martedì 17 febbraio 2015

Mercoledì delle ceneri

Convertirsi a Cristo significa in fondo proprio questo:
uscire dall’illusione dell’autosufficienza
per scoprire e accettare la propria indigenza,
esigenza del suo perdono.


Benedetto XVI

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà ».  
 (Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18)

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Silenzio, è Quaresima. E' tempo di chiudere la porta del cuore e cercare nostro Padre. Viviamo, infatti, come orfani, che fanno tutto per essere notati e amati, ammirati e lodatiE così anche “le preghiere, le elemosine e i digiuni” si riducono a sentimenti ostentati, mai segreti; strumentalizziamo tutto, onnivori di carne e spirito, Dio e mondo. Tutto in un boccone a saziarci, a messa e al Centro commerciale, ogni cosa ce la offriamo senza misura. Per questo oggi inizia la Quaresima, a raccogliere la carne sgonfiata dei mascherati esausti dopo una vita di carnevale. Arriva la Quaresima come un seno di misericordia, amore gratuito e senza condizione preparato dal Padre per i figli perduti. La Quaresima è una buona notizia: c'è speranza, possiamo convertirci, ritornare a casa, da nostro Padre. La conversione, infatti, è il figlio prodigo: è la fitta che gli percuote il petto, la percezione chiara d'aver buttato la vita credendo di saziarsi. Ma, proprio al termine della discesa nell'abisso, in quel vuoto di parole, sguardi e affetti, può risuonare la voce della verità. Proprio quando tutto è svanito, può affiorare in lui la memoria del Padre, sepolta ma mai cancellata; la solitudine, il frutto amaro del peccato, lo spinge a rientrare in se stesso, dove non aveva mai smesso d'essere figlio. Rientrato “nel segreto” del cuore incontra lo sguardo dell'Unico che può vederlo sin lì, guardandolo come nessun altro; riconosce suo figlio, anche se non gli assomiglia più. Comprende allora quello che aveva smarrito: "Mi alzerò e tornerò da mio Padre". E inizia così un cammino serio di conversione che leviga in lui innanzitutto l'umiltà, la terra buona dove può crescere l'uomo nuovo. Figli smemorati come lui ci ritroviamo con una vita in cenere: senza il perdono, non è polvere il rapporto con tua moglie o tuo marito? Un giorno di lavoro speso tra mormorazioni e invidie, non è polvere che il vento porta via? Per questo siamo insoddisfatti e tristi. Per questo, il digiuno, l'elemosina, la preghiera, sono innanzi tutto segni della nostra realtà che il mondo e il demonio ci occultano, la memoria di un'assenza e, quindi, di un bisogno insopprimibile. Il digiuno per ricordare la fame mai saziata di Dio; l'elemosina, per ricordare il nostro mendicare senso e sostanza alla vita; la preghiera, per ricordare la solitudine degli orfani. Il segno che oggi riceveremo ci aiuta a rientrare in noi stessi, a fare verità e consegnarci così come siamo all'amore di nostro Padre, il solo che può trasformare la polvere in oro. Lui è alla finestra, e freme nell'attesa di correrci intorno. La sua "ricompensa" è il suo abbraccio di misericordia. Ci attende un cammino serio per discendere nella verità e riconoscere i nostri peccati; non sarà senza sacrificio, il "telaio" sul quale Dio costruisce l'amore. Per questo, saranno quaranta giorni da vivere come un fidanzamento, il cammino della sposa appoggiata al Padre che va incontro allo Sposo a celebrare le nozze nella notte delle notti, la notte di Pasqua, la notte dei figli nel Figlio.

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La Quaresima: tempo di conversione e di salvezza 

Il cardinale Mauro Piacenza spiega i fondamenti e la ritualità del tempo liturgico che sta iniziando


La Quaresima è un tempo che risponde ad una esigenza insopprimibile del cuore dell’uomo: quella del cambiamento e della conversione. Uncammino che non può non passare per la “virtù di penitenza”, che implica la partecipazione alle sofferenze di Nostro Signore, alla Sua Morte e Resurrezione. Per illustrare le caratteristiche del tempo liturgico che inizia domani, ZENIT ha intervistato il cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere Emerito di Santa Romana Chiesa.
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Eminenza, con la Quaresima ha inizio un tempo prettamente penitenziale. Ha ancora senso oggi parlare di penitenza? Ed in che termini?
Con il Rito dell’imposizione delle Ceneri, la Chiesa tutta entra nel tempo di Quaresima, con la consapevolezza di entrare in uno “spazio sacro” che Dio ha disposto per i suoi figli, affinché abbiano, ancora e sempre, a convertirsi. La Quaresima, con lo spirito penitenziale che ne deriva, ci ricorda che tutti siamo bisognosi di conversione. Anche dal punto di vista prettamente sociologico, è sotto gli occhi di tutti come gli uomini abbiano un’indomabile “sete di cambiamento”. Che cos’è questa sete, se non la chiamata a conversione, che può davvero avvenire, solo nell’incontro con Cristo, vera ragione per cambiare. Senza un incontro personale con il Risorto, ogni anelito di autentico cambiamento rimane mero desiderio. La penitenza, inoltre, è anzitutto memoria dell’offerta che Gesù ha fatto di se stesso al Padre, per noi e per la nostra salvezza. Noi cristiani “facciamo penitenza”, solo perché partecipiamo alla vita, alla morte ed alla risurrezione di nostro Signore. La Quaresima è un tempo favorevole per vivere con sincerità, la virtù di penitenza.
Che cos’è esattamente la “virtù di penitenza”?
Come accennavo, la salvezza ci è donata gratuitamente da Gesù Cristo. Tale dono, poi, domanda di essere accolto dalla nostra libertà, domanda, in certo senso, di essere partecipato. Come ogni virtù, anche la virtù di penitenza è un “abito”, una “stabilità nel bene”. Vivere la virtù di penitenza significa vivere nella memoria di Cristo, alla presenza di Lui, che ha offerto la sua vita, ed in modo incruento continua ad offrirla nel santo Sacrificio della Messa, per la salvezza di tutti gli uomini. Si comprende immediatamente come la “virtù di penitenza” non sia legata esclusivamente al tempo della Quaresima, ma riguardi l’intera esistenza cristiana: l’offerta quotidiana e libera di noi stessi a Dio è l’esercizio più semplice ed umile, ma più concreto e realistico della virtù di penitenza, come partecipazione alle sofferenze del Signore.
Ogni sofferenza può essere offerta? In che senso?
Il mistero della sofferenza, che in molti non trova spiegazione, è stato illuminato dal “Dio crocifisso”. In Gesù di Nazareth, non solo Dio si è fatto uomo, ma ha anche voluto attraversare il mistero della sofferenza, di tutta la sofferenza umana, fino a sperimentare la “distanza” dal Padre e la morte, perché nulla della vita degli uomini, eccetto il peccato personale, restasse estraneo alla vita del Verbo incarnato. In tale senso, in Cristo, la nostra vita è divenuta storia di salvezza e, vivendo, noi diamo gloria al Padre. Tutto della vita del cristiano è legato, per via sacramentale, attraverso il battesimo, al mistero di Cristo. In tal senso, anche la sofferenza, subìta faticosamente, accolta umilmente o scelta deliberatamente, è partecipazione all’unica sofferenza redentrice del Dio fatto uomo. “Offrire” al Signore le nostre sofferenze quotidiane, piccole o grandi che siano, significa unirci “nella carne” a Lui e lasciare che Lui ci prenda con sé, rendendoci partecipi del grande disegno di salvezza del mondo e dell’uomo, ancora pienamente in atto. Il Regno di Dio trionfa innanzitutto nei cuori degli uomini, così come la Chiesa vive nelle coscienze.
Non è oggi incomprensibile il Rito della ceneri? Spargere sul capo un po’ di cenere che cosa può significare per l’uomo del 2015?
Si tratta di un rito antichissimo, con un senso penitenziale già definito nell’Antico Testamento. La stessa formula di imposizione, recita: “ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” (o “convertiti e credi al Vangelo”), quasi a ricordare - e chi più dell’uomo moderno ne ha urgente bisogno? - che questa esistenza terrena non è l’unico orizzonte della vita, della vita vera. Si potrebbe dire che, con il rito delle ceneri, la Chiesa tutta ogni anno lancia una sfida, sempre attuale, soprattutto nei confronti della cultura edonista occidentale, ricordando all’uomo il suo limite, dentro il quale ogni giorno “grida” un bisogno di infinito, di eternità. Questo è il senso delle ceneri: ricordano all’uomo di essere creatura e non Creatore, gli rammentano di aver bisogno di Dio e lo invitano all’umiltà che è verità e a convertirsi a Dio con tutto il cuore. Non dimentichiamo, poi, che le ceneri, che si utilizzano per il rito, sono ottenute bruciando l’ulivo della domenica delle Palme dell’anno precedente, in una continuità ideale tra l’ingresso in Gerusalemme, con l’inizio della “grande Settimana” della salvezza (la Settimana Santa) e l’ingresso dei credenti nel cammino penitenziale che porterà alla Pasqua. Nulla nella liturgia è a caso, né può mai essere improvvisato.

Hanno ancora significato le penitenze tradizionali? Ce ne sono di nuove oggi proponibili?
La penitenza è un aiuto alla memoria di Cristo Salvatore. Facciamo penitenza non per “guadagnarci” la salvezza, ma per partecipare alla salvezza che Cristo ci ha guadagnata e donata gratuitamente. I tre modi classici di fare penitenza, come Gesù stesso indica nel Vangelo, sono: la preghiera, il digiuno e l’elemosina, che erano già presenti nella cultura ebraica del tempo del Signore. Credo si debbano innanzitutto osservare e valorizzare queste tre modalità. Che grande bisogno ha il mondo di tornare a pregare! La preghiera è l’atto con il quale l’uomo si pone umilmente davanti al Mistero, in filiale dialogo con il Creatore, in fraterno rapporto con il Salvatore, in attento ascolto dello Spirito Santo. Senza preghiera non c’è fede, né vita spirituale, né possibilità reale di conversione. Se in Quaresima pregheremo di più, avremo già compiuto una importantissima opera penitenziale.  Il digiuno, poi, soprattutto nelle società dell’opulenza, ci educa a quella sobrietà di vita, oggi così indispensabile anche solo per immaginare un’economia differente, che metta l’uomo, e non il profitto, al centro. Come molte volte ci ricorda provvidamente Papa Francesco, il superamento della “cultura dello scarto” è indispensabile per una reale conversione della società. Il digiuno quaresimale, è un modo molto concreto per superare personalmente, in famiglia e nelle Comunità, la cultura dello scarto, aprendosi nel contempo ad una concreta solidarietà, e quindi alla pratica penitenziale dell’elemosina. Certamente ciascuno, che ben conosce se stesso, anche nel confronto con un buon confessore, potrà scegliere di vivere anche altre forme penitenziali, a seconda del proprio stato di vita e delle proprie reali possibilità, sia di salute, sia spirituali. Non sarà immaginabile chiedere ad un operaio, che lavora otto ore al giorno, o ad una madre, che deve allattare il suo bimbo, di digiunare, ma certamente potranno pregare di più, potranno leggere una pagina del Vangelo, potranno visitare un infermo, potranno perdonare e superare una tensione dovuta ad un torto ricevuto e, comunque, individuare altre “modalità” possibili per partecipare alla missione salvifica del Signore. Penso anche al silenzio: in noi stessi, nelle famiglie, nelle Comunità. Se in Quaresima fossimo capaci di maggiore silenzio, sarebbe un grandissimo aiuto a vivere meglio questo tempo. Ad esempio, chi impedirebbe di scegliere, almeno il venerdì, di non accendere né radio, né televisione, né Internet, dedicando il tempo agli affetti più cari, con i quali, magari, pregare insieme il Santo Rosario? Pensiamoci!
Come vivere al meglio questo tempo di Quaresima, allora, Eminenza?
Certamente iniziandolo con una buona confessione e preparando, per tutta la Quaresima, la gioiosa confessione di Pasqua. Un tempo di conversione non può essere un tempo triste, perché è il tempo della Misericordia, dell’abbraccio benedicente di Dio, del ritorno alla casa del Padre di quel “figlio prodigo” che è in ciascuno di noi. Lo stile, allora, deve essere quello indicato da Gesù: “Lavati il volto e profumati il capo, perché nessuno veda che digiuni”. È lo stile sobrio, tipicamente cristiano del “Non sappia la tua destra ciò che fa la sinistra”. Sta quì il vero merito davanti a Dio. La discrezione più assoluta, anche nelle opere penitenziali e di elemosina, è un vero e proprio “atto di fede” in Dio, secondo la parola di Gesù: “Il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà”.
Sarà bene riscoprire anche tutti quei pii esercizi ai quali, tra l’altro, è legata la concessione dell’Indulgenza Plenaria (la remissione di tutte le pene dovute per i peccati). Penso all’esercizio della Via Crucis, comunitario o personale, soprattutto nei venerdì di Quaresima; penso alla novena alla Divina Misericordia, indicata dal Signore stesso a Santa Faustina Kowalska: si inizia il Venerdì Santo e si conclude la domenica in Albis (detta della Misericordia): è una ottima maniera per vivere fruttuosamente immersi nello spessore di quei giorni. Gli strumenti ed i mezzi di santificazione certo non mancano. Alla Chiesa è concessa la pienezza dei mezzi di salvezza! Godiamo, usiamo e diffondiamo tale pienezza di mezzi, implorando per noi stessi il dono della conversione, della compunzione del cuore e, se Dio ce ne fa grazia, vincendo un po’ di “rispetto umano”, invitando anche altri ad accostarsi al sacramento della Riconciliazione. A volte una parola, ben detta, con garbo e carità, può sostenere la scelta di un cuore incerto, che, magari dopo anni, ritorna al confessionale, lasciandosi riabbracciare da Dio. Il merito in Cielo, per ver portato un fratello al confessionale, è certamente incalcolabile!
Un ultimo consiglio quaresimale? Quello che a Lei sta più a cuore…
Non viviamo la Quaresima da soli! Viviamola con tutta la Chiesa! Vorrei tanto che fossimo ben consci che il peccato non infetta solo chi lo commette, il peccato è una malattia contagiosa. Si propaga fino ad intaccare l’intera Chiesa. Tutto il Corpo ecclesiale ne risente. Direi che si tratta dell’equivalente negativo di quell’apostolato silenzioso che – come sovente ci ricorda il Santo Padre – si chiama “irradiazione” e diffonde il bene e la grazia. E questo non avviene soltanto per il cattivo o il buon “esempio”, per un influsso psicologico. C’è qualcosa di più. Teniamo presente che la Chiesa è un corpo vivente. In essa vige comunità di vita e di beni. Fra le singole membra intercorre una osmosi di grazia: sono solidali, per cui il mio peccato ha ripercussioni su tutto il Corpo Mistico e indebolisce la Chiesa nel suo vigore interno. Per questo dobbiamo avere presente che il nostro peccato costituisce anche una rottura con la Chiesa. Anche il perdono però, per divina misericordia, ha una dimensione ecclesiale: mentre ci riporta fra le braccia del Padre ci rimette nella gioiosa comunione con la Chiesa. Ogni assoluzione impartita è una festa per la Chiesa intera!
Allora viviamo questa Quaresima soprattutto con Colei che della Chiesa è immagine perfetta: la Beata Vergine Maria, che in questo tempo è particolarmente venerata con il titolo di Addolorata. Immedesimandoci con il cuore dell’Addolorata, potremo partecipare più intensamente della compagnia che Ella fece al Signore fin sotto la Croce, condividendo, come nessun altro, l’Opera salvifica del Figlio. La Vergine, proprio ai piedi della Croce, è indicata come nostra Madre: “Donna ecco tuo figlio; figlio ecco tua Madre”. Il testamento del Signore ci fa amare in modo tenerissimo e commosso l’Addolorata e ci fa sentire particolarmente amati e prediletti da lei. Chi può abbracciare e comprendere il nostro dolore, come la Santa Madre?  Con Lei non si è mai soli, né in vita, né in morte; in Lei Dio ha già realizzato pienamente la Sua opera, donandoci la primizia ed il compimento del nostro destino ultimo. La Quaresima con l’Addolorata ci preparerà al canto dell’Exultet della notte di Pasqua e al medesimo canto, nel giorno in cui anche noi, entreremo nella vita vera, nella vita eterna. È con la risurrezione di Cristo che Maria vive la sua maternità e vive, nei riguardi di tutti, l’ansia che ebbe un giorno per il suo primogenito quando lo cercò per tre giorni, finché non l’ebbe ritrovato nel tempio.