Il Decalogo secondo Benigni, l’apprezzamento del rav Di Segni
Moked
Nelle ore che hanno sancito l’ingresso di Chanukkah, la festa della luce, molti ebrei italiani davanti al piccolo schermo per assistere alla seconda parte dello spettacolo sui Dieci Comandamenti di Roberto Benigni. Tra questi non pochi rabbini, che già ieri avevano espreso un diffuso apprezzamento (...)
*Se il pubblico riscopre in TV i Comandamenti.
La Stampa, 17 dicembre 2014
di ENZO BIANCHI
Sorprendono i livelli di audience e di share raggiunti da Roberto Benigni che legge e commenta in TV i dieci comandamenti? Sì e no. Certo, il dato che nove milioni di spettatori si fermino ad ascoltare e riflettere su parole che, se va bene, hanno ascoltato e magari imparato a memoria a catechismo nella loro infanzia ci interroga. Ma d’altro lato non dovremmo dimenticare il recente successo editoriale che ha avuto una collana di undici volumi edita da Il Mulino e dedicata a una presentazione attuale delle “dieci parole” consegnate a Mosè sul monte Sinai e al comandamento che Gesù assimila al “primo”: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.
Benigni ha colto nel segno quando ha ricordato che nel “dono della Legge” (come i commentatori rabbinici definivano l’episodio narrato nel libro dell’Esodo in cui Mosè riceve le due tavole di pietra) “per la prima volta ci vengono date delle regole, regole così attuali da impressionare. Diventano legge i sentimenti, l'amore, la fedeltà, il futuro, il tempo”. Sì, l’essere umano ha bisogno di regole, di punti e riferimenti etici saldi, anche – e forse soprattutto – in stagioni come la nostra in cui l’etica sembra scomparsa dalla vita pubblica e dalla convivenza quotidiana. Queste regole solo apparentemente provengono dall’esterno: in realtà sono ridestate a partire dal nostro intimo, da quello che la coscienza ci fa percepire come bene e male. In questo senso Dio non ci impone una legge estranea e ostile, ma ci conferma che quanto di nobile abita il cuore umano è degno di divenire la norma di comportamento, la via regale alla felicità, la risposta agli aneliti più profondi.
Così l’essere umano si ritrova paradossalmente a compiere tanti atti di libertà, di scelta adulta, di consapevole responsabilità quanti sono gli atti di obbedienza a “regole” più grandi di lui, regole che mirano all’autentico ben-essere non di un singolo ma di una comunità, regole che creano e alimentano condizioni di pace interiore ed esteriore, regole che riconducono tutti e ciascuno a una giustizia reale, concreta, quotidiana.
Il lavoro di chi come Benigni presenta come fresche, pronunciate oggi, per noi qui e ora, norme che risalgono a più di tremila anni fa consiste non tanto nel fare esempi più o meno efficaci o divertenti, ma nel togliere l’accumulo di pesantezze depositatosi su un distillato di sapienza che, una volta liberato, sprigiona da solo tutta la sua ricchezza. Né va dimenticato il fatto che Benigni non improvvisava: chi conosce la ricca interpretazione ebraico-cristiana dei comandamenti avrà notato come ad essa l’attore abbia attinto copiosamente e con sapienza. Benigni “ha studiato”, dietro le sue parole c’è molto ascolto, impegno e attenzione: anche così si spiega il suo coraggio nel dedicare una serata intera ai primi tre comandamenti, quelli riguardanti l’atteggiamento degli uomini verso Dio. Il risultato è stato non solo di farsi ascoltare, ma di riuscire a trasmettere quel sapore che sta nel prologo dei comandamenti – “Io sono il Signore tuo Dio che ti ha liberato dalla schiavitù” – e che costituisce il fondamento di tutte e dieci le parole.
A questo punto si impone un’altra domanda: perché uomini religiosi che hanno per funzione e servizio quello di spiegare la legge di Dio e far riconoscere in essa la libertà, risultano invece così noiosi, pedanti, esperti nel caricare pesi sulle spalle degli altri e così incapaci di farsi ascoltare? La loro è un’afasia orale oppure è un’afasia spirituale che nasce da mancanza di passione e di convinzione? Certo, è necessario anche che i destinatari siano disposti all’ascolto, atteggiamento non a caso posto in apertura dei comandamenti. Ora, all’ascolto è necessario il silenzio: “Il senso del tutto è nel silenzio – ci ricorda Benigni – Nessuno ha più il coraggio di rimanere da solo con se stesso. Ma i comandamenti ci dicono di fermarci: siamo andati talmente di corsa con il corpo, che la nostra anima è rimasta indietro. Fermiamoci altrimenti l'anima ce la perdiamo per sempre”. Ecco, forse se qualcuno dei nove milioni di telespettatori si è fermato grazie a queste dieci parole e alle tante con cui Benigni le ha ornate, allora avrà ricominciato a ritrovare se stesso e a riconciliarsi con la propria interiorità. Tutti insieme e ciascuno di noi ne trarremo enormi benefici.
Così l’essere umano si ritrova paradossalmente a compiere tanti atti di libertà, di scelta adulta, di consapevole responsabilità quanti sono gli atti di obbedienza a “regole” più grandi di lui, regole che mirano all’autentico ben-essere non di un singolo ma di una comunità, regole che creano e alimentano condizioni di pace interiore ed esteriore, regole che riconducono tutti e ciascuno a una giustizia reale, concreta, quotidiana.
Il lavoro di chi come Benigni presenta come fresche, pronunciate oggi, per noi qui e ora, norme che risalgono a più di tremila anni fa consiste non tanto nel fare esempi più o meno efficaci o divertenti, ma nel togliere l’accumulo di pesantezze depositatosi su un distillato di sapienza che, una volta liberato, sprigiona da solo tutta la sua ricchezza. Né va dimenticato il fatto che Benigni non improvvisava: chi conosce la ricca interpretazione ebraico-cristiana dei comandamenti avrà notato come ad essa l’attore abbia attinto copiosamente e con sapienza. Benigni “ha studiato”, dietro le sue parole c’è molto ascolto, impegno e attenzione: anche così si spiega il suo coraggio nel dedicare una serata intera ai primi tre comandamenti, quelli riguardanti l’atteggiamento degli uomini verso Dio. Il risultato è stato non solo di farsi ascoltare, ma di riuscire a trasmettere quel sapore che sta nel prologo dei comandamenti – “Io sono il Signore tuo Dio che ti ha liberato dalla schiavitù” – e che costituisce il fondamento di tutte e dieci le parole.
A questo punto si impone un’altra domanda: perché uomini religiosi che hanno per funzione e servizio quello di spiegare la legge di Dio e far riconoscere in essa la libertà, risultano invece così noiosi, pedanti, esperti nel caricare pesi sulle spalle degli altri e così incapaci di farsi ascoltare? La loro è un’afasia orale oppure è un’afasia spirituale che nasce da mancanza di passione e di convinzione? Certo, è necessario anche che i destinatari siano disposti all’ascolto, atteggiamento non a caso posto in apertura dei comandamenti. Ora, all’ascolto è necessario il silenzio: “Il senso del tutto è nel silenzio – ci ricorda Benigni – Nessuno ha più il coraggio di rimanere da solo con se stesso. Ma i comandamenti ci dicono di fermarci: siamo andati talmente di corsa con il corpo, che la nostra anima è rimasta indietro. Fermiamoci altrimenti l'anima ce la perdiamo per sempre”. Ecco, forse se qualcuno dei nove milioni di telespettatori si è fermato grazie a queste dieci parole e alle tante con cui Benigni le ha ornate, allora avrà ricominciato a ritrovare se stesso e a riconciliarsi con la propria interiorità. Tutti insieme e ciascuno di noi ne trarremo enormi benefici.
Pubblicato su: La Stampa
*Benigni ci mette l’Anima
di Umberto Folena
L’anima va in onda su Raiuno in prima serata ed è un’ottima notizia. L’anima che reclama il suo spazio, l’amore con le sue ragioni, la vita da restituire a ciò che davvero conta. E i Dieci Comandamenti che sbocciano e fioriscono e abbacinano nella loro infinita sapienza e magnificenza e bellezza. Roberto Benigni, lunedì e martedì sera, ha compiuto forse la sua impresa più prodigiosa. Far scoprire agli italiani qualcosa che pensavano di conoscere già, per antica abitudine, per il catechismo da bambini, per sentito dire. Ci era riuscito con l’Inno di Mameli, con la Divina Commedia, con la Costituzione. Ma i Dieci Comandamenti… doveva lottare con il naso alzato di molti laici e la diffidenza di non pochi cattolici. Era la Bibbia stavolta: «Stasera ci giochiamo tutto» esordiva, e aveva ragione.
Risultato? Una meraviglia. Benigni saltella sul palco del Palastudio di Cinecittà, suda e ride e sorride e si commuove, riempie i cento minuti della diretta di un diluvio di parole e di brevi silenzi. Parte dall’Esodo, con Dio che appare a un «pastore extracomunitario ricercato» (qualche licenza bisogna concedergliela) e forse non dirà nulla di realmente nuovo, nulla che qualche parroco non abbia già detto da qualche pulpito e qualche catechista insegnato ai suoi ragazzi. Ma dalla sua ha il carisma, ha la televisione, ha la diretta, ha la possibilità di raggiungere milioni di italiani in un colpo solo. Dio appare nel roveto a un pastore balbuziente e lo sceglie. «Che cosa arde e non consuma? Ma è l’amore! Come si fa a resistere?». I Comandamenti, dall’arido elenco di divieti a cui purtroppo sono stati spesso malridotti, diventano inno all’amore e alla libertà. Dio si presenta non come Creatore ma come Liberatore dall’oppressione. L’oppressione a cui sono ridotti gli ebrei in Egitto; ma anche l’oppressione degli idoli, di tutto ciò con cui l’uomo sostituisce Dio. Un liberatore che mette dei divieti? Certo, perché «è dalla legge che deriva la libertà».
Non può sfuggire la portata dell’operazione. Benigni smantella la libertà intesa come «fa’ ciò che vuoi», senza norme, che mette l’individuo e il suo capriccio al centro e tutto il resto scompare o, se ostacola il capriccio, va rimosso. Al centro ricolloca Dio. Un Dio geloso, che ama e chiede di essere riamato, che «non vuole entrare nelle nostre teste ma nei nostri cuori». Un Dio esigente e inquieto, tutto il contrario degli idoli (denaro, potere, successo, egocentrismo…) che intorpidiscono e addormentano. Che non tollera che nel suo nome, «invano», si celebrino guerre e sopraffazioni e violenze di qualsiasi tipo. Si ferma, Benigni, e si fa serio: «Non rendere vana la tua vita». Ma il meglio deve ancora venire ed è il rendere santa la festa, il settimo giorno in cui ci si ferma e Dio reclama attenzione per sé, e la nostra anima pure: «Siamo connessi con il mondo ma disconnessi con noi stessi. Il corpo corre e l’anima rimane indietro, boccheggiante».
Poi – e siamo alla seconda serata – i Comandamenti che regolano i rapporti fra gli uomini. «Onora il padre e la madre», ossia onora la vita. «Non uccidere» che vuol dire non smettere di essere uomini. «Non commettere adulterio», inno alla fedeltà del patto fra uomo e donna, analogo a quello fra Dio e l’umanità. Comandamento a lungo ridotto a «non commettere atti impuri» di cui Benigni ha gioco facile nell’enfatizzare e nel ridicolizzare il limite, scherzando: «Un peccato e un incubo che riguardava noi maschi 12enni...». E qui il clown ruba il palcoscenico all’esegeta anche con battute di seconda mano su Chiesa e preti.
Termina la serata. Cento minuti volati via per magia… no, per miracolo. Non mancheranno i critici, per ragione o per preconcetto. Chi mormora: «Chi si crede di essere, chi lo ha autorizzato?», sentendosi espropriato di un’esclusiva. Chi storce il naso davanti ai quattro “aiutanti” da lui citati: il poeta Franco Marcoaldi, la Bibbia del Mulino, la giornalista e saggista Silvia Giacomoni e il pastore valdese Paolo Ricca. Ma i Comandamenti sono di tutti, non di qualcuno. Sono donati da Dio all’umanità intera. E lo Spirito Santo si serve, per i suoi scopi, di chi pare a Lui. Benigni, nelle Sue mani, è stato docilissimo, quindi lo Spirito ha scelto bene.
Nessuno potrà accusare il Vaticano di “ingerenza”. E quel che conta è il risultato: l’anima ha conquistato la prima serata e ha “costretto” milioni di italiani a porsi le domande fondamentali sulla vita, suggerendo le risposte giuste. Il soffio dello Spirito, attraverso la tv, ora sta volteggiando dove gli pare e dove noi neanche immaginiamo. Questo, e non altro, conta alla fine di una pagina memorabile di televisione.
Avvenire
*
Benigni la sua forza, non essere solo in scena
di Davide Rondoni
Il fatto è che non era solo. In scena, dico. La sua forza è che non è solo. La serata tv di Benigni di lunedì poteva essere il massimo della finzione. O il massimo della autenticità. Come accade in molti momenti della vita, la partita era apertissima. Accade in tanti momenti, in tante situazioni: al lavoro, nelle aule di lezione o di convegno, in luoghi della convivenza. Recitare o esserci. Era questo il rischio. L’ambito era quello destinato al massimo della finzione: la tv, i lanci promozionali, la scommessa della audience. Poteva essere la cosa più finta del mondo. Ma come fa un uomo a evitare la finzione? Come si fa a essere se stessi? Si è autentici quando si “poeta” qualcosa di più grande e autentico di se stessi, quando non si è soli, insomma quando quel che si presenta non è solo frutto della presunzione personale o di qualche idea.
Benigni da solo ci ha parlato dei Dieci Comandamenti. Ma come ha ripetuto spesso non erano parole solo sue. E infatti era un dire colmo di gratitudine e meraviglia. Molti hanno parlato di azzardo. Eppure c’era già da tempo più di qualche segno che parlare dei Dieci Comandamenti in pubblico non sarebbe stato del tutto un azzardo e che esiste una domanda di nuovo racconto di queste antiche e sempre nuove cose. Un segno veniva ad esempio dall’esperienza condotta nei due anni scorsi in dieci piazze italiane da tanti artisti (e con l’intervento di tante personalità della cultura e in video dei due Papi) su iniziativa di Rinnovamento nello Spirito. Proprio sui Comandamenti, le piazze piene.
E non sono stati pochi i momenti di “spettacolo” che hanno rimesso in scena il patrimonio mistico e popolare della cultura religiosa e cristiana. Dai festival di teatro del sacro ai grandi concerti di Ambrogio Sparagna all’Auditorium di Roma fino agli spettacoli della foresta della Grancìa o in tante piazze compresa quella del Duomo a Milano. L’anima mistica e popolare dell’Italia, quella che non va giù agli intellettuali che vorrebbero non far sorridere nei salotti francesi o di Londra, sta dando molti segnali. La nostra cultura mistica e popolare, custodita dalla chiesa e dalla gente.
Il gesto d’azzardo di Roberto Benigni, dunque, è forse meno azzardato di quanto sembra, e ciò non va a suo demerito, ma conferma il talento di un artista che sa interpretare meglio di altri il popolo a cui appartiene con le sue bellezze, i suoi scempi, le sue risorse. Lo abbiamo visto in tanti, girando per piazze e teatri che il racconto di ciò che è sacro, alto e meraviglioso per la tradizione religiosa e cristiana interessa spesso come cosa nuova, come scoperta e come momento di libertà in mezzo a troppi discorsi corretti e costretti. In mezzo a troppe parole di plastica, parole finalmente umane. Poteva dunque essere il massimo della finzione.
E lo sarebbe stata, anche al di là della bravura dell’attore e della sua partecipazione emotiva, se fosse stata la serata solo sua. Se fosse stata una trovata, una invenzione. Una cosa bizzarra e individualista. Invece no, la forza di Benigni è di non essere solo. Quel suo presentarsi quasi da folletto casuale sulla scena è la massima conferma: lo spettacolo è un uomo, ma un uomo che ha scelto di portare in scena ciò a cui appartiene. Le storie, le parole, i proverbi, la sua mamma, il matto del paese, i libri antichi e nuovi che ha letto, gli amici, i santi, i poeti. Questo one-man-showè non a caso uno dei pochi momenti in cui molti si riconoscono, come riascoltando qualcosa a cui si appartiene.
L’animo italiano, mistico e popolare, è fondato su una consapevolezza, come ha detto Benigni all’avvio: la partita più vera riguarda l’anima. Se non ci sentiamo in gioco del tutto, se non sentiamo di rischiare di perder l’anima, la vita diventa sciocca, senza sale, senza vivacità. La perdita peggiore del nostro tempo è una perdita d’anima, una perdita di quel senso del rischio che rende più vivi gli uomini e meno idolatri. Come si è visto, è “l’animazione” la protagonista della personalità di Benigni. Il suo crisma. Un’anima personale e nutrita di cose comuni. «Dio resuscita i vivi» ha detto a un certo punto. Parlava di qualcosa che gli succede e che lo porta in scena, vivo come pochi. Appunto: spettacolo d’un uomo.
Benigni da solo ci ha parlato dei Dieci Comandamenti. Ma come ha ripetuto spesso non erano parole solo sue. E infatti era un dire colmo di gratitudine e meraviglia. Molti hanno parlato di azzardo. Eppure c’era già da tempo più di qualche segno che parlare dei Dieci Comandamenti in pubblico non sarebbe stato del tutto un azzardo e che esiste una domanda di nuovo racconto di queste antiche e sempre nuove cose. Un segno veniva ad esempio dall’esperienza condotta nei due anni scorsi in dieci piazze italiane da tanti artisti (e con l’intervento di tante personalità della cultura e in video dei due Papi) su iniziativa di Rinnovamento nello Spirito. Proprio sui Comandamenti, le piazze piene.
E non sono stati pochi i momenti di “spettacolo” che hanno rimesso in scena il patrimonio mistico e popolare della cultura religiosa e cristiana. Dai festival di teatro del sacro ai grandi concerti di Ambrogio Sparagna all’Auditorium di Roma fino agli spettacoli della foresta della Grancìa o in tante piazze compresa quella del Duomo a Milano. L’anima mistica e popolare dell’Italia, quella che non va giù agli intellettuali che vorrebbero non far sorridere nei salotti francesi o di Londra, sta dando molti segnali. La nostra cultura mistica e popolare, custodita dalla chiesa e dalla gente.
Il gesto d’azzardo di Roberto Benigni, dunque, è forse meno azzardato di quanto sembra, e ciò non va a suo demerito, ma conferma il talento di un artista che sa interpretare meglio di altri il popolo a cui appartiene con le sue bellezze, i suoi scempi, le sue risorse. Lo abbiamo visto in tanti, girando per piazze e teatri che il racconto di ciò che è sacro, alto e meraviglioso per la tradizione religiosa e cristiana interessa spesso come cosa nuova, come scoperta e come momento di libertà in mezzo a troppi discorsi corretti e costretti. In mezzo a troppe parole di plastica, parole finalmente umane. Poteva dunque essere il massimo della finzione.
E lo sarebbe stata, anche al di là della bravura dell’attore e della sua partecipazione emotiva, se fosse stata la serata solo sua. Se fosse stata una trovata, una invenzione. Una cosa bizzarra e individualista. Invece no, la forza di Benigni è di non essere solo. Quel suo presentarsi quasi da folletto casuale sulla scena è la massima conferma: lo spettacolo è un uomo, ma un uomo che ha scelto di portare in scena ciò a cui appartiene. Le storie, le parole, i proverbi, la sua mamma, il matto del paese, i libri antichi e nuovi che ha letto, gli amici, i santi, i poeti. Questo one-man-showè non a caso uno dei pochi momenti in cui molti si riconoscono, come riascoltando qualcosa a cui si appartiene.
L’animo italiano, mistico e popolare, è fondato su una consapevolezza, come ha detto Benigni all’avvio: la partita più vera riguarda l’anima. Se non ci sentiamo in gioco del tutto, se non sentiamo di rischiare di perder l’anima, la vita diventa sciocca, senza sale, senza vivacità. La perdita peggiore del nostro tempo è una perdita d’anima, una perdita di quel senso del rischio che rende più vivi gli uomini e meno idolatri. Come si è visto, è “l’animazione” la protagonista della personalità di Benigni. Il suo crisma. Un’anima personale e nutrita di cose comuni. «Dio resuscita i vivi» ha detto a un certo punto. Parlava di qualcosa che gli succede e che lo porta in scena, vivo come pochi. Appunto: spettacolo d’un uomo.
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