Sul piano giuridico gli eventi bellici avevano collaudato, e non positivamente, la legge delle Guarentigie, mostrandone gli insuperabili limiti; sul piano politico le élite liberali al governo cominciavano a rendersi conto che l’unità del Paese, come comunità politica, non poteva prescindere dall’adesione delle masse cattoliche. I cattolici da parte loro, tramontate le interdizioni del non expedit, erano ormai maturi per l’impegno nella vita politica del Paese, andando oltre l’impegno culturale e sociale nel quale si erano rinserrati nei decenni precedenti. La costruzione della «casa comune» non poteva prescindere dal loro apporto. Molte le ragioni del mutamento appena accennato. Tra queste, certamente l’esempio concreto e fattivo di collaborazione solidale dato dall’istituzione ecclesiastica e dai cattolici italiani nei tragici anni di quella che Benedetto XV aveva definito l’«inutile strage». L’opera della Santa Sede per i profughi, i rifugiati e i prigionieri, voluta proprio dal Papa; l’immane impegno caritativo delle associazioni cattoliche, per feriti ed invalidi, per vedove e orfani; l’aiuto formidabile e quotidiano, sul piano materiale e morale, oltre che spirituale, ai soldati al fronte, dato non solo dai cappellani militari, che a decine lasciarono la vita sui campi di battaglia, ma dai tanti sacerdoti e religiosi chiamati a condividere, sotto le armi, la durissima vita quotidiana della trincea: sono solo degli esempi, ma non secondari, che aiutano a comprendere il mutamento di clima accennato.
Non è un caso che a Parigi, nel 1919, durante la Conferenza di pace, ebbero luogo i noti abboccamenti tra monsignor Bonaventura Cerretti e il presidente del Consiglio italiano Vittorio Emanuele Orlando, nel corso dei quali vi furono concrete aperture per il superamento della Questione romana. In quella occasione si ebbero significative anticipazioni di quanto sarebbe avvenuto dieci anni dopo, a seguito della firma dei Patti lateranensi. Si trattò di anticipazioni non solo sul terreno delle garanzie da assicurarsi alla Santa Sede per l’esercizio della sua alta missione nel mondo, e che nel 1929 avrebbero dato luogo al Trattato del Laterano; ma anche sul terreno, diverso eppure al tempo stesso contiguo e solidale, della condizione giuridica della Chiesa in Italia, cui un decennio dopo si ovvierà con il Concordato lateranense. Che anche una prospettiva concordataria si era aperta lo avrebbe rivelato più tardi, nell’età dell’Assemblea costituente, lo stesso Orlando.
L’odierna ricorrenza degli accordi stipulati l’11 febbraio 1929 nel Palazzo del Laterano suscita la memoria delle scaturigini lontane di un processo volto al superamento del doloroso dissidio tra Stato e Chiesa in terra italiana, i cui frutti sarebbero stati poi raccolti da altri, rispetto a quanti quel processo avevano attivato. Ciò che si vuole qui sottolineare però è che detto processo prende le mosse, nei dolenti anni di guerra, da concrete, molteplici e forti esperienze di solidarietà della Chiesa nei confronti di un Paese dilacerato dal conflitto; esperienze che portano a collaudare paradigmi istituzionali di distinzione nella collaborazione.
A ben vedere tutta la lunga storia dei Patti lateranensi può essere riletta, pur nelle varie sfaccettature che i diversi passaggi epocali portano con sé, sotto tale ottica, che dell’accordarsi svela il senso più vero e profondo: non quello di una insana compromissione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio; non quello di una sospettosaactio finium regundorum tra istituzioni che reciprocamente diffidano; non quello della ricerca del vicendevole interesse istituzionale; ma quello del servizio a vantaggio della persona umana, a diverso titolo e nel rispetto della indipendenza ed autonomia reciproche.
Nell’articolo 1 dell’Accordo di Villa Madama del 18 febbraio 1984, che ha portato alla revisione del Concordato lateranense, dopo il richiamo al principio di indipendenza e sovranità nell’ordine proprio di ciascuno, si afferma l’impegno della Chiesa e dello Stato alla «collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese».
Dunque il filo rosso della solidarietà, che nel profondo ha segnato l’esperienza di un secolo nei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia, è finalmente emerso nell’Accordo del 1984, divenendo normativamente un programma vincolante per il futuro.
L'Osservatore Romano
