sabato 17 novembre 2012

Nè abbandonati nè inutili, ma uniti alla Croce di Cristo



Alle ore 12 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla XXVII Conferenza Internazionale organizzata dal Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari (per la Pastorale della Salute) sul tema: “L’Ospedale, luogo di evangelizzazione: missione umana e spirituale” (15-17 novembre 2012).

Erano presenti all’Udienza anche i partecipanti al XXV Congresso congiunto dell’Associazione dei Medici Cattolici Italiani e della Federazione Europea delle Associazioni Mediche Cattoliche che, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, hanno riflettuto sul tema “Bioetica ed Europa cristiana”; membri dell’UNITALSI e di altre associazioni, studenti delle Facoltà di Medicina e Chirurgia e dei Corsi di laurea delle Professioni Sanitarie. Dopo l’indirizzo di omaggio di S.E. Mons. Zygmunt Zimowski, Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, il Papa ha indirizzato ai presenti il discorso che pubblico di seguito:


Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Vi do il mio caloroso benvenuto! Ringrazio il Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, Mons. Zygmunt Zimowski, per le cortesi parole; saluto gli illustri relatori e tutti i presenti. Il tema della vostra Conferenza - «L’Ospedale, luogo di evangelizzazione: missione umana e spirituale» - mi offre l’occasione di estendere il mio saluto a tutti gli operatori sanitari, in particolare ai membri dell’Associazione dei Medici Cattolici Italiani e della Federazione Europea delle Associazioni Mediche Cattoliche, che, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, hanno riflettuto sul tema «Bioetica ed Europa cristiana». Saluto inoltre i malati presenti, i loro familiari, i cappellani e i volontari, i membri delle associazioni, in particolare dell’UNITALSI, gli studenti delle Facoltà di Medicina e Chirurgia e dei Corsi di laurea delle Professioni Sanitarie.
La Chiesa si rivolge sempre con lo stesso spirito di fraterna condivisione a quanti vivono l’esperienza del dolore, animata dallo Spirito di Colui che, con la potenza dell’amore, ha ridato senso e dignità al mistero della sofferenza. A queste persone il Concilio Vaticano II ha detto: non siete «né abbandonati, né inutili», perché, uniti alla Croce di Cristo, contribuite alla sua opera salvifica (cfr Messaggio ai poveri, ai malati e ai sofferenti, 8 dicembre 1965). E con gli stessi accenti di speranza, la Chiesa interpella anche i professionisti e i volontari della sanità. La vostra è una singolare vocazione, che necessita di studio, di sensibilità e di esperienza. Tuttavia, a chi sceglie di lavorare nel mondo della sofferenza vivendo la propria attività come una «missione umana e spirituale» è richiesta una competenza ulteriore, che va al di là dei titoli accademici. Si tratta della «scienza cristiana della sofferenza», indicata esplicitamente dal Concilio come «la sola verità capace di rispondere al mistero della sofferenza» e di arrecare a chi è nella malattia «un sollievo senza illusioni»: «Non è in nostro potere – dice il Concilio – procurarvi la salute corporale, né la diminuzione dei vostri dolori fisici... Abbiamo però qualche cosa di più prezioso e di più profondo da darvi... Il Cristo non ha soppresso la sofferenza; non ha neppure voluto svelarcene interamente il mistero: l’ha presa su di sé, e questo basta perché ne comprendiamo tutto il valore» (ibid.). Di questa «scienza cristiana della sofferenza» siate degli esperti qualificati! Il vostro essere cattolici, senza timore, vi dà una maggiore responsabilità nell’ambito della società e della Chiesa: si tratta di una vera vocazione, come recentemente testimoniato da figure esemplari quali San Giuseppe Moscati, San Riccardo Pampuri, Santa Gianna Beretta Molla, Santa Anna Schäffer e il Servo di Dio Jérôme Lejeune.
È questo un impegno di nuova evangelizzazione anche in tempi di crisi economica che sottrae risorse alla tutela della salute. Proprio in tale contesto, ospedali e strutture di assistenza debbono ripensare il proprio ruolo per evitare che la salute, anziché un bene universale da assicurare e difendere, diventi una semplice «merce» sottoposta alle leggi del mercato, quindi un bene riservato a pochi. Non può essere mai dimenticata l’attenzione particolare dovuta alla dignità della persona sofferente, applicando anche nell’ambito delle politiche sanitarie il principio di sussidiarietà e quello di solidarietà (cfr Enc. Caritas in veritate, 58). Oggi, se da un lato, a motivo dei progressi nel campo tecnico-scientifico, aumenta la capacità di guarire fisicamente chi è malato, dall’altro appare indebolirsi la capacità di «prendersi cura» della persona sofferente, considerata nella sua integralità e unicità. Sembrano quindi offuscarsi gli orizzonti etici della scienza medica, che rischia di dimenticare come la sua vocazione sia servire ogni uomo e tutto l’uomo, nelle diverse fasi della sua esistenza. E’ auspicabile che il linguaggio della «scienza cristiana della sofferenza» - cui appartengono la compassione, la solidarietà, la condivisione, l’abnegazione, la gratuità, il dono di sé - diventi il lessico universale di quanti operano nel campo dell’assistenza sanitaria. È il linguaggio del Buon Samaritano della parabola evangelica, che può essere considerata - secondo il Beato Papa Giovanni Paolo II - «una delle componenti essenziali della cultura morale e della civiltà universalmente umana» (Lett. ap. Salvifici doloris, 29). In questa prospettiva gli ospedali vanno considerati come luogo privilegiato di evangelizzazione, perché dove la Chiesa si fa «veicolo della presenza di Dio» diventa al tempo stesso «strumento di una vera umanizzazione dell’uomo e del mondo» (Congr. per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, 9). Solo avendo ben chiaro che al centro dell’attività medica e assistenziale c’è il benessere dell’uomo nella sua condizione più fragile e indifesa, dell’uomo alla ricerca di senso dinanzi al mistero insondabile del dolore, si può concepire l’ospedale come «luogo in cui la relazione di cura non è mestiere, ma missione; dove la carità del Buon Samaritano è la prima cattedra e il volto dell’uomo sofferente il Volto stesso di Cristo» (Discorso all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, 3 maggio 2012).
Cari amici, questa assistenza sanante ed evangelizzatrice è il compito che sempre vi attende. Ora più che mai la nostra società ha bisogno di «buoni samaritani» dal cuore generoso e dalle braccia spalancate a tutti, nella consapevolezza che «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente» (Enc. Spe salvi, 38). Questo «andare oltre» l’approccio clinico vi apre alla dimensione della trascendenza, verso la quale un ruolo fondamentale è svolto dai cappellani e dagli assistenti religiosi. A loro compete in primo luogo di far trasparire nel variegato panorama sanitario, anche nel mistero della sofferenza, la gloria del Crocifisso Risorto. Un’ultima parola desidero riservare a voi, cari malati. La vostra silenziosa testimonianza è un efficace segno e strumento di evangelizzazione per le persone che vi curano e per le vostre famiglie, nella certezza che «nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio» (Angelus, 1° febbraio 2009). Voi «siete i fratelli del C
risto sofferente; e con lui, se lo volete, voi salvate il mondo!» (Conc. Vat. II, Messaggio). Mentre affido voi tutti alla Vergine Maria, Salus Infirmorum, perché guidi i vostri passi e vi renda sempre testimoni operosi e instancabili della scienza cristiana della sofferenza, vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

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Riporto di seguito il testo della prolusione di monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, intervenuto ieri alla prima sessione della XXVII Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari.
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Una memoria storica
“L’apertura di un ospedale, se è evento di importanza per l’arte medica, non suole generalmente destare molte simpatie nel pubblico che rifugge da tali asili del dolore. Invece quale non fu la sorpresa di Sua Eccellenza Mons. Quigley, degno arcivescovo di Chicago, quando si vide circondato da una folla di più di quattromila persone che si accalcavano intorno alla cappella e alle sale di ricevimento per udire la sua parola! Altre, più di mille persone, furono rimandate per mancanza di spazio, senza speranza che potessero trovare accesso. Tutti convennero che mai negli Stati Uniti si era manifestato tanto entusiasmo per l’apertura di un ospedale, quanto in questa occasione. Era questo il giorno del Signore, l’opera del Signore… La facoltà medica della città classifica il nostro ospedale come uno di primo ordine. Tutti poi convengono nel dire che la posizione incantevole, la bellezza della struttura lo rendono il migliore ospedale di Chicago” (1). Sono le parole che Francesca Cabrini scriveva alle alunne dell’Istituto di magistero che si trovavano qui a Roma per informarle dell’intensa attività sua e delle Suore Missionarie del Sacro Cuore. La data è del 5 maggio 1905. Nei giorni scorsi L’Osservatore Romano ha pubblicato questo stralcio di lettera insieme a un bel servizio per ricordare la prima grande santa americana, patrona degli immigrati, che svolse un’opera,considerata solo dal punto di vista umano, di assoluta grandezza. Agli inizi del ‘900 in Europa, Stati Uniti e America Latina erano già fondate 67 scuole, opere assistenziali e ospedali; come se non bastasse all’epoca attraversò l’oceano per ben 24 volte. Potremmo rimanere attoniti davanti alla grande azione missionaria di santa Cabrini che da un piccolo paese del lodigiano, Codogno, fu in grado di portare la testimonianza della fede fino alle Ande. Ciò che viene detto nella lettera, comunque, ha per noi un’importanza fondamentale; vengono messe in relazione le reazioni delle persone davanti ad alcune situazioni. Parla degli “asili del dolore” che non riscuotono grande simpatie presso il popolo; nello stesso tempo, tuttavia, menziona l’originalità che essa aveva impresso nella costruzione di un nuovo ospedale: la scelta del luogo, la bellezza della costruzione e gli strumenti di prim’ordine, che al contrario avevano riscosso un grande entusiasmo presso la popolazione. Se a questo si aggiunge che quell’ospedale era da lei stessa chiamato “opera del Signore” e noi ben sappiamo come fosse anche il frutto della sua santità personale, allora il mosaico si completa e lascia intravedere le grandi opere che i credenti sono in gradi di realizzare quando si lasciano condurre dalla grazia del Padre e nella docilità all’azione dello Spirito Santo.
Nelle scorse settimane si è conclusa la XIII Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Il tema che ha riempito le intense giornate di lavoro sono state dedicate alla Nuova evangelizzazione e trasmissione della fede. È emersa in maniera netta la consapevolezza che la nuova evangelizzazione è ormai il cammino che la Chiesa intende percorrere nei prossimi decenni con speranza e decisione, sapendo che il tracciato è opera dello Spirito che guida sempre la Chiesa nelle vicende della storia perché in essa possa essere il segno vivo della presenza di Cristo. È cresciuta la consapevolezza che anche nella nuova evangelizzazione ciò che deve occupare il primo posto è la persona di Gesù Cristo primo evangelizzatore del Padre e del suo mistero, ma nello stesso tempo contenuto del nostro annuncio sempre nuovo perché rinnovato da una fede che si incarna nelle varie situazioni della storia.
Pensare, comunque, che si possa dare una definizione chiara ed esaustiva di nuova evangelizzazione, è una tentazione da cui fuggire. Già Paolo VI nella sempre attuale Evangelii nuntiandi poneva all’erta dal cadere in questa pericolo quando scriveva: “Nessuna definizione parziale e frammentaria può dare ragione della realtà ricca, complessa e dinamica, quale è quella dell’evangelizzazione, senza correre il rischio di impoverirla e perfino di mutilarla. È impossibile capirla, se non si cerca di abbracciare con lo sguardo tutti gli elementi essenziali” (2). Alla stessa stregua, nel suo discorso all’inizio del Sinodo (3), Benedetto XVI ha riaffermato in modo profondo: “L’evangelizzazione, in ogni tempo e luogo, ha sempre come punto centrale e terminale Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1); e il Crocifisso è per eccellenza il segno distintivo di chi annuncia il Vangelo: segno di amore e di pace, appello alla conversione e alla riconciliazione”. E subito aggiungeva specificando: “La nuova evangelizzazione, (è) orientata principalmente alle persone che, pur essendo battezzate, si sono allontanate dalla Chiesa, e vivono senza fare riferimento alla prassi cristiana… (è necessaria) per favorire in queste persone un nuovo incontro con il Signore, che solo riempie di significato profondo e di pace la nostra esistenza; per favorire la riscoperta della fede, sorgente di Grazia che porta gioia e speranza nella vita personale, familiare e sociale”.
Come si può osservare, l’evangelizzazione costituisce da sempre la natura della Chiesa ed è ciò che la rende Corpo del Risorto e sua presenza nel mondo per essere mediazione della sua rivelazione. La nuova evangelizzazione non è qualcosa che si aggiunge dall’esterno sotto la pressione degli eventi, ma un tratto della stessa natura della Chiesa che emerge in maniera più evidente per la rinnovata consapevolezza della missione che i credenti hanno di essere testimoni del risorto in un mondo che ha radicalmente cambiato i suoi connotati sotto la pressione del secolarismo. La nuova evangelizzazione, pertanto, non equivale a mettere tra parentesi un passato sempre ricco di testimonianze che hanno cambiato il mondo, ma diventa una possibilità per un serio esame di coscienza al fine di verificare se la fede dei credenti è ancora in grado di essere genuina e vivace come dovrebbe essere, oppure se è sottoposta a stanchezza, ovvietà, paura… Tutti elementi che le sono estranei e che ne limitano l’ambito di azione.
Tra le Propositiones che sono state presentate al Santo Padre come prima sintesi del lavoro sinodale, una in modo particolare tocca il tema dell’impegno della nuova evangelizzazione nell’ambito della pastorale sanitaria. Si dice: “La nuova evangelizzazione deve essere sempre cosciente del mistero pasquale di morte e risurrezione di Gesù Cristo. Da questo mistero infatti si diffonde una luce sulle sofferenze e malattie degli uomini, che nella Croce di Cristo possono comprendere e accettare il mistero della sofferenza che offre loro la speranza nella vita che viene. Nel malato, in chi soffre in quanti sono portatori di handicap e chi si trova in un speciale bisogno, la sofferenza di Cristo è presente e possiede una forza missionaria. Per i cristiani deve esserci sempre posto per i sofferenti e i malati. Loro hanno bisogno della nostra cura, ma noi riceviamo ancora di più dalla loro fede. Attraverso il malato, Cristo illumina la sua Chiesa in modo che chiunque entri in contatto con il malato può trovare riflessa la luce di Cristo. Ecco perché i malati sono così importanti nella nuova evangelizzazione. Quanti sono in contatto con loro devono essere consapevoli della missione che possiedono. Non dobbiamo dimenticare, infine, che quando si costruiscono gli ospedali si deve porre attenzione perché non abbiano mai a mancare spazi di supporto e di consolazione come pure spazi per la preghiera”. Non si comprenderebbero alcuni punti di questa “Proposizione” se non si facesse riferimento al ricco insegnamento della Chiesa sulla sofferenza e la malattia in rapporto al mistero della Croce di Cristo. Insegnamento che ha trovato riscontro in modo particolare nel beato Giovanni Paolo II. Nella Salvifici doloris egli diceva testualmente: “Il tema della sofferenza… è un tema universale che accompagna l'uomo ad ogni grado della longitudine e della latitudine geografica: esso, in un certo senso, coesiste con lui nel mondo, e perciò esige di essere costantemente ripreso” (n° 2).
Il senso del dolore nei nuovi areopaghi
Questa considerazione permette di avviare una prima riflessione sul nostro tema. Il vangelo non esclude nessun ambito della vita personale e sociale; la Chiesa, quindi, non può dimenticare nessun luogo che è raggiunto dall’uomo e all’interno del quale egli concretizza la sua esistenza personale. Ad ogni suo contemporaneo, la comunità cristiana è chiamata a portare la parola del Vangelo che dà senso e che salva. Si sente spesso parlare in questo periodo della presenza della Chiesa nei nuovi areopaghi che segnano la cultura moderna e che offrono spazi di annuncio prima sconosciuti. È una suggestione importante per la nuova evangelizzazione perché deve essere in grado non solo di riconoscere questi nuovi spazi, ma soprattutto trovare le forme coerenti per potervi entrare. L’apertura verso queste nuove forme, che permane fondamentale, non può far dimenticare l’impegno che da sempre i credenti hanno profuso nei confronti di ambiti meno eclatanti e spesso tra i più dimenticati come quelli che ruotano intorno al grande capitolo della sofferenza umana. I nuovi areopaghi sono segnati non poche volte dalla volontà di sottacere o nascondere questi luoghi perché non accettano che l’uomo possa sperimentare la debolezza, dopo che loro stessi hanno illuso sulla sua onnipotenza. Eppure, proprio in forza di questo e per amore della verità dovremmo essere capaci di portare nei nuovi areopaghi il senso della sofferenza dimenticata e del dolore taciuto.
Il fatto che la religione cristiana abbia come suo specifico l’incarnazione del Figlio di Dio non è senza conseguenze nell’ordine dell’organizzazione della sua vita personale e sociale. Se Dio entra nella storia e la assume su di sé come criterio di partecipazione alla vita umana, allora tutto ciò che comporta la vita di una persona e della società in cui vive diventa spazio per l’agire dei credenti. Nulla è salvato di ciò che non è stato assunto dal Verbo di Dio. Tutto ciò che è stato assunto, invece, è per ciò stesso salvato e trasformato. L’incarnazione di Dio impegna la Chiesa a entrare nella storia degli uomini e renderli partecipi di un piano di salvezza che non è solo promessa futura di vita eterna, ma già fin d’ora cambiamento e trasformazione della vita presente. I miracoli che Gesù ha compiuto, ad esempio, non avevano solo lo scopo di evidenziare la sua potenza sul male, sulla malattia e sulla morte, ma nello stesso tempo erano preludio per annunciare la concreta trasformazione dell’uomo. Ciò che sarà nei tempi nuovi e nella terra nuova viene fin da ora reso visibile mediante il cambiamento che la potenza di Dio realizza se ci si abbandona nella fede. Il corpo sarà trasformato e con esso l’intero creato. Questa concezione ha da sempre trovato un suo spazio di peculiare ascolto nel momento dell’esperienza della sofferenza. L’apostolo aveva detto in maniera perentoria: “Quando sono debole, allora sono forte” (2Cor 12,10). I momenti di debolezza dell’uomo, quindi, possono diventare spazio per rendere evidente la forza della potenza di Dio che dal nulla porta all’essere ogni cosa.
È la forza della fede che ha consentito nel corso dei secoli di trasformare i luoghi pagani,dove l’ammalato veniva illuso dal mito e dai suoi ministri sulla sua reale condizione, in centri di amorosa accoglienza dove prendersi direttamente cura del malato. Ciò che il paganesimo rivolgeva alla divinità perché intervenisse a favore del malato, il cristiano lo fece diventare il luogo del suo impegno diretto perché il malato potesse toccare con mano la concreta vicinanza di Dio attraverso l’amore caritatevole dei fratelli. Questo è un primo atto di nuova evangelizzazione che si impone come obbligo a non dimenticare la condizione umana in tutti i suoi aspetti.
Di fatto, siamo dinanzi alla nuova evangelizzazione come espressione culturale che entra nella formulazione di una nuova antropologia di cui la cultura dei nostri giorni ha una particolare necessità. Tesi come siamo a dare immagine e voce solo alla bellezza per soddisfare un ormai eclatante narcisismo, o al diritto di essere sani per illuderci di un’immortalità che non ci appartiene, la Chiesa ha come suo obbligo quello di ribadire la dignità della persona umana in tutte le sue espressioni. Non potrà mai esserci una società degna di questo nome se si impone una cultura che in nome della vita e del diritto individuale offre la morte come condizione di selezione e discriminazione. La dignità della persona vale per il fatto stesso di esistere e di portare impresso in sé l’immagine di Dio. Ogni altra manifestazione che si fermasse alla sola perfezione corporale e discriminasse in forza dell’età, della razza e della lingua le altre persone non dovrebbe trovare posto tra le nostre case né tantomeno potrebbe essere espressione del progresso raggiunto da secoli di civiltà. Davanti a forme culturali che spingono verso una ossessione per la bellezza fisica fino a sfiorare il ridicolo per l’illusione di offrire un’eterna giovinezza con una soluzione chirurgica che fa trasparire ancora di più la vecchiaia che si vuole nascondere, è importante porre la questione sul senso della vita e sulla sua essenza. Davanti a un rinato culto pagano nei confronti del corpo è necessario alimentare un maggior senso critico che permetta di restituire ad un uomo confuso il giusto senso delle cose e la reale misura dei suoi atti. Questa è nuova evangelizzazione che porta una boccata di ossigeno presentando la verità e per questo la libertà di ognuno contro l’illusione e quindi l’inganno.

Il malato nuovo evangelizzatore
Ci sono esperienze ricche e intense di nuova evangelizzazione che meritano di essere partecipate e vissute. Queste lasciano trasparire che la nuova evangelizzazione, al di là ogni forma di retorica, coinvolge non solo a quanti sono chiamati ad essere evangelizzatori nei confronti delle persone che soffrono, ma primariamente rende gli malati i protagonisti della nuova evangelizzazione nel momento in cui sono in grado di inserire la loro malattia e dolore nel mistero della Croce e Risurrezione di Gesù Cristo. È sempre Giovanni Paolo II che ricordava questa profonda verità quando diceva: “Carissimi fratelli e sorelle, che sperimentate in modo particolare la sofferenza, voi siete chiamati ad una peculiare missione nell’ambito della nuova evangelizzazione, ispirandovi a Maria Madre dell’amore e del dolore umano. Vi sostengono in tale non facile testimonianza gli operatori sanitari, i familiari, i volontari che vi accompagnano lungo il quotidiano cammino della prova” (4). I primi evangelizzatori dell’ospedale, quindi, sono i malati. Essi sono chiamati ad assumere in sé la consapevolezza e responsabilità dell’annuncio della bella notizia del vangelo che salva a partire dalla loro stessa condizione. La cosa non è priva di significato, perché punta a guardare con maggior intensità e impegno alla formazione dei credenti in modo che anche in queste circostanze di sofferenza possano essere vissute in coerenza con la fede. Non ci si improvvisa evangelizzatori né si riesce a dare senso al dolore dall’oggi al domani. Tutto ciò richiede una preparazione che cresce e matura con la fede nel mistero di partecipazione attiva e reale al mistero di Cristo e alla vita di comunione con lui offerta dal battesimo.
Il cammino del Pontificio Consiglio per la pastorale sanitaria da molto tempo ormai ha fatto della Nuova evangelizzazione una sua scelta prioritaria. Ne sono testimonianza le molteplici iniziative di cui è promotore. Basti già ricordare, in tal senso, il tema della IX Giornata Mondiale del Malato nel 2001, dal titolo: “Nuova evangelizzazione e la dignità dell’uomo sofferente”, quando il beato Giovanni Paolo II scriveva così: “L’evangelizzazione deve essere nuova, nuova nel metodo e nell’impegno, perché nell’assistenza ai malati sono cambiate e stanno cambiando molte cose. Non solo la sanità si trova di fronte a pressioni economiche senza precedenti e a complessità legali, ma a volte si trova anche nell’incertezza etica che tende a oscurare quelli che sono stati i suoi chiari fondamenti morali. Questa incertezza può trasformarsi in una confusione fatale che si manifesta come incapacità di comprendere che lo scopo essenziale dell’assistenza sanitaria è di promuovere e tutelare il benessere di chi ne ha bisogno, che la ricerca e la pratica mediche devono seguire sempre imperativi etici, che i deboli e quanti possono apparire improduttivi agli occhi della società dei consumi hanno una dignità inviolabile che va sempre rispettata e che le cure sanitarie dovrebbero essere disponibili come diritto basilare per tutti senza alcuna eccezione” (Ench. 1105). Tutto questo inserisce ancora più direttamente nello specifico della nostra tematica come un percorso costante che mostra il progresso compiuto e il grande lavoro ancora da realizzare.
L’ospedale consente di compiere una prima esperienza basilare: il timore per la perdita di un bene che ognuno ritiene fondamentale. Non è estraneo in questi luoghi – se non nel paziente, spesso nei famigliari - l’esperienza del limite e dell’impotenza che porta con sé una forma di incredulità che non può accettare che la scienza e la tecnica non abbiano dei limiti. Davanti ad alcune patologie difficilmente si accetta il responso che non si può avere certezza. La mente corre immediatamente a soluzioni alternative e l’illusione si riproduce alla ricerca di nuove diagnosi e nuove terapie. Se non nel proprio Paese, allora certamente altrove in Paesi più tecnologici certamente esisterà la soluzione. Non si accetta il limite e tanto meno il dolore. La mente preferisce rincorrere l’illusione dell’utopia piuttosto che arrendersi al realismo. Eppure, la malattia è una vera chiave d’avviamento per mettere in moto la mente che vaga alla ricerca del pensiero migliore, quando non è affossata dal pessimismo più buio. L’esperienza della malattia impone che si fissi lo sguardo sull’essenziale che è spesso eclissato dall’effimero; in questo processo, tuttavia, è importante che nessuno sia lasciato solo. Qui si impone l’impegno della nuova evangelizzazione, perché formi la coscienza di un’azione pastorale animata dall’entusiasmo che sa dare la compagnia della fede. In questi momenti non è richiesta una compagnia loquace, ma eloquente. Essa è più efficace quando è solo compagnia come presenza di un cuore che ama e che per questo è vicino, che partecipa e com-patisce portando il peso dell’altro. In un periodo in cui l’ammalato è di fatto unicamente affidato alla scienza medica,alla tecnologia e al medico, e per contraddittorio che possa apparire alla struttura sanitaria che nei momenti ricchi specula sulla sua presenza e in quelli di crisi lo rinvia immediatamente a casa, la fede deve far comprendere che c’è bisogno di una compagnia più solida che sostiene e che sa dare la risposta ricercata invano altrove. Il malato per la sua stessa condizione personifica una richiesta di aiuto, di vicinanza e di senso. Una nuova evangelizzazione che si fa forte dei nuovi mezzi di comunicazione come può dimenticare che esiste una comunicazione silenziosa, fatta di grida del cuore che chiede di essere ascoltata perché impone di cogliere quegli interrogativi spesso disattesi quali il coraggio di affrontare un percorso ad ostacoli, la speranza di vincere e la non rassegnazione a subire?
L’ospedale può essere umanizzato quando diventa luogo in cui si sperimenta la comunione che supera la solitudine, l’accoglienza che schiaccia l’interesse e la disponibilità al servizio che annienta la chiusura in se stessi. L’ospedale è anche la chiesa del malato. Ritornano con forza le parole di Gesù alla samaritana: “Né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre… i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Gv 4,21-22). È vero, ci sono luoghi che sono consacrati come tali perché siano segno del sacro e del peculiare rapporto con Dio. Ma ci sono luoghi che diventano sacri per la celebrazione del mistero della salvezza che si opera attraverso le persone. L’ospedale è uno di questi. Celebrare il mistero della malattia e della salvezza, della debolezza del corpo e della forza dell’amore rendono l’ospedale per ciò stesso un luogo sacro dove domina il silenzio e dove la preghiera personale e intima prevale sulle parole della scienza. Qui il malato riceve la visita di Cristo eucaristia che gli indica il vero percorso della fede: non una conquista dell’uomo che va alla ricerca di Dio, ma di Dio che gli va incontro là dove lui vive e ne sente il bisogno più profondo. Qui riceve maggior significato la celebrazione del sacramento della riconciliazione come spazio reale in cui nella debolezza della propria fisicità si vuole sentire la voce della misericordia che tutto perdona e che incute coraggio per guardare avanti con sguardo sereno. Qui l’unzione dei malati ha il suo spazio privilegiato perché ci riporta al valore dei segni sacramentali che sono efficaci per la presenza della grazia che viene donata e della fede che vede in essi la risposta necessaria. L’unzione ricorda che siamo stati battezzati e confermati nella fede e che il nostro corpo non è estraneo a quello del Figlio di Dio che lo ha trasformato in quello glorioso della sua risurrezione. L’esperienza del perdono che viene realizzata, dona fiducia e quanto è stato nel passato mediazione di peccato viene ora rinnovato dalla vera potenza del perdono che tutto distrugge per far percepire la grandezza dell’amore che accoglie tutti senza escludere nessuno. La fede, insomma, aiuta a superare le inevitabili paure che ognuno porta con sé e, tuttavia, fortifica l’umana debolezza che non può essere tolta perché tutti siamo arroccati a questo terreno della creazione, ma può essere trasformata nella luce del mistero pasquale.
Conclusione
Come esiste una nuova evangelizzazione che entra nella promozione e difesa di un’antropologia formata sull’immagine di Dio, così è necessario che la nuova evangelizzazione si faccia carico di entrare nelle pareti dei tanti luoghi di sofferenza e di dolore per portare la parola di speranza che è contenuta nel Vangelo. Dove si impone un annuncio come questo se non là dove si sperimenta la debolezza e le domande esistenziali si fanno più forti e la mente è più aperta alla verità così come il cuore più disponibile all’accoglienza? Ritornano cariche di senso e di particolare commozione le parole del beato Giovanni Paolo II quando diceva: “Ogni giorno mi reco idealmente in pellegrinaggio negli ospedali e nei luoghi di cura, dove vivono persone di ogni età e di ogni ceto sociale. Vorrei soprattutto sostare al fianco dei degenti, dei familiari e del personale sanitario. Sono luoghi che costituiscono come dei santuari, nei quali le persone partecipano al mistero pasquale di Cristo. Anche il più distratto è lì portato a porsi domande sulla propria esistenza e sul suo significato, sul perché del male, della sofferenza e della morte (cfr. GS 10). Ecco perché è importante che mai manchi in tali strutture una presenza qualificata e significativa dei credenti” (5). È questo pellegrinaggio al letto di quanti soffrono che la nuova evangelizzazione deve pensare per ridare fiducia e coraggio alle persone che attendono dai nuovi evangelizzatori una parola di speranza per divenire loro stessi nuovi evangelizzatori.
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NOTE


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1) In L’Osservatore Romano, 13 novembre 2012
2) Enchiridion della Nuova Evangelizzazione, 151
3) 7 ottobre 2012, cfr. L’Osservatore Romano

(4) Enchiridion della Nuova Evangelizzazione, 874
(5) Ibidem, 1086