infedeltà ha compromesso la fedeltà di Dio (cf. Rm 3, 3)? Ascoltate ciò che segue: Tutto quello che il Padre mi dà verrà a me; e colui che viene a me, non lo caccerò fuori(Gv 6, 37). Quale intimo segreto è mai questo dal quale mai si è allontanati? Mirabile intimità e dolce solitudine! O segreto senza tedio, non amareggiato da pensieri inopportuni, non turbato da tentazioni e da dolori! Non è forse quell'intimo segreto dove entrerà colui al quale il Signore dirà, come a servo benemerito: Entra nel gaudio del tuo Signore (Mt 25, 23)?
15. E colui che viene a me non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 6, 38). Dunque, non caccerai fuori chi viene a te, perché sei disceso dal cielo non per fare la tua volontà, ma la volontà di colui che ti ha mandato? Grande mistero! Bussiamo insieme, ve ne scongiuro: venga fuori per noi qualcosa che ci nutra, proporzionato al gaudio che abbiamo provato. Un grande e dolce segreto è racchiuso in queste parole: Chi viene a me.Fermati, fa' attenzione, pondera le parole: Chi viene a me io non lo caccerò fuori. Dunque: Chi viene a me - dice - io non lo caccerò fuori. Perché? Perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. Questo è dunque il motivo per cui non cacci fuori chi viene a te: perché sei disceso dal cielo non per fare la tua volontà, ma la volontà di colui che ti ha mandato? Sì, è questo il motivo. Cosa stiamo ancora a chiedere se è questo il motivo? E' questo. Egli stesso lo afferma. Non dobbiamo andare a cercare altro motivo diverso da quello che egli dichiara: Chi viene a me, io non lo caccerò fuori. E, come se noi avessimo chiesto il perché, aggiunge:Perché non sono disceso dal cielo per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. Temo che l'anima si sia allontanata da Dio per questo motivo: perché era superba; anzi ne sono certo, poiché sta scritto: L'inizio di ogni peccato è la superbia; e: l'inizio della superbia dell'uomo è apostatare da Dio (Sir 10, 15 14). Sta scritto: è ben sicuro, è vero. Che cosa dice, inoltre, la Scrittura al mortale superbo, rivestito dei panni di carne e oppresso dal peso del corpo corruttibile e che, tuttavia, s'inorgoglisce dimenticando di quale pelle è rivestito, cosa gli dice la Scrittura? Perché t'insuperbisci, terra e cenere, perché t'insuperbisci? Su, risponda, di che cosa s'insuperbisce? Poiché nella sua vita ha proiettato le sue cose intime (Sir 10, 9-10). Che cosa vuol dire ha proiettato? Che ha gettato lontano da sé. Vuol dire che è uscita fuori da sé. Entrare dentro è desiderare le cose intime; uscire fuori significa gettarle fuori. Il superbo getta fuori le cose intime, chi è umile ricerca le cose intime. Se a causa della superbia veniamo cacciati fuori, grazie all'umiltà rientriamo dentro.
[La superbia principio di tutti i mali.]
16. La superbia è l'origine di tutti i mali, perché è la causa di tutti i peccati. Quando un medico vuol debellare una malattia, se si limita a curare gli effetti trascurando la causa, procura soltanto una guarigione temporanea, perché, rimanendo la causa, il male si riproduce. Mi spiego meglio con un esempio. Un umore produce nel corpo un erpete o un'ulcera, con febbre alta e dolori acuti. Che si fa? Si applicano medicamenti contro l'erpete e per calmare i bruciori dell'ulcera ottenendo benefici effetti: colui che era colpito dall'erpete e dalle ulceri, prova sollievo. Ma siccome non è stato eliminato quell'umore, i mali si riproducono. Il medico, che se ne rende conto, disintossica il sangue, elimina la causa, e così non ci saranno più ulceri. Perché abbonda l'iniquità? Per la superbia. Cura la superbia e sarà eliminata ogni iniquità. Appunto per guarire la causa di tutti i mali, cioè la superbia, il Figlio di Dio è disceso e si è fatto umile. Perché t'insuperbisci, o uomo? Dio per te si è umiliato. Forse ti saresti vergognato d'imitare un uomo umile, imita almeno Dio umile. E' venuto il Figlio di Dio nella natura umana e s'è fatto umile. A te si comanda di essere umile, non di diventare da uomo una bestia. Lui, Dio, si è fatto uomo; tu, uomo, riconosci che sei uomo; tutta la tua umiltà consiste nel riconoscere che sei uomo. Ora, poiché Dio insegna l'umiltà ha detto: Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. In questo modo loda e raccomanda l'umiltà. Chi è superbo fa la propria volontà, chi è umile fa la volontà di Dio. Perciò chi viene a me non lo caccerò fuori. Perché? Perché non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. Son venuto umile, son venuto a insegnare l'umiltà, sono venuto come maestro di umiltà. Chi viene a me, è incorporato a me; chi viene a me, diventa umile; chi è unito a me, sarà umile: perché non fa la propria volontà, ma quella di Dio. Perciò non sarà cacciato fuori, mentre, per essere stato superbo fu cacciato fuori.
17. Vedi come nel salmo si raccomanda l'interiorità: I figli degli uomini spereranno nella protezione delle tue ali. Vedi che cosa significa entrare dentro, che cos'è rifugiarsi sotto la protezione di Dio, che cos'è anche correre a farsi colpire dal padre: poiché Dio colpisce ogni figlio che accoglie. I figli degli uomini spereranno all'ombra delle tue ali. E che significa dentro? Saranno inebriati dalla opulenza della tua casa. Quando tu li avrai introdotti, entrando nel gaudio del loro Signore, saranno inebriati dall'opulenza della tua casa, e li disseterai col torrente delle tue delizie. Poiché presso di te è la fonte della vita. Non fuori, lontano da te; ma dentro, presso di te; ivi è la fonte della vita. E nella tua luce vedremo la luce. Estendi la tua misericordia a quelli che ti riconoscono, e la tua giustizia ai retti di cuore (Sal 35, 8-11). Quelli che seguono la volontà del loro Signore, e non cercano i propri interessi ma quelli del Signore Gesù Cristo, questi sono retti di cuore, e i loro piedi non vacillano. Buono - infatti - è il Dio d'Israele verso i retti di cuore. Però i miei piedi sono stati lì per vacillare, dice il salmista. Per qual motivo? Perché ho invidiato i peccatori, vedendo prosperare i malvagi (Sal 72, 1-3). Con chi è buono quindi Iddio, se non con i retti di cuore? Poiché se io non ho il cuore retto, Dio non mi piace. Perché non mi piace? Perché ha concesso la felicità ai cattivi; e perciò hanno vacillato i miei piedi, come se avessi servito Dio invano. Ma appunto perché non ero retto di cuore, hanno vacillato i miei piedi. Che cosa vuol dire dunque essere retti di cuore? Seguire la volontà di Dio. Uno è fortunato, l'altro è tribolato; il primo vive male ed è fortunato, il secondo vive degnamente ed è tribolato. Non perda la pace chi vive degnamente ed è tribolato; possiede dentro di sé ciò che quell'altro, pur fortunato, non possiede; non si affligga dunque, non si crucci, non si perda d'animo. Quello che è fortunato, potrà possedere dell'oro nello scrigno, questo possiede Dio nella coscienza. Confronta, adesso, l'oro con Dio, lo scrigno con la coscienza. Quello ha qualcosa che si perde e per cui potrebbe perdersi; questi ha Dio che non può perire, ed ha qualcosa che non gli può esser tolto, se davvero è retto di cuore; allora egli entra, e non esce. Che cosa diceva perciò il salmista? Poiché presso di te è la fonte della vita; non presso di noi. Perciò dobbiamo entrare, se vogliamo vivere. Non dobbiamo illuderci di essere autosufficienti, se non vogliamo perderci; non dobbiamo pretendere di saziarci del nostro, se non vogliamo inaridire; ma dobbiamo accostare la bocca alla fonte stessa, dove l'acqua non può venir meno. Proprio perché pretese di essere autonomo, cadde Adamo per inganno di colui che dianzi era caduto per superbia e che gli aveva propinato il calice della superbia stessa. Siccome, dunque, presso di Te è la fonte della vita, e nella tua luce vedremo la luce, entriamo per bere, entriamo per vedere. Per qual motivo infatti si esce fuori? Ascolta per qual motivo: Non mi venga il piede della superbia. Esce colui al quale viene il piede della superbia. Dimostrami che è uscito per questo motivo. E le mani dei peccatori non mi muovano, a causa del piede della superbia. Perché dici questo? Lì sono caduti tutti quelli che commettono l'iniquità. Dove son caduti? Nella superbia stessa.Sono stati cacciati fuori, e non hanno più potuto rialzarsi (Sal 35, 10 12-13). Ora, se la superbia ha cacciato fuori quelli che poi non han più potuto rialzarsi, l'umiltà li riporta dentro, affinché possano stare in piedi per sempre. E perciò colui che ha detto: Esulteranno le ossa umiliate, prima ha detto: Darai al mio udito esultanza e letizia (Sal 50, 10). Che significa: al mio udito? Che ascoltando te sono felice, al sentir la tua voce sono felice; bevendo dentro sono felice. Perciò non cado, perciò esulteranno le ossa umiliate;perciò l'amico dello sposo sta lì e lo ascolta (Gv 3, 29). Sta in piedi perché ascolta. Rimane in piedi perché beve alla fonte che è dentro. Quelli che non han voluto bere alla fonte che è dentro, lì sono caduti, sono stati cacciati fuori, e non hanno più potuto rialzarsi.
[Cristo maestro di umiltà.]
18. E così il Maestro di umiltà è venuto non per fare la sua volontà, ma la volontà di colui che lo ha mandato. Andiamo a lui, entriamo in lui, incorporiamoci a lui, per fare, anche noi, non la nostra volontà ma la volontà di Dio; e così non ci caccerà fuori, perché siamo sue membra avendo egli voluto essere il nostro capo insegnandoci l'umiltà. Ascoltate, almeno, il suo caloroso invito: Venite a me, voi che siete stanchi e aggravati; prendete il mio giogo sopra di voi, e imparate da me, che sono mite ed umile di cuore; e quando avrete imparato questo, troverete riposo per le anime vostre (Mt 11, 28-29), e così non sarete cacciati fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 6, 38); io insegno l'umiltà, soltanto chi è umile può venire a me. Se soltanto a causa della superbia si è cacciati fuori, come potrebbe uscir fuori chi custodisce l'umiltà e non si allontana dalla verità? Si è cercato di dire il possibile, o fratelli, nonostante il senso nascosto. Qui il senso è molto nascosto e non so se sono riuscito a tirarlo fuori e ad esprimere in modo adeguato il fatto che egli non caccia fuori chi va a lui, perché non è venuto per fare la sua volontà, ma la volontà di colui che lo ha mandato.
19. Ora, la volontà di colui che mi ha mandato, del Padre, è che io non perda nulla di quanto mi ha dato (Gv 6, 39). A lui è stato dato chi si mantiene nell'umiltà; questi lui accoglie. Chi, invece, non si mantiene nell'umiltà è lontano dal maestro di umiltà. E' sua volontà che io non perda nulla di quanto mi ha dato. E' volontà del Padre vostro che è nei cieli che nessuno di questi piccoli vada perduto. I superbi possono andar perduti; dei piccoli nessuno va perduto: infatti se non sarete come questo piccolo bambino non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18, 14 3)! E' volontà del Padre che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno (Gv 6, 39). Guardate come anche qui ritorna sul tema della duplice risurrezione. Chi viene a me, risorge adesso facendo parte, per la sua umiltà, delle mie membra e poi, secondo la carne, lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la volontà del Padre mio è che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna, e lo risusciti io nell'ultimo giorno (Gv 6, 40). Prima ha detto: Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato (Gv 5, 24); adesso dice: Chi vede il Figlio e crede in lui. Non dice: Vede il Figlio e crede nel Padre; e questo perché credere nel Figlio è lo stesso che credere nel Padre. Come il Padre ha in se stesso la vita, così ha dato al Figlio d'aver la vita in se stesso (Gv 5, 26). Così che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna. Credere e passare alla vita, questa è la prima risurrezione; e siccome non c'è soltanto questa, prosegue dicendo: ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno.