Nella scuola di Flores intorno all’arcivescovo Bergoglio
(Nora Antonelli, Superiora generale delle figlie dell’Immacolata Concezione di Buenos Aires) Quel 13 marzo 2013 la provvidenza divina ha disposto che l’arcivescovo di Buenos Aires divenisse Papa. Come religiosa argentina, ho provato una profonda emozione, e, tra i molti ricordi, sono emersi, quasi immediatamente, i momenti vissuti ogni anno, all’inizio del mese di aprile, quando il cardinale Bergoglio riuniva le consacrate dell’arcidiocesi in una scuola del quartiere Flores. E lì, con il suo stile diretto ed energico, condivideva i suoi pensieri: pensieri che molte di noi hanno serbato nella mente e nel cuore.
In una di quelle riunioni, l’arcivescovo affrontò con rigore e realismo la crisi vocazionale, considerandola una conseguenza della crisi testimoniale. E indicò cinque aspetti. Disse che la vita consacrata corre oggi il rischio di cadere in «una sequela senza rinuncia», in «una preghiera senza incontro», in «una vita fraterna senza comunione», in «un’obbedienza senza fiducia», in «una carità senza trascendenza». Ricordo in particolare che sottolineò l’importanza fondamentale dell’incontro con Cristo: nell’Eucaristia, nella Parola, nella comunità, nei poveri... E rimarcò la centralità della Scrittura, che ogni consacrato deve sempre avere in mano e nel cuore. Disse: «Gesù Parola: centro della nostra vita. Solo lui riempie e soddisfa l’anima».
Oggi nei documenti che illuminano l’anno della vita consacrata, questa idea si ripresenta con insistenza. È l’ammirevole coerenza che caratterizza il pensiero del religioso gesuita, del sacerdote, del provinciale, dell’arcivescovo, del cardinale e ora del Papa Jorge Mario Bergoglio.
Nella lettera Rallegratevi si citano pensieri del Pontefice che riaffermano il primato della vita interiore. «La prima cosa, per un discepolo — ha detto ai partecipanti al congresso internazionale sulla catechesi ricevuti il 27 settembre 2013 — è stare con il Maestro, ascoltarlo, imparare da lui. E questo vale sempre, è un cammino che dura tutta la vita... Se nel nostro cuore non c’è il calore di Dio, del suo amore, della sua tenerezza, come possiamo noi, poveri peccatori, riscaldare il cuore degli altri?».
Per Papa Francesco la preghiera è la sorgente della fecondità apostolica: «Coltiviamo la dimensione contemplativa, anche nel vortice degli impegni più urgenti e pesanti. E più la missione vi chiama ad andare verso le periferie esistenziali, più il vostro cuore sia unito a quello di Cristo, pieno di misericordia e di amore» ha esortato durante la messa celebrata con seminaristi, novizi e novizie il 7 luglio 2013.
L’incontro con Gesù, ci diceva il cardinale Bergoglio nelle riunioni annuali, è essenziale nella nostra sequela. Quando manca, «la propria vita perde gradatamente senso, il volto dei fratelli si fa opaco ed è impossibile scoprirvi il volto di Cristo, gli avvenimenti della storia rimangono ambigui quando non privi di speranza» (Ripartire da Cristo: un rinnovato impegno della vita consacrata nel terzo millennio, 19 maggio 2002, n. 25).
Nella nostra vita la centralità di Cristo, seguito in castità, povertà e obbedienza, contemplato nelle Scritture, adorato nell’Eucaristia, scoperto nella comunione fraterna, servito nei fratelli, è ciò che costituisce la nostra identità.
Idea forte del cardinale Bergoglio, idea forte di Papa Francesco: l’identità è ciò che caratterizza la realtà di una persona. E un consacrato è tale se appartiene. Un consacrato è nella misura in cui appartiene: a Cristo, alla Chiesa, a una determinata comunità. Questa identità è la missione che ci è stata affidata.
Papa Francesco lo ribadisce nell’Evangelii gaudium: «Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare» (n. 273).
Così vede la vita consacrata: esigente, radicale, piena. E così insegna, non solo con la sua parola e i suoi scritti, ma anche e soprattutto con la sua testimonianza.
Che in questo anno della vita consacrata tutti noi che abbiamo donato la nostra vita in risposta a una chiamata speciale ci sentiamo confortati e accompagnati dalle parole tante volte ripetute e che ora cito da una delle lettere personali inviatemi dal cardinale Bergoglio: «Che Gesù la benedica e la Vergine Maria la protegga. E le chiedo, per favore, che non vi dimentichiate di pregare per me».
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(Luigi Gaetani, Carmelitano scalzo, presidente della Conferenza italiana superiori maggiori) L’anno della vita consacrata è stato pensato da Papa Francesco nel contesto del cinquantesimo anniversario della costituzione dogmatica Lumen gentium e del decreto conciliare Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita consacrata. Dentro questo orizzonte conciliare, le persone consacrate hanno intrapreso un non facile cammino di rinnovamento, tra luci e ombre, tentando una effettiva riforma a partire da quanto loro richiesto: fedeltà al Signore, alla Chiesa, al proprio carisma e all’uomo di oggi. Oggi, quasi a conclusione di questo percorso di rinnovamento, Papa Francesco chiede ai consacrati un ulteriore sforzo, quello di non «avere paura di lasciare gli “otri vecchi”: di rinnovare cioè quelle abitudini e quelle strutture che, nella vita della Chiesa e dunque anche nella vita consacrata, riconosciamo come non più rispondenti a quanto Dio ci chiede oggi per far avanzare il suo Regno nel mondo».
Su questa coordinata profetica di una «Chiesa in uscita» (Evangelii gaudium), in condizione di «intimità itinerante» con Gesù e in stato di «comunione missionaria», il Pontefice ha fissato gli stessi obiettivi dell’anno della vita consacrata: «Vogliamo che sia un’occasione per fare “memoria grata”» di questo recente passato, intendendo la fase post-conciliare; «vivere il presente con passione», con un cuore innamorato, capace di vera amicizia e di profonda comunione con Dio; «abbracciare il futuro con speranza», ossia nella consapevolezza che il momento presente non è solo delicato e faticoso, ma è anche un’opportunità da non sciupare.
Un anno, quindi, da vivere non nell’autoreferenzialità o da trascorrere al margine della vita della Chiesa, perché la natura profetica della vita consacrata impone, dinanzi al mondo e nel cuore stesso della Chiesa, una evidente responsabilità: quella di “svegliare il mondo”.
Come svegliarlo? Facendo memoria e attualizzando il fatto che la vita consacrata porta, nella sua intima natura, la ministerialità dell’abbraccio: quello di Dio e quello della fraternità; una vocazione-missione in grado di fare compagnia all’umanità, intrecciando la tenerezza avvolgente di Dio e la capacità umana di affondare le radici nella terra fertile della storia del proprio popolo, come se fossero due mani che si prendono cura dell’umanità (Ireneo, Adversus haereses, IV, 7, 4).
Il soggetto sacramentale, il corpo che sviluppa questo abbraccio, è e resta la Chiesa, di cui le consacrate e i consacrati sono parte, mentre il luogo nel quale questo abbraccio accade è la vita degli uomini, le periferie della storia. È su questo terreno concreto che l’uomo fa esperienza del Padre misericordioso e incontra il buon Pastore, quel Dio in “uscita” che si prende cura dell’uomo ferito, di colui che ha «scantonato» (don Lorenzo Milani) e rischia di perdersi nella sua solitudine, ammantandolo di tenerezza.
Tutta la Chiesa, in particolare i consacrati e le consacrate, alla scuola del Vangelo e dei carismi, devono essere profezia di questa tenerezza che incontra l’uomo, ricordando all’umanità che la tenerezza non è debolezza ma balsamo nei solchi della carne degli uomini, segno di una vita bella sbocciata nei cuori pacificati, evidenza della civiltà dell’amore, come diceva Paolo VI.
Le consacrate e i consacrati, eredi di grandi santi che hanno fatto la storia del cristianesimo, sono chiamati a essere, alla loro scuola, profezia che “ripara” la Chiesa e la società, che trasforma il potere in servizio, il possesso in custodia, capaci di intraprendere il cammino dell’esodo del popolo, camminando umilmente in mezzo ad esso, operando scelte controcorrente, lasciandosi affascinare da una lettura più semplice del Vangelo, prendendosi cura della drammatica violenza subita dagli amici più intimi di Dio, i poveri.
Solo l’amore osa, solo l’amore mette a soqquadro le sicurezze personali e di sistema, solo l’amore libera dall’autosufficienza che blinda le esistenze e le relazioni, solo l’amore decentra, facendo vivere oltre il proprio io. Questa è la vita bella di ogni battezzato, di ogni consacrato o consacrata che esce da se stesso e impara a stare alla sequela di Gesù.
Questa è la verità: dalla frontiera dell’umano si diviene capaci di vedere la condizione degli uomini, ma anche di vedere l’Oltre, perché l’escatologia — l’intima unione con Dio — non appartiene a coloro che saltano l’umano, ma a chi impegna tutta la vita a frequentare i solchi dell’umanità ferita. Le periferie, in questo senso, non sono margine, sebbene possano trovarsi al margine, ma rappresentano il cuore della realtà e dell’uomo, il cuore stesso della Chiesa e l’anticipazione delle realtà future. Comprendiamo allora perché l’anima profetica del monachesimo consista proprio nel «mettersi ai margini» per custodire «la grazia a caro prezzo», diventando «una protesta vivente contro la mondanizzazione del cristianesimo, contro la riduzione della grazia a merce a poco prezzo» (D. Bonhoeffer, Sequela).
Certo, la vita consacrata, in Italia come in Europa, vive una fase di progressivo invecchiamento e di costante perdita di rilevanza sociale, fattori che segnano lo slancio missionario e il morale dei suoi membri; ma «senza questo segno concreto, la carità che anima l’intera Chiesa rischierebbe di raffreddarsi, il paradosso salvifico del vangelo di smussarsi, il “sale” della fede di diluirsi in un mondo in fase di secolarizzazione» (Paolo VI, Evangelica testificatio, 3). Pertanto, rimane fondamentale che le consacrate e i consacrati, sebbene ridotti numericamente, continuino a essere traccia dell’Assoluto in un mondo che tenta di cancellare ogni traccia di Dio dal vissuto collettivo e pubblico, come dall’interiorità dei cuori.
In verità la debolezza o la minorità, che solitamente è vista come condizione che rende inabili al servizio, quando vissuta evangelicamente non manca di essere feconda e creativa. Non c’è nulla di più fecondo nella vita secondo lo Spirito di quando «non c’è nulla» (san Giovanni della Croce), di quando la relazione tra Dio e l’uomo è segnata essenzialmente da un «cuore rivolto senza posa verso il Signore» (san Francesco), partendo dal quale Dio si fa creatore e sposo, l’unico che basta veramente (santa Teresa d’Avila).
La presentazione di Gesù al tempio, icona della vita consacrata, è segnata proprio dalla fecondità di due cuori innamorati, quelli della famiglia di Nazaret, che diventano cuori capaci di custodire e ammantare, in un unico abbraccio, l’umanità e la divinità di Gesù. Amanti del silenzio e del tempo prolungato, custodiscono nell’intimo tutto quello che di Dio non capiscono subito. Diventano discepoli di Gesù un po’ per volta, quasi mendicando Dio, e, allo stesso tempo, mettendosi in viaggio verso gli uomini, sperimentando in Gesù Cristo il nuovo umanesimo.
L'Osservatore Romano