
Speranze e paradossi del dialogo fra cattolici e ortodossi.
Quando le mura cominciano a tremare.Pubblichiamo stralci di un articolo, intitolato Quando le mura cominciano a tremare, uscito sull’ultimo numero della rivista internazionale di cultura «La nuova Europa». L’autore, che è parroco, a Brescia, della Santissima Madre di Dio Gioia degli Afflitti, appartenente all’arcivescovado per le Chiese ortodosse russe in Europa occidentale (esarcato del Patriarcato ecumenico), riflette sull’incontro tra Francesco e Bartolomeo avvenuto il 29-30 novembre scorsi al Fanar e su cosa può significare quel gesto per l’intera cristianità.
(Vladimir Zelinkskij) Papa Francesco durante l’ultima visita al Patriarca Bartolomeo ha nuovamente confermato la piena ecclesialità della Chiesa d’Oriente; di più, ha chiesto apertamente la benedizione personale del Patriarca per se medesimo, come per la Chiesa cattolica-romana. La benedizione non è un semplice gesto di benevolenza religiosa. È un atto impegnativo che presuppone che il benedicente e il benedetto si trovino nella stessa identità ecclesiale. Questa benedizione, però, manifesta ancora una volta il paradosso provocatorio della divisione, come se una Chiesa dicesse a un’altra: ti riconosco nel tuo battesimo che non si ripete, nella cresima, nel sacerdozio, nel matrimonio, ma non ti conosco nel mistero della fede, non accetto il tuo calice e non ti darò il mio. L’eucarestia è come circondata dalle mura delle proibizioni ecclesiali e della disciplina canonica e l’ospitalità eucaristica “privata” e a volte segreta non cambia nulla.
Le differenze esistono a tutti i livelli: teologico, ma anche politico e culturale, e non è mai facile separarli tra loro. Questi livelli diventano come delle pietre che poi vanno a formare un muro. Il discorso teologico è inevitabilmente intrecciato con il rapporto estremamente complicato tra Oriente e Occidente, ove il Patriarcato ecumenico fa parte dell’ovest, mentre il Patriarcato di Mosca appartiene all’est. La posizione delle cattedre di Atene, di Bucarest, di Sofia, di Belgrado è più vicina a quella di Costantinopoli, ma può evolvere nelle due diverse direzioni. Con il conflitto Mosca-Kiev la vecchia rivalità è diventata una nuova lacerazione: nel vivo e al centro di questa ferita si trova il problema dell’uniatismo. Non soltanto del fatto in sé, della storia, del conflitto, ma anche della denominazione stessa.
La differenza culturale, un’altra faccia di quella politica, nasce dal senso dell’identità nazionale, preoccupazione vivissima per alcuni popoli ortodossi. Il recente concilio mondiale del popolo russo, presieduto dal Patriarca Kirill, ha posto un forte accento sull’identità nazionale, sul carattere russo, decantato come culla di tantissime virtù. Non si può essere certi che questi problemi non esistano anche per il Patriarca ecumenico, che si appoggia alla diaspora greca, dispersa nel mondo soprattutto negli Stati Uniti. Ma lui, non avendo una terra ortodossa sotto i piedi e un governo nazionale al di sopra, rimane, a ogni modo, più indipendente. Tutti questi problemi nascono e s’intrecciano in modo impercettibile nella vecchia controversia dogmatica, dove la divisione si è pietrificata da secoli. Quattro dogmi — la processione dello Spirito Santo, l’Immacolata Concezione, l’Assunzione di Maria e l’infallibilità papale (senza parlare delle tantissime differenze nelle tradizioni liturgiche, canoniche, spirituali) — si sono innalzati come bastioni invalicabili. E noi ortodossi non ci siamo accorti che il nostro sguardo, fissato su quelle mura, si è a sua volta indurito. Se non fosse così, nessuno di questi ostacoli sarebbe eternamente fatale. I due dogmi mariani, che l’Oriente non accetta a livello di formula, “echeggiano” nei nostri canti e tropari. Cosa dire di questa preghiera, dogmaticamente “impossibile” ma ripetuta infinite volte durante le nostre celebrazioni: «Santa Madre di Dio, salvaci»? Per quanto riguarda la processione dello Spirito Santo, il Vaticano da tempo considera il filioque come una tradizione locale, non vincolante per l’Oriente. Anche il dogma dell’infallibilità papale, il più “tagliente” di tutti, può essere almeno argomento di discussione, come ha già proposto Giovanni Paolo II.
L’Occidente tende a pensare la storia con le immagini dei protagonisti sulla scena (politica, artistica, ecclesiale), lasciando in ombra il resto. Ma sul fondo della scena non si trova solo il coro degli statisti; c’è anche il popolo che ha la sua voce, il passato con la sua irresistibile forza d’attrazione. C’è anche il ruolo del capo, un ruolo scritto in anticipo. Il Patriarca ecumenico è spesso chiamato dalla stampa occidentale capo spirituale di 250 milioni di ortodossi. La cifra è un po’ fantastica, come il titolo, ma non è questo il punto. Il Patriarca non è il Papa; da solo lui non può cambiare il corso della vecchia, grande, appesantita nave dell’ortodossia. Il carico principale è rappresentato dalla tradizione del primo millennio: il deposito dei dogmi, dei riti, dei canoni, dei testi sacri, dell’eredità patristica, dei concili. Le decisioni di questi concili possono essere sostituite o rinnovate solo da altri concili. L’ultimo concilio ecumenico (il settimo per gli ortodossi) fu convocato nel 787 per proclamare la venerazione delle icone; il prossimo, quello panortodosso, è in preparazione per l’anno 2016. L’incontro del Papa e del Patriarca è avvenuto proprio nel clima di preparazione di questo concilio, che porrà in discussione tra gli altri anche il tema del rapporto con le Chiese non-ortodosse. È molto probabile che saranno discussi anche gli incontri, i gesti e le parole dello stesso patriarca Bartolomeo.
Il concilio panortodosso, proposto e voluto dal Patriarca ecumenico Atenagora, rimane ancora un progetto, quasi un sogno. L’ostacolo più importante è rappresentato dalla paura dei cambiamenti. Nessuna Chiesa vorrebbe staccarsi dalla sacralità del suo passato, dal proprio carattere, dall’orgoglio della storia vissuta con suoi costumi, miti, eroi, dalla sua missione particolare, dalla calda intimità della mentalità nazionale.
Conosco — anzi, la sento in me stesso — la gravità della storia, la sacralità della tradizione, la santa gelosia per la casa del Signore in cui noi, solo noi ci sentiamo a casa, lasciando tutti gli altri sulla soglia, nel cortile del Regno. Ma credo che, al di là di questa gelosia, ci sia anche spazio per lo Spirito che va dove vuole. Che oltre all’approccio teologico, politico, confessionale, psicologico, etnico ne esista anche un altro: puramente evangelico, come se la buona novella sia stata scritta ieri e solo per te. Che accanto alla nostra eredità (che in nessun modo vogliamo svalutare) si possa insinuare un segno inaspettato e profetico: quello di Papa Paolo VI e del Patriarca Atenagora che, nel 1965, hanno quasi improvvisamente cancellato le reciproche scomuniche. Quello di Atenagora già pronto a proclamarsi il fratello minore nei confronti del vescovo di Roma e quello di Paolo VI, dopo la morte di Atenagora, che si è inginocchiato davanti al metropolita Melitone nel 1975. Oppure quello del Patriarca Bartolomeo che, senza pensare troppo agli errori dell’Occidente, ha abbracciato Papa Francesco il quale, senza preoccuparsi del primato di Pietro, ha chiesto la sua benedizione. E le mura della divisione hanno cominciato a tremare.
L'Osservatore Romano