
Il vertice della Chiesa sulle donne «Ora un Sinodo su (e con) noi». Richiesta al Papa. Che dice ai cardinali: le signore le lasciamo sempre ultime?
Corriere della Sera
(Paola Pica) Gianfranco Ravasi è un uomo che non teme le parole, le studia, ci gioca, le preferisce quando sono «parole dette, comunicate, con tutta la carica di passione» come quelle sentite in questa sala al quarto piano del palazzo del «ministero» della Cultura del Vaticano in via della Conciliazione. Una non stop sulle «culture femminili», iniziata con un evento pubblico mercoledì scorso — l’inchiesta su volti e voci delle donne portata in scena al Teatro Argentina di Roma dalla Rai, con il contributo del blog del Corriere La 27Ora — e chiusa ieri con l’udienza da Papa Francesco. E la proposta, avanzata da suor Eugenia Bonetti e dalla storica Lucetta Scaraffia, di convocare un sinodo «sulle donne, con le donne, per le donne».
Non è la prima volta che la Chiesa parla delle donne, di sicuro è la prima che prova ad ascoltarle. Dice la sociologa Consuelo Corradi, relatrice della prima giornata: «C’è una strada che si è aperta e forse la Chiesa è disposta a ripensarsi». L’assemblea è molto maschile: vescovi e monsignori, filosofi, poeti, scienziati, architetti, musicisti arrivati da tutto il mondo. Ci sono tre cabine di traduzione simultanea e tutti affrontano disciplinatamente le relazioni (presentate da donne) su corpo, spirito, affettività, violenza, riconoscimento, ruoli. Non ci sono parole proibite. C’è casomai un «elefante nella stanza», come lo chiama la diplomatica svedese Ulla Gudmundson: la questione del «potere». E c’è il tema non meno ingombrante del sacerdozio femminile. E infine un’urgenza fin qui quasi taciuta: la grande fuga delle donne dalla Chiesa cattolica e il crollo delle vocazioni. C’è il rischio che in Germania, tra 10-15 anni, non ci siano più suore,osserva il vescovo di Essen, Franz Josef Overbeck. Sempre in Germania, tra l’altro, sembra sia diventato complicato spiegare a più della metà della popolazione, considerato il 30% di protestanti e il 30% di non credenti, perché le donne non possono essere pastori.
Nel taccuino della cronista ammessa ai lavori a porte chiuse si impilano più domande che risposte. Ma si sa, le buone domande sono quasi risposte. «La plenaria più vivace e profonda che abbiamo mai avuto — dice il presidente del Consiglio Pontifico della Cultura, Ravasi —. È solo l’inizio: voglio una consulta permanente composta da donne; lo dico al Papa, tra pochi minuti». Citando Adenauer, assicura che non si tratterà dell’ennesima commissione per non risolvere il problema. Da lì a poco Francesco rilancia: «Andate avanti. Si tratta di studiare criteri e modalità nuovi affinché le donne si sentano pienamente partecipi. Questa è una sfida non più rinviabile. Non siamo “il” Chiesa, ma la Chiesa!».
I cardinali siedono alla destra del Papa, le donne a sinistra. «Le signore le abbiamo lasciate per ultime?» chiede Francesco completando il giro di congedo, iniziato da destra. Il Papa riconosce Gudmundson, già ambasciatrice in Vaticano: «Buongiorno Ulla! Prega ancora il suo rosario luterano?». Suor Eugenia riceve in dono lo scrigno con rosario del tipo distribuito ai soli cardinali. Poi il Papa accende sul tablet della «missionaria sulla salaria», come lei stessa si definisce, la candela di «no more slaves», non più schiave. Questa suora combatte la tratta delle schiave del sesso, un’industria alimentata, solo in Italia, da 10 milioni di clienti ogni mese, un uomo adulto su tre. Suor Eugenia raccoglie l’applauso della plenaria e racconta del «sogno» di un sinodo al femminile. La sostiene Scaraffia: «Di cosa ci scandalizziamo. Caterina da Siena ha parlato in un sinodo nel ‘300 e noi non possiamo farlo oggi?» . Sul sacerdozio, le donne della plenaria mostrano grande prudenza e premono più per il «riconoscimento» della diversità. Sostiene suor Mary Melone, rettore della Pontificia Università Antonianum che«la piena realizzazione non si dimostra necessariamente nel fare ciò che fanno gli uomini: abbiamo altri spazi, e sono nostri».
In più di un intervento si cerca infine di spostare il baricentro. «La Chiesa sull’uguaglianza predica bene e razzola male», dice Scaraffia. «Violenza e abusi? Perché non parliamo della sessualità maschile?» rilancia la stessa professoressa. «Un nuovo patto? Perché non aprire una plenaria sulle culture maschili?» è la provocazione di Corradi. Ravasi raccoglie e ammette di accarezzare l’idea «di una plenaria sugli uomini o ancor meglio sull’antropologia generale». Maschio e femmina li creò.
fonte
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Non è la prima volta che la Chiesa parla delle donne, di sicuro è la prima che prova ad ascoltarle. Dice la sociologa Consuelo Corradi, relatrice della prima giornata: «C’è una strada che si è aperta e forse la Chiesa è disposta a ripensarsi». L’assemblea è molto maschile: vescovi e monsignori, filosofi, poeti, scienziati, architetti, musicisti arrivati da tutto il mondo. Ci sono tre cabine di traduzione simultanea e tutti affrontano disciplinatamente le relazioni (presentate da donne) su corpo, spirito, affettività, violenza, riconoscimento, ruoli. Non ci sono parole proibite. C’è casomai un «elefante nella stanza», come lo chiama la diplomatica svedese Ulla Gudmundson: la questione del «potere». E c’è il tema non meno ingombrante del sacerdozio femminile. E infine un’urgenza fin qui quasi taciuta: la grande fuga delle donne dalla Chiesa cattolica e il crollo delle vocazioni. C’è il rischio che in Germania, tra 10-15 anni, non ci siano più suore,osserva il vescovo di Essen, Franz Josef Overbeck. Sempre in Germania, tra l’altro, sembra sia diventato complicato spiegare a più della metà della popolazione, considerato il 30% di protestanti e il 30% di non credenti, perché le donne non possono essere pastori.
Nel taccuino della cronista ammessa ai lavori a porte chiuse si impilano più domande che risposte. Ma si sa, le buone domande sono quasi risposte. «La plenaria più vivace e profonda che abbiamo mai avuto — dice il presidente del Consiglio Pontifico della Cultura, Ravasi —. È solo l’inizio: voglio una consulta permanente composta da donne; lo dico al Papa, tra pochi minuti». Citando Adenauer, assicura che non si tratterà dell’ennesima commissione per non risolvere il problema. Da lì a poco Francesco rilancia: «Andate avanti. Si tratta di studiare criteri e modalità nuovi affinché le donne si sentano pienamente partecipi. Questa è una sfida non più rinviabile. Non siamo “il” Chiesa, ma la Chiesa!».
I cardinali siedono alla destra del Papa, le donne a sinistra. «Le signore le abbiamo lasciate per ultime?» chiede Francesco completando il giro di congedo, iniziato da destra. Il Papa riconosce Gudmundson, già ambasciatrice in Vaticano: «Buongiorno Ulla! Prega ancora il suo rosario luterano?». Suor Eugenia riceve in dono lo scrigno con rosario del tipo distribuito ai soli cardinali. Poi il Papa accende sul tablet della «missionaria sulla salaria», come lei stessa si definisce, la candela di «no more slaves», non più schiave. Questa suora combatte la tratta delle schiave del sesso, un’industria alimentata, solo in Italia, da 10 milioni di clienti ogni mese, un uomo adulto su tre. Suor Eugenia raccoglie l’applauso della plenaria e racconta del «sogno» di un sinodo al femminile. La sostiene Scaraffia: «Di cosa ci scandalizziamo. Caterina da Siena ha parlato in un sinodo nel ‘300 e noi non possiamo farlo oggi?» . Sul sacerdozio, le donne della plenaria mostrano grande prudenza e premono più per il «riconoscimento» della diversità. Sostiene suor Mary Melone, rettore della Pontificia Università Antonianum che«la piena realizzazione non si dimostra necessariamente nel fare ciò che fanno gli uomini: abbiamo altri spazi, e sono nostri».
In più di un intervento si cerca infine di spostare il baricentro. «La Chiesa sull’uguaglianza predica bene e razzola male», dice Scaraffia. «Violenza e abusi? Perché non parliamo della sessualità maschile?» rilancia la stessa professoressa. «Un nuovo patto? Perché non aprire una plenaria sulle culture maschili?» è la provocazione di Corradi. Ravasi raccoglie e ammette di accarezzare l’idea «di una plenaria sugli uomini o ancor meglio sull’antropologia generale». Maschio e femmina li creò.
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La questione femminile tra identità e differenza
La traccia dei lavori per l'Assemblea Plenaria sulle culture femminili presso il Pontificio Consiglio della cultura, conclusasi ieri, offre numerosi spunti di riflessione
di Flavia Marcacci
Anche nell’epoca dei bigdata, della sovrainformazione e dei polveroni mediatici la cultura sa creare spazi per pensare. È già disponibile on line il testo della traccia dei lavori per l'Assemblea Plenaria sulle culture femminili presso il Pontificio Consiglio della cultura in occasione del convegno “Le culture femminili: uguaglianza e differenza”, che si è concluso sabato 7 febbraio.
Il documento dichiara fin da subito la problematicità di provare a pensare una cultura femminile, che riesca a valorizzare l’innegabile peculiarità femminile, pur muovendo dall’analisi dei ruoli ai quali nella storia è stata ridotta la differenza tra uomo e donna. Da un indiscriminato indifferentismo, infatti, consegue l’esclusione pratica di ogni differenza, a svantaggio dell’intera società e a svantaggio delle donne: queste di nuovo vedrebbero scomparire dalla dimensione pubblica le loro proprie modalità di partecipazione alla vita collettiva. Ovvero, l’uniformità procede insieme alla emarginazione, sottolinea il documento. Occorre dunque pensare in maniera consistente e fondata il rapporto tra identità personale e genere di appartenenza, come anche il rapporto tra biologia e cultura. Il documento stimola a interrogarsi se la «questione di “genere” può essere legata in qualche maniera a questa visione “disuguale” tra uomo e donna, da cui deriva la pretesa di crearsi una identità “culturale”?». In altre parole, il “genere” può essere una “reazione” alla “disuguaglianza”, per cui diventa urgente però superare la “reazione” per trovare una “soluzione”. D’altra parte la Parola di Dio è chiara sul valore e l’importanza della differenza per dare pienezza all’essere umano, ma anche la biologia attesta questa diversità (dimorfismo sessuale).
Questa impostazione del problema non significa negare che ci siano situazioni che con difficoltà rientrano in questa spiegazione o che ne esulano, ma invita a trovare un quadro teoretico che dia soddisfacenti risposte: tenere insieme identità e contraddizione. Non si può infatti risolvere banalmente il problema appiattendo femminile e maschile su immagini stereotipate e concettualmente povere, incapaci di dare una piena risposta alla cultura del nostro tempo. L’obiettivo è piuttosto la promozione della ricchezza che può derivare da una nuova alleanza tra mondo maschile e mondo femminile.
D’altra parte è innegabile che pensare la “donna” costringe a pensare l’“uomo”: definire questa relazione come complementare non dà sufficientemente conto della “reciprocità” tra i due, della dinamicità della relazione. Su questa dinamicità si fonda l’identità di ognuno dei due. Si tratta in fondo del classico problema filosofico: la coniugazione tra l’identico e il diverso. Questo problema, che nella storia della filosofia è stato esplorato ampiamente nel campo della logica e della metafisica, non è stato invece troppo esplorato in merito alla questione del maschile e del femminile, come evidenziava un testo di Geneviève Fraisse (La differenza tra i sessi, Bollati Boringhieri, Torino 1996). È urgente una risposta.
Molti altri spunti sono offerti dal documento dell’Assemblea plenaria, che riflette anche sulla simbologia della generatività e sul rapporto tra donne e religione. L’obiettivo è la ricerca di un equilibrio, che certamente è poco attraente sul piano mediatico ma sollecita e stimola la capacità riflessiva di coloro che sono interessati al problema e di tanti cristiani.