venerdì 13 febbraio 2015

Scuola di perdono e risorsa per la società



Come oggi la Chiesa si interroga sulla pastorale per la famiglia.

(Maurizo Gronchi) La scelta del sinodo di porsi in attento ascolto del contesto culturale, sociale ed ecclesiale contemporaneo, attraverso il primo questionario inviato alle Chiese di tutto il mondo, rappresenta una chiara indicazione di metodo. Si parte dalla periferia, dai pastori e dal popolo di Dio che vivono la realtà concreta e feriale della famiglia, con le sue luci e le sue ombre, con le sue ricchezze e povertà.L’Instrumentum laboris della terza assemblea sinodale straordinaria è la testimonianza di questa ampia recezione, che attesta il sensus fidelium et pastorum sulla visione e l’esperienza della famiglia nel mondo. Tuttavia, aldilà di ogni pretesa, il vissuto umano è molto più complesso di quanto testimoniato anche dagli interventi dei padri sinodali in aula. La Relatio synodi, nella sua prima parte, ne raccoglie la sintesi. Il secondo questionario, allegato alla relazione finale del sinodo straordinario come Lineamenta per il prossimo, conferma questo chiaro orientamento all’ascolto del vissuto ecclesiale, secondo la metodologia recepita dal magistero sociale della Chiesa, inaugurata dai piani pastorali latinoamericani. 
Dopo aver considerato la bellezza dei matrimoni riusciti e delle famiglie solide, e aver apprezzato la testimonianza generosa di coloro che sono rimasti fedeli al vincolo pur essendo stati abbandonati dal coniuge, i pastori riuniti in sinodo si sono chiesti — in modo aperto e coraggioso, non senza preoccupazione e cautela — quale sguardo deve rivolgere la Chiesa ai cristiani le cui famiglie sono “incompiute” (coloro che ancora non sono stati uniti da Dio: i conviventi), “imperfette” (coloro che hanno stretto un vincolo solo di fronte agli uomini: i matrimoni civili) e “ferite” (coloro che hanno separato ciò che Dio ha unito: i separati divorziati). Di fronte alla varietà delle situazioni — che sono tante quante le esistenze delle persone — è possibile riconoscere negli occhi di Gesù quella luce che splende anche nelle tenebre più fitte e che, mediante il suo Spirito, rischiara ogni uomo. 
Con riferimento alla dottrina patristica e conciliare dei «semi del Verbo» — «Il Vangelo della famiglia nutre pure quei semi che ancora attendono di maturare» (Relatio synodi, 23) — i vescovi hanno affermato: «In ordine a un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nelle loro vite e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro. Seguendo lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cfr. Giovanni, 1, 9; Gaudium et spes, 22) la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto, riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite dando loro il coraggio per compiere il bene, per prendersi cura con amore l’uno dell’altro ed essere a servizio della comunità nella quale vivono e lavorano» (Relatio synodi, 25).
Il sinodo ha così volto l’attenzione al più ampio orizzonte sociale in cui la famiglia di oggi tende a configurarsi, consapevole che la pastorale del presente e del futuro dovrà curarsi di accompagnare alla celebrazione consapevole del sacramento molti giovani che vivono un “matrimonio di desiderio”, al quale si orientano con svariate difficoltà. Vicino alle famiglie che hanno la grazia di rimanere fedeli al Vangelo, in mezzo alla comunità cristiana, prendono posto anche quelle più fragili e ferite. Pertanto, «conforme allo sguardo misericordioso di Gesù, la Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza» (Relatio synodi, 28). 
A tale proposito, appare particolarmente delicata la sfida non solo dell’accompagnamento da parte dei pastori, ma anche quella della integrazione delle famiglie “ferite e smarrite” nella comunità ecclesiale, perché non avvenga alle famiglie fedeli di reagire come il figlio maggiore della parabola evangelica del padre misericordioso, che, sentendosi offeso, fatica ad accogliere il fratello minore che era perduto (cfr. Luca, 15, 28). In tal senso, si comprende l’invito dei padri sinodali a trattare le situazioni dei divorziati risposati «evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati e promovendo la loro partecipazione alla vita della comunità. Prendersi cura di loro non è per la comunità cristiana un indebolimento della sua fede e della sua testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale, anzi essa esprime proprio in questa cura la sua carità» (Relatio synodi, 51). Una attenzione specifica deve essere rivolta ai figli dei divorziati risposati, per l’insostituibile ruolo educativo dei genitori e in ragione del preminente interesse del minore; si tratta di un elemento non trascurabile, sia dal punto di vista giuridico che pastorale.
Senza entrare nelle questioni teologico-pastorali che richiedono approfondimento, relative all’eventuale accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati, a precise condizioni (cfr. Relatio synodi, 52), occorre ricordare che al sinodo è emersa l’esigenza di prestare maggior cura nella pastorale giudiziale da parte delle Chiese particolari e dei loro vescovi, mediante un discernimento capace di guardare in faccia le persone, specie nel contesto dell’accertamento della validità del vincolo. Dal punto di vista della dottrina processuale, infatti, oggi rivestono particolare importanza i convincimenti espressi dalle parti sul loro passato, interpretati alla luce del presente che vivono, tante volte più ricco, e quindi garantendo che si riesca a scoprire la persona che c’è dietro alla causa, pur nell’assoluto rispetto della legalità vigente. 
Veniamo adesso a considerare la prospettiva pastorale verso cui orientare l’annuncio del Vangelo della famiglia nella società attuale, in particolare dal punto di vista della esperienza di comunicazione, quale vera sfida per il rinnovamento delle relazioni, a partire da quella originaria e universale che è la relazione familiare. «Grembo di gioie e di prove, di affetti profondi e di relazioni a volte ferite, la famiglia è veramente “scuola di umanità” (cfr. Gaudium et spes, 52), di cui si avverte fortemente il bisogno. Nonostante i tanti segnali di crisi dell’istituto familiare nei vari contesti del “villaggio globale”, il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa, esperta in umanità e fedele alla sua missione, ad annunciare senza sosta e con convinzione profonda il “Vangelo della famiglia”» (Relatio synodi, 2). Appare dunque chiara l’urgenza, da parte della Chiesa, di ridare dignità culturale e centralità alla famiglia nella società contemporanea, riportandola nel cuore del dibattito, al centro della visione della politica e della economia. Senza dubbio, la famiglia è ancora oggi la risorsa più preziosa della società: in essa si apprende il “noi” del presente e del futuro, attraverso la generazione dei figli. 
Un significativo contributo alla visione della «famiglia come luogo privilegiato della comunicazione» viene dal messaggio che Papa Francesco ha dedicato alla giornata mondiale delle comunicazioni sociali (2015). Mediante un approccio fenomenologico estremamente stimolante, il Pontefice prende spunto dall’icona evangelica della visita di Maria a Elisabetta (cfr. Luca, 1, 39-56), per mettere in evidenza la comunicazione come un dialogo che si intreccia con il linguaggio del corpo e stringe quei legami che ci costituiscono come persone differenti in relazione. «Il grembo che ci ospita è la prima “scuola” di comunicazione, fatta di ascolto e di contatto corporeo»; qui avviene la comunicazione originaria, il primo incontro pieno di promesse, cui segue il passaggio al nuovo grembo che è la famiglia, «luogo dove si impara a convivere nella differenza» (Evangelii gaudium, 66), nella relazione. Il vincolo familiare, che si stringe tra generi diversi e generazioni, è l’ambiente vitale in cui si generano e rinsaldano i legami, mediante la parola e il silenzio, lo sguardo, il sorriso e il pianto, l’abbraccio, l’accompagnamento e il sostegno. In famiglia si scopre e si costruisce la prossimità tra persone diverse e reciprocamente determinanti, dove l’accoglienza del più vicino insegna l’apertura verso l’esterno, in modo da «dare conforto e speranza alle famiglie più ferite, e far crescere la Chiesa stessa, che è famiglia di famiglie». 
La quotidiana frequentazione, più di ogni altra esperienza, è il luogo in cui si sperimentano i limiti propri e altrui; ove le relazioni assumono la forma della costante e paziente riparazione dei legami. «Non esiste la famiglia perfetta, ma non bisogna avere paura dell’imperfezione, della fragilità, nemmeno dei conflitti; bisogna imparare ad affrontarli in maniera costruttiva. Per questo la famiglia in cui, con i propri limiti e peccati, ci si vuole bene, diventa una “scuola di perdono”. Il perdono è “una dinamica di comunicazione”, una comunicazione che si logora, che si spezza e che, attraverso il pentimento espresso e accolto, si può riannodare e far crescere. Un bambino che in famiglia impara ad ascoltare gli altri, a parlare in modo rispettoso, esprimendo il proprio punto di vista senza negare quello altrui, sarà nella società un costruttore di dialogo e di riconciliazione». 
In ultima analisi, l’apporto al vivere sociale che offre l’esperienza familiare, con i suoi permanenti tentativi di quotidiano aggiustamento, costituisce una vera e propria “abilitazione all’inclusività”, ovvero alla capacità di sostenere e di proteggere i più deboli, cominciando al proprio interno dai bambini e dagli anziani. Soprattutto dalle famiglie con figli segnati da varie forme di disabilità — nella faticosa e quotidiana lotta che sostengono per non rassegnarsi all’isolamento — la società può apprendere cosa significhi non escludere; esse rappresentano uno stimolo a benedire e non maledire la fragilità, a non scartare l’imperfezione, testimoniando la speranza che offre Gesù, colui che ha fatto dello scarto il dono salvifico per tutti: «Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio» (1 Pietro, 2, 4). Attraverso lo sguardo rivolto con sano realismo alla complessità della vita familiare nella società odierna, la Chiesa si fa carico dell’annuncio del Vangelo di Gesù, nella fiducia che il futuro della famiglia, lungi dalla nostalgia dei tempi passati, possa risplendere di nuova luce. Ciò che è veramente in gioco, nel mondo di oggi e nella società umana, è la sfida della rigenerazione di relazioni autentiche, illuminate dal Vangelo della misericordia e della verità, siano esse sane o ferite, realizzate o imperfette, felici o smarrite. Invece di mettere in forse o depotenziare la famiglia, rendendo gli individui soggetti deboli da assistere, anziché attori che generano e rigenerano il capitale umano della società stessa, occorre riconoscere che la famiglia non è il problema, ma la risorsa della società.
L'Osservatore Romano