martedì 2 aprile 2013

Coincidenze di un Venerdi di Passione

L’Europa sembra senza bussola e l’Italia una maionese impazzita, come si è visto in questa settimana della passione di Cristo, che è stata anche un tormento civile per la nostra gente.
Nonostante la saggezza del Capo dello Stato, purtroppo è sempre una “serva Italia…/ nave senza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello!”.
Nessuno infatti sa alzare lo sguardo al di sopra delle proprie ambizioni, dei propri interessi di bottega, delle rivalse o delle più assurde pretese. Mentre il Paese è sull’orlo nel baratro.

SBERLE E CAREZZE

Verrebbe da invocare Qualcuno che prendesse a sberle tutti. Ma non un padrone (Dio ci scampi), piuttosto un padre, un salvatore vero.
Verrebbe da dirlo proprio con le stesse parole che usò un artista singolare, Enzo Jannacci, qualche tempo fa, in una memorabile intervista.
Il cantante – che nella vita era anche un medico – disse:
“In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza”.
Ecco. Anche quando tutti noi meriteremmo di essere presi a sberle (perché tutti facciamo i nostri grossi errori) il nostro cuore, nel profondo, desidera un abbraccio che perdona e resuscita, cerca la carezza del Nazareno, perché sa che questa – come hanno ripetuto Benedetto XVI e papa Francesco – è la giustizia di Dio: la sua stessa Croce.
Paga Lui. Per tutti. Si prende Lui tutte le sberle (e non solo…).
E davanti a ciascuno di noi, anche il più peccatore, colpevole e cattivo, è venuto a inginocchiarsi, a lavargli i piedi (come a quel tempo facevano gli schiavi) e addirittura a baciargli i piedi. Anche a Giuda ha lavato e baciato i piedi.
Questo è quel Gesù che commuoveva Jannacci e stupisce noi.
Perché vuole salvare tutti, proprio tutti. Vuole tutti redenti e felici. Vuole perdonare tutto, come ha ricordato nel primo Angelus il nuovo pontefice.

SENTIRSI AMATI

Per un singolare caso (ma il Caso – com’è noto – è il vestito che Dio indossa quando vuole restare in incognito) Jannacci – da tanto tempo malato – è morto, è andato in Cielo, proprio l’altroieri, lo stesso venerdì santo in cui si fa memoria della crocifissione e morte di Gesù.
E – sempre per lo stesso Caso – è morto proprio all’indomani di un evento che ha colpito tanta gente, durante il quale papa Francesco ha inconsapevolmente risposto al desidero di Jannacci addirittura con le sue stesse parole.
Com’è noto il papa ha voluto celebrare il giovedì santo in un carcere minorile di Roma. Lì, facendo memoria del gesto di Gesù verso gli apostoli, ha lavato e baciato i piedi a dodici, fra ragazzi e ragazze, che sono reclusi per vari reati.
Giovani con grossi problemi che hanno fatto già i loro errori. E’ quell’umanità ferita che Jannacci aveva cantato.
A quei ragazzi stupiti e commossi papa Francesco, guardandoli con tenerezza, ha voluto far sapere che Gesù ama follemente ciascuno di loro e, per spiegare quel rito, ha testualmente pronunciato queste parole:
“pensate che questo segno è una carezza di Gesù, perché Gesù è venuto proprio per questo, per servire, per aiutarci”.
Una carezza del Nazareno… Lo stato d’animo di quei giovani, destinatari di una tale predilezione, è stato espresso da uno dei dodici, un diciassettenne croato, che vedendo l’anziano Vicario di Cristo che si inginocchiava con fatica davanti a lui per lavargli e baciargli i piedi, ha pianto e poi ha detto: “Per la prima volta mi sono sentito amato, la mia fede debole si è rafforzata”.

STRANI GIORNI

In questi giorni si è prodotta una singolare situazione per noi italiani che abbiamo assistito, in contemporanea, a due storie così diverse: da una parte quella intricata e avvilente della politica, che fa temere per il nostro futuro in un’Europa dissennata; dall’altra parte i gesti luminosi, i segni, le parole del nuovo papa (e del papa emerito) nei giorni della quaresima e della settimana di Passione che porta finalmente alla Pasqua.
In teoria si direbbe che le due storie non c’entrano niente l’una con l’altra. Invece nella realtà tutti abbiamo percepito che c’entrano eccome.
La risonanza che ha avuto nel cuore e nella mente di tutti quella parola ripetuta dal Santo Padre, “misericordia”, lo dimostra. Misericordia significa anche superare odi reciproci, fazioni, vendette, rivalse, vuol dire ricominciare.
E poi il continuo richiamo al “servire” soprattutto rivolto a chi ha responsabilità pubbliche.
Con le parole e con i gesti il Papa e la Chiesa, in questi giorni, hanno parlato al cuore della nostra gente.
E, oltre a toccare le corde profonde della vita personale, oltre a medicare tante ferite che ciascuno si porta dentro, ci hanno fatto intuire come sarebbe grande e fonte di benessere per tutti ritrovarsi e riconoscersi finalmente come popolo e bandire gli odi e costruire il futuro comune.
E’ stato addirittura il presidente della Repubblica a cogliere e sottolineare l’intreccio suggestivo fra le tenebre della nostra vita civile e la luce della nostra storia cristiana.
Pur da laico Napolitano ha firmato un messaggio di auguri al Papa per nulla formale dove ha testualmente detto:
“Le festività pasquali ricorrono quest’anno in un momento particolarmente impegnativo per l’Italia… Esse ci invitano a dare ascolto al condiviso anelito di pace, di giustizia e di solidarietà e a trovare la forza e coesione necessarie per raccogliere il messaggio cristiano e universale di rinascita e di speranza che questa fausta ricorrenza porta con sé e diffonde al mondo”.  
Tutt’altro che parole di circostanza. A Pasqua perfino la morte è stata sconfitta. Significa che rinascere è possibile, come abbiamo già fatto in tante circostanze, per esempio dopo la devastante guerra mondiale.
Ma bisogna prendere come bussola le parole che papa Francesco ci ripete, a cominciare da quelle che ha detto ai giovani del carcere minorile di Casal del Marmo: “dobbiamo aiutarci gli uni con gli altri… Non lasciamoci rubare la speranza”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 31 marzo 2013

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Oggi, 2 aprile, si svolgono a Milano i funerali di Enzo Jannacci, morto lo scorso 29 marzo. Il grande cantautore milanese, che tanto ha dato alla musica italiana, ci aveva sorpreso e commosso quattro anni fa, pochi giorni prima che Eluana Englaro venisse fatta morire, per una intervista al Corriere della Sera in cui - contestando quella decisione - invocava "una carezza del Nazareno". E' proprio quella sua umanità, che tante volte ha trasformato in canzone, che vogliamo ricordare oggi. 

Ho avuto la fortuna di intervistare Enzo Jannacci due volte e incontrarlo di persona altrettante. E’ successo un paio di anni fa circa, era già malato. Faceva fatica a parlare, e ancor più faticoso era seguirne i pensieri, cercare di decifrarli. Ma, stando a quanto ho letto in questi giorni, era sempre stato un po’ così: Enzo aveva un modo tutto suo di esprimersi: caotico, bizzarro, tumultuoso. Era come se stesse pensando cento cose diverse e volesse tradurle in parola tutte assieme nello stesso momento. D’altro canto lui era quel tipo di artista, ma soprattutto di persona: irrequieta, irrefrenabile, piena di vita. Una cosa mi aveva colpito: il saluto.

Ogni volta infatti mi diceva: "Uè, ma la prossima volta invece di fare ‘ste interviste ci vediamo, andiamo al bar a farci un aperitivo, a bere qualcosa". Che naturalmente date le sue condizioni era qualcosa che non poteva permettersi, ma era come se per lui contasse una cosa soltanto, più dei discorsi. Stare insieme alle persone, condividere con loro momenti di serenità. Quel “andiamo al bar a farci un aperitivo”, un sanbittèr magari o un camparino, così tipicamente milanese. Per lui, malattia ed età non contavano: era sempre quell’Enzo là, quello del suo piccolo antico mondo milanese. Quello dell’amicizia schietta e sincera, perché sebbene l’abbia incontrato di persona ho la presunzione di credere mi considerasse suo amico. Quel sorriso meraviglioso che aveva sempre in volto mi fa pensare così, ma lui era amico della vita.

In questi giorni tutti scrivono che la Milano di Jannacci non esiste più. Può darsi, anche se solitudine e povertà forse oggi ce ne sono ancora di più. Sicuramente non ci sono più i bar dove farsi un aperitivo tra amici, sostituiti dalla cialtroneria caotica degli happy hour, dove migliaia di giovani si ammassano tutte le sere a stordirsi di alcol e musica a manetta, segno questo sì di una Milano - ma di una società intera - cambiate, dove ci si anestetizza il cuore con il rumore: dove lo troviamo un bar per berci un camparino, Enzo?
Un amico, poche ore dopo la scomparsa di Enzo, mi ha raccontato che un anno fa circa lo aveva incontrato in Corso Vittorio Emanuele e lo aveva fermato per salutarlo. Il mio amico gli aveva detto di me, e lui sorprendentemente gli aveva detto di ricordarsi bene la mia intervista e di ricordarla commosso. Ne sono stupito naturalmente, considerando che Jannacci deve aver parlato con migliaia di giornalisti. Ma non sono stupito che fosse commosso, perché anche questo gli apparteneva soprattutto negli ultimi periodi della sua vita, quando aveva incontrato degli amici grandi che gli facevano compagnia e che lui mi aveva citato ogni volta, nome e cognome, appunto con commozione.

Quella commozione – insieme a tenerezza - che ormai è nota a tutti nella sua famosa frase della "carezza del Nazareno". Una carezza che risale a un episodio, quella volta che, un giorno, su uno dei suoi amati tram milanesi, aveva visto un uomo di una certa età, un operaio lo aveva definito, addormentato e con gli occhiali caduti a terra. Lui voleva chinarsi a raccoglierli ma non lo fece, trattenuto da timidezza. Aveva smesso di guardare quell’uomo, poi si era voltato di nuovo e lo aveva visto con gli occhiali sul volto, sempre addormentato ma sorridente. E aveva pensato: chi può averli raccolti se non Lui, il Nazareno? Nessun altro può averlo fatto; nessuno, come me, indaffarato nei suoi pensieri si è chinato a raccoglierli. Solo Lui può essere capace di un gesto così caritatevole. Un miracolo a Milano, sul tram.

Questa era la misura dello sguardo che Enzo Jannacci aveva sulla vita, sulle persone, e che traduceva nelle sue canzoni: la compassione, la tenerezza, la presenza del Nazareno, reale e concreta che ci ama di un amore più grande di quello che possiamo avere noi. Come con Eluana, come avrebbe detto nella famosa intervista del Corriere della Sera, e come desiderava per se stesso: che quel Cristo scendesse dalla croce e venisse a darci a tutti una carezza, quello di cui abbiamo bisogno veramente al di là di tutti i discorsi o di tutte le nostre iniziative affannose per cambiare il mondo, che poi non sappiamo neanche raccogliere gli occhiali a un anziano addormentato sul tram.

Osvaldo Ardenghi, attore e cantante che ha collaborato a lungo con Enzo Jannacci, mi ha raccontato che quando rappresentavano insieme nei teatri l’opera scritta insieme “Disoccupati e credenti”, una sera venne a vederli un prete. Dopo lo spettacolo, il prete espresse qualche dubbio su come era stato rappresentata la figura di Gesù. Jannacci gli rispose: stia tranquillo, don, che se non ci credessimo a Gesù non saremmo qui a parlare di Lui.

Sempre in quella intervista al Corriere della Sera, Jannacci raccontava di quando era andato in America a fare un corso di specializzazione, lui che era anche medico chirurgo. Gli avevano detto: "lei si innamora troppo dei suoi pazienti". Perché Enzo Jannacci era così: amava troppo il suo prossimo, se si può amare troppo.  Quel suo grande cuore adesso ha trovato la pace che cercava: chissà se lassù ci sono i tram. O se si può andare a farsi un aperitivo. (P. Vites)
Fonte: La nuova bq
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Strana storia, quella del legame fra Franco Califano e Benedetto XVI. Il cantante dalla vita spericolata e l’uomo che ha dedicato la sua vita a Dio, l’artista playboy e il raffinato teologo divenuto Papa: due mondi separati da un abisso. Così almeno sembrerebbe e così, per molto tempo, probabilmente è stato. Poi la conversione e, da parte del Califfo, il desiderio di incontrare Joseph Ratzinger, di vederlo, di farsi addirittura confessare da lui. Una circostanza confermata da una stretta collaboratrice dell’artista scomparso, Donatella Diana: «Franco Califano voleva farsi confessare da Papa Ratzinger e l’aveva chiesto anche ad un suo amico prete. Voleva un’udienza riservata, non ci è mai riuscito. Riteneva Ratzinger veramente una persona grande, un po’ ruvida, che non aveva nulla da dimostrare». Del resto lo stesso Califano, qualche anno fa, dichiarò pubblicamente la sua ammirazione per Benedetto XVI: «Mi è piaciuto subito. La prima volta che l’ho visto ho sentito qualcosa dentro e mi sono molto riavvicinato alla fede».
Ma questo come si spiega? Lo dicevamo poco fa: il Califfo era – per il suo stile di vita, di cui non faceva mistero – decisamente distante dalla dottrina cattolica. Eppure, negli ultimi tempi, la fede era tornata. Decisa. Chiara. Lucida al punto da spingerlo a sperare in una confessione dal Santo Padre. Un’apparente follia e in ogni caso una contraddizione in termini per un uomo che aveva fatto di una vita «di quelle che non dormi mai» – direbbe Vasco – una bandiera. Dunque, com’è possibile che Califano, da distante che era, si fosse riavvicinato così tanto alla fede? Tutto merito del carisma di Benedetto XVI? Certo, Papa Ratzinger, diversamente da quel che i mass media hanno fatto di tutto per farci credere, era una figura di grande carisma, di immenso spessore culturale e anche di una dolcezza arginata solo da quella timidezza che, a dispetto dello stereotipo di inquisitore che gli è stato cucito addosso, gli era propria. Però dietro la conversione del Califfo c’è sicuramente dell’altro.
Anzi, c’è Qualcun altro: Gesù di Nazareth. Colui che sedeva e mangiava abitualmente con i peccatori, accettandole senza problemi l’ospitalità (Mc 2,15; Mt 9,10; Lc 5,29), fino ad arrivare ad «un gesto di palese rottura: le leggi della purità vietavano severamente la comunanza di mensa con i pagani e i peccatori. Si pensava di onorare Dio separandosi dai peccatori. Gesù, invece, fa il contrario, mostrando in tal modo una diversa concezione di Dio» (Maggioni B. Le parabole evangeliche, Vita&Pensiero, Milano 2008, p. 217). E’ senza dubbio Lui, Cristo, che, attraverso Benedetto XVI, ha messo Califano sulle tracce della fede. E pazienza se per anni, anzi per decenni il popolare cantante ha vissuto con la testa altrove: la Chiesa non lo aspettava col timore che fosse peccatore, ma proprio perché lo era. Il Buon Pastore infatti esiste per questo: per andare a riprendersi le pecore date per spacciate, prima ancora che per sorvegliare quelle già al sicuro; per amare, prima che per intrattenere.
E la Chiesa questo è: refugium peccatorum. Le persone perbene, quelle piene di sé, che sono pronte a certificare la propria trasparenza davanti a chiunque e sbandierano fiere la loro onestà, difficilmente sentono il bisogno di implorare perdono: non ne avvertono la minima necessità. La loro presunzione rischia pertanto di essere la loro condanna, perché cancella dai loro cuori il bisogno di Dio e del perdono. Viceversa il peccatore che si riconosce tale, che si scopre debole e, col pensiero di doversi confessare – come il Califfo -, teme che per lui la carezza di Gesù non arriverà mai – per un paradosso tipicamente evangelico e cristiano – è colui che certamente la riceverà. «È il tuo peccato che lo chiama – scrive don Divo Barsotti (1914-2006)- nulla più efficacemente della tua miseria lo attrae, purché tu gliela doni […] In un istante i tuoi peccati sono distrutti, non sono più. Egli solo è». Per quanto dunque possa apparire singolare, la vicenda di Franco Califano non lo è.
Gesù infatti non si arrende di fronte alle nostre debolezze, non si da per vinto quando gli viene sbattuta la porta in faccia. Per lui, che ha portato la croce, queste sono delusioni relative; non lo stupiscono. Siamo noi, semmai, a rimanere stupiti dal suo Amore quando scopriamo che, nonostante la nostra indifferenza, Lui è ugualmente rimasto sulle nostre tracce. Quando lo sentiamo bussare alla nostra vita e lo troviamo appena fuori, come un amico fedele fino alla fine, pronto a riabbracciarci; a confermarci che pur di ritrovarci ci avrebbe inseguiti – per dirla con Olivier Clément (1921-2009) – anche «nella parte più profonda dell’inferno». E’ questa, in fondo, la grande notizia del Cristianesimo: Dio non si limita ad amare l’uomo a distanza. Non si accontenta: vuole dimostrarglielo. Senza invadenza, però: lasciandoci liberi di accoglierlo, com’è successo a Franco Califano, anche dopo mille follie. Ora, com’è possibile rimanere indifferenti a un fatto così bello? Nel suo animo di persona semplice, il Califfo ne è rimasto abbagliato. E non ha potuto fare a meno, prima di andarsene, di cercarla, la carezza di Gesù. Che non aspettava altro. (G. Guzzo)