... almeno in Vaticano. Lo
scorso 15 ottobre il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, ha
firmato una circolare inviata a tutti gli uffici della curia romana per
ribadire che sacerdoti e religiosi devono presentarsi al lavoro con
l’abito proprio, e cioè il clergyman o la talare nera. E nelle occasioni
ufficiali, specie se in presenza del Papa, i monsignori non potranno
più lasciare ad ammuffire nell’armadio la veste con i bottoni rossi e la
fascia paonazza.
Un richiamo alle norme canoniche che rappresenta un segnale preciso, di portata probabilmente maggiore rispetto ai confini d’Oltretevere: nei sacri palazzi, infatti, i preti che non vestono da preti sono piuttosto rari. Ed è probabile che il richiamo ad essere più ligi e impeccabili, anche formalmente, debba servire da esempio per chi viene da fuori, per i vescovi e i preti di passaggio a Roma. Insomma, un modo di parlare a nuora perché suocera intenda e magari faccia altrettanto.
Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che «i chierici portino un abito ecclesiastico decoroso» secondo le norme emanate dalle varie conferenze episcopali. La Cei ha stabilito che «il clero in pubblico deve indossare l’abito talare o il clergyman», cioè il vestito nero o grigio con il colletto bianco. Il nome inglese rivela la sua origine nell’aerea protestante anglosassone: è entrato in uso anche per gli ecclesiastici cattolici, all’inizio come concessione per chi doveva viaggiare.
La Congregazione vaticana del clero, nel 1994, spiegava le motivazioni anche sociologiche dell’abito dei sacerdoti: «In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista» è «particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità».
La circolare di Bertone chiede ai monsignori di indossare «l’abito piano», cioè la veste con i bottoni rossi, negli «atti dove sia presente il Santo Padre» come pure nelle altre occasioni ufficiali. Un invito rivolto anche ai vescovi ricevuti in udienza dal Papa, che d’ora in poi dovranno essere decisamente più attenti all’etichetta.
L’uso degli abiti civili per il clero è stato legato, in passato, a particolari situazioni, come nel caso della Turchia negli anni Quaranta o del Messico fino a tempi molto più recenti, con i vescovi abituati a uscire di casa vestiti come manager. L’usanza ha poi preso piede in Europa: non si devono dimenticare le ben note immagini del giovane teologo Joseph Ratzinger in giacca e cravatta scura negli anni del Concilio. Ma è soprattutto dopo il Vaticano II che la veste talare finisce in soffitta e il prete cerca di distinguersi sempre meno. Da anni ormai, soprattutto nei giovani sacerdoti, si registra però una decisa controtendenza. Una svolta «clerical» messa ora nero su bianco anche nella circolare del Segretario di Stato. (A. Tornielli)
Fonte: La Stampa di oggi, 16 novembre
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Un richiamo alle norme canoniche che rappresenta un segnale preciso, di portata probabilmente maggiore rispetto ai confini d’Oltretevere: nei sacri palazzi, infatti, i preti che non vestono da preti sono piuttosto rari. Ed è probabile che il richiamo ad essere più ligi e impeccabili, anche formalmente, debba servire da esempio per chi viene da fuori, per i vescovi e i preti di passaggio a Roma. Insomma, un modo di parlare a nuora perché suocera intenda e magari faccia altrettanto.
Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che «i chierici portino un abito ecclesiastico decoroso» secondo le norme emanate dalle varie conferenze episcopali. La Cei ha stabilito che «il clero in pubblico deve indossare l’abito talare o il clergyman», cioè il vestito nero o grigio con il colletto bianco. Il nome inglese rivela la sua origine nell’aerea protestante anglosassone: è entrato in uso anche per gli ecclesiastici cattolici, all’inizio come concessione per chi doveva viaggiare.
La Congregazione vaticana del clero, nel 1994, spiegava le motivazioni anche sociologiche dell’abito dei sacerdoti: «In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista» è «particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità».
La circolare di Bertone chiede ai monsignori di indossare «l’abito piano», cioè la veste con i bottoni rossi, negli «atti dove sia presente il Santo Padre» come pure nelle altre occasioni ufficiali. Un invito rivolto anche ai vescovi ricevuti in udienza dal Papa, che d’ora in poi dovranno essere decisamente più attenti all’etichetta.
L’uso degli abiti civili per il clero è stato legato, in passato, a particolari situazioni, come nel caso della Turchia negli anni Quaranta o del Messico fino a tempi molto più recenti, con i vescovi abituati a uscire di casa vestiti come manager. L’usanza ha poi preso piede in Europa: non si devono dimenticare le ben note immagini del giovane teologo Joseph Ratzinger in giacca e cravatta scura negli anni del Concilio. Ma è soprattutto dopo il Vaticano II che la veste talare finisce in soffitta e il prete cerca di distinguersi sempre meno. Da anni ormai, soprattutto nei giovani sacerdoti, si registra però una decisa controtendenza. Una svolta «clerical» messa ora nero su bianco anche nella circolare del Segretario di Stato. (A. Tornielli)
Fonte: La Stampa di oggi, 16 novembre
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"Il Secolo XIX" di ieri, 15 novembre riportava un articolo dal titolo "Vaticano: basta preti casual". (*)
Sempre più spesso i sacerdoti non indossano più neanche un segno di riconoscimento. Anche quando amministrano i sacramenti. Si può fare a meno dell'abito religioso? Cosa dice la liturgia in proposito? Riporto da Zenit.
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ROMA, venerdì, 16 novembre 2012 – Un lettore di lingua portoghese ha sottoposto la seguente domanda all’attenzione di padre Edward McNamara:
Sono un religioso consacrato e da tempo mi trascino un dubbio. L’abito religioso può essere considerato veste liturgica? Può essere usato o no nella liturgia? Ad esempio: nell’amministrazione del sacramento della riconciliazione il sacerdote di solito porta solo la stola sopra l’abito. O quando fa l’accolito. È corretto? E quando l’abito è bianco? -- M.G., Brasile
Padre McNamara ha risposto nel modo seguente: Per quanto riguarda questa domanda, l’istruzione Redemptionis Sacramentum afferma chiaramente al n° 123: “Nella Messa e nelle altre azioni sacre direttamente collegate con essa, la veste propria del Sacerdote celebrante è la casula o pianeta, se non viene indicato diversamente, da indossarsi sopra il camice e la stola». Parimenti, il Sacerdote che porta la casula secondo le rubriche non tralasci di indossare la stola. Tutti gli Ordinari provvedano che ogni uso contrario sia eliminato”.
Inoltre, il n° 126 sottolinea: “È riprovevole l’abuso per cui i ministri sacri, anche quando partecipa un solo ministro, celebrano la santa Messa, contrariamente alle prescrizioni dei libri liturgici, senza vesti sacre o indossando la sola stola sopra la cocolla monastica o il normale abito religioso o un vestito ordinario. Gli Ordinari provvedano a correggere quanto prima tali abusi e a far sì che in tutte le chiese e gli oratori sotto la propria giurisdizione sia presente un congruo numero di vesti liturgiche realizzate secondo le norme”.
Alcuni elementi che prima di questa recente chiarificazione da parte della Santa Sede hanno portato a questa abitudine possono essere stati:
1) Dopo il Vaticano II, molti religiosi hanno limitato l’uso dell’abito alle funzioni liturgiche. Poiché l’abito de facto non serviva più per uscire fuori e la rinnovata enfasi sull’abito era legata alla veste battesimale, molti pensavano che la sostituzione fosse legittima.
2) Nelle concelebrazioni, i sacerdoti religiosi, nel tentativo di distinguersi dal clero diocesano, hanno iniziato ad indossare la stola sopra l’abito.
3) In alcune comunità (per esempio i premonstratensi e i domenicani) lo scapolare sull’abito si è sviluppato dal camice canonicale e non dal grembiule monastico. Quindi un camice fa parte dell’abito e perciò si pensava che non ci fosse nessun bisogno di indossare due camici per la liturgia.
Possono essere delle motivazioni molto plausibili e sincere. Ma qualunque siano le ragioni, dal momento che la Redemptionis Sacramentum non prevede eccezioni ed insiste sul fatto che il camice va usato da tutti i sacerdoti in tutte le occasioni, credo che sia chiaro che qualsiasi abitudine contraria vada cambiata per conformarsi alle norme generali della Chiesa. Per quanto ho potuto verificare, a nessun gruppo, neppure ad un ordine religioso che indossa un abito bianco, è mai stato concesso il privilegio o indulto di traslasciare di indossare il camice e di celebrare con la stola e la casula sopra l’abito.
È quindi evidente che il camice - una lunga veste di lino bianco di norma stretta ai fianchi dal cingolo - non può mai essere tralasciato per la celebrazione della Santa Messa o per altri riti, in cui è richiesto.
Nei climi caldi l’abito può essere tolto, se possibile, e sostituito dal camice.
Infine, visto che l’abito non è, in senso stretto, un abito liturgico, un religioso che fa l’accolito dovrebbe portare un camice, una cotta o un altro abito liturgico approvato.
Lo stesso vale per l’amministrazione dei sacramenti, anche se - in certe situazioni - per il sacramento della penitenza e l’unzione degli infermi la stola sopra l’abito può essere sufficiente.
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(*): Di seguito il testo.
Città del Vaticano - Più rigore non solo nella dottrina, nelle procedure, o nei comportamenti. Anche nel modo di vestire. La Santa Sede impone una “stretta” sugli abiti talari per tutti i prelati che lavorano in Vaticano. Non saranno più accettati abiti «borghesi»: il minimo tollerato sarà il clergy-man - l’abito religioso che prevede pantaloni, camicia e giacca di colore nero o grigio - mentre religiosi e religiose dovranno indossare la «divisa» del proprio ordine di appartenenza.
È questo l’effetto di un decreto della Congregazione per il Clero, avallato dalla Segreteria di Stato ed entrato in vigore nelle scorse settimane, che impone rigidi codici di vestiario per tutti i dipendenti religiosi della Santa Sede. Finora troppi sacerdoti in pullover, oppure d’estate in camicia a mezze maniche. Basta, insomma, con i preti «casual», indice per l’attuale gerarchia vaticana di trascuratezza e di un’immagine non confacente con il ruolo.
Il nuovo codice di comportamento imposto dal Vaticano stabilisce che i sacerdoti, i religiosi e le religiose dipendenti della Santa Sede dovranno andare nei rispettivi uffici rigorosamente con l’abito religioso. Per i sacerdoti il minimo consentito è il clergy-man. Meglio ancora, anche se non obbligatoria, la veste talare. Per gli appartenenti agli ordini, comprese le suore, è fortemente consigliata la veste della propria congregazione.
La ventata in qualche modo tradizionalista del pontificato di Ratzinger, quindi, oltre alla dottrina, coinvolge anche il modo di vestire, eliminando - almeno all’interno della Città Leonina e in tutti i dicasteri vaticani - ogni eccessiva libertà.
Per il nuovo giro di vite la Congregazione del Clero ha promulgato addirittura un decreto, avallato anche della Segreteria di Stato, segno di quanto la questione sia considerata nei piani alti del Palazzo apostolico. Non è la prima volta, comunque, che vengono emanate direttive in materia.
Pur occupandosi di un’ampia serie di questioni e comportamenti, infatti, già il «Regolamento generale della Curia romana», entrato in vigore il primo luglio 1999, approvato da Giovanni Paolo II in sostituzione della precedente normativa del 1992, prevedeva tra le altre norme, anche disciplinari, quella che imponeva ai sacerdoti di indossare sempre in ufficio l’abito ecclesiastico, mentre anche ai laici si chiedeva di vestire in modo «decoroso».
Il documento si proponeva di rendere il regolamento in materia di lavoro «maggiormente adeguato alle finalità del particolare servizio ecclesiale di quanti, nella Curia romana, collaborano con il Santi Padre alla sua missione universale». Principi di cui si è tenuto conto anche con le nuove norme, più specifiche, per bandire tra i sacerdoti le scivolate «casual» e gli abiti non rigorosamente ecclesiastici.