martedì 6 novembre 2012

Vivere con gioiosa coerenza la nostra fede ogni giorno




ROMA, martedì, 6 novembre 2012  - La “dittatura del relativismo”, messa più volte in evidenza da Benedetto XVI, “ci deve spingere a vivere con gioiosa coerenza la nostra fede ogni giorno, tanto nel fare università come nella partecipazione ai dibattiti contemporanei”.
Il momento che stiamo vivendo, infatti , “è molto importante per la Chiesa”, e rivolge a ciascuno nel proprio ambito di vita una esplicita “chiamata alla santità”. Con questa riflessione, il Vescovo Prelato dell'Opus Dei, SER. Mons. Javier Echevarría, lunedì 5 novembre, ha ufficialmente inaugurato il XXVIII anno accademico (2012/2013) della Pontificia Università della Santa Croce, di cui è anche Gran Cancelliere.
Quasi dimenticata per un buon lasso di tempo, la chiamata universale alla santità è stata riproprosta “con grande forza dal Concilio e predicata con abnegazione, molti anni prima, da san Josemaría Escrivá”, ispiratore della Pontificia Università della Santa Croce e definito dal Beato Giovanni Paolo II “santo dell'ordinario”.
Anche oggi, nell'ordinarietà dei propri compiti e “nelle nostre condizioni attuali”, ciascun membro della Comunità accademica è chiamato a vivere la sfida della santità e dell'incontro con Dio. Vivendo ad esempio “un vero spirito di collaborazione”, “di fraternità, che passa sopra le possibili divergenze di vedute e sa affrontare i problemi con serenità, cercando soluzioni positive”, come Mons. Echevarría ha suggerito al personale tecnico-amministrativo.
Quanto agli studenti, tra gli “atteggiamenti positivi che ci avvicinano all'amore di Dio” c'è senz'altro lo “studio intenso”, lo sforzo “per capire gli argomenti più difficili”, “una presenza attiva nelle lezioni”, il sostegno ai propri compagni.
“Nella cura delle piccole cose” sta invece il segreto del lavoro dei professori, chiamati a “trasmettere la dottrina in modo profondo e, allo stesso tempo, sintetico e chiaro”. Senza dimenticare che la Chiesa ha grande necessità del “lavoro intellettuale”, specialmente nel nostro contesto culturale “dove la verità viene messa continuamente in discussione”.
“Come sarei contento se le persone che entrano in contatto con noi avvertissero la luce di una santità che dà calore attraverso il modo di insegnare e di vivere la fede da parte dei professori, attraverso la carità e la laboriosità degli studenti, attraverso il lavoro ben fatto di tutto il personale non docente!”, ha confidato in chiusura del suo intervento il Gran Cancelliere dell'Università.
Un approfondimento sul ruolo del testimone e del suo rapporto con la verità, anche alla luce dell'importanza che la testimonianza è destinata a ricoprire nella riflessione sull'Anno della fede e nel contesto della Nuova Evangelizzazione, è quello offerto dal Rev. Prof. Giuseppe Tanzella-Nitti, Ordinario di Teologia fondamentale, a cui è stata affidata la lezione inaugurale di quest'anno sul tema Verità, credibilità e testimonianza.
Partendo dalle parole di Benedetto XVI contenute nella lettera apostolica Porta fidei - “auspichiamo che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità” -, Tanzella-Nitti ha ricordato come, conoscere attraverso la testimonianza, includa di per sé un rischio, principalmente dovuto al fatto che l'accettazione del messaggio rimanda alla persona del testimone. Infatti, “se non vi sono motivi per crederle è principalmente perché la persona è non-credibile, e solo secondariamente perché il contenuto trasmesso è in-credibile”.
Di fronte a questo rischio, un modo possibile per stabilire la credibilità del testimone è il ricorso ad “una base antropologica il più completa possibile” che coinvolge le varie dimensioni solitamente ritenute significative per esprimere un giudizio in materia importante, e cioè: “coerenza di parole e opere, maturità psicologica, empatia, capacità di comprendere l'interlocutore e la sua sfera vitale, fedeltà alle promesse fatte, fino, se necessario, al sacrificio della propria vita”.
In sostanza, egli deve dimostrare “di essere esistenzialmente coinvolto dal messaggio che annuncia, e di esserlo con quella radicalità e intensità che il messaggio annunciato richiede ai suoi destinatari”. Ecco perché “i testimoni più attendibili sono solo i santi”. E lo sono anche agli occhi di chi non ha fede, in quanto “hanno testimoniato in modo eroico, umano e divino, con la loro costante unità di vita, la congruenza fra parole e opere”.
Un richiamo “alla promozione della cultura della qualità” è venuto dal Rettore Magnifico dell'Università, Mons. Luis Romera, che nel suo discorso introduttivo ha fatto riferimento al processo di valutazione interna che l'Università della Santa Croce – così come gli altri atenei pontifici - ha compiuto nell'ultimo anno, culminato in un rapporto che nei prossimi giorni verrà consegnato all'Agenzia per la valutazione istituita appositamente dalla Santa Sede (AVEPRO).
Dopo aver riflettuto sui “momenti particolarmente significativi” dell'anno accademico trascorso, il Rettore ha rivolto un esplicito invito “al senso di responsabilità di tutta la Comunità accademica” perché si possa dare luogo “al consolidamento di uno spirito di crescita, che con realismo e intraprendenza, sa individuare punti in cui si richiede un incremento, e con serietà e senso pratico è in grado di elaborare un progetto di miglioramento”. L'atteggiamento della promozione della qualità appartiene infatti, “all'identità originaria di questa Università” - ha aggiunto Mons. Romera -, per cui è auspicabile in tal senso “una riflessione che riprenda il risultato della valutazione interna e si proponga la determinazione di un programma operativo di crescita”.
A maggior ragione nel contesto della Nuova Evangelizzazione, che come ha evidenziato il Sinodo dei Vescovi appena concluso e come desidera il Santo Padre per l'Anno della fede, invita a proporre la fede in una cultura in cui “la tensione della pretesa di una comprensione e di un'impostazione della vita pubblica e dell'esistenza personale” è ormai vissuta ai margini della stessa. Ed è proprio qui che si inserisce il compito dell'università, chiamata a creare uno spazio di riflessione “che torna sull'esperienza umana e le sue ermeneutiche abituali, sulla cultura in cui viviamo, sulle attese e le sfide”, “per tematizzarle da una prospettiva più alta e complessiva”, che permetta di intravedere “risposte affidabili di fronte alle esigenze che l'esistenza umana comporta”.
Come consuetudine, il Gran Cancelliere ha consegnato le medaglie d'argento dell'Università al personale che vi opera da 25 anni. Sono stati insigniti il Prof. Mons. Luis Clavell, già Rettore della Santa Croce dal 1994 al 2002 e professore emerito della Facoltà di Filosofia, e il Rev. Prof. Eduardo Baura, ordinario della Facoltà di Diritto Canonico e già decano della medesima.
Di seguito i testi della lezione inaugurale e del discorso del Gran Cancelliere.
* * *
Inaugurazione dell’Anno Accademico 2012/2013
Lezione inaugurale
Rev. Prof. Giuseppe Tanzella-Nitti
"Verità, credibilità e testimonianza"
Eccellentissimo Gran Cancelliere,
Eccellenze Reverendissime,
Illustrissime Autorità,
Colleghi professori e studenti,
Signore e Signori,
nella lettera apostolica Porta fidei, con la quale annunciava la sua decisione di indire un 
Anno della fede, Benedetto XVI si esprimeva così: «Auspichiamo che la testimonianza di vita 
dei credenti cresca  nella sua credibilità. Riscoprire i contenuti della fede professata, 
celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che 
ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno».1
Raccogliendo con gratitudine 
l’invito a tenere questa lezione inaugurale ho pertanto pensato di proporre alcune brevi 
riflessioni sul rapporto fra verità, credibilità e testimonianza. Come  è noto, fra i motivi che 
rendono credibile la parola annunciata, il ruolo del testimone e della sua coerenza di vita, con 
tutto ciò che esso implica, riveste oggi un valore determinante. Sulla scia del Concilio 
Vaticano II, di cui ricorre quest’anno il 50° anniversario dell’apertura, e nel solco del 
Magistero pontificio ad esso successivo, la categoria della  testimonianza ha assunto, nel 
contesto della nuova evangelizzazione, una crescente importanza. Al tempo stesso non 
possiamo ignorare che, proprio negli ultimi decenni, i riferimenti alla verità, tanto nella sua 
dimensione logica quanto ontologica, siano nel dibattito pubblico sempre meno frequenti, 
specie in materia di religione e di esperienze esistenziali del soggetto. Mi  è sembrato allora 
utile esplorare, pur con tutti i limiti di questo breve intervento, quale giovamento l’annuncio 
del Vangelo potrebbe oggi trarre da una maggiore chiarezza circa la nostra capacità di 
accedere alla verità, non solo in quanto verità soggettivamente posseduta e credibilmente 
testimoniata, ma anche in quanto verità oggettiva che ci precede e ci possiede, perché
fondamento di tutto il reale.
1. Conoscere attraverso la testimonianza: un’opportunità che include un rischio
A ben vedere, il termine “credibilità” possiede una dimensione soprattutto personalista. 
Esso fa in primo luogo riferimento al testimone e, solo secondariamente, al contenuto che egli 
comunica. Se ci riferiamo solo ad un contenuto, ad esempio un messaggio ricevuto o un fatto 
narrato, lo qualifichiamo di solito come  “verosimile”, opposto a  “incredibile”. Se pensiamo 
all’annuncio del kerygma apostolico, almeno nel suo nucleo essenziale — Gesù è il Cristo, è il 
Figlio di Dio, è morto per i nostri peccati ed è risorto dai morti — esso non si presenta come 
immediatamente verosimile, perché fa riferimento (anche) a contenuti che sorpassano la 
ragione. L’annuncio che Gesù di Nazaret sia risorto dai morti supera la ragione, perché ciò
non appartiene all’esperienza comune, ma non la contraddice né la umilia, semplicemente 
perché l’essere umano non possiede le chiavi della vita e della morte e non conosce il mistero 
ultimo dell’esistenza: che qualcuno annunci il Risorto non  è contraddittorio, ma non per 
questo è tout court credibile. Non contraddire la ragione è una condizione necessaria (ma non 
sufficiente) per stabilire la credibilità di un fatto o di un messaggio.
L’accettazione del messaggio, ieri come oggi, rimanda allora, in prima istanza, alla 
persona del testimone.  La credibilità delle parole e delle opere di Gesù è affidata alla 
credibilità della persona di Gesù di Nazaret; la credibilità della sua risurrezione dai morti è
affidata alla credibilità dei testimoni del Risorto. La credibilità rimanda al mondo della 
persona e, all’interno di questo mondo, al rapporto fra la persona e quella verità che il soggetto 
conosce. Quanto finora affermato non implica che una riflessione sulla credibilità non possa 
giovarsi anche di altre fonti di conoscenza: intendo soltanto dire che, in ultima analisi, è al 
rapporto fra la persona e la verità che occorrerà accedere: è in definitiva alla persona che si 
crede, anche quando ciò che essa dice supera l’esperienza di chi ascolta. Se non vi sono 
motivi per crederle  è principalmente perché la persona  è non-credibile, e solo 
secondariamente perché il contenuto trasmesso  è in-credibile. L’esistenza di uno stretto 
rapporto di conoscenza e di amore fra il testimone e chi lo ascolta, può far oltrepassare 
quanto la ragione, da sola, detterebbe.  Chi accoglie l’annuncio cristiano esprime così un 
assenso che, nel caso della  sequela Christi, potrebbe perfino dare origine a comportamenti 
che altri, ragionevolmente, giudicherebbero come inopportuni, sconsiderati o incoscienti (ma 
non contraddittori).
Conoscere attraverso una testimonianza credibile  è certamente un’opportunità ma  è
anche un  rischio. Vi  è l’opportunità di acquisire nuove conoscenze, quelle offertemi dal 
testimone, ma si corre un pericolo, quello che il testimone possa sbagliarsi; o per usare 
un’espressione classica, che egli possa ingannare o ingannarsi. Accettare qualcosa attraverso 
la mediazione di altri fa accedere ad una conoscenza più ampia, talvolta più matura e 
profonda, ma prevede anche il rischio dell’errore in buona fede, dell’illusione o perfino 
dell’imbroglio, perché sono qui coinvolte una conoscenza e una libertà finite, creaturali. Da 
questi limiti potrebbe proteggere solo l’intensità di una relazione personale con il testimone, 
la sua conoscenza diretta, la sua frequentazione, il coinvolgimento nella sua esperienza 
vitale. Per quanto si voglia riflettere o speculare, l’accesso alla credibilità risulta sempre 
mediato dal mondo della persona, segnato dalla sua apertura alla verità ma anche dalla sua 
fallibilità. Perfino l’accesso alla credibilità della Verità in persona, il Verbo eterno del Padre, si 
presenta a noi con una mediazione, quella dell’umanità di Gesù di Nazaret, cui accediamo 
solo tramite il significato dei suoi gesti, la bontà e l’onestà delle sue opere, la franchezza delle 
sue parole, l’autenticità del suo sguardo, la sincerità del suo sorriso.
2. Cosa rende il rivelatore/testimone una persona autenticamente credibile?
Riflettere sul modo di annunciare oggi la fede nel contesto di una nuova evangelizzazione 
equivale ad interrogarsi sulla  realtà del rapporto inter-personale fra il destinatario 
dell’annuncio e il testimone/rivelatore del messaggio annunciato. Non avrebbe infatti senso 
voler esaminare in cosa consista la credibilità del testimone  — nel presente come nel
passato — se non si avesse la garanzia di poter davvero entrare in relazione con lui. In merito 
alle forme con cui il messaggio cristiano  è stato annunciato in passato, far accedere alla 
realtà personale del testimone vuol dire adoperarsi il più possibile per presentare la  verità
storica e la  sincerità esistenziale del soggetto rivelante, delle sue parole e delle sue opere, 
tanto per Gesù di Nazaret come per i suoi discepoli di ogni tempo.
Non va dimenticato, però, che potrebbero esistere delle barriere che rendano difficoltoso 
il rapporto veritiero con il testimone, come ad esempio forme di mediazione manipolabile o 
altre forme che obblighino ad un rapporto indiretto, che non consentano all’interlocutore di 
conoscere davvero il testimone, o al testimone di rivelare sé stesso. Tanto nel passato come 
nel presente, la realtà del rapporto è favorita dalla profondità, dall’intensità e dalla sincerità
della frequentazione fra il destinatario dell’annuncio e il testimone, cosa possibile anche 
attraverso un intelligente impiego delle fonti storico-documentali, quando il testimone o 
l’origine dell’annuncio siano da collocare in un passato lontano.
La realtà del rapporto fra l’interlocutore odierno e l’origine del messaggio cristiano, fino a 
risalire alla sua origine  fontale, Gesù di Nazaret, Rivelatore e pienezza della Rivelazione,  è
favorita dalle opportune garanzie di continuità storica fra la parola inizialmente annunciata e 
la parola oggi predicata, una continuità che, se ben fondata, ci dà allora la certezza di porre 
l’interlocutore nuovamente di fronte a Gesù, chiamandolo a prendere posizione dinanzi a Lui. 
La Teologia fondamentale ha l’importante compito di fondare questa continuità, se necessario 
anche con argomenti di carattere storico e critico-letterario, oltre che evidentemente teologico, 
come dettato dalla natura dei contenuti in gioco. Allora come oggi, identico  è il ruolo della 
Scrittura al centro della comunità credente, identica la celebrazione del sacrificio eucaristico, 
fonte e proclamazione del  kerygma stesso, identiche sono la santità e l’eroicità delle virtù
chieste ai seguaci di Gesù, identica la carità nella quale crediamo Dio potersi rivelare ed 
essere ri-conosciuto. Trovano qui espressione e fondamento le parole del Maestro agli 
apostoli:  «chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10,16). Ma anche coloro che hanno già creduto 
all’annuncio sono chiamati a cogliere la credibilità del testimone, valorizzando ed 
intensificando in primo luogo la realtà del loro rapporto con Gesù Rivelatore, dal quale ogni 
successiva testimonianza discende. Ciò può e deve essere fatto mediante le forme 
sacramentali del memoriale (presenza costante nella storia del Rivelatore e del suo annuncio) 
e della  preghiera (sua frequentazione e dialogo con Lui). L’ancoraggio alla persona di Gesù
Cristo, cercato, incontrato e frequentato,  è irrinunciabile, in quanto gli altri testimoni non 
hanno fondazione in sé stessi ma sono da Lui inviati.2
Stabilita la possibilità di un rapporto reale con il testimone, la credibilità di quest’ultimo 
va valutata su una base antropologica il più completa possibile, coinvolgendo le varie 
dimensioni che oggi riconosceremmo significative per esprimere un giudizio in materia 
importante: coerenza di parole e opere, maturità psicologica, empatia, capacità di 
comprendere l’interlocutore e la sua sfera vitale, fedeltà alle promesse fatte, fino, se 
necessario, al sacrificio della propria vita. Affinché il testimone sia credibile occorre che egli 
dimostri di essere esistenzialmente coinvolto dal messaggio che annuncia, e di esserlo con 
quella radicalità e intensità che il messaggio annunciato richiede ai suoi destinatari. Solo in 
tal modo egli diviene agli occhi dell’interlocutore un segno, anzi il segno che il contenuto 
annunciato si fa in lui credibile. Trasportando l’annuncio cristiano la pretesa di una verità e di 
un senso incondizionati, al testimone viene chiesto di comportarsi in modo incondizionato e 
assoluto, ovvero come martire. Come affermava Blaise Pascal, in modo cruento ma veritiero: 
«Io credo solo  alle storie i cui testimoni sono pronti a farsi sgozzare».3 Ma l’accezione del 
termine “martire” non è ristretta all’effusione del sangue, bensì riguarda qualcosa perfino di 
più fondante, ovvero l’eroismo delle virtù cristiane di cui quell’effusione  è in definitiva un 
effetto, un eroismo che per la maggior parte dei testimoni-martiri sarà vissuto nella vita 
ordinaria, un eroismo che si chiama fedeltà e perseveranza nel bene, sempre, fino alla morte.4
La valutazione della credibilità del testimone, con tutte le sue risonanze antropologiche 
cui abbiamo fatto riferimento, deve essere diretta in primis alla persona di Gesù di Nazaret, il 
Segno per eccellenza, impiegando tutte le modalità che favoriscono la sua conoscenza e la 
sua frequentazione (accesso storico, memoriale, preghiera). Nella nuova evangelizzazione 
acquistano allora un’importanza decisiva quelle riflessioni che, seppur con tutti i limiti della 
distanza storica e delle fonti documentali a nostra disposizione, pongono in risalto la 
psicologia di Gesù di Nazaret: la sua salute e la sua personalità, la sua maturità psichica, il 
suo equilibrio emotivo e affettivo, i suoi sentimenti, la sua affidabilità umana. Di notevole 
interesse per la logica della credibilità è anche il rapporto fra i testimoni di Gesù Cristo e 
Gesù Cristo stesso: la credibilità del testimone si manifesta nel tutto riferire a Lui, fino a 
ritrarsi con umiltà di fronte alla realtà testimoniata, permettendo a quest’ultima di “prendere
forma” nel testimone, ovvero assumendo questi la forma del Cristo; lasciando, cioè, che sia 
Cristo a parlare e a rivelarsi nelle sue parole e azioni, fino a non essere più il testimone a 
vivere, ma Gesù Cristo a vivere in lui.5
In quanto giudizio (pratico o riflesso), un giudizio di credibilità è formulabile sia da coloro 
che hanno accolto la Parola rivelata e si interrogano sui motivi che rendono credibile la 
propria fede, accedendo continuamente alle sue fonti e alla Fonte in persona, sia da coloro ai 
quali l’annuncio viene rivolto e sono chiamati a valutare l’attendibilità, antropologicamente 
fondata, dei testimoni che lo proclamano. In tal senso  è ammissibile che il giudizio  “sei 
credibile, dunque ti credo e credo a quello che dici” possa venire espresso anche da chi 
proviene dalla non credenza e, proprio attraverso quel giudizio, abbia la possibilità di 
accedere alla fede.6
3. La responsabilità con cui assumere il rischio comportato dal rapporto fra credibilità del 
rivelatore e verità delle realtà testimoniate
Il titolo dell’intervento, “Verità, credibilità e testimonianza”, ci impone adesso un’ultima 
riflessione, quella circa il rapporto fra testimone credibile e verità del contenuto testimoniato. 
Tale domanda torna a spostare l’attenzione ancora sulla persona del testimone, ovvero del 
Rivelatore. L’interlocutore che non ha ancora accolto la Parola nella fede, ma in fondo 
chiunque, può infatti lecitamente interrogarsi sul rischio connesso alla possibilità che il 
testimone giudicato credibile, anche quando non voglia ingannare, di fatto si stia 
ingannando. La domanda potrebbe coinvolgere lo stesso Gesù di Nazaret, del quale Nietzsche 
affermava cinicamente che «ha volato più alto di qualsiasi altro, e si è ingannato nel modo più
sublime».7
Critica sempre attuale, se pensiamo alle numerose letture della vicenda di Gesù, 
frequenti nel passato ma presenti ancora oggi, che lo giudicano un uomo di profonda dottrina 
morale, ma illuso di essere stato scelto come Messia, ed infine deluso circa il modo con cui il 
Dio di Israele lo avrebbe riscattato e portato a successo la sua missione. Illusione che alcuni 
vorrebbero operante anche nei suoi discepoli, in quelle interpretazioni della Risurrezione che 
non includono l’inganno doloso del furto del cadavere, bensì ipotizzano che le donne e gli 
apostoli abbiano creduto Dio chi invece non lo era, ingannandosi tutti in buona fede, a 
partire da un inspiegabile sepolcro vuoto e/o da visioni soggettive del Maestro dopo la sua 
morte. La possibilità di errore non risparmierebbe neanche il discepolo contemporaneo il 
quale, sebbene testimone credibile, starebbe trasmettendo un messaggio — quello del Regno 
di Dio e dei rapporti che esso implica fra Dio e l’umanità — non vero. Riflessioni analoghe 
potrebbero essere fatte anche per altre forme di confessione religiosa dai comportamenti 
radicali e apparentemente coerenti, ma senza un necessario rapporto con la verità.
La valutazione dell’assunzione del rischio in questione non pare inquadrabile in termini
quantitativi e probabilistici.8
La valutazione numerica di un rischio  è formalizzabile solo 
quando a questo rischio è associata la probabilità che un certo evento ha di accadere, nota 
però la funzione di distribuzione con cui tali tipi di eventi normalmente accadono. Se si 
volesse ad esempio calcolare la probabilità associabile all’evento “Tizio sta dicendo la verità”, 
occorrerebbe aver conosciuto un numero sufficiente di eventi di cui Tizio sia protagonista e 
per i quali noi abbiamo potuto verificare se effettivamente Tizio diceva il vero o il falso. 
Sarebbe in fondo un modo quantitativo di accedere all’idea di affidabilità, e dunque di 
credibilità, di un testimone. Se gli eventi che si intendono testare fossero invece “Tizio si  è
ingannato in buona fede, e dunque ha detto involontariamente il falso”, allora sarebbe 
difficile possedere una funzione di distribuzione di eventi di questo tipo nei quali Tizio sia 
stato protagonista, vuoi per la loro scarsità lungo la vita di un essere umano, vuoi per 
l’incapacità di poter sempre controllare l’effettiva, inconsapevole falsità delle affermazioni di 
Tizio. Un approccio quantitativo, dunque, non  è per varie ragioni praticabile, ma  è tuttavia 
interessante notare che esso finirebbe col riproporre gli ordinari giudizi sull’affidabilità di 
Tizio: per sapere se Tizio si inganna in buona fede o no, devo cercare di conoscere il più
possibile Tizio, al punto da capire se si tratta di persona che valuta con ragionevolezza e con 
criterio le materie verso le quali egli si impegna o se, al contrario, si tratta di una persona 
superficiale e credulona. E tutto ciò entro i limiti umani, che non impediscono anche a 
persone responsabili, sapienti e coscienziose, di potersi in realtà sbagliare su qualcosa e su 
qualcuno. In fondo, ci troviamo in una situazione analoga alla  “seconda navigazione”
platonica, quando il filosofo affermava che tutto quello che possiamo fare in coscienza, su 
argomenti di una certa importanza,  è chiedere consiglio ai sapienti, credendo a ciò che la 
maggior parte degli uomini saggi e prudenti ritiene vero sull’argomento; poi ci si può solo 
affidare alla rivelazione di un logos ed affrontare, come su una fragile zattera, la navigazione 
per il mare della vita.9
Applicare adesso la nostra domanda a Gesù di Nazaret, alla sua pretesa di Rivelatore e di 
Salvatore, chiedendo cioè garanzie che egli non si sia ingannato, e che il suo rapporto con la 
verità sia pienamente assicurato, implica esaminare due punti essenziali. Il primo è quello, 
già visto in precedenza, di valutare nel modo più profondo possibile la sua attendibilità e la 
sua sincerità: quando più credibile e psicologicamente maturo è un testimone, tanto minore è
la possibilità che egli si illuda, si sbagli in buona fede, si inganni o venga ingannato. Il 
secondo  è quello di esplorare l’unica reale garanzia che il messaggio da lui consegnato sia 
vero, e cioè che egli sia la Verità in persona, che egli sia Dio Onnipotente. E questa analisi 
non farebbe altro che riportare l’analisi della credibilità verso le tradizionali prove circa la 
divinità del “fatto” della Rivelazione, che il modello neoscolastico chiamava una volta motivi di 
credibilità oggettivi estrinseci. Se, nel contesto di un approccio storico-documentale al fatto 
della Rivelazione, le prove tratte dai miracoli e dalle profezie sono ancora percorribili, esse 
hanno qui, a mio avviso, il loro utilizzo. L’unico modo per garantire che un testimone 
credibile e maturo, dalla dottrina affascinante e dall’operare attraente, qualcuno che  “ha 
parlato e agito come nessun altro ha mai parlato e agito” (cfr.  Gv 7,44-47) non si stia 
ingannando in buona fede, è ri-conoscere che costui sia Dio, quel Dio al quale, pur con tutti i 
limiti del caso, possono accedere anche la ragione filosofica e l’esperienza religiosa, 
riconoscendone l’operare nella storia. Si tratterebbe, in sostanza, di esplorare ancora una 
volta il raccordo fra immagine filosofica e immagine rivelata di Dio, esaminando un’economia 
di segni che rimandano alla presenza di Dio Creatore come garante e testimone di Gesù di 
Nazaret.
Interrogarsi circa l’identità fra il testimone e la Verità in persona, con maiuscola, è però
possibile solo in riferimento al Deus Revelans. Per tutti gli altri testimoni l’unica possibilità è
assumere il rischio comportato dal rapporto fra credibilità del testimone e verità delle realtà
testimoniate affidandosi, ancora una volta, a tutti i possibili criteri per valutare l’affidabilità
del testimone, ma estendendoli questa volta al massimo grado possibile, quello della richiesta 
della santità: i testimoni più attendibili sono solo i santi. E lo sono anche agli occhi di chi non 
ha fede, perché hanno testimoniato in modo eroico, umano e divino, con la loro costante 
unità di vita, la congruenza fra parole e opere. Qui, e solo qui, a mio avviso la ragione può
riposare. Ad un essere umano non si può ragionevolmente chiedere che fidarsi solo di un 
santo, cioè di un martire, di un  vero testimone.10
Nessuno potrebbe, in sede razionale, 
ritenere non adeguato questo giudizio, e nemmeno sarebbe criticato dalla propria coscienza. 
Se gli apostoli e i martiri cristiani si sono in buona fede ingannati, se si sono ingannati 
Giovanni di Zebedeo e Paolo di Tarso, Clemente e Giustino, Ireneo e Atanasio, se si 
ingannavano Agostino di Ippona e Tommaso d’Aquino, Chiara e Francesco, Thomas More e 
Ignazio di Loyola, Teresa di Gesù e Giovanni della Croce, se si ingannavano Newman e 
Rosmini, Massimiliano Kolbe e Josemaría Escrivá, Edith Stein e Giovanni Paolo II, e insieme 
con loro tutti quelli che con più profondità hanno riflettuto sull’enigma dell’uomo e sul 
mistero di Dio, accogliendo e trasmettendo una parola come Parola di Dio e non di uomini, 
allora, paradossalmente, la decisione più fondata  è sbagliarsi  — se proprio di sbaglio si  è
trattato — insieme con tutti loro. A non essere ammissibile sarebbe la scelta contraria, 
perché non rispetterebbe i canoni di quanto giudichiamo umanamente ragionevole.
Un passo finale, l’ultimo possibile, può essere solo quello di chiedersi perché un essere 
umano debba decidere ragionevolmente e non in modo irrazionale o nichilista; perché debba 
in coscienza vivere e decidere con “onestà intellettuale”, valutando ciò che è ragionevole e ciò
che non lo è. Perché mai, anche chi non crede in Dio, dovrebbe reclamare delle garanzie di 
ragionevolezza per motivare una scelta in materia religiosa dalle conseguenze radicali per la 
propria vita? Non  è in fondo, quest’ultima richiesta, il segno e la percezione che vi sia 
Qualcuno a cui la propria coscienza debba rispondere? Perché, in materia religiosa, è bene 
che viga la libertà responsabile dell’impegno e non la superficialità del libertino interlocutore 
di Pascal, dell’esteta dilettante ritratto da Blondel, o del curioso indifferente del secolo 
presente? La risposta non può essere altra che affermare l’esistenza di un Fondamento 
morale, di cui la nostra coscienza percepisce il riflesso. In questo caso diviene la  nostra 
coscienza il testimone la cui credibilità entra in gioco, diveniamo noi testimoni di noi stessi.11
Non  è più la credibilità di altri che dobbiamo valutare, ma la sincerità e la credibilità della 
nostra vita di fronte alla Verità. E il rischio di impegnarci a conformare la testimonianza della 
nostra coscienza con la Verità, coincide con il rischio della nostra libertà, che proprio in tale 
frangente ci si rivela libertà vera, soggetto di un “io” che deve prendere posizione di fronte a 
un “Tu”, un io chiamato a rispondere solo a Dio.
Note
1 BENEDETTO XVI, lett. ap. Porta fidei, 11 ottobre 2011, n. 9; cfr. anche GIOVANNI PAOLO II, cost. ap. Fidei 
depositum, 11 ottobre 1992, n. 3.
2
«Nel regalarti quella “Storia di Gesù”, scrissi come dedica: “Cerca Cristo, trova Cristo, ama Cristo”. — Sono 
tre tappe chiarissime. Hai tentato di vivere, almeno, la prima?», s. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Cammino, L. Mondadori 
International, Milano 2003, n. 382.
3 B. PASCAL, Pensieri n. 397, in Pensieri, opuscoli, lettere, a cura di A. Bausola, Rusconi, Milano 1997, 
546.
4 Su questo genere di martyría aveva insistito s. Josemaría Escrivá: «Talvolta mi sono domandato quale 
martirio è maggiore: quello di chi riceve la morte per la fede, dalle mani dei nemici di Dio; o il martirio di chi 
spende i suoi anni lavorando senza altro scopo che servire la Chiesa e le anime, e invecchia sorridendo, e 
passa inavvertito... Per me, il martirio non spettacolare è più eroico... Il tuo cammino è questo», Via Crucis, 
stazione VII, Ares, Milano 2011, n. 4.
5 È ben nota l’esclamazione paolina: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo 
nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20; 
cfr. anche  Gal 3,28). Un commento a questo passo in riferimento alla  forma Christi del testimone, in 
BENEDETTO XVI,  Discorso al Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Verona, 19 ottobre 2006, 
«L’Osservatore Romano» 20 ottobre 2006, 6-7.
6
La domanda “cosa rende il rivelatore/testimone una persona autenticamente credibile?” non viene 
formulata solo da coloro i quali, entro l’orizzonte di una fede accolta e vissuta, si interrogano sulle basi che 
ne hanno causato l’opzione: essa  è di pertinenza anche del non credente, in quanto  destinatario 
dell’annuncio, ovvero qualcuno cui la parola è annunciata e i segni della Rivelazione mostrati. Quest’ultima 
precisazione  è necessaria per chiarire il problema di una possibile separazione cronologica, giustamente 
biasimata dalla contemporanea teologia della credibilità, fra giudizio di credibilità e atto di fede, oppure fra 
Rivelatore e contenuto rivelato. Il destinatario dell’annuncio, in possesso dei requisiti contestuali, 
gnoseologici e morali (praeambula fidei), che rendono significativo per lui il contenuto del messaggio ed 
intelligibili i segni che lo accompagnano, ascolta la Parola di Dio annunciata da un rivelatore/testimone del 
quale valuta la credibilità e nel quale Cristo stesso, il Segno, vive e si manifesta. Egli, dunque, riceve la 
Parola congiuntamente al contesto storico-documentale e religioso-esistenziale che fa tutt’uno con la Parola 
stessa, ed alla luce del quale sia la credibilità del testimone, sia quella di Colui che egli rappresenta, può
essere da lui lecitamente valutata.
7 F. NIETZSCHE, Jenseits von Gut und Böse, “Nietzschen Werke”, Kröner, Leipzig 1906, vol. VIII, 85.
La celebre  scommessa di Pascal, che qualcuno potrebbe forse evocare, aveva come oggetto un 
contenuto (la probabile esistenza di Dio), non l’attendibilità di un testimone, ed aveva solo la finalità di 
provocare ad un discorso sulla fede degli interlocutori avvezzi al gioco d’azzardo. Sul tema, cfr. A. BAUSOLA, 
Il “Pari”, in B. PASCAL, Pensieri, opuscoli, lettere, 818-828.
9 Cfr. PLATONE, Fedone, 85c-d.
10 «Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che  è di 
peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo 
sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,1-2). Di questi medesimi 
sentimenti si fa interprete la liturgia della Chiesa, quando prega in uno dei suoi Prefazi: «Confortati dalla 
loro testimonianza, affrontiamo il buon combattimento della fede, per condividere al di là della morte la 
stessa corona di gloria», dal  Messale Romano, Prefazio I dei Santi. Nella predicazione di s. Josemaría 
troviamo il consiglio di ravvivare la coscienza di questa appartenenza quale risposta ai momenti di dubbio e 
di perplessità: «Con quale infame lucidità Satana argomenta contro la nostra Fede Cattolica! Ma diciamogli 
sempre, senza entrare in discussioni: io sono figlio della Chiesa»,  Cammino, L. Mondadori International, 
Milano 2003, n. 572.
11 Il riferimento d’obbligo è al primato della coscienza come sviluppato da J.H. Newman, sulla scia di 
Agostino: cfr. J.H. NEWMAN, Sulla coscienza, a cura di G. Velocci, Jaca Book, Milano 1999. Rintracciamo un 
esempio contemporaneo di come l’onestà interiore della propria coscienza entri in dialogo con il Dio rivelatosi 
in Gesù Cristo in M. PERA, Una proposta da accettare, in J. RATZINGER, L’Europa di Benedetto nella crisi delle 
culture, Cantagalli, Siena 2005, 22-24.
* * *
Inaugurazione dell’Anno Accademico 2012/2013
Discorso del Gran Cancelliere
Mons. Javier Echevarría, Vescovo Prelato dell’Opus Dei
Eminenze, Eccellenze ed illustrissime Autorità,
Professori, studenti,
e tutti voi che lavorate nella Pontificia Università della Santa Croce;
Signore e Signori,
1. Sono molti gli eventi legati allo scorso anno accademico ed a quello che abbiamo 
appena iniziato. In primo luogo, desidero ricordare che, il 28 giugno scorso, il Papa Benedetto 
XVI, con la pubblicazione del decreto sulle sue virtù eroiche, ha dichiarato Venerabile mons. 
Álvaro del Portillo, primo Gran Cancelliere di questa Università. È stato un grande dono per 
noi, che abbiamo conosciuto da vicino quel figlio fedelissimo di san Josemaría Escrivá.
Inoltre, una settimana fa si è concluso il Sinodo per la Nuova Evangelizzazione, voluto da 
Benedetto XVI, proprio alle soglie dell'Anno della fede, che commemora i 50 anni dell’inizio 
del Concilio Vaticano II e le due decadi trascorse dalla promulgazione del Catechismo della 
Chiesa Cattolica, nel 1992.
In questi eventi possiamo cogliere un filo conduttore che li accomuna come le scene di 
uno stesso quadro. Se vediamo un artista che dipinge le diverse figure una dopo l’altra, non 
sempre ne percepiamo l’armonia. Ma quando la sua opera è terminata, ci si accorge che tutte 
insieme compongono uno scenario unico, molto più ampio. 
Con gli eventi disegnati da Dio nella storia, accade altrettanto: tutti insieme danno vita ad 
una prospettiva meravigliosa, in cui ogni parte contribuisce alla bellezza del tutto. 
2. Qualcosa di analogo è avvenuto anche per la chiamata universale alla santità, vissuta 
con fede dai primi cristiani; quasi dimenticata poi per un buon lasso di tempo; riproposta, 
infine, con grande forza dal Concilio e predicata con abnegazione, molti anni prima, da san 
Josemaría Escrivá, che Giovanni Paolo II definì il santo dell’ordinario. 
L’ispiratore della nostra università è stato un vero precursore del Concilio Vaticano II 
perché dal 1928 ha ricordato a moltissimi fedeli la vocazione di tutti ad essere santi e la 
necessità di trovare Dio nella vita quotidiana.
La Lettera Apostolica Porta fidei, con la quale è stato indetto l’Anno della Fede, sottolinea 
la responsabilità personale del cristiano, ricordata pure nel Sinodo per la nuova 
Evangelizzazione, con le seguenti parole: “Il rinnovamento della Chiesa passa anche
attraverso la testimonianza offerta dalla vita dei credenti: con la loro stessa esistenza nel 
mondo i cristiani sono infatti chiamati a far risplendere la Parola di verità che il Signore Gesù 
ci ha lasciato”
1
.
Sin dall’inizio dell’espansione del Cristianesimo, gli apostoli in primo luogo, ed i primi 
intellettuali e i Padri della Chiesa, poi, svilupparono profonde riflessioni sulla rivelazione ed 
ebbero un grande influsso sulla vita quotidiana dei fedeli, dando ragione della loro speranza 
(cfr 1Pt 3,14-17), e fortificando la diffusione della fede. 
Anche le Università, nate nel seno della Chiesa, hanno giocato un ruolo essenziale per il 
progresso della società, attraverso la ricerca della verità in diversi ámbiti  2
; anche se, non 
poche volte, questo dato alcuni lo vogliono ignorare.
Il momento che stiamo vivendo – come, tutte le altre epoche storiche – è molto importante 
per la Chiesa: la “dittatura del relativismo” messa in evidenza dal Papa ci deve spingere a 
vivere con gioiosa coerenza la nostra fede ogni giorno, tanto nel  fare università come nella 
partecipazione ai dibattiti contemporanei. 
Ma, come vivere la chiamata alla santità nelle nostre condizioni attuali? Permettetemi di 
suggerirvi – non solo come Gran Cancelliere ma anche con affetto di Padre  – ciò che penso 
che il Signore si aspetti da voi, professori, studenti e personale direttivo, amministrativo e 
tecnico dell'Università della Santa Croce.
3. Per cominciare mi rivolgo a coloro che svolgono mansioni non legate direttamente alla 
docenza. Ricordo ciò che si chiedeva san Josemaría: chi è più importante, il Rettore Magnifico 
di una Università o le persone che curano la manutenzione degli edifici? E non aveva dubbi 
sulla risposta: chi adempie al proprio compito con più fede, con più desiderio di santità3. 
Da queste nostre aule sono passate finora parecchie centinaia di studenti, che 
conservano nel cuore la vostra disponibilità a servire con un’allegria visibile ed il vostro 
esempio, e lo portano là dove fanno la Chiesa, nei luoghi più diversi del pianeta. 
Vi ringrazio per il vostro lavoro, che va dalla manutenzione degli edifici all'accoglienza 
degli studenti in segreteria, dalla consegna dei libri in biblioteca  al disbrigo di pratiche 
burocratiche: attività tutte abbastanza nascoste.
Riuscire a realizzarle con perfezione richiede un vero spirito di collaborazione, direi quasi 
– e senza il quasi – di vera fraternità, che passa sopra le possibili divergenze di vedute, e sa 
affrontare i problemi con serenità, cercando soluzioni positive: l’unione tra voi è ora molto 
importante, e lo sarà sempre.
L’università sta affrontando importanti sfide per assicurare i posti di lavoro e gli
investimenti necessari; con la collaborazione di tutti sta moltiplicando le iniziative per trovare 
fondi e per contenere le spese.
4. Penso, poi, alla chiamata alla santità ricevuta dagli studenti. Siate consapevoli del 
grande dono di stare a Roma. Non tanti vostri connazionali hanno avuto o avranno 
l’opportunità di passare alcuni anni al centro della cristianità, per approfondire la propria 
fede accanto a san Pietro ed ai suoi successori. Molti fedeli e molte istituzioni vi hanno 
aiutato ad approfittare di questa opportunità, con sacrifici economici a volte anche grandi. La 
corrispondenza alla loro generosità può tradursi in un senso di responsabilità che porta a 
prendersi cura anche dei beni materiali (residenze, aule, ecc.) messi a vostra disposizione. 
In un futuro non tanto lontano, persone di diocesi di tutto il mondo dovranno attingere 
dalla vostra preparazione dottrinale e intellettuale. San Josemaria lo ricordava così: “Ti rendi 
conto di che cosa significa che tu sia o no una persona con una solida preparazione? — Quante 
anime!...
Smetterai allora di studiare o di lavorare con perfezione?”4.
Assicurare un numero adeguato di ore di studio intenso, sforzarsi per capire gli argomenti 
più difficili, avere una presenza attiva nelle lezioni, essere di aiuto ai propri compagni, sono 
atteggiamenti positivi che ci avvicinano all’amore di Dio. San Josemaria, conoscendo la tentazione di tanti studenti di rallentare il proprio impegno, affermava con energia: “Se sai che lo 
studio è apostolato, e ti limiti a studiare tanto per cavartela, evidentemente la tua vita interiore va 
male”5. 
6. Desidero indirizzare, adesso, alcune considerazioni conclusive ai professori, che 
nell’università hanno un ruolo importante. 
Quanto all’insegnamento, ogni professore dovrebbe proporsi di diventare un vero 
maestro, che riesce a trasmettere con passione agli studenti i contenuti del proprio campo di 
studio. 
Trasmettere la dottrina in modo profondo e, allo stesso tempo, sintetico e chiaro richiede 
un lavoro previo di preparazione, approfondimento e riflessione non trascurabili. 
Il segreto sta nella cura delle piccole cose. Il lavoro che ha questa caratteristica è grato al 
Signore anche perché insegna attraverso le virtù umane, che tanto piacevano a don Álvaro 
del Portillo. 
In secondo luogo, penso che spesso non potrete eludere delle incombenze 
“amministrative” che richiedono un particolare spirito di collaborazione e di disponibilità. È
vero che a volte portano via molto tempo, ma saper accettare e portare a termine tali incarichi 
è una dimostrazione di generosità che il Signore si aspetta da voi e che benedirà 
abbondantemente. 
Per quanto riguarda il terzo e ultimo elemento, cioè la ricerca, il professore deve riuscire 
a difendere l’eccellenza e la professionalità nel proprio lavoro, il che non è per niente facile. 
Il lavoro intellettuale ha tempi e dinamiche non del tutto lineari, ma la Chiesa ha bisogno 
di noi, specialmente in un contesto marcatamente relativistico, dove la verità viene messa 
continuamente in discussione. 
Segnalava san Josemaría: “Bisogna studiare... per guadagnare il mondo e conquistarlo a 
Dio. Allora, innalzeremo il livello del nostro sforzo, facendo sì che il lavoro svolto diventi incontro 
con il Signore, e serva di base agli altri, a quelli che seguiranno il nostro cammino...
— In questo modo, lo studio sarà orazione”6.
7. Concludo riprendendo il filo conduttore del mio intervento: la chiamata universale alla 
santità.
Come sarei contento se le persone che entrano in contatto con noi avvertissero la luce di
una  santità che dà calore attraverso il modo di insegnare e di vivere la fede da parte dei 
professori, attraverso la carità e la laboriosità degli studenti, attraverso il lavoro ben fatto di 
tutto il personale non docente! 
Prego perché san Josemaría e il venerabile Álvaro del Portillo mantengano viva in tutti 
noi quella luce e ci aiutino ad alimentare sempre, nella nostra vita, il fuoco dell’amore di Dio, 
con tutte le sue implicazioni. E mi auguro, riprendendo parole del Santo Padre, che “possa 
questo Anno della fede rendere sempre più saldo il rapporto con Cristo Signore, poiché solo in 
Lui vi è la certezza per guardare al futuro”7
Chiedendo a Maria Santissima di presentare a Dio i frutti del vostro lavoro e di 
intercedere perché corrispondiamo alla chiamata alla santità, dichiaro inaugurato l’anno 
accademico 2012-2013.
E pregate anche per me. Grazie!
Note.
1
Benedetto XVI, Lettera Apostolica in forma di motu proprio Porta fidei con la quale si indice l’Anno 
della fede (11 ottobre 2011), n.6.
2
Cfr. Benedetto XVI, Discorso al mondo della cultura al collegio dei Bernardini, Parigi, 12 settembre 
2008.
3
Cfr. Javier Echevarría,  Lettera pastorale per l’Anno della fede, 29 settembre 2012, n.18.
4
San Josemaría Escrivá, Solco, n. 622.
5
San Josemaría Escrivá, Solco, n. 525.
6
San Josemaría Escrivá, Solco, n. 256.
7
Benedetto XVI, Lettera Apostolica in forma di motu proprio Porta fidei, con la quale si indice l’Anno 
della fede (11 ottobre 2011), n.15.