martedì 17 febbraio 2015

Un abbraccio per l’ecumenismo




A colloquio con padre Cantalamessa. 

(Nicola Gori) Per fare passi in avanti in ambito ecumenico a volte vale di più un abbraccio, come quello tra Francesco e il patriarca Bartolomeo, che tante discussioni dottrinali. Ne ha parlato il cappuccino Raniero Cantalamessa, in questa intervista al nostro giornale, in occasione delle prediche per Quaresima, che inizieranno da venerdì 27 febbraio nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, alla presenza del Papa. Il predicatore della Casa Pontificia svilupperà il tema «Due polmoni, un solo respiro. Oriente e occidente uniti nella professione della stessa fede».
Perché la scelta di questo tema?
L’appello a condividere in pienezza la fede che unisce Oriente e Occidente, lanciato da Francesco in occasione del recente incontro con Bartolomeo, ha fatto nascere in me il desiderio di portare un piccolo contributo alla realizzazione di questo desiderio che non è solo del Papa, ma di tutta la cristianità. Come il corpo umano, anche il corpo di Cristo, la Chiesa, secondo un’immagine cara a Giovanni Paolo II, ha due polmoni e, come nel corpo umano, essi devono respirare all’unisono. Di qui il titolo delle prediche.
Lei auspica un cambiamento di linea in ambito ecumenico. Può spiegarci a cosa si riferisce?
Finora, nello sforzo di promuovere l’unità tra i cristiani ha prevalso la linea di risolvere prima le differenze, per poi condividere ciò che abbiamo in comune; ora la linea che si fa sempre più strada negli ambienti ecumenici è condividere ciò che abbiamo in comune, per poi risolvere, in un clima di fraterno rispetto, le differenze. Il risultato più sorprendente di questo cambiamento di prospettiva è che le stesse reali differenze dottrinali, anziché apparire come un “errore”, o una “eresia” dell’altro, ci appaiono spesso un necessario correttivo e un arricchimento della propria posizione. Se ne è avuto un esempio, su un altro versante, con l’accordo del 1999 tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale delle Chiese luterane, a proposito della giustificazione mediante la fede.
Quali sono i punti di contatto e quelli che più allontanano tradizione occidentale e orientale?
I grandi misteri della fede, nei quali cercherò di verificare l’accordo di fondo, pur nella diversità delle due tradizioni, sono il mistero della Trinità, la persona di Cristo, quella dello Spirito Santo e la dottrina della salvezza. Due polmoni, un unico respiro: sarà questa la convinzione dalla quale intendo lasciarmi guidare in tale cammino di ricognizione. Francesco parla di «differenze riconciliate»: non taciute o banalizzate, ma riconciliate. Un saggio pensatore pagano del quarto secolo, Quinto Aurelio Simmaco, ricordava una verità che acquista tutto il suo valore se applicata ai rapporti tra le diverse teologie dell’Oriente e dell’Occidente: Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum («A un mistero così grande non si può pervenire da una sola strada»). Trattandosi di semplici prediche quaresimali, è evidente che toccherò problemi così complessi senza alcuna pretesa di completezza, con un intento pratico e orientativo, più che speculativo.
Su quali aspetti si potranno concentrare gli sforzi ecumenici?
Nell’ambito del dialogo ecumenico ufficiale, so che il tema della Chiesa è, in questo momento, l’epicentro dell’interesse. Su di esso, la commissione Fede e costituzione, della quale fa parte anche la Chiesa cattolica, ha concentrato da tempo i suoi sforzi e ha messo a punto un documento intitolato La Chiesa: verso una visione comune che segna un notevole passo avanti nell’individuazione di quello che deve essere il dato fondamentale comune a tutti e di quelle che sono invece le caratteristiche proprie e condivisibili di ciascuna tradizione cristiana.
Quanto possono influire nel cammino ecumenico gesti come la recente visita di Francesco al patriarca Bartolomeo?
L’esperienza ha dimostrato che i veri «salti di qualità», nei rapporti tra Chiesa cattolica e Ortodossia, non sono stati tanto i dialoghi bilaterali, quanto due abbracci: quello tra Paolo VI e Atenagora e ultimamente quello tra Francesco e Bartolomeo. Ma questa è ormai convinzione comune: l’ecumenismo dottrinale deve essere accompagnato, e anzi preceduto, da un ecumenismo dell’agape, cioè della carità e dell’amicizia. È incredibile quanti muri che sembravano irremovibili, sono crollati, come il muro di Berlino, da un giorno all’altro, solo con un abbraccio o un gesto di riconciliazione. Il cardinale Kasper, negli ultimi tempi da presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani insisteva spesso sulla necessità di un «ecumenismo spirituale» che spiani il terreno a quello dottrinale.
La vita consacrata può essere un ponte di dialogo tra cattolici e ortodossi?
A livello di vita consacrata, nonostante alcuni ambiti di resistenza, è in atto da tempo un fecondo scambio. Molte forme di vita religiosa e monastica di recente fondazione, specialmente in Francia, hanno attinto largamente al patrimonio liturgico e musicale dell’Oriente. Ho appena terminato di predicare un corso di esercizi spirituali in Assisi a un gruppo di oltre settanta seminaristi di Parigi, accompagnati dai loro formatori; era una gioia per me ascoltare, durante le liturgie, testi e melodie polifoniche di cui conoscevo bene l’origine orientale. Un esempio di rapporti stretti tra Oriente e Occidente nell’ambito monastico è, in Italia, il monastero di Bose fondato da Enzo Bianchi.
L'Osservatore Romano