
L’esemplare testimonianza di molti religiosi nell’America latina di monsignor Romero.
(Maria Barbagallo) Il riconoscimento del martirio di monsignor Romero ha suscitato anche in me un profondo sentimento di gratitudine, perché questo atto ufficiale della Chiesa coinvolge in qualche modo anche l’eroicità di tante religiose e religiosi, che proprio in quelle stesse situazioni di persecuzione e violenza trovarono la morte o, calunniati ingiustamente, furono costretti all’esilio. In questo anno dedicato alla vita consacrata, mi sembra che questo sia proprio un dono fatto dalla Chiesa ai religiosi.
Ricordo chiaramente l’alba del 12 marzo del 1977, quando, in Guatemala, sentimmo suonare alla nostra porta. Erano alcuni gesuiti, chiamati i “Padri della zona 5” — una zona povera ed emarginata — che ci annunciavano l’assassinio di padre Rutilio Grande García.
E ricordo perfettamente quel 24 marzo 1980, il giorno in cui fu ucciso l’arcivescovo di San Salvador, Óscar Arnulfo Romero. La situazione di quei momenti la conoscono molto bene forse solo le religiose e i religiosi, perché sono stati proprio loro per primi, dopo il popolo povero e oppresso, a pagare lo scotto di una assurda persecuzione. Una campagna d’odio giustificata dal sospetto che i religiosi fossero i maggiori responsabili del sovvertimento del popolo.
La maggior parte delle religiose e dei religiosi, ma in parte anche del clero locale, erano l’unica voce dei “senza voce”, erano loro che si occupavano di vivere accanto al loro popolo per percorrere insieme il sentiero della via Crucis, dell’oppressione e dell’ingiustizia istituzionalizzata.
Nelle nostre affollate assemblee intercongregazionali non si faceva altro che pregare per i preti o le suore che erano scomparsi, o uccisi; per catechisti e agenti di pastorale che nelle zone rurali, venivano regolarmente vessati, minacciati, messi in prigione perché accompagnati da questo o quel religioso. Ricordo una suora che, vestita in abiti secolari, con la jeep della sua comunità, si occupava di recuperare i feriti per curarli in casa — all’ospedale non venivano accettati perché ritenuti guerriglieri — o i morti per seppellirli, o andava visitare le famiglie delle vittime per portare un po’ di conforto.
Erano i giovani, soprattutto, che davano fastidio. Cose che facevano trafiggere il cuore. Si dovevano nascondere le giovani perché sempre oggetto di stupro e di violenze. Specialmente nelle università arrivavano le notizie delle efferatezze commesse dai paramilitari e l’indignazione degli studenti cresceva a dismisura. Ed erano anche i giovani delle cosiddette comunità di base, che facevano lunghe riflessioni sulla liberazione del popolo d’Israele dall’Egitto, a essere controllati da spie che chiamavano “orecchie”. Erano los delegados de la Palabra, leaders delle comunità cristiane rurali che venivano imprigionati spesso per futili motivi.
Dopo la conferenza dell’episcopato latinoamericano tenutasi a Medellín nel 1968, una nuova mentalità andava diffondendosi nella Chiesa. L’opzione preferenziale per i poveri diventava un impegno radicale. Le religiose e i religiosi cercavano di mediare questo rapido evolversi delle idee, ma essi stessi venivano tacciati come sovversivi e talora venivano emarginati non solo dai Governi, ma anche dalla comunità diocesana e dalle stesse congregazioni religiose. «Vivo come un’emarginata io stessa» — mi confidava una suora di una favela brasiliana — «sono qui per mediare, riconciliare, pregare, prevenire, ma sono emarginata».
Barrancos in America centrale, villas miserias in Argentina, favelasin Brasile: l’America latina viveva il martirio di queste zone dove i religiosi avevano deciso di abitare per condividere la vita della gente povera. Passare da un Paese latinoamericano all’altro — dal Messico al Costa Rica, dal Nicaragua in Honduras, a El Salvador o in Guatemala — diventava una tortura. Le dogane passavano al setaccio qualunque minimo pezzo di carta si portasse nei bagagli, nelle tasche, nelle borse. La Bibbia veniva guardata con sospetto, sfogliata foglio per foglio perché poteva ospitare cose compromettenti. Le religiose erano sottoposte a minuziose perquisizioni, quasi costrette a spogliarsi. Veniva loro rifiutato il visto per entrare in un altro Paese, solo perché venivano dal Nicaragua o da un Paese centroamericano. C’era un sacerdote salesiano che ogni volta che viaggiava, si tingeva la barba e i capelli in modo diverso, si camuffava come fosse un clown per non farsi riconoscere e se lo respingevano da una dogana, entrava da un’altra. Non poteva starsene tranquillo negli Stati Uniti, il suo popolo era abbandonato, lui era l’unico punto di riferimento per far comprendere alla gente più povera che Dio esiste, che Dio era con loro.
Ma nel dolore di quei giorni, nella frustrazione che vedeva la vita religiosa minacciata e molti religiosi perfino sconfessati ingiustamente — giorni che purtroppo non sono del tutto passati — c’era qualcosa che univa i cristiani veri. Sì veri, perché, come ci disse un vescovo, «ci sono anche i cristiani finti». Ebbene, mai come in quel periodo c’è stata la comprensione della croce di Gesù, una concezione nuova del martirio, di una spiritualità che era sfuggita alla realtà della consacrazione religiosa. Forse qualche religiosa o religioso, si è lasciato fuorviare. Indubbiamente è successo anche questo. Ma tante persone consacrate che ho conosciuto, immerse nella storia del loro popolo, erano umili servitori dei poveri, che si alzavano di notte per pregare perché il giorno lo passavano per difendere i diritti di chi non ha diritti.
Sono persone poco conosciute. Ricordo i cappuccini statunitensi rivendicare il diritto, che come sacerdoti gli spettava, di andare nelle carceri a visitare i loro catechisti. Ricordo le suore, tante suore, piangere assieme alle famiglie distrutte solo per aver rivendicato il diritto al loro piccolo pezzo di terra. Quando monsignor Romero si accorse di tutto questo, la Chiesa di Gesù Cristo, si sentì madre e padre, si sentì amica dei poveri. E così tra i religiosi è emersa una nuova esperienza di fede, una fede martiriale che faceva sentire uniti come i primi cristiani, spesso attorno al proprio vescovo che diceva: «Non andate via, non abbandonate il popolo». La consacrazione religiosa acquisiva sempre più la dimensione sacrificale. E anche se non si dava la vita in modo cruento, si viveva continuamente una passione nella solidarietà con chi aveva el corazón partido (“il cuore spezzato”), come ripeteva la gente oppressa. Questa solidarietà non toglieva la serenità, la gioia di vivere, la speranza che la liberazione fosse vicina (anche se non troppo), ma era pur sempre un’immersione nel dramma che faceva denunciare il male e che creava conseguenze imprevedibili.
Una novizia mi chiese un giorno: «Madre, ma noi dobbiamo vivere sempre nei guai?». Certo, sì: la consacrazione religiosa ha anche questa dimensione, quella di vivere “inguaiati” per il regno di Dio.
L'Osservatore Romano