giovedì 18 aprile 2013

L'Asia che ascolta e che si fa ascoltare

Pontificia Università Urbaniana
Convegno Internazionale
In ascolto dell’Asia : le vie per la fede
Società e religioni fra tradizione e contemporaneità
Roma, 15-17 aprile 2013




Il congresso all’università Urbaniana. L’Asia è il continente d’origine di storiche civiltà fortemente caratterizzate dal fattore religioso, che oggi, nel contesto della globalizzazione, sono investite da un rapido processo di trasformazione sociale, economica e culturale. È questo lo scenario preso in esame nel corso di un congresso svoltosi, dal 15 al 17 aprile, presso la Pontificia Università Urbaniana sul tema «In ascolto dell’Asia: le vie per la fede. Società e religioni tra tradizioni e contemporaneità». Pubblichiamo, quasi per intero, l’intervento conclusivo del cardinale prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e gran cancelliere dell’ateneo.(Fernando Filoni) La globalizzazione mondiale e i rapidi processi di trasformazione sociale, economica e culturale pongono domande di fondo alle fedi storiche che si sono sviluppate in Asia.  L’interrogativo fondamentale può essere così espresso: come far transitare il proprio patrimonio di credenze, valori, espressioni di culto negli odierni specifici contesti, nei quali tradizioni secolari convivono di fatto con nuove forme culturali, determinate dalla diffusione della tecnologia a tutti i livelli, dalla crescente urbanizzazione, dallo squilibrio dei processi di sviluppo economico all’interno dei diversi Stati, dall’interconnessione economico-politica fra Stati e blocchi socio-culturali? Questo interrogativo fondamentale, al quale il titolo del convegno rimanda in forma sintetica, ha guidato i lavori di questi tre giorni. Alcuni aspetti trasversali possono essere ripresi e raccolti sotto la cifra della “sfida”.
La parola “sfida” può essere adoperata con un’accezione negativa o positiva. Una comprensione negativa della “sfida” determina chiusura, staticità, negazione, atteggiamenti difensivi anche violenti (in senso fisico e non), mentre una valutazione positiva implica per contro apertura non ingenua, dinamicità, riconoscimento, atteggiamenti di accoglienza e reciprocità. Precisare il senso secondo il quale intendiamo la parola “sfida” è preliminare a qualsiasi altra considerazione. Da esso dipendono infatti la puntualizzazione degli scopi, l’individuazione degli ambiti, la configurazione delle modalità e l’assunzione di specifici atteggiamenti. Le diverse voci ascoltate in questi giorni hanno variamente declinato tali assunti, assumendo il concetto di sfida in termini sostanzialmente positivi.
I relatori più volte hanno fatto riferimento al contesto, assumendolo come punto di partenza delle loro riflessioni o mantenendolo comunque sullo sfondo delle loro considerazioni. La pluriformità di tale riferimento pone sul tappeto una questione comune, quella dell’interpretazione del contesto. Questa operazione teoretica dalle molteplici implicazioni pratiche è complessa, perché richiede di districare nodi ancora irrisolti, di operare discernimenti, evitando semplificazioni indebite o aprioristiche valutazioni negative o positive. Richiede quindi sia l’assunzione di una criteriologia congrua, sia il coinvolgimento di soggetti differenti, perché tale operazione ermeneutica non è né può essere un’impresa solitaria. Lo specifico contributo della Chiesa può essere segnalato in questa sede, richiamando il segmento iniziale di Gaudium et spes, 4, che afferma il dovere permanente della Chiesa «di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, [la Chiesa] possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto». Gaudium et spes, 11 precisa inoltre che la Chiesa, condotta dallo Spirito del Signore «cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo, perciò guida l’intelligenza verso soluzioni pienamente umane». La recezione di queste indicazioni da parte delle Chiese dell’Asia comporta una fedeltà creativa agli assunti conciliari, che non esclude affatto — anzi lo implica come dato necessario — una particolare attenzione ai molteplici contesti nei quali esse sono radicate.
La necessità del dialogo come sfida per le tradizioni culturali e religiose dell’Asia ha un’indubbia correlazione con la sfida precedente. Tale necessità è determinata senza dubbio dalla secolare pluralità del continente asiatico, ma anche dal fatto che, come emerso da alcuni contributi, essa è talvolta sfigurata da episodi di intolleranza e fondamentalismo che, diversamente motivati, conseguono esiti negativi e non infrequentemente drammatici. In Redemptoris missio (1990), Giovanni Paolo II precisa che il dialogo, «metodo e mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco» (n. 55), «non nasce da tattica o da interesse, ma è un’attività che ha proprie motivazioni, esigenze, dignità: è richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell’uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole» (n. 56). Non sembra improprio estendere in modo analogo queste affermazioni, che il testo riferisce in senso proprio al dialogo interreligioso, anche ad altre possibili forme di dialogo. In ogni caso, così inteso il dialogo presuppone una fondamentale attitudine di ascolto, per pervenire a una reale conoscenza dell’identità dell’altro, una conoscenza che non si basa sull’immaginario personale o collettivo, ma che si fonda nella consapevolezza che l’altro ha di sé e della propria identità. Il dialogo implica poi coerenza con le proprie tradizioni e convinzioni e, nel contempo, apertura per comprendere quelle dell’altro, «senza dissimulazioni o chiusure, ma con verità, umiltà, lealtà, sapendo che il dialogo può arricchire ognuno» (Redemptoris missio, 56). Il dialogo funge quindi da correttivo ai tanti pregiudizi, nei quali sinteticamente si condensa e cristallizza una distorta o parziale interpretazione di fatti e parole pregressi. Il superamento di tali pregiudizi comporta il riconoscimento dell’altro come realtà dinamica, come essere in ricerca e capace di apertura e cambiamento, come del resto hanno messo bene in luce — non sempre tematizzandolo in modo esplicito — soprattutto alcuni interventi del convegno, a esempio quelli dedicati al complesso mondo delle religioni. Il dialogo attraversa i tempi e gli spazi del vivere umano, favorendo relazioni fraterne e solidali, che assumono la reciprocità come logica dell’esistenza sia personale, sia sociale, e smentendo l’idea di originaria consistenza solitaria e autosufficiente dell’io, in quanto nell’incontro con l’altro cresce e si rafforza anche l’identità personale.
Lo sviluppo anche economico del continente asiatico, considerato in sé e con riferimento alla globalizzazione, ha comportato un aumento dei mezzi materiali fruibili. La loro ingiusta distribuzione ha determinato e determina la persistenza di forme disumane e scandalose di povertà ed esclusione. Inoltre, tale aumento non sempre ha trovato corrispondenza in quello della vita spirituale che, al contrario, sembrerebbe per certi aspetti essere stata messa in discussione o quantomeno problematizzata. Situazioni di immoralità, una non sufficiente attenzione alla vita e alla dignità dell’essere umano, episodi di suicidio potrebbero essere indicatori di tale crescita non adeguatamente equilibrata. Non c’è dubbio che questa situazione costituisca una sfida vera e propria per le diverse religioni, chiamate a un maggiore impegno per sostenere il cammino di maturazione spirituale di tutti e di ciascuno, superando conflitti e contrasti, incoraggiando per contro una riflessione critica, promuovendo ricerca e comunicazione. A tale proposito, occorre rilevare che questo impegno, diversamente modulato a seconda dei peculiari contesti di riferimento, implica un apporto sia congiunto delle diverse tradizioni religiose, sia specifico di ciascuna di esse. Autenticità e testimonianza devono caratterizzare il contributo che le religioni possono offrire per sostenere il cammino di maturazione di tutti e di ciascuno. Da una parte, l’autenticità presuppone sia un ritorno alle fonti originarie di ciascuna tradizione religiosa, mettendo in atto delicati processi ermeneutici, necessari per evitare derive fondamentaliste, sia un mettere meglio a fuoco la nozione di “esperienza” e le sue implicazioni. Dall’altra, la testimonianza rimanda piuttosto al fatto che una fede veramente autentica comporta necessariamente una sua traduzione in parole e gesti coerenti, sia negli spazi propri di ciascuna tradizione religiosa, sia in quelli pubblici. Autenticità e testimonianza interpellano anche le Chiese dell’Asia, in particolare a proposito della vita di fede. Un’autentica fede personale e comunitaria presuppone che essa sia fondata in un incontro profondo, personale, trasformante con la persona viva di Gesù Cristo. La fede non consiste in una percezione intellettuale o in un’adesione a una verità impersonale. In senso proprio, la fede è una scelta per quel Dio personale che si è compiutamente rivelato in Cristo; è altresì un affidamento a Lui. Tale incontro, che si traduce in una conversione personale e che si esprime nel discepolato, è una condizione indispensabile anche per la missione, giacché la proclamazione — parte essenziale della missione — non può prescindere da un’esperienza personale di Cristo (cfr. 1 Giovanni, 1, 1-3). Nella prospettiva della fede come incontro personale, la contemplazione e la meditazione assumono un rilievo particolare; esse non escludono la ricerca di linguaggi e di metodi più adeguati per la trasmissione della fede, anzi ne costituiscono in un certo senso la premessa indispensabile. Per quanto riguarda la testimonianza, non è necessario spendere molte parole per dimostrare la sua correlazione con l’esperienza. Tale testimonianza trova una particolare forma di espressione nell’impegno per la comunione; nel contesto della ricerca asiatica per l’armonia in mezzo a crescenti tensioni e conflitti, tutti i membri della Chiesa — clero e laici, uomini e donne, giovani e bambini — sono chiamati a essere evangelizzatori, araldi del Vangelo, promotori di pace e costruttori di comunione. Un’espressione peculiare di tale comunione è data dall’attiva comunione di comunità, presenti nelle parrocchie e diocesi asiatiche. Situazioni di ingiustizia, discriminazione e violenza e lo stesso abuso del creato, spesso dovuto alla ricerca di egoistici e miopi interessi economici, minacciano la dignità e la sicurezza dell’essere umano in Asia. Si pone quindi la domanda se una fede religiosa possa rimanere confinata nei testi sacri, nei riti e nelle pratiche o nell’esperienza di un gruppo più o meno ampio di persone. L’interrogativo è retorico, qualora si consideri che ciascuna tradizione religiosa non propone soltanto una propria comprensione del sacro, ma anche una peculiare e conseguente comprensione dell’essere umano. Per questo non sembra improprio ritenere legittima la presenza attiva delle diverse tradizioni religiose anche negli spazi pubblici, nel rispetto reciproco e soprattutto nel rispetto dei compiti e dei doveri dello Stato per il conseguimento del bene comune. La complessità delle situazioni richiede una mutua collaborazione delle diverse tradizioni religiose. Il dialogo tra le religioni assume qui una connotazione sociale e politica, in quanto è finalizzato a elaborare condizioni e strategie per il conseguimento del bene comune, quali l’imparare a rispettare una gerarchia di valori al cui vertice sta il rispetto della vita comune, il promuovere una civiltà dell’empatia e della compassione, il creare spazi per un agire responsabile, l’individuare modelli credibili verso cui orientarsi. La denuncia profetica, illuminata dallo Spirito Santo, di tutto ciò che diminuisce, degrada o nega la dignità dell’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio e partecipe nello Spirito della figliolanza divina, la solidarietà con le vittime della globalizzazione, dell’ingiustizia, dei disastri naturali e non, degli attacchi dei fondamentalisti e terroristi, e la cura del creato sono già nell’agenda delle Chiese dell’Asia e richiedono ulteriore impegno, come ha richiamato la Federation of Asian Bishops' Conferences nel messaggio finale della sua ultima assemblea plenaria, sottolineando altresì che, poiché la proclamazione di Gesù ha toccato ogni aspetto della vita e ogni strato della società, una fede vissuta non può essere di conseguenza disgiunta dal compito di trasformare la vita socio-economica e politica.
A questo punto, mi domando: questo convegno è riuscito a dare voce, in qualche modo, al complesso mondo asiatico? Se sì, questa voce è riuscita a farsi ascoltare? Nel mio saluto iniziale avevo detto che da sempre numerose vie hanno attraversato l’Asia. In passato il percorso era per lo più da Occidente ad Oriente, oggi direi comincia ad affermarsi una nuova tendenza, quella che va da Oriente ad Occidente, e ciò non solo a motivo delle migrazioni, del turismo o del commercio. Le società si sono aperte e molte barriere sono state superate, volenti o nolenti i corporativismi politico-religiosi. In verità, devo dire che la Grande Muraglia, come strumento di difesa politico-militare, non ha mai funzionato granché, ma certamente lo è stata di più in termini simbolico-identitari. La tradizione culturale certo è madre di ogni sapere e spesso di identità, ma essa oggi è messa a dura prova dalla contemporaneità. Quale sintesi ne nascerà? Va detto che questa sintesi è già in atto, anche se non sempre riusciamo a coglierla nell’immediatezza. Dunque, quale società avremo? Come le religioni sapranno rispondere? È certo che d’ora in poi non saremo solo in ascolto dell’Asia, che implica l’attitudine del non asiatico verso l’Asia (one way), ma di un’Asia che ascolta e si farà ascoltare (double way), e ci dirà anche quali vie vanno percorse per la fede.
L'Osservatore Romano, 19 aprile 2013.