mercoledì 18 febbraio 2015

La scelta dell'Islam



Islam? “La rivoluzione di Sisi o il caos: non c’è altra scelta”. Parla l'islamologo gesuita Samir Khalil Samir
Il Foglio
 
(Matteo Matzuzzi) Parla l'islamologo gesuita Samir Khalil Samir. “La guerra, in questa situazione, se puntuale ed efficace, è giustificata. Non c’è soluzione nell’immediato. Sta vincendo chi vuole tornare ai tempi di Maometto. I cristiani vanno crocifissi, è scritto nel Corano”. -- “La guerra, in questa situazione, se puntuale ed efficace, è giustificata. Non c’è soluzione nell’immediato. L’unica possibilità è il cambiamento nella mentalità delle persone, ma questo percorso può durare decenni. Intanto, centinaia di persone continuano a morire ogni giorno”.
Padre Samir Khalil Samir, gesuita nato in Egitto e vissuto in Libano, professore all’Université Saint- Joseph di Beirut e al Pontificio Istituto Orientale di Roma, è considerato uno dei maggiori islamologi a servizio della chiesa cattolica. Conversando con il Foglio, guarda le istantanee dei ventuno copti sgozzati sulla riva del Mediterraneo “solo perché cristiani”, come ha detto il Papa che ieri mattina ha dedicato loro la messa a Santa Marta, e pensa che la ricetta per uscire dall’incubo l’abbia data il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, prendendo la parola davanti ai dotti della grande università di al Azhar del Cairo, il 28 dicembre scorso: “E’ molto, molto importante quel discorso. Ha illustrato il suo progetto. Di fronte alla situazione in cui versa tutto il mondo arabo- islamico e alla diffusione di una violenza finora inimmaginabile, al Sisi come molti intellettuali e politici s’è chiesto cosa fare, quale sia l’origine di questa follia. Penso che, a ragion veduta, il presidente abbia pensato che la causa sia nell’insegnamento e nell’interpretazione del Corano”. Il fatto è, spiega Samir, “che i fedeli prendono questo testo letteralmente, anche perché si insegna a leggerlo letteralmente e ad applicarlo secondo le norme risalenti al VII secolo”. Sia chiaro: “Questo è accaduto anche nel mondo cristiano, con l’approccio secondo cui la Bibbia è la parola di Dio ed è quindi valida per tutti i tempi così come letteralmente scritta. Però, un cristiano che legge oggi la Bibbia non può prendere alla lettera il dialogo tra il serpente ed Eva nel paradiso, ad esempio”. Nella storia culturale del mondo arabo, invece, è marcata la linea dell’interpretazione letterale: “Nel Corano si parla di ‘gamba di Dio’ o di ‘mano di Dio’. Gli intellettuali mu’taziliti, nel IX secolo, hanno sostenuto che con la ‘mano di Dio’ si intende la potenza divina. Ma a questa interpretazione, successivamente, si è opposta la scuola che ritiene che quella sia proprio la parola di Dio, e che Dio ha quindi delle mani anche se non uguali alle nostre”. Dice questo, il nostro interlocutore, per sottolineare come “benché tale letteralismo prenda oggi altre forme, si continua a dire sempre che ciò che è scritto nel Corano non è ispirato da Dio, bensì da lui dettato letteralmente (tanzil). E quindi non si può toccare”. Si comprende allora più facilmente perché un musulmano “non può sottomettersi a una legge umana, anche se prevista in una costituzione, quando c’è una legge divina”. “Il fedele musulmano che prende in mano la Carta universale dei diritti umani del 1948, ammette che si tratta di un grande sforzo dell’umanità. Ma subito dopo ricorda che la sharia è superiore, perché è divina. Si parla di parità tra uomo e donna? Bene, purché sia conforme alla sharia. E siccome non è conforme, non si può seguire quel principio”. 
Per questo il discorso di al Sisi è decisivo: “Alla fine del suo intervento, il presidente si è soffermato sulla necessità di fare una ‘rivoluzione nell’islam’. Intendeva una rivoluzione nel capire l’islam nelle sue fonti, il Corano e la tradizione”. Questo sforzo – chiarisce padre Samir – non sarebbe di certo una novità: “E’ già stato fatto in altri secoli, penso al periodo del primo Rinascimento del mondo islamico, tra il X e il XII secolo, quando i filosofi hanno dovuto interpretare il Corano secondo la filosofia che insegnavano”. Si prendano quei passi del Corano che descrivono il paradiso con le vergini che rimangono sempre vergini, con la frutta e i fiumi di latte e miele: “Avicenna, nell’XI secolo, ha detto che siccome l’uomo non ha un corpo ma solo un’anima quando muore, aspetti così materiali non possono essere presi letteralmente, ma solo in modo allegorico”. Oggi, spiega l’islamologo gesuita, “stiamo vivendo un periodo di interpretazione letterale e fondamentalista, e la tendenza più forte è quella wahhabita in Arabia Saudita, che più si diffonde e viene insegnata dagli imam. Le conseguenze politiche sono molto gravi perché tutto questo comporta la scelta di vivere secondo il modello di Maometto e dei suoi compagni, rifiutando tutto ciò che è la modernità, in quanto opposta alla pratica del VII secolo e perché proveniente dall’occidente senza valori. Tutto il movimento secolarista e liberalista che si vede in occidente è così di conforto a chi crede che l’ideale sia il ritorno al VII secolo, al tempo di Maometto, al salafismo”. 
Più complessa è l’individuazione dei soggetti capaci di attuare la rivoluzione auspicata da Sisi davanti ai saggi della umma riuniti al Cairo un mese e mezzo fa: “E’ la domanda che tutti si pongono”, sorride il nostro interlocutore. “Sappiamo che in altri tempi è stata fatta, ad esempio nell’Ottocento. Il rettore dell’Università di al Azhar, l’imam Mohammed Abdou, morto nel 1905, nelle sue fatwa dava delle interpretazioni aperte. Anche altri, ai nostri giorni, l’hanno fatto: c’è la raccolta dell’ayatollah Muhammad Husayn Fadlallah, morto a Beirut nel 2010, che rappresenta una riflessione sul Corano applicato alla realtà odierna”. Il problema è che i più flessibili sono gli sciiti, nota Samir: “Loro sono molto più aperti rispetto ai sunniti, che però rappresentano l’85 per cento dell’islam”. Nel sunnismo aperture come quelle dell’ayatollah Fadlallah non esistono “da oltre un secolo”, visto che a vincere è stata “la linea dura, radicale”. E’ questo orientamento a prevalere da almeno quarant’anni, chiarisce l’islamologo d’origine egiziana: “Quando i miliziani dello Stato islamico decidono di crocifiggere i cristiani, lo fanno perché questo è scritto nel Corano (7:124). Quando si deve tagliare la mano o la gamba (in caso di recidiva) di chi ruba, loro sono fedeli al Corano”. La corrente più “liberale”, invece, “suggerisce di andare a guardare qual è il reale scopo della legge e – se è vero che lo scopo della sharia è di impedire che il ladro vada a rubare di nuovo – sottolinea che si può ottenere lo stesso risultato istruendolo o dandogli un mestiere”, senza praticare l’amputazione degli arti. Ma a vincere, fino a oggi, è la posizione più letterale. Padre Samir confessa, nonostante tutto, d’avere speranza: “Anche noi cristiani abbiamo conosciuto questo tipo di problemi – è possibile, comunque, che oggi ci sia ancora chi pensa che la creazione del mondo sia stata fatta in sei giorni e poi Dio si è preso il weekend – e siamo noi a poter aiutare i musulmani. Loro sono in crisi, e questa crisi ha preso una piega odiosa. Hanno i soldi che arrivano dai paesi petroliferi, i più radicali. E con i soldi si comprano le armi più moderne”. Ai miliziani riesce benissimo la campagna di proselitismo attuata soprattutto sulle generazioni più giovani, quelle imbevute d’ideologia appresa su YouTube e sui social network dove assai presenti sono i jihadisti: “Sono un piccolo numero che cresce rapidamente, presentano i loro atti orrendi per far paura all’occidente e al mondo islamico e per affermare che il loro è il vero islam che interpreta la legge in modo assoluto. Sanno scegliere dove attaccare, approfittano del caos. E’ un progetto molto ben studiato e teologicamente hanno sempre dietro di loro degli imam che affermano ciò che è permesso (halal) e ciò che non lo è (haram) . Vanno avanti così, fino al punto di avvertire che sono a sud di Roma e dell’Italia, il paese che per primo toccheranno in Europa” nella loro avanzata conquistatrice. 
E l’occidente mai come ora si mostra passivo, quasi inebetito e incapace di comprendere la portata della minaccia al di là del mare: “C’è certamente anche in occidente l’idea di difendere la civilizzazione, ma questo sentimento è subordinato alla ricerca del proprio interesse. In una guerra classica, la gente sa come combattere. Ma qui, come si fa? Ci sono uomini che non temono la morte, visto che la morte è una vittoria. Morire sulla via di Dio, come si legge nel Corano, è il modo per entrare in paradiso. Hanno chiamato i cristiani ‘crociati’, parola che questi copti, gente povera che lavorava in Libia per mantenere la famiglia, non avevano mai sentito”. Naturale, dunque, che se questa è la premessa, i cosiddetti crociati “diventano i nemici per antonomasia e vanno uccisi”, dice padre Samir. “L’occidente è perso dinanzi a questa visione del mondo, della vita, dei rapporti umani. L’occidente, in passato, cercava di difendere la civiltà, ma combattere in questa situazione fluida comporta anche dei rischi. Spero che a ciò si arriverà”, prima o poi. La soluzione è quella di far tesoro della lezione del generale al Sisi: “Si deve andare in questo senso, e cercare di cambiare la mentalità degli imam che insegnano il Corano in modo letterale. Se si potesse dire ‘entriamo nella modernità, Dio ci ha dato nel Corano dei princìpi che sta a noi concretizzare nella vita quotidiana’, sarebbe già un fatto importante. Penso ancora alla Carta universale dei diritti umani: si può ritoccarla e migliorarla, ma sempre ponendosi di fronte alla domanda circa l’accettazione di quei valori, di quelle libertà – che non significa fare ciò che si vuole – e di quei diritti”. Il tutto, però, non avrà sviluppi in tempi brevi: “C’è un fondo comune tra cristiani, musulmani, ebrei e i fedeli degli altri credo religiosi che è certamente da sviluppare. Ed è questo il vero umanesimo, ossia cercare di aiutarci mutualmente imparando gli uni dagli altri. Ma è un progetto a lungo termine”. Ora bisogna debellare la minaccia.
Il Foglio, 18 febbraio 2015

*
Padre Samir: "Per l'Isis la Libia è la porta d'Europa"
di Marta Petrosillo
«Il rischio è reale. Gli attentati a Parigi e Copenaghen, la minaccia all’Italia mostrano che lo Stato islamico ha l’Europa come obiettivo». Così dichiara alla Nuova Bussola Quotidiana padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, islamologo, fondatore del Cedrac, il centro di documentazione e di ricerca arabo-cristiana di Beirut, e professore di teologia orientale e d’islamistica presso il Pontificio istituto Orientale di Roma e al Centre Sèvres di Parigi.
Il gesuita analizza l’attuale situazione in Libia dove l'Isis ha «approfittato del caos creatosi dopo la morte di Gheddafi». Oltre alla favorevole anarchia e alla ricchezza di pozzi petroliferi, la Libia ha un terzo aspetto strategico: è il paese più vicino all’Europa». Se il primo obiettivo del gruppo jihadista è la creazione di un califfato nel mondo arabo – come dimostra la sanguinaria ascesa avvenuta in Siria e in Iraq – il secondo è estendere lo Stato Islamico all’Europa. «Non credo saranno in grado di farlo, ma per loro la Libia è certamente interessante giacché, attraverso l’Italia, può aprire loro le porte del Vecchio continente». 
Per padre Samir i progetti dei jihadisti superano le loro possibilità, specie perché le barbarie commesse stanno procurando allo Stato Islamico nuovi nemici. La brutale uccisione dei ventuno copti egiziani in Libia ha convinto Al Sisi a bombardare le postazioni dell'Isis nel paese nordafricano. E prima ancora l’orrendo assassinio del pilota giordano aveva provocato la reazione di Amman. «I governi arabi hanno ormai compreso che l'Isis è un pericolo per tutti e spero che inizino a reagire contro questi terroristi islamici». 
Una reazione è necessaria anche da parte dell’Europa, specie all’indomani dei «“test” di Parigi e Copenaghen e della minaccia all’Italia che hanno mostrato le mire di Isis sul Vecchio continente. Il gesuita caldeggia una risposta unitaria da parte degli Stati europei - «l’Italia non può essere lasciata sola» - e la realizzazione di un disegno multilaterale sostenuto dall’Onu. «A differenza degli islamisti, l’Europa non è pronta a combattere fino alla morte. L’unica soluzione è rappresentata da un progetto internazionale teso a sradicare questo movimento. Anche se per farlo occorreranno decenni».
Un altro fenomeno preoccupante è la diffusione del fondamentalismo islamico in Europa, soprattutto tra i giovani immigrati di seconda generazione che non sono riusciti ad integrarsi all’interno delle società europee. Giovani scoraggiati che trovano nell’estremismo un’alternativa vincente, oltre ad un incentivo economico, e che subiscono il lavaggio del cervello attraverso il web, le televisioni satellitari e in alcune moschee.
Tra le varie soluzioni proposte per arginare la diffusione dell’estremismo vi è quella di esigere che gli imam tengano le prediche nella lingua del paese in cui si trovano. «I fondamentalisti predicano in arabo poiché spesso conoscono soltanto quell’idioma». L’imposizione della lingua locale potrebbe favorire una maggiore integrazione, ma è necessario contare anche sul sostegno delle singole comunità musulmane. Gli imam possono ricoprire un ruolo chiave. «Il desiderio delle seconde generazioni è quello di integrarsi e gli imam dovrebbero spingere i giovani in questa direzione. Altrimenti il rischio è che continuino a considerarsi vittime dell’Occidente. L’importanza delle guide religiose è enorme: dobbiamo formare degli imam, che pur conservando le proprie tradizioni religiose, siano integrati nelle culture occidentali e dunque propensi ad aiutare i giovani ad assimilarsi».
Infine padre Samir cita le parole pronunciate recentemente al Cairo dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, davanti a centinaia di imam dell’università di Al-Azhar: «L’islam ha bisogno di una rivoluzione interna. Il problema non è esterno a noi e dentro di noi». Il gesuita ha più volte ricordato come l’islam abbia bisogno di una nuova ermeneutica, di un nuovo approccio al Corano e alla tradizione che consenta di coniugare fede e modernità. «Siamo nel XXI secolo non nel VII, non è pensabile risolvere i problemi di oggi con le soluzioni di allora».

*

Intervento militare. Per il Vaticano è l'extrema ratio
di Matteo Matzuzzi
Anche ieri mattina, al termine dell’Udienza generale, il Papa ha rivolto un pensiero ai ventuno copti egiziani sgozzati dai miliziani dello Stato islamico in Libia: “Vorrei invitare ancora a pregare per i nostri fratelli egiziani che tre giorni fa sono stati uccisi in Libia per il solo fatto di essere cristiani. Il Signore li accolga nella sua casa e dia conforto alle loro famiglie e alle loro comunità. Preghiamo anche per la pace in Medio Oriente e nel Nord Africa, ricordando tutti i defunti, i feriti e i profughi. Possa la Comunità internazionale trovare soluzioni pacifiche alla difficile situazione in Libia”.
Ed è proprio la necessità da parte della Comunità internazionale di individuare una “soluzione pacifica” ciò su cui s’è soffermato il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, lunedì pomeriggio ai rappresentanti del governo italiano in occasione del ricevimento per l’anniversario della stipula dei Patti Lateranensi: “Non pensiamo assolutamente a un attacco unilaterale. E’ una cosa che non accadrà mai. Noi ci atteniamo alle decisioni dell’Onu e lavoriamo al fianco dell’inviato speciale Leon”, ha risposto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. Poco prima, stando alla ricostruzione di Repubblica, Parolin aveva confermato che i due vescovi cattolici presenti in Libia non avrebbero lasciato il paese, ribadendo che “l’intervento militare per noi deve essere solo l’extrema ratio”. Dichiarazioni assai simili a quelle più tardi riportate dalla Radio Vaticana: "Occorre intervenire presto, ma sotto l'ombrello Onu".
Tuttavia, come aveva già avuto modo di dire in più d’una occasione il Papa, “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”. In ogni caso, aveva precisato Francesco durante la conferenza stampa dello scorso agosto a bordo dell’aereo che lo riportava in Italia dopo il viaggio in Corea, “non dico bombardare o fare la guerra. Dico: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati. Fermare l’aggressione ingiusta è lecito. Ma dobbiamo avere memoria. Quante volte, sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una guerra di conquista?”. Una posizione che era stata poi illustrata dal segretario di Stato, il cardinale Parolin, nell’intervento del 29 settembre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite: “è sia lecito sia urgente arrestare l’aggressione attraverso l’azione multilaterale e un uso proporzionato della forza. Come soggetto rappresentante una comunità religiosa mondiale che abbraccia diverse nazioni, culture ed etnicità, la Santa Sede spera seriamente che la comunità internazionale si assuma la responsabilità riflettendo sui mezzi migliori per fermare ogni aggressione ed evitare il perpetrarsi di ingiustizie nuove e ancor più gravi”.
La spinta all’intervento armato arriva prevalentemente dai vescovi locali, dallo scorso anno alle prese con l'avanzata delle milizie dell'autoproclamato califfo al Baghdadi. Si prenda l’Iraq, dove il vescovo di Erbil, Bashar Warda, ha chiesto solo dieci giorni fa l’intervento delle truppe britanniche: “E’ difficile per un vescovo cattolico dire che si deve sostenere un’azione militare, ma bisogna farlo. Non c’è altra scelta, ora”. A giudizio del presule, “Ciò cui stiamo assistendo è ben peggiore rispetto a quanto accaduto in Afghanistan, con un numero maggiore di giovani che vanno a combattere per lo Stato islamico. L’azione militare è necessaria per cacciarli dai villaggi, così che la nostra gente e le altre minoranze possano farvi ritorno”.
Un appello all'intervento era giunto anche dal Sinodo straordinario dei vescovi caldei, riunito sotto la presidenza di mar Louis Raphael I Sako, patriarca di Babilonia dei caldei. In tale sede era stato chiesto che“tutte le forze nazionali e internazionali” possano presto unire “i loro intenti per liberare i territori occupati e mettere in atto le disposizioni necessarie per proteggere i cristiani e gli altri iracheni, affinché tutti ritornino alle proprie case e vivano nella sicurezza e con dignità”.