mercoledì 14 novembre 2012

La crisi della virilità.




Prendere appunti alla presentazione di un libro è normale. Se il libro lo si è scritto forse non è normalissimo. Se la presentazione del proprio libro è la numero cinquanta o sessanta o forse più, allora la cosa richiede l’intervento di un medico, ma di uno bravo.
Il fatto è che a introdurmi lunedì sera era don Fabio Rosini, il che peraltro è già un po’ assurdo di per sé, perché quello famoso è lui. Per dire, è come se Robert De Niro salisse sul palco e dicesse: “signore e signori, ecco a voi il mio elettricista!”. Comunque, così è successo, ed è stata per me una gioia immensa.
Responsabile del servizio alle vocazioni della Diocesi di Roma, particolarmente allenato a stanare le persone nei nodi decisivi della loro vita, don Fabio è stato superlativo in tutto, ma a mio parere ha dato il meglio parlando dell’infantilismo dilagante, quello che impedisce agli uomini e alle donne (cominciamo a chiamarli così, basta con ragazzi e ragazze) di oggi di abbracciare la propria vocazione al momento giusto, e con decisione. “Se mi chiedi a quaranta anni qual è la tua vocazione – ha detto – io ti posso rispondere al massimo qual era!”
L’infantilismo dilaga. Siamo cresciuti comodi, imbolsiti dai comfort, passiamo direttamente dal ciuccio al gadget tecnologico, e, istupiditi dalle comodità, tendiamo a dimenticare che la vita va data, va persa, va sacrificata, sennò ci marcisce tra le mani senza portare frutto.
San Francesco fece la sua sintesi davanti al crocifisso verso i 23, 24 anni, stessa età in cui Einstein elaborò la teoria della relatività. Non possiamo aspettare tutta la vita per fruttificare.
Ma a nessuno di noi piace perderla, la vita, e promettendoci benessere facile ci hanno cresciuti senza insegnarcelo. Siamo una generazione senza padri, perché è lui, il padre, che ci insegna a morire, mentre la madre insegna a vivere. Lo ricorda don Fabio, citando “Quello che gli uomini non dicono”, il fondamentale libro di Roberto Marchesini. La madre dice il sì alla vita, il padre il no che ci insegna a morire.
Il padre, ancora, è il senso della realtà. E la realtà è che nella partita della vita non sempre sei tu che tiri la palla. Anzi, il servizio non ce l’hai mai, tu puoi solo rispondere.
Il senso della realtà è quello che ci guarisce, e ci converte. Dicono gli studiosi dell’età evolutiva che dopo i dodici anni un ragazzino dovrebbe smettere di dire “non è colpa mia”, e assumersi responsabilità. Be’, io conosco un sacco di gente che continua a dire “non è colpa mia” anche dopo avere abbondantemente triplato la boa dei dodici. Invece partire dal reale, e non volerlo più cambiare (il che non significa ovviamente essere passivi) ci fa incredibilmente bene. Ci ricorda che non siamo noi arbitri della realtà, che non siamo noi a potere né a dover dire come debbano andare le cose. E alla fine è anche molto rilassante sapere di non essere Dio.
Fonte: costanzamiriano

(*): Di seguito un articolo di presentazione del libro di Roberto Marchesini.


 

È un libro per uomini in crisi oppure un libro che mette in crisi gli uomini? L’opera di Roberto Marchesini Quello che gli uomini non dicono. La crisi della virilità è un libro serio, che costringe a porsi domande importanti, e anche a cambiare o migliorare qualcosa nella propria vita. Questo almeno è accaduto al sottoscritto dopo una seconda lettura.
Da un punto di vista sociologico Marchesini descrive la fatica di essere maschi nell’epoca postmoderna. Una fatica dovuta a diversi fattori, che l’autore descrive, a cominciare dall’aggressività femminile, dall’ugualitarismo, insomma da un clima ideologico esploso dopo il 1968 che non aiuta il maschio dei nostri tempi. Ma dietro al clima ideologico, il libro pone una domanda alla quale un uomo serio non si sottrae: che cosa faccio io di fronte a questo clima? Reagisco, cerco di cambiare il tono della società, oppure mi adeguo, riparandomi in quei comodi rifugi che il mondo offre a tutti coloro che non sono soddisfatti della vita quotidiana, ma non fanno nulla per cambiarla?
Il bello del libro è che l’autore azzarda anche delle risposte per uscire dalla crisi della virilità. Del resto, Marchesini fa lo psicoterapeuta e ha fondato con altri un gruppo, Obiettivo-Chaire, che già dal titolo è un invito alla speranza, a non rassegnarsi e soprattutto all’evangelico "stare allegri", per impedire alla tristezza di rovinare il nostro cuore e di portarlo sulla soglia della disperazione. E le sue indicazioni sono molto concrete.
La gradualità, anzitutto, virtù tipicamente cattolica, che richiama la pazienza di Dio e la sua pedagogia sul lungo periodo.
Le amicizie maschili, una parte del libro che costringe il lettore maschio a chiedersi se ha veramente amici che non siano conoscenti, collaboratori, compagni di nobili avventure, tutte cose diverse dall’amico con il quale si condivide tutto, senza riserve.
Lo sport, che fornirà a ogni tifoso di calcio la giustificazione ideologica per dedicare almeno un’ora e mezza alla settimana ad assistere a una partita (escluse quelle dei figli), perché attraverso lo sport nascono relazioni e complicità importanti, fra uomini.
Infine, all’uomo in crisi Marchesini suggerisce di esprimere sempre se stesso, senza la paura di essere contraddetto, senza giustificarsi per ogni cosa, senza autocommiserarsi.
Fin qui la dimensione personale del problema sollevato da Marchesini. Come sono e come dovrei essere per recuperare quell’autostima che sembra mancare a tanti uomini contemporanei? Il libro si chiude con due decaloghi, relativi ai diritti e ai doveri che ogni uomo dovrebbe affermare per avere una vita psicologicamente sana.
Ma mentre il lettore si interroga e si esamina se è un “vero uomo”, o meglio se è poco virile (o magari anche troppo virile, in determinate occasioni) e su cosa potrebbe fare per migliorarsi nel rapporto con figli e moglie, amici e colleghi, segue un’altra inevitabile domanda su come sia stato possibile quanto è accaduto.
Marchesini riporta una frase di Balzac: "Tagliando la testa a Luigi Sedicesimo, la Rivoluzione ha tagliato la testa a tutti i padri di famiglia". La Rivoluzione con la R maiuscola è naturalmente quella francese (1789), peraltro presto diffusasi in tutta Europa grazie a Napoleone. Potrà sembrare strano ed eccessivo, ma da quell’evento parte il processo che arriva a offuscare la virilità dell’uomo contemporaneo, spegnendola all’interno di un clima culturale ostile. Marchesini ne sembra convinto esaminando a grandi linee questo processo volto a eliminare il Padre (Dio), il padre (di famiglia) e il padrone dalla vita pubblica. Un processo lungo, facile da scrivere sui muri, come fanno gli anarchici ("Né Dio, né padre, né padrone"), ma molto più complesso da perseguire per le forti resistenze della natura umana, delle famiglie, dell’Italia profonda.
Questa resistenza esprime una battaglia drammatica, combattuta spesso da protagonisti inconsapevoli, decisiva per il futuro del Paese. Una battaglia per cui oggi non ci si limita più a contestare la centralità della famiglia nella vita pubblica, l’indissolubilità del matrimonio, il diritto alla vita, ma si attacca lo stesso atto creatore di Dio, che non avrebbe creato una natura sessuata, maschio o femmina, ma una persona sessualmente indistinta, che “da grande” sceglierà di comportarsi da uomo o da donna. E’ l’ideologia di genere, il “tormentone” dei prossimi trent’anni, al quale il libro di Marchesini dedica pagine importanti e preoccupate.   
Una preoccupazione doverosa, peraltro, per chi ha a cuore quanto il cristianesimo ha costruito nei secoli, prima ridando dignità alla donna che non ne aveva nell’antichità, poi costruendo una civiltà appoggiata sulla famiglia, luogo di trasmissione della fede, oltre che della vita. Cristianesimo che oggi viene sfidato in modo decisivo sulla figura del Padre e dei padri: ma senza paternità, nulla sta in piedi e tutto crolla. Questo bel libro ci aiuta a riflettere su uno snodo decisivo del futuro prossimo. (M. Invernizzi)
Fonte: La Bussola Quotidiana