giovedì 18 dicembre 2014

Uomini e lupi.



Rapporto sulla condizione dei cristiani nel mondo. Persecuzione più forte che nei primi secoli

Il libro nero. Il libro nero della condizione dei cristiani nel mondo (Milano, Mondadori, 2014, pagine 603, euro 20) fa il punto sulle persecuzioni che i cristiani subiscono nel mondo a causa della loro fede. Curato da Jean-Michel di Falco, Timothy Radcliffe e Andrea Riccardi, il volume raccoglie i contributi di settanta autori sotto il coordinamento editoriale di Samuel Lieven. Pubblichiamo stralci dell’introduzione.
(Jean-Michel di Falco) Venerdì 13 giugno 2014, sulla prima pagina del quotidiano di Barcellona «La Vanguardia», Papa Francesco ha espresso tutta la propria inquietudine: «I cristiani perseguitati sono una preoccupazione che mi tocca da vicino come pastore. So molte cose sulla persecuzione che non mi sembra prudente raccontare qui per non offendere nessuno. Ma ci sono dei luoghi dove è proibito avere una Bibbia o insegnare catechismo o portare una croce... C’è una cosa però che voglio mettere in chiaro: sono convinto che la persecuzione contro i cristiani oggi sia più forte che nei primi secoli della Chiesa. E non è una fantasia: lo dicono i numeri».
Qualche cifra era già stata fornita nell’ottobre 2013, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’enciclica Pacem in Terris di Papa Giovanni XXIII, dal cardinale francese Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso: «Il numero dei cristiani perseguitati nel mondo oscilla tra 100 e 150 milioni. Questa cifra, in continuo aumento, fa del cristianesimo la religione più perseguitata del pianeta».
Dietro questi numeri — lo si dimentica, talvolta — si nascondono vite umane, storie singolari, volti, uomini e donne, bambini e anziani. Dietro questi numeri ci sono persecutori e perseguitati, carnefici e vittime.
L’uomo è capace del meglio e del peggio. Nella nostra umanità si annida una parte animale, indomabile, incontrollabile e imprevedibile. Quando l’uomo infrange le leggi non scritte incise nel suo cuore diviene l’animale più vile, feroce e sanguinario. Homo homini lupus scriveva Plauto. In altre parole, l’uomo è il peggiore nemico dei suoi simili, incline a perseguire i propri interessi ai danni degli altri. Quando dà libero sfogo all’odio, al disprezzo e all’intolleranza, diventa capace di compiere attentati, torture, carneficine, guerre fratricide, genocidi.
Al tempo stesso, o forse ancora prima che l’uomo divenga un lupo per l’uomo, l’uomo è una cosa sacra per l’uomo: Homo, sacra res homini dice Seneca due secoli dopo. Mille anni luce possono separarci gli uni dagli altri sul piano delle idee, della morale e della cultura, ma niente potrà allentare e rompere il legame di carne e di sangue che esiste tra noi. Persino il carnefice e la sua vittima sono fatti della stessa carne e dello stesso sangue. È questo legame che permette alla vittima di chiamare il suo carnefice, senza mentire, «amico mio, fratello mio», come scrive nel suo testamento padre Christian de Chergé a Tibhirine. Il carnefice non potrà mai impedire alla sua vittima di pregare per lui, né di perdonarlo. Così fece Giovanni Paolo II dopo il tentato omicidio da parte di Ali Agca, nel 1981. Il perdono fu immediato, sin dal ricovero del Pontefice in fin di vita, raccontò il suo segretario, il futuro cardinale Stanisław Dziwisz. Quattro giorni dopo, dalla sua stanza d’ospedale, il mondo intero poté sentirlo dire: «Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato».
Sì, il fatto che l’uomo sia una cosa sacra per l’uomo precede il fatto che possa esserne il peggior predatore. Poco importa, qui, che l’uomo tragga la propria dignità dal solo fatto di essere umano o dal fatto di essere stato creato a immagine di Dio. «L’uomo sorpassa infinitamente l’uomo» diceva Blaise Pascal. Questo vale anche per il persecutore. È solo un assassino capace di guardare la sua vittima dritta negli occhi? Ne dubito. E come se il carnefice intuisse la presenza di qualcosa di sacro persino in colui che vuole annientare. Che l’aggressore lo voglia o no, la vittima resta un suo simile. Gli occhi sono le finestre dell’anima, e l’incapacità del carnefice di guardare attraverso queste finestre ci dimostra, nel caso avessimo dubbi al riguardo, che anche nell’essere apparentemente più abietto, crudele e disumano resta una porta, una fessura, una crepa attraverso la quale può entrare quella che noi cristiani chiamiamo la «grazia».
La presa di coscienza e la contrizione sono possibili. Non tutti i persecutori si pentono, ma può accadere. Saulo di Tarso fu dapprima persecutore dei cristiani. Aveva approvato la lapidazione di Stefano, ne era stato testimone... e questo non gli impedì certo di diventare Paolo, anzi, forse proprio il contrario. Non aveva forse sentito Stefano spirare sotto le pietre, recitando preghiere simili a quelle di Gesù sulla croce? «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (Atti, 7, 59) chiede Stefano. «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Luca, 23, 46) aveva detto Gesù. «Signore, non imputare loro questo peccato» (Atti, 7, 60) supplica Stefano. «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Luca, 23, 34) aveva pregato Gesù. La professione di fede nella divinità di Gesù si è accompagnata, in Stefano, a una professione d’amore per i suoi assassini. Non esiste professione di fede senza professione d’amore.
Paolo sa quello che fa. Ha sentito Cristo sulla via di Damasco. È stato accecato dalla sua presenza. E ora che è divenuto cristiano vuole imporre la propria fede ai fratelli israeliti? Niente affatto. Ormai non imporrà più nulla a nessuno con la forza. Annuncia, argomenta, cerca di convincere. Tutto qui. Se i suoi fratelli israeliti rifiutano di accogliere il Vangelo, Paolo non viene colto dall’odio e non si lascia abbattere; prova un immenso dispiacere: «ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua» (Romani, 9, 2). Questo dolore è per lui un pungolo a volgersi verso i pagani: «Tuttavia la parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti d’Israele sono Israele» (Romani, 9, 6). Ho ritrovato questo atteggiamento di san Paolo nel cardinale Jean-Marie Lustiger: «Non serve a nulla perdere il proprio tempo e la propria energia a riformare quello che non può essere riformato quando i cuori e gli spiriti non sono pronti. Meglio costruire altrove». Anche se non tutti si convertono a Cristo, ogni uomo è capace di sentire e seguire la voce della propria coscienza. È l’esperienza di Paolo. Nella coscienza del bene e del male si manifesta la volontà di Dio. Per il cristiano ogni uomo, anche se non riconosce alcuna legge rivelata, è in dialogo con Dio, non fosse altro che tramite l’ascolto della sua coscienza e l’obbedienza ai dettami di quest’ultima. Essa, per lui, ha il valore di una legge. Questa legge non è affatto contraria al Vangelo, e deve essere difesa.
La libertà di coscienza dovrebbe essere difesa in ogni luogo e in ogni momento, oppure non conta nulla. A partire dal momento in cui una fede religiosa si trova in una situazione di potere e di egemonia, è fortemente tentata di imporre a tutti il suo punto di vista. È il contrario del Vangelo, e il contrario della regola d’oro dell’etica universale: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te».
L'Osservatore Romano

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Non sposano i jihadisti: «Uccise 150 donne»
Avvenire

Almeno 150 donne, alcune delle quali incinte, sono state  uccise dallo Stato islamico per aver rifiutato di sposare i jihadisti del gruppo. L’incredibile eccidio è avvenuto nella provincia di Anbar, nel parte nord-occidentale dell’Iraq. Lo ha denunciato il ministero per i Diritti umani di Baghdad, citato dall’emittente satellitare al Arabiya (...)
(en) Isis 'executes scores of women for refusing to marry militants', Iraq ministry claims (The Independent)

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India, una legge anti conversione turba i cristiani   
ats - Corriere del Ticino
 
Il progetto di imporre in India una Legge per impedire le conversioni preoccupa le comunità cristiane indiane che vi vedono un nuovo latente attacco contro le minoranze religiose del Paese. In una conferenza stampa oggi a New Delhi, rappresentanti di comunità cristiane (...)

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Nella città di Mosul, conquistata a giugno dai miliziani jihadisti dello Stato Islamico (IS), le chiese cristiane continuano a essere trasformate in carceri. Durante l'ultimo fine settimana i jihadisti dell'IS hanno trasferito almeno 150 prigionieri bendati e ammanettati nell'antico monastero di San Giorgio, appartenente all'Ordine antoniano di Sant'Ormisda dei caldei. Lo riferiscono fonti locali, entrate in contatto con il website iracheno ankawa.com (...)