
La Congregazione per il culto divino ha pubblicato il Direttorio omiletico.
Non è un pezzo di oratoria, né uno spettacolo, né tantomeno una sfilza di rimproveri. Ma allora cos’è l’omelia? E quali sono le regole per una buona predica?
Venendo incontro a un’esigenza diffusa nella Chiesa, la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha pubblicato il Direttorio omiletico, diffondendolo tramite la Libreria Editrice Vaticana in inglese come lingua originale e fornendone una traduzione italiana ufficiale. Due traduzioni, in spagnolo e in francese, sono state predisposte come base per le varie conferenze episcopali cui spetta la responsabilità nella diffusione in queste e nelle altre lingue.
Il testo è stato presentato, martedì 10 febbraio nella Sala stampa della Santa Sede, nel corso di una conferenza moderata dal vicedirettore padre Ciro Benedettini.Venendo incontro a un’esigenza diffusa nella Chiesa, la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha pubblicato il Direttorio omiletico, diffondendolo tramite la Libreria Editrice Vaticana in inglese come lingua originale e fornendone una traduzione italiana ufficiale. Due traduzioni, in spagnolo e in francese, sono state predisposte come base per le varie conferenze episcopali cui spetta la responsabilità nella diffusione in queste e nelle altre lingue.
Uno strumento atteso, che «non nasce senza un perché», ha ricordato il prefetto della Congregazione, il cardinale Robert Sarah. L’esigenza di «migliorare il servizio della predicazione liturgica» è venuta sin dal Sinodo dei vescovi del 2005 e da quello successivo del 2008; Benedetto XVI, poi, ne ha indicato l’opportunità parlando nella Verbum Domini della predicazione come «arte che deve essere coltivata»; e Papa Francesco, nell’Evangelii gaudium ha sottolineato che non si possono «chiudere le orecchie» di fronte ai molti reclami giunti «in relazione a questo importante ministero». Infatti se è vero, ha detto il porporato, «che non è facile parlare in modo efficace, ed è necessario imparare a comunicare», è anche vero che per la predicazione «non basta la tecnica»: l’omelia «deve esprimere la vita del sacerdote», il prete deve «parlare di ciò che vive» e soprattutto «prepararsi sempre nel dialogo con Dio nella preghiera».
L’importanza della preparazione dell’omileta è stata sottolineata anche dal segretario della Congregazione, l’arcivescovo Arthur Roche, che ha detto chiaramente: «L’omelia non può essere improvvisata». La predicazione infatti è «parte principale» del ministero di un sacerdote e, come suggerito anche da Papa Francesco, a essa conviene dedicare «un tempo prolungato di studio, preghiera, riflessione e creatività pastorale». Il presule ha ricordato gli esempi di grandi predicatori nella tradizione della Chiesa — da sant’Ambrogio a san Leone Magno — e ha sottolineato un altro aspetto fondamentale da tenere presente per una buona predica: «Non è pensabile un’omelia a sé stante», disgiunta dal contesto liturgico in cui è inserita.
Questa indicazione è fondamentale anche per alcune applicazioni pratiche del Direttorio. Un esempio viene dalla disputa sulla “durata ideale” di una predica. Ne ha parlato il monfortano Corrado Maggioni, sottosegretario del dicastero, che ha suggerito «buon senso» e attenzione a proporzionare l’omelia all’azione liturgica in cui è inserita: diverso, ad esempio, è il contributo richiesto in una celebrazione feriale da quello per una solennità o una festa particolare. Sullo stesso tema è intervenuto il cardinale Sarah: «Dipende dalle circostanze: in Europa forse venti minuti sembrano troppi, ma in Africa non bastano. Lì la gente arriva da lontano per ascoltare la parola di Dio» e si attende un insegnamento più ampio. Insomma, «dipende dalle culture». Fondamentale, ha aggiunto l’arcivescovo Roche, è che l’omelia «non sia noiosa». La gente infatti — ha detto nel suo intervento Filippo Riva, officiale della Congregazione — si attende che l’omelia rafforzi il legame tra la parola di Dio, la fede e l’esistenza quotidiana.
Il Direttorio non aggiunge nulla alla normativa vigente. Resta ad esempio codificata la possibilità di «omelie dialogate» nelle messe con i fanciulli, così come la regola che a tenere le omelie siano gli ordinati (ai laici, in certe circostanze, può essere destinato uno spazio per delle testimonianze), e ancora la norma che prevede sempre l’omelia in occasione delle feste di precetto mentre se ne consiglia l’uso nei giorni feriali.
Il testo — illustrato nella sua struttura da padre Maggioni — è articolato in due parti: la prima, «L’omelia e l’ambito liturgico», descrive cosa è l’omelia; la seconda, «Ars predicandi», tratteggia «le coordinate metodologiche e contenutistiche» che si devono tenere presenti nell’organizzare la predicazione nei vari periodi dell’anno liturgico. Non è un manuale, né una raccolta di omelie preconfezionate, ma uno strumento che chiarisce «alcuni aspetti precisi dal punto di vista teologico-liturgico e celebrativo». Ed è anche una forte provocazione per tutti i vescovi, chiamati, ha detto il cardinale Sarah, a curare questo aspetto fondamentale della pastorale. A più riprese i vari relatori, infatti, hanno sottolineato l’importanza che certe linee guida siano applicate in tutte le diocesi, e che a esse siano formati anche i futuri sacerdoti che si preparano in seminario.
L'Osservatore Romano