venerdì 12 aprile 2013

Diario di una grande amicizia...


Il primo Papa a far visita ad una Sinagoga fu, 27 anni fa, il beato Giovanni Paolo II: era il 13 aprile 1986. Papa Wojtyla visitò allora il "Tempio Maggiore", la Sinagoga di Roma, e nel suo celebre discorso pronunciò l'espressione -  rimasta nella storia - "fratelli maggiori". Ecco la frase di Giovanni Paolo II: "... la Chiesa di Cristo scopre il suo “legame” con l’Ebraismo “scrutando il suo proprio mistero”. La religione ebraica non ci è “estrinseca”, ma in un certo qual modo, è “intrinseca” alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori".
Poi, Papa Benedetto XVI fece nel corso del suo pontificato (2005/2013) altre tre visite ad altre sinagoghe: la prima fu il 19 agosto 2005,(Discorso)  Colonia (Germania); la seconda il 18 aprile 2008 (Discorso), “Park East”, New York (Stati Uniti) e la terza alla Sinagoga di Roma il 17 gennaio 2010. (Discorso)
I due Papi, quindi, hanno visitato 4 sinagoghe tra il 1986 e il 2014 e il Tempio Maggiore ha ricevuto la visita di due Papi. Ciò rende plausibile una terza visita papale: quella di Papa Francesco, ma per ora è solo per molti un desiderio e per altri un'ipotesi giornalistica.
Per la precisione va anche ricordato che durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa (8 – 15 maggio 2009) Benedetto XVI visitò il Palazzo presidenziale (11 maggio) e il Centro “Hechal Shlomo”, sede dei due Gran Rabbini di Gerusalemme (12 maggio). In questi due palazzi c'è una sinagoga, ma il Santo Padre non è entrato in questi luoghi di culto.
Papa Francesco. Fra i primi atti e gesti del nuovo Papa si ricorda un breve saluto scritto indirizzato al Rabbino Capo di Roma Riccardo di Segni (13 marzo 2013). Il Rabbino Di Segni fece recapitare al Papa una sua risposta il 28 marzo 2013. Dallo scambio di lettere si evince lo stabilimento di un ottimo rapporto fra i due leader religiosi così come è conosciuto quello passato tra l'arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, e la Comunità ebraica della capitale argentina.
Il 13 dicembre 2012, il cardinale Bergoglio nel corso della sua visita alla sinagoga Benei Tikvá Slijot di Buenos Aires, presente il rabbino Abraham Skorka sottolineò: "Oggi, qui in questa sinagoga, prendiamo nuovamente coscienza del fatto di essere popolo in cammino e ci mettiamo in presenza di Dio. Dobbiamo guardare a Lui e lasciarci guardare da Lui, per esaminare il nostro cuore alla Sua presenza e chiedere se camminiamo in modo irreprensibile. Anch’io lo faccio, come pellegrino, insieme a voi, miei fratelli maggiori”. Dall'altra parte è ben noto che il cardinale Bergoglio è autore, insieme con il rabbino Abraham Skorka di un libro (Il rabbino e il cardinale. Diario di un’amicizia) che in 29 capitoli tratta diverse questioni sull'uomo, la sua dignità e le sue dimensioni storico-culturali (in italiano: "Il cielo e la terra").

LA PIÙ ANTICA COMUNITÀ 
EBRAICA DELL’OCCIDENTE
La presenza della comunità ebraica a Roma è precedente al 70 d.C., anno della distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme per opera di Tito e dunque, in pratica, ha quasi due millenni. Questa comunità romana è la più antica del mondo occidentale. “Durante il Medio Evo, la Comunità rimase fedele alle sue tradizioni, e fu ugualmente attiva nella traduzione e nella copiatura di codici, e nella diffusione del sapere scientifico, servendo anche da ponte culturale tra il mondo latino della Chiesa cattolica e l'Islam. Con l'arrivo degli ebrei espulsi da Spagna, Sicilia e Portogallo, a partire dal 1492, vennero introdotte a Roma usanze sefardite che convissero insieme a quelle della tradizione locale".  Durante il periodo del ghetto, stabilito il 12 luglio 1555 da Paolo IV (Bolla Cum nimis absurdum) che si protrasse per 315 anni, la popolazione ebraica di Roma crebbe da 1.750 a 5.000 persone.(1)   Il 6 ottobre 1586, con il Motu proprio Christiana pietas, Papa Sisto V revocò alcune restrizioni. Il 17 aprile 1848, Pio IX ordinò di abbattere il muro che circondava il ghetto. Nel 1870, con conquista della città al Regno d'Italia e la fine del potere temporale dei Papi, il ghetto fu definitivamente abolito e gli ebrei equiparati agli altri cittadini italiani. Nel 1889 fu indetto un concorso per la costruzione della nuova sinagoga. Il 16 ottobre 1943, soldati tedeschi catturarono a Roma e trasferirono a Auschwitz 1.022 ebrei, tra cui circa 200 bambini. Soltanto 17 deportati riusciranno a sopravvivere, tra questi una sola donna e nessun bambino. Altri ebrei patirono la medesima sorte in altri luoghi dell’Italia.
La piccola comunità di ebrei italiani
Tullia Catalan, seguendo la traccia di numerose indagini di Sergio della Pergola, Michele Sarfatti e Ilaria Pavan, scrive: “Il numero relativamente basso di ebrei italiani rispetto alla popolazione ebraica residente negli altri Paesi europei è ormai un dato noto alla storiografia. Basti pensare che nel 1700 gli ebrei della penisola ammontavano a 26.760 su una popolazione di circa 13.300.000; nel 1800 erano ascesi a 34.275, su circa 18.1000.000, per crescere ancora nel corso del XX secolo a 43.750 nel 1920 su circa 43.900.000 abitanti”.(2)   Secondo il censimento nazionale del 1931 la presenza ebraica in Italia era di 47.825 persone.
La Comunità Ebraica di Roma
“Gli ebrei, si legge sulle pagine storiche del sito del Museo Ebraico, sono presenti a Roma da più di duemila anni. Questo ha favorito lo sviluppo di una intensa vita culturale e la produzione di tante opere d'arte. Le prime testimonianze ebraiche a Roma risalgono al II secolo avanti l'Era Volgare. Nel 70 la comunità si ingrandì per l'arrivo degli schiavi portati da Tito a Roma dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme. A quest'epoca risalgono le catacombe ebraiche (due di loro sono ancora visitabili), e la sinagoga di Ostia Antica, l'unica rimasta delle diverse edificate in quel periodo. Nel Medio Evo, sotto il governo papale, Roma fu sede di una importante accademia rabbinica, e di produzione di preziosi codici miniati. La comunità ebraica ebbe uomini di scienza e di cultura, che gettarono un ponte fra la cultura latina e quella islamica. Nel 1492 la cacciata degli ebrei dalla Spagna favorì a Roma l'incontro fra due importanti ma diverse tradizioni, quella locale e quella iberica. Gli anni successivi videro in Europa tensioni e lotte di religione, che portarono all'inasprirsi delle condizioni per gli ebrei di Roma. Nel 1553 fu ordinato il rogo del Talmud. Da allora, e per oltre tre secoli, furono vietati il possesso e la lettura del libro più importante per la cultura ebraica, e questo contribuì alla decadenza culturale dell'ebraismo romano. Nel 1555 papa Paolo IV Carafa ordinò la chiusura di tutti gli ebrei dello Stato della Chiesa nel ghetto: un quartiere-prigione, nel quale gli ebrei erano obbligati a vivere, dopo di aver perso i diritti civili. Non potevano avere proprietà immobiliari, scegliere il lavoro che volevano, avere rapporti di amicizia con i cristiani. Il ghetto di Roma sorse sulle rive del Tevere. Gli altri ghetti del Papa furono aperti a Ancona e ad Avignone. Al suo interno vissero fra le 3.000 e le 7.000 persone, a seconda dei periodi, fra mille difficoltà e con le continue minacce dei battesimi forzati. La popolazione era composta da piccoli artigiani, rivenditori di generi usati e poveri, ma anche da banchieri (fino al 1682), e imprenditori”.
Note
(1) Il ghetto di Roma fu il secondo più antico del mondo, sorto circa 40 anni dopo il primo in assoluto, a Venezia.
(2) Tullia Catalan, Ebrei in Italia negli anni Trenta in ”1983 – Leggi razziali. Una tragedia italiana”, Gangemi editore, 2008. (L. Badilla)

Fonte: Il Sismografo