sabato 21 febbraio 2015

Una vita diventata un'opera d'arte

10.mo morte Giussani. Carrón: 7 marzo, CL lo ricorderà assieme al Papa

Ricorre questa domenica il 10.mo anniversario della morte del Servo di Dio don Luigi Giussani e il 60.mo di fondazione di “Comunione e Liberazione”. Numerose le celebrazioni per la ricorrenza: il 23 febbraio, a Milano, sarà il cardinale Angelo Scola a ricordare in una Messa il fondatore di CL, lo stesso giorno a Roma il cardinale vicario Agostino Vallini; a Buenos Aires il cardinale Mario Poli presiederà invece una celebrazione in suffragio il 26 febbraio. Per una testimonianza su come la comunità di CL vive questo anniversario, il presidente della Fraternità di “Comunione e Liberazione”, don Julián Carrón:R. - Questo decimo anniversario lo accogliamo con una grande gratitudine che cresce con il passare degli anni, perché più andiamo avanti più ci rendiamo conto di che cosa ci ha lasciato, della sua eredità, perché la sua eredità, il suo carisma, la sua visione, il suo sguardo sul cristianesimo si comprende di più quando più uno entra e cerca di seguirlo perché non si può capire il cristianesimo senza partecipare ad esso.
D. - Nell’omelia per il funerale nel Duomo di Milano, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, sottolineò che don Giussani aveva testimoniato che il cristianesimo “non è un sistema di dogmi, un moralismo, ma un incontro con il Signore, un avvenimento”. Questo messaggio, che è poi al cuore della testimonianza di don Giussani, come è continuato in questi anni?
R. - Noi abbiamo provato con la nostra fragilità e nei nostri limiti a vivere di questo, perché per noi non c’è altra modalità di vivere il cristianesimo se non quello che lui ci ha testimoniato e che ci ha introdotto quasi in ogni fibra dell’essere: il cristianesimo, prima di tutto, non è la riproposizione formale dell’annuncio cristiano, una serie di verità o un moralismo, ma è l’incontro con una presenza con cui la vita va giocata, perché l’unica cosa è una presenza così, una presenza affettivamente attraente – diceva lui – che può veramente guadagnare il cuore dell’uomo tutto desideroso della felicità, della pienezza, di quel senso del vivere, di quell’intensità del vivere che soltanto qualcuno presente può veramente rendere possibile. Nessuna dottrina, nessuna etica può veramente attrarre la totalità dell’uomo come l’attrae una presenza.
D. - Come è noto, con Giovanni Paolo II e anche con Benedetto XVI c’era una grande affinità, una consonanza con Don Giussani. Quali sono i punti di contatto più forti che secondo lei CL ha con Papa Francesco?
R. - Noi con Papa Francesco sentiamo una sintonia totale per la sua insistenza sull’essenziale, sul guardare Cristo, sul non trattenersi sulle cose secondarie - perché senza questo sguardo su Cristo non si capisce il resto. La fede che si comunica per attrazione e quindi questa gioia del Vangelo che occorre testimoniare, tutto questo è ciò che ci lega a Papa Francesco. Noi sentiamo questa sintonia totale, perché è proprio questa modalità del cristianesimo vissuta così, insieme al desiderio della missione di andar fuori, perché noi dall’inizio delle nostra storia siamo stati sempre negli ambienti, nelle periferie, nelle università piuttosto che nel mondo del lavoro, nelle borgate della città, rispondendo ai bisogni. Per questo sentiamo da tutti i punti di vista una grandissima sintonia con Papa Francesco che veramente ringraziamo di questo costante richiamo che per noi è il richiamo alla nostra storia.
D. - Lei ha già avuto occasione di un’udienza privata con Papa Francesco. C’è invece in programma un incontro della comunità con il Papa?
R. – Si, lui ha voluto concederci per questa ricorrenza un’udienza che celebreremo a Piazza San Pietro con lui insieme a tutto il movimento il 7 marzo. Siamo già tutti in attesa chiedendo al Signore di preparare il nostro cuore per accogliere le indicazioni che lui vorrà darci per poter continuare il nostro cammino in fedeltà e nel carisma di don Giussani.

Radio Vaticana

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Don Giussani: una vita diventata un'opera d'arte 

In una nuova biografia, Renato Farina racconta lo "sguardo d'amore" del fondatore di CL, a dieci dalla scomparsa


Non è la prima biografia di don Luigi Giussani (1922-2005), né è il primo libro dedicato da Renato Farina alla vita del Servo di Dio, fondatore di Comunione e Liberazione, di cui domenica prossima ricorre il decennale dalla morte.
Don Gius. Cosa c’entra l’amore con le stelle (Piemme, 2015, pp. 266) ha però una sua originalità. In primo luogo racconta la vita di don Giussani ponendo l’accento sull’affetto filiale verso un padre spirituale mai dimenticato, senza per questo indulgere in sentimentalismi o cadere in tentazioni agiografiche.
In secondo luogo, il libro di Farina assume l’intento, per usare un’espressione dannunziana, di tratteggiare la vita di un grande uomo, come fosse un’opera d’arte. Traendo a modello la vita di San Francesco, plasmata da Giotto nel celebre ciclo di affreschi nella basilica di Assisi, a sua volta ispirato alla Legenda Maior di San Bonaventura, il giornalista e scrittore brianzolo, ha dato così alle stampe un libro che nasce da una “tracimazione” del suo amore per don Giussani.
“Io non ho il diritto di tacere, perché la testimonianza di don Giussani si fa per me sempre più essenziale e più viva. Poiché la mia vocazione è comunicare e raccontare, non posso tenerlo per me”, ha dichiarato Farina a ZENIT.
A otto anni di distanza da Don Giussani. Vita di un amico, che Farina stesso definisce una “biografia amicale”, realizzata poco tempo dopo la scomparsa del fondatore di CL, nel nuovo libro, l’autore ha immaginato di essere “il committente di un grande pittore a cui ho chiesto di raffigurare la vita di don Giussani in una dozzina di quadri, riproducendo quelli che io ritengo siano stati gli avvenimenti più importanti della sua vita, raccontati da lui stesso, sia in testi scritti, sia in discorsi e lezioni, sia negli incontri personali”.
Dottor Farina, qual è il quadro più importante di questo “libro-affresco”?
È quello che dà il titolo al libro: Cosa c’entra l’amore con le stelle. Si tratta pressappoco della frase che gli venne spontaneo rivolgere a due innamorati che, sulla porta della canonica della parrocchia di viale Lazio, a Milano, nei primi anni ’50, si stavano baciando sotto i tigli. Invece di rimproverarli, di far finta di niente o di essere imbarazzato, don Giussani si voltò verso di loro e disse: “Cosa c’entra quello che fate con le stelle?”. Era un modo per chiedere: “I vostri atti che relazione hanno col destino?”. Erano atti che avevano a che fare con l’universo e questa è la chiave della vita, della moralità e della fede in don Giussani: Cristo è venuto a legare ogni più piccolo nostro gesto, desiderio, pensiero, istante, con la totalità che è l’amore e che è Dio. Questo è il cristianesimo e don Giussani è quello che nel nostro tempo - nell’esperienza di molte persone tra cui il sottoscritto - ha reso possibile accorgersi di questo sguardo d’amore.
È una vita di don Giussani raccontata da lui stesso, per cui è una vita al quadrato. Mano a mano che racconta la sua vita e trascorrono gli anni, la racconta sempre più profondamente, quasi come se, più è lontano dagli eventi, più li vede nella loro forza, nudità e purezza. Questo è impressionante, perché la sua vita è stata una crescita continua e la sua vecchiaia è stata il culmine della giovinezza. La vecchiaia per lui fu uno sguardo più fanciullo di quando aveva trent’anni, non perché fosse tornato ‘bambinesco’ ma perché era più assomigliante allo sguardo del bambino che Cristo chiede di avere nel Vangelo.
Quindi questo mio libro vuole essere come un invito non solo a conoscere di più don Giussani ma ad accorgersi, attraverso di lui, del fascino clamoroso e sempre attuale della persona di Cristo che diventa cristianesimo dentro la comunità ecclesiale, così da trasformare la libertà dell’uomo in pienezza. Alla fine del libro, parlo anche di don Giussani dopo la sua morte: secondo il dogma della comunione dei santi, vedo un legame profondo tra lui e coloro che attualmente ne seguono il carisma e la testimonianza e lo pregano. La tomba dei santi non è il luogo della morte ma il luogo della fioritura, da cui scaturirà la resurrezione nella carne. Lui adesso è Servo di Dio ma, da parte mia, non ho alcuna pretesa di farlo santo, mi rimetto totalmente alla prudenza e alla saggezza della Chiesa e allo Spirito Santo. Però so che i fedeli hanno il diritto e il dovere di comunicare, la loro certezza della santità di una persona, di darne testimonianza e di correre con altri alla fama di santità.
Lei è stato un figlio spirituale di don Giussani: quali sono stati gli aneddoti più significativi che ha vissuto al suo fianco?
Mi vengono in mente soprattutto le ultime volte che riuscii a incontrarlo. Don Giussani era consapevole del disfacimento del suo corpo ma, al tempo stesso, diceva: “Eppure il mio io è sempre più certo del suo destino”. Vedendolo, quindi, desiderai diventare vecchio come lui, magari, senza la sua sofferenza, ma col desiderio di morire come stava morendo lui. Gli ultimi tempi, lui parlava del “mistero carità”: era come qualcosa che si intravedeva in lontananza, come un campanile in mezzo alla nebbia. Questo “mistero carità” lo aveva sotto gli occhi e ne era abbracciato. E aggiunse: “Senza carità nemmeno Dio si sopporterebbe”. Fu una frase che mi stupì e che, apparentemente, poteva sembrare eretica, invece è la più grande verità, perché, se Dio non fosse amore, non si sopporterebbe.
Un altro ricordo è il modo in cui, quando ero giovane universitario, don Giussani seguì me e la mia futura moglie nel cammino verso il matrimonio. Ricordo la straordinaria discrezione con cui evitava di imporci le sue idee. Piuttosto ci aiutava a cogliere i segni nelle scelte da fare. La sua guida spirituale consisteva nel mettersi da parte, affinché noi assumessimo le nostre responsabilità di fronte ad un mistero che ci veniva incontro attraverso il matrimonio e le scelte di lavoro. Ciascuno di noi, in ogni istante, vive questa grande responsabilità di dire di sì o di no.
Qual è stato il rapporto di don Giussani con i pontefici che si sono succeduti durante la sua vita?
In questo senso don Giussani ha incontrato la figura di diversi papi, in ognuno dei quali lui ha vissuto come centrale nel suo carisma, l’obbedienza a Pietro. È sbagliato dire che ci sia stato un ‘papa preferito’ da don Giussani. Il papa è colui al quale, lui si ancorava per essere abbracciato da Gesù Cristo. Ricordo che una volta gli feci un’intervista sui tre papi che nel 1978 iniziarono e/o finirono il loro mandato: Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II. In tutti e tre lui vide la grande mano dello Spirito Santo che accompagna la Chiesa e sono certo che avrebbe vissuto la stessa cosa con Benedetto XVI e con Francesco. Questo legame del fondatore con il successore di Pietro, lo rivivremo nell’incontro con il Santo Padre del prossimo 7 marzo, convocato da don Julián Carrón.

C’è un santo a cui ritiene che don Giussani assomigli più di altri?
È curioso perché io mi sono sempre sentito portato a vedere una parentela tra don Giussani e Santa Teresa del Bambino Gesù, il che è un po’ paradossale visto dall’esterno: don Giussani, infatti, era sempre visto come una persona che esprimeva la “presenza pubblica” dei cristiani, in un tempo in cui tutti si nascondevano in sacrestia, mentre Santa Teresa era una carmelitana di clausura. Era stato il futuro papa Bergoglio ad aver intuito un legame profondo tra il modo di accostarsi a Cristo di Santa Teresa di Lisieux e don Giussani. Il mio libro è pieno di questi paralleli e anche di molte testimonianze sul presente del movimento attinte in un po’ tutto il mondo, che sono confluite nel documentario sul 60° di CL, La bella strada.
Don Giussani è stato artefice di una grande rivoluzione del linguaggio, conferendo una luce e un significato nuovo a parole molto comuni come “incontro”, “esperienza”, “desiderio”, “realtà”. Secondo alcuni detrattori, tuttavia, il suo lessico era piuttosto oscuro ed incomprensibile…
Se fosse stato davvero così incomprensibile, perché tutti i ragazzi che lui seguiva, lo capivano in modo così immediato? A sedici anni, lo sentii parlare di quando uno saliva sul tram e vedeva una bella ragazza e sentiva il suo cuore pulsare. Tutto rientrava in questo “desiderio delle stelle”. Don Giussani si esprime in modo limpidissimo, quando racconta di Gesù Cristo o di episodi della sua vita. Naturalmente, egli offriva anche del “pane duro” per rafforzare i denti: l’uomo deve mettere tutto se stesso per capire le cose, fa quindi dei ragionamenti che sono profondi ed esigono una grande attenzione. Don Giussani ha davvero inventato un linguaggio. Quando tu incontri una realtà nuova e sei una grande personalità, trovi nuove parole. Come scriveva Gabriel Garcia Marquez, “il vocabolario è il cimitero delle parole”. Don Giussani ha messo al mondo delle nuove parole che, guarda caso, sono diventate attualissime. Mi ricordo nel 1975, quando ci fu l’incontro con Paolo VI alla domenica delle Palme, il Papa usò la parola “identità” ed ammise di averla attinta proprio dal lessico di don Giussani. Quelle parole, un tempo ritenute oscure, difficili o gergali, sono oggi diventate linguaggio di altre esperienze. Se prendiamo la prima enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est, vediamo che è tutta basata sull’idea che il cristianesimo è un avvenimento e questo nessuno lo aveva mai detto; non quindi una dottrina ma qualcosa che nasce da un incontro. Parole come “incontro”, “esperienza”, “appartenenza”, sono parole che descrivono la vita.
Oggi esce in dvd con il Corriere della Sera, un ciclo di discorsi di don Giussani dal vivo e io sfido chiunque a dire che non si capisce. Chi meglio di lui ha raccontato l’incontro dei primi discepoli con Gesù o il tradimento di Pietro o il suo sì a Gesù che gli diceva: “Pasci le mie pecorelle”? Chi ha raccontato come lui, il misterioso silenzio della Madonna, dopo che l’Angelo ha annunziato l’Avvenimento nel suo grembo? E io ho sempre cercato di capire come quella ragazza di sedici anni possa essersi sentita nelle ore successive a quell’annuncio… Il linguaggio di don Giussani è comprensibilissimo anche a chi è nato in altre culture e in altre lingue, dai carcerati in America alle ragazze delle favelas brasiliane che hanno incontrato il movimento attraverso le persone di Marcos e Cleuza Zerbini, fino alle donne di Kampala che vivono spaccando le pietre: tutti felici del loro incontro con Cristo attraverso don Giussani. Tutti coloro che l’hanno incontrato, sono rimasti come colpiti dalla fiamma che c’era in quest’uomo.
Dopo che don Giussani venne a casa nostra, mia moglie mi disse di lui: “Dio guarda così”. Nel senso che gli occhi di Dio su di noi, sono gli occhi dei santi, da quelli conosciuti a quelli sconosciuti che don Giussani ha seminato nel mondo.
In sessant’anni, Comunione e Liberazione ha messo a battesimo una serie impressionante di esperienze culturali, sociali, imprenditoriali e politiche. Tutto ciò era in qualche modo nelle attese o nei piani di don Giussani?
Don Giussani non pensò mai ad uno sviluppo così grande delle sue opere e del movimento. D’altronde lui non pensò mai ad un “progetto”, né si è mai sentito un fondatore. Ha semplicemente obbedito all’impeto che aveva nel cuore dopo aver incontrato Cristo e che non poteva tenere per sé. Diceva sempre che noi siamo stati scelti, che la vocazione è una scelta di Dio. Non è però una scelta per noi stessi, è una scelta per gli altri. Quando uno è dentro situazioni di bisogno, naturalmente risponde, al suo bisogno è stato risposto e questo genera opere, che saranno giudicate alla fine dei tempi. Non sono opere sigillate dalla purezza ma sono opere degli uomini, impastate anche di fango, che creano, custodiscono cose che magari vengono distrutte. Tutto questo non è assolutamente un progetto. Don Giussani non ha mai pensato al movimento come un’opera complessiva che invadeva tutti i campi dell’agire umano. Ha sempre pensato che il centro di tutto fosse la persona, l’io e il tu che diventavano subito un noi. Uno può dedicarsi a costruire le fognature a Salvador de Bahia o semplicemente a lavare i piatti in casa: ogni atto ha lo stesso peso nel bilancio di Dio. Non c’è alcun progetto di egemonia che don Giussani abbia mai coltivato. Naturalmente se dalla fede operosa nasce una civiltà della verità e dell’amore, come disse San Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini del 1982, noi stessi siamo stupiti perché, oltre che un frutto dell’incontro che è stato fatto, è il frutto di una novità nel mondo. È come una fioritura non programmata, né progettata. Nel libro sono riportate anche le parole di Carrón sugli errori che i membri di Comunione e Liberazione hanno commesso ma ciò non toglie lo zampillare sorgivo del movimento.