giovedì 8 novembre 2012

La missione storica del Segretario di Stato Vaticano

 È stato inaugurato nel pomeriggio di oggi, giovedì 8 novembre, nello Sala Riaria del Palazzo della Cancelleria, l’anno accademico 2012-2013 dello Studio rotale. Riporto di seguito la prolusione del decano della Rota Romana. La cui lettura mi permetto di consigliare ad Antonio Socci...

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Missione storica del segretario di Stato
di Pio Vito Pinto

La prospettiva essenzialmente storica di questa riflessione non esime, come già riferito, dal riconsiderare, saltem summatim, i tratti giuridici essenziali del ministero del segretario di Stato, non solo per leggerli sub specie historiae e particolarmente sub specie Ecclesiae historiae, ma per affermare che la stessa attività quotidiana del segretario di Stato accanto al Pontefice confluisce già in nuce in quella che i posteri chiameranno storia della Chiesa.

Come nelle mani del Papa sta affidato il coacervo dei beni di natura ecclesiologica e giuridica confluenti nella figura suprema e metagiuridica della salus animarum, di volta in volta contemplati nel diritto comune, così nel suo primo collaboratore deve sussistere la competenza ad agire in funzione e a tutela di quei beni, col più ampio spettro di possibilità giuridiche.

Il segretario di Stato perciò — come espressione diretta della volontà del Pontefice — nell’espletamento del suo munus multiforme (potestà ordinaria vicaria; delegata; commissoria) può giungere spesso a trascendere l’ambito dello strictum ius proprio in ragione del suo servizio al successore di Pietro; servizio dunque necessariamente ampio e non costretto nei confini della norma scritta.
È noto che i documenti più importanti che entrano in quell’alveo che è o sarà l’humus, il fondamento di quanto si definisce poi storia della Chiesa, sono firmati dal Papa o dal segretario di Stato.
Questo apre a un altro aspetto della figura del segretario di Stato: la sua funzione di rappresentare le istanze del Pontefice nell’ambito della comunità internazionale, da un lato, e di manifestare la sua sollecitudine nei confronti delle Chiese particolari, dall’altro. Sotto il primo riguardo dunque, il segretario di Stato rappresenta e opera nomine Sanctae Sedis che, sappiamo, è nella sua primaria accezione ipse Papa (cioè la persona stessa del Pontefice), in quanto titolare di quella sovranità che fonda la soggettività internazionale della Santa Sede. Ma se il Papa è o indica, in primis e in modo unico, la Santa Sede, è però demandata al suo segretario di Stato la rappresentanza giuridica de iure et de facto più alta della Santa Sede, proprio perché espressione prossima della mente e della volontà del Pontefice; è quanto potremmo esprimere con l’effato: «Ipse — cioè il Segretario di Stato — stat et est in quantum inservit voluntatem et pastoralem animum Pontificis».
Riguardo al secondo aspetto, occorre fare menzione del Sinodo dei vescovi. Si tratta di uno strumento di raccordo tra il collegio episcopale e il suo capo, il Pontefice, che ha tardato a entrare, per quanto concerne la Chiesa latina, nella galassia degli enti che assistono il munus petrino.
Non è certamente un organo intermedio fra Papa e vescovi, così come non lo sono le conferenze episcopali. Ma mentre queste si configurano come organi, sia pur limitati strettamente dalle norme giuridiche, il Sinodo è organo solo nella sua massima espressione, cum sedet sub Petro, diremmo quasi nella espressione plastica. Non vi è difatti alcun dubbio che esso sia espressione della collegialità solo “affettiva”.
In questo senso, e cioè perché non organo effettivo di diritto fra Papa e vescovi, la segreteria generale non è organo munito della vicaria potestà. La sua attività è pre-sinodale, e in Sinodo e post Sinodo non è esclusa del tutto dal rapporto fiduciario tra il Papa e il segretario di Stato.
In questo rapporto risiede il suo ministero — che ben riduttivo sarebbe dire di solo raccordo al vertice della Curia romana — di primo servo della comunione con il e intorno al Papa perché la Chiesa è tale se è la massima espressione in terra della comunione, a cui lo stesso Pontefice successore di Pietro è strumentale; e perciò cum ipso et sub ipso il suo primo collaboratore.
Qui dunque risiede il fondamento vero e ultimo della dignità alta del segretario di Stato. Tale dignità non è certo tautologica all’atto giuridico di nomina da parte del Pontefice; sarebbe quasi un mortificare il valore di questa, unica nel suo genere, collaborazione col Pontefice.
Dalle figure dei segretari di Stato degli ultimi secoli — almeno dei quattro secoli nei quali tale ufficio si staglia con sufficiente chiarezza, come ufficio conferito ad un unico titolare — emerge con evidenza la provenienza quasi unicamente dei medesimi dal servizio diplomatico della Santa Sede; ciò è maggiormente evidente negli ultimi due secoli, quando il servizio si dota di una struttura stabile della funzione diplomatica, in correlazione, fra l’altro, al ridisegno degli equilibri politici e statuali continentali, successivo agli sconvolgimenti di fine Settecento - inizio Ottocento e all’acquisita indipendenza delle ex colonie europee in America e, indubbiamente, in conseguenza al Congresso di Vienna
La provenienza dunque di un segretario di Stato dall’esterno del ruolo diplomatico della Sede apostolica, sembra possa e, ritengo sommessamente, debba per l’evenienza eccezionale, confermare storicamente la necessità provvidenziale del servizio diplomatico della Santa Sede e della sua alta scuola di formazione. Esso realizza una cooperatio ita peculiaris al munus petrinum, da renderlo, in quanto tale, difficilmente sostituibile con altre eventuali figure o attività dell’ordinamento canonico. La discrezionale sovrana decisione poi dell’attuale Pontefice di chiamare un sodale della vita consacrata a ricoprire l’alto ufficio di segretario di Stato, se è connotata da una certa atipicità rispetto all’abituale estrazione degli eletti, conferma d’altra parte il proposito del successore di Pietro di scegliere il suo primo collaboratore da altri ambiti vitali dell’essere e dell’attività apostolica della Chiesa: un sodale di vita consacrata, già pastore di due Chiese particolari. Sovvengono in mente tre grandi figure di segretari di Stato del Novecento, non provenienti dal servizio diplomatico: l’insigne giurista e cattedratico Pietro Gasparri, futuro elaboratore del Codex del 1917, Domenico Tardini, esperto e docente di teologia sacramentaria al Laterano e infine il francese Villot.
Già in questo risalta un dato che è in sé di rilevanza storica, cioè che sia il regnante Pontefice sia il suo segretario di Stato siano stati capi di Chiese locali. È un dato storico che dall’epoca del cardinale Lambruschini ha avuto solo due eccezioni: il tandem Papa Montini e il segretario di Stato il francese cardinale Villot e, al presente, Papa Ratzinger e il cardinale salesiano Tarcisio Bertone. Questa circostanza, che cioè un vescovo diocesano sia chiamato dal Papa all’ufficio di segretario di Stato, viene come corroborata dal dato storico che una seconda volta dopo il cardinale Lambruschini, e ancora incredibilmente da Genova, un esponente della vita consacrata entri nella serie dei segretari di Stato, nell’arco di poco meno di due secoli a questa parte; essa rinvia infatti al ruolo e all’apporto, davvero unici nella storia della Chiesa, esercitati da parte degli ordini e istituti di vita consacrata.
L’analogia fra due personalità — il cardinale Lambruschini e il cardinale Bertone — così distanti nel tempo e pur tuttavia in molteplici aspetti così vicine, vuole sommessamente inserirsi nella semantica cristiana dei segni — superando quella pur apprezzabile perché espressione dell’umano rincorrersi dei cicli storici —, che ha nella Provvidenza la ragione dell’economia primaria dell’umano esistere e operare.
Il barnabita cardinale Luigi Lambruschini fu per un decennio segretario di Stato di Papa Gregorio XVI, dal 1836 alla morte del Pontefice.
Dopo di lui per la seconda volta, un segretario di Stato viene scelto dalla vita consacrata. Fra i due corre un secolo e mezzo di distanza cronologica, corrono molti avvenimenti ma soprattutto la data spartiacque del 20 settembre 1870 che segna la fine del potere temporale del papato.
Il primo dato evidente da considerare è un segretario di Stato che opera dopo la fine del potere temporale svolge la sua missione non tanto in funzione dell’integrità e sovranità di un territorio, quanto per il generale benessere dello Stato della Chiesa.
Posto questo, e cioè che la suprema autorità della Chiesa ormai agisce solo in un’ottica pastorale universale, le similitudini fra le due epoche — come s’è osservato — storiche non mancano, specie sotto l’aspetto delle sfide culturali.
Con riguardo alla minaccia dell’indifferentismo a cui dovette far fronte la Chiesa nel tempo seguente alla Rivoluzione francese, lo stesso Santo Padre Benedetto XVI, rievocando la figura del santo curato d’Ars, ha rimarcato che «le sfide della società odierna non sono meno impegnative, anzi forse, si sono fatte più complesse. Se allora c’era la “dittatura del razionalismo”, all’epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta di “dittatura del relativismo”. Se la Chiesa nell’Ottocento doveva difendere la propria libertà contro un invadente e prepotente regalismo, nell’attuale temperie essa non di rado fa i conti con una risorgente statolatria di stampo illuminista, che, confondendo laicità e laicismo, pretende di coartare il nativo diritto della Chiesa di predicare le verità eterne e presume di imporre un ethos — paradossalmente dogmatico — svincolato da qualsiasi riferimento assiologico, e più che mai trascendente.
Anche le recenti sofferenze causate al Santo Padre dagli avvenimenti, sono esse stesse indicatore storico che stat Christus et ideo stat Petrus. La barca dell’apostolo Pietro ha attraversato marosi ben più turbolenti e proprio tempi come l’epoca qui ricordata lo sottolinea in maniera così potente: la deportazione e la prigionia di due Pontefici, Pio vi e Pio VII, a cui corrispose un’ondata incontenibile di affetto e di sostegno dei fedeli cattolici verso il Papa.
Il regnante Pontefice proviene dal clero diocesano, certo, ma a nessuno sfugge una peculiare sfaccettatura della sua personalità e del suo ministero che non è improprio definire monastica; a partire dal nome pontificale, che, come egli stesso ha confessato nella prima udienza pubblica dopo l’elezione, intende omaggiare anche il «Patriarca del monachesimo occidentale». Il suo alto magistero teologico lo rivela come un profondo scrutatore dei misteri divini, un vero mistagogo; ciò è manifestamente frutto di una comunione stretta con Dio, che denota la sua indole fondamentalmente contemplativa.
Accanto a un Papa così intrinsecamente vicino all’ideale contemplativo, la Provvidenza ha posto un segretario di Stato proveniente da un carisma (quello di don Bosco) votato all’azione apostolica, che anzi si caratterizza come ansia apostolica, principalmente verso i piccoli e i poveri. Si avvera così una felice sinergia, per cui il momento della pensosa riflessione teologica viene integrato dal contemplata aliis tradere, dalla tensione missionaria così caratteristica della vita consacrata.
Avviene così che l’estrazione religiosa del segretario di Stato, per quanto storicamente eccezionale rispetto alla provenienza dal servizio diplomatico, si componga armonicamente con il servizio medesimo, del quale il segretario di Stato diviene capo. In esso e per esso trovano tutela e realizzazione l’ideale perenne della libertas Ecclesiae, che già innervò l’azione del barnabita Lambruschini, come oggi del suo odierno successore, e l’impulso missionario rivolto alla diffusione del Vangelo, intrecciati fra di loro e con la promozione integrale della persona umana.
Lo ha ricordato il cardinale Bertone nel suo intervento al Sinodo dei vescovi appena concluso e dedicato al tema della nuova evangelizzazione: «Vi è in primo luogo un servizio specifico [dei rappresentanti pontifici], che è quello di vigilanza e tutela della libertas Ecclesiae [...]. Accanto a tale servizio, i rappresentanti pontifici sono consapevoli della responsabilità diretta che hanno, in quanto membri del collegio episcopale, in ordine all’annuncio del Vangelo e dunque alla promozione della nuova evangelizzazione».
L’intensa attività dispiegata dalla Segreteria di Stato sotto la guida del cardinale Bertone sta a dimostrare come servizio diplomatico e carisma della vita consacrata, in un fecondo incontro, producano un grandissimo giovamento alla missione petrina, alla quale il ministero è intrinsecamente ordinato.


L'Osservatore Romano 9 novembre 2012