Nella quinta Domenica del Tempo ordinario la liturgia ci propone il Vangelo in cui portano a Gesù molti malati e indemoniati:
“(Gesù) guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano”.
Possiamo certo sorridere – noi uomini del XXI secolo – davanti alla semplicità, alla ingenuità del Vangelo di oggi: anzi, tutto questo parlare di demòni ci imbarazza un poco. La nostra ragione, le conoscenze scientifiche che vantiamo ci permettono di guardare al mondo, alle malattie, a presunte possessioni diaboliche con molta superiorità. Ma è proprio così ingenuo il Vangelo o non è piuttosto la luce che illumina le radici profonde del male che sono dentro di noi? Sono proprio così fuori moda i segni operati da Gesù o non sono piuttosto la rivelazione della presenza di un “nemico” dentro di noi, causa vera di tanta nostra infelicità, di tanta solitudine e depressione così prepotentemente presenti nell’odierna società? La scienza deve certo fare il suo cammino di ricerca, ma rimane in superficie quando non sa guardare in profondità il cuore dell’uomo, quando si limita a vederne le pareti esterne. Il Signore non è venuto a fare diagnosi mediche, ma a rivelare l’origine e la causa profonda del male dell’uomo, il suo vero “nemico”: il demonio, l’accusatore. Il Vangelo annuncia che con Gesù è venuto il Re buono con il potere di strappare il regno a satana, e per restituirlo al Padre. È venuto – e viene – “a sdemonizzare la terra”, come si esprime un teologo luterano (E. Käsemann). Il Vangelo oggi ci invita a percorrere con Gesù i villaggi e le città annunciando il Regno di Dio, per sminare la terra dalle seduzioni diaboliche, e ridare all’uomo la sua libertà di figlio.
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Gesù si accosta a ciascuno di noi per sollevare la pietra che ci chiude nel peccato
Possiamo certo sorridere – noi uomini del XXI secolo – davanti alla semplicità, alla ingenuità del Vangelo di oggi: anzi, tutto questo parlare di demòni ci imbarazza un poco. La nostra ragione, le conoscenze scientifiche che vantiamo ci permettono di guardare al mondo, alle malattie, a presunte possessioni diaboliche con molta superiorità. Ma è proprio così ingenuo il Vangelo o non è piuttosto la luce che illumina le radici profonde del male che sono dentro di noi? Sono proprio così fuori moda i segni operati da Gesù o non sono piuttosto la rivelazione della presenza di un “nemico” dentro di noi, causa vera di tanta nostra infelicità, di tanta solitudine e depressione così prepotentemente presenti nell’odierna società? La scienza deve certo fare il suo cammino di ricerca, ma rimane in superficie quando non sa guardare in profondità il cuore dell’uomo, quando si limita a vederne le pareti esterne. Il Signore non è venuto a fare diagnosi mediche, ma a rivelare l’origine e la causa profonda del male dell’uomo, il suo vero “nemico”: il demonio, l’accusatore. Il Vangelo annuncia che con Gesù è venuto il Re buono con il potere di strappare il regno a satana, e per restituirlo al Padre. È venuto – e viene – “a sdemonizzare la terra”, come si esprime un teologo luterano (E. Käsemann). Il Vangelo oggi ci invita a percorrere con Gesù i villaggi e le città annunciando il Regno di Dio, per sminare la terra dalle seduzioni diaboliche, e ridare all’uomo la sua libertà di figlio.
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Gesù si accosta a ciascuno di noi per sollevare la pietra che ci chiude nel peccatoCommento al Vangelo della V Domenica del Tempo Ordinario - Anno B
Gesù aveva fretta. In fondo l'aveva vissuta sin dal suo concepimento, quando nel seno di Maria era partito anche Lui per "raggiungere in fretta" Elisabetta. E' la sollecitudine dello zelo per la pecora perduta, che Gesù ha trasmesso ai suoi apostoli: “guai a me se non predicassi il Vangelo” scriveva San Paolo.
Altro che “vanto”, l’evangelizzazione è anche oggi “un dovere”. Non c'è tempo da perdere, perché il demonio non riposa mai e non risparmia nessuno: per causa sua l’uomo “ha un duro lavoro l'uomo sulla terra e i suoi giorni sono come quelli d'un mercenario”.
Anche noi, che abbiamo creduto alle sue menzogne, siamo diventati suoi “schiavi”; ogni giorno, tra le fatiche di relazioni complicate infilate nella melma morbosa dei ricatti affettivi, “sospiriamo l'ombra” di un amore che ci dia un po’ di refrigerio.
E “come il mercenario aspetta il suo salario” dopo giornate sfibranti in uffici saturi di invidie e gelosie, “così a noi son toccati mesi d'illusione e notti di dolore”.
Anche tanti giovani sono presi al laccio dei rimpianti per le speranze e gli affetti sbriciolatesi troppo presto sul muro di una realtà indomabile, avvelenata dai peccati propri e altrui.
E si ritrovano vecchi a neanche vent’anni; non bastano i “mi piace” per l’ultimo selfie, non bastano le scarpe da 200 euro appena strappate a papà, non bastano gli amici, perché senza Cristo e il suo amore, “i giorni sono più veloci d'una spola, e finiscono senza speranza”.
E allora giù droga, alcool, sesso, musica, e strade, piazze e stadi dove vomitare la rabbia contro ingiustizie lontane contro le quali illudersi di lottare per sentirsi vivi. Ma sono tutte alienazioni dove stendersi come su un letto per addormentarsi e non soffrire.
Ma su quel giaciglio sul quale tutti, in un modo e nell’altro, gettiamo noi stessi per sfuggire alle frustrazioni, non c’è riposo, anzi; su di esso, infatti, “si allungano le ombre e siamo stanchi di rigirarci fino all'alba”.
Gesù ci conosce, come conosceva la sofferenza della suocera di Pietro, immagine di ciascuno di noi. Per questo "subito, uscito dalla sinagoga, si recò in casa di Simone e Andrea, con Giacomo e Giovanni". Il suo zelo trascina i primi discepoli nell'urgenza della sua missione.
È come se li mettesse in un altoforno che non si ferma mai, per trasformarli in “pescatori di uomini” nell’ardore del suo zelo. Magari i seminari e le nostre comunità fossero degli altiforni alimentati senza sosta dallo zelo per l'annuncio del Vangelo...
Non è stata questa la formazione impartita da Gesù ai suoi discepoli? Entrare ed uscire con Lui dalle sinagoghe, dai villaggi, dalle case, realizzando nella missione il suo Mistero Pasquale, l'entrare cioè nella morte di ogni uomo per uscire con tutti nella risurrezione.
Perché Gesù era attirato dal dolore dell'umanità. Era il Servo di Yahwhè venuto nel mondo per caricare su di sé ogni sofferenza, malattia e peccato. Da Lui San Paolo e ogni missionario ha imparato “a farsi servo di tutti per guadagnarne il maggior numero”.
Sulle strade della Palestina, infatti, Gesù si è “fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli”. E’ sceso nella realtà dei poveri e dei peccatori per “farsi tutto a tutti, e salvare ad ogni costo qualcuno”. Per questo aveva fretta di entrare a casa di Simone; la febbre di sua suocera stava bruciando anche Lui.
Nell'antichità essa era considerata un calore innaturale: non è naturale per nessuno starsene a letto dove lasciarsi vivere senza servire. Non siamo stati creati per morire nell’egoismo, “distesi nella tomba”, come suggerisce il verbo greco originale.
La febbre della suocera di Pietro, infatti, era il sintomo di una malattia più profonda, il peccato che induce a scappare dalle incombenze serie della vita, quelle che chiamano a sacrificarsi e a donare la vita.
Ma questa domenica ci viene di nuovo incontro Gesù con i suoi apostoli. C’è la Chiesa, che, come una madre premurosa, si preoccupa di noi e "ne parla con il Signore". E' la sua prima missione: pregare, implorare, affidare. Come diceva Santa Caterina da Siena, spesso accade che sia molto più fecondo parlare a Dio degli uomini che non di Dio agli uomini.
Per questo la Chiesa vive con Gesù come in un "eremo", traduzione letterale del "luogo solitario" dove Egli "si ritira al mattino" per pregare. La preghiera incessante e illuminata dall’aurora della Pasqua è il grembo da cui nasce ogni missione.
Ami davvero tuo figlio? Parla di lui al Padre. Senza questa preghiera la Chiesa e ciascuno di noi sbaglierà tempi e parole. Si tratta invece di "alzarsi", ovvero risuscitare con Cristo ogni giorno "quando" per il mondo "è ancora buio".
E con Gesù intercedere facendo nomi e cognomi, perché a tutti giunga "il giorno senza tramonto" della vittoria sul peccato e la morte. Come è giunto alla suocera di Pietro. Nei pochi gesti di Gesù, infatti, è racchiusa la Pasqua che l'ha guarita: si "accosta", le "afferra la mano" e la "solleva".
I verbi originali ci riportano all'incontro di Giacobbe con Rachele: mentre Giacobbe era in viaggio verso la terra dello zio Labano si imbatte in un pozzo coperto da una grossa pietra che, secondo la traduzione del Targum, per spostarla ci sarebbero voluti dieci pastori. Accanto al pozzo vi erano tre greggi e la loro bellissima pastorella, Rachele, della quale Giacobbe si innamora perdutamente.
Acceso dal fuoco dell'amore Giacobbe si "accosta" alla pietra, la solleva e così riesce a far bere le greggi di Rachele. Un midrash ci dice che ciò è stato possibile perché "una rugiada di risurrezione discese dai cieli su Giacobbe rendendolo coraggioso e forte. Grazie a questa potenza, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo, e le acque salirono dalle profondità, traboccarono e inondarono. I pastori stavano in piedi, stupefatti, perché non era più necessario il secchio per attingere".
I verbi che compaiono nella versione greca della Septuaginta del brano in questione e nel Vangelo di oggi coincidono: come Giacobbe si è chinato sulla pietra per sollevarla, così Gesù “si accosta” alla suocera di Pietro per afferrarla con forza e tirarla su.
In entrambi i casi la stessa potenza discende dal Cielo come una rugiada di risurrezione, profezia di quando Cristo avrebbe rotolato la pietra del suo sepolcro. Dunque, la suocera di Pietro è stata guarita dall'amore di Cristo per l'umanità schiantata dalla febbre.
E come accadde a Giacobbe che per sposare Rachele ha servito suo padre Labano per lunghi anni, così per la suocera di Pietro il frutto della risurrezione è stato la “diaconia”, il servizio che sgorga dall'amore gratuito che le ha cambiato il cuore.
Il miracolo, infatti, è molto più di una semplice guarigione, consiste in un cambio di natura: Gesù si accosta a ciascuno di noi per sollevare la pietra che ci chiude nel peccato e risuscitarci. E’ vero “che un soffio è la nostra vita”. Ma non è vero che “il nostro occhio non rivedrà più il bene”.
Lo possiamo cominciare a vedere oggi nella liturgia, e poi nel cammino quotidiano di conversione dietro a Gesù. Per servire, infatti, è necessario essere “liberi da tutti” come Lui che non si trattiene nel luogo dove "tutti" vengono a "cercarlo". La traduzione italiana resa con "si misero sulle sue tracce" non ci aiuta a capire. L'originale dice che "lo braccavano", e si tratta dello stesso verbo utilizzato per l'inseguimento del Popolo di Israele da parte dell'esercito del Faraone.
Allora capiamo che cosa voleva dire Gesù quando ha risposto ai discepoli: "Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono uscito!". Voleva illuminare il carattere profetico di quell'atteggiamento. Come Mosè uscì dall'Egitto alla testa del Popolo, anche Lui doveva "uscire" dalla morte sul far del mattino, per condurre l'umanità fuori dalla schiavitù del peccato.
E come Mosè aveva ammutolito i sapienti del faraone con segni e prodigi, così Gesù faceva tacere il demonio con i suoi miracoli. Non doveva riconoscere Gesù, perché lo avrebbe fatto a modo suo, mentendo. Gesù non era il Messia che il demonio avrebbe "confessato", un ribelle come lui, un ideologo rivoluzionario e romantico.
Era invece il Servo di Yahwè, fattosi peccato per salvare i peccatori. I miracoli erano i segni dell'amore con cui si "accostava" a loro per sanarli e chiamarli alla fede. Per questo sfuggiva alla fama e alla gloria umana, veleni mortali per la sua missione di "predicare" il Vangelo sino ai più piccoli "villaggi" della Galilea.
Perché ciò che guarisce il cuore è la stoltezza della predicazione che si compie sulla "porta" della "casa di Pietro". Essa è l'immagine della Chiesa dove può radunarsi "tutta la città", cioè tutti gli alienati e i disperati, perché solo lei può dischiudere il cammino di ritorno a Dio per ogni "infermo e indemoniato".
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Il sabato di Cristo: pregare, guarire, predicare e ancora pregare
Lectio Divina sulle letture liturgiche della V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B), 8 febbraio 2015
Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche della V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B), 8 febbraio 2015.
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Il giorno di sabato di Cristo: pregare, guarire, predicare e ancora pregare
Rito Romano
V Domenica del Tempo Ordinario - Anno B – 8 febbraio 2015
Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-391
Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-391
Rito Ambrosiano
Penultima Domenica dopo l’Epifania – detta “della divina clemenza”
Os 6,1-6; Sal 50; Gal 2,19-3,7; Lc 7,36-50
Os 6,1-6; Sal 50; Gal 2,19-3,7; Lc 7,36-50
1) La giornata di Cristo.
Il Vangelo di oggi ci descrive un sabato trascorso da Gesù a Cafarnao, che può essere considerato come il paradigma di come Gesù viveva il giorno di riposo ebraico, e che può essere un paradigma per noi per le nostre domeniche ed anche per gli altri giorni della settimana se vivremo il lavoro come costruzione di un mondo guarito, redento.
Questa giornata di Gesù è cadenzata dalle Sue tre occupazioni prioritarie: immergersi nella preghiera con il Padre, stare in famiglia e tra la gente e guarire i malati. Gesù parla con l’uomo, tocca con la Sua mano, che è la mano dell’Infinito, la mano della persona finita, in questo caso quella della suocera di Pietro, ma tutto ciò è è “intriso” di Dio, parte dalla preghiera e si conclude nella preghiera.
Infatti, il Vangelo di oggi ci riferisce di un sabato, che iniziato nella sinagoga, che continua nella casa di Simone, dove Gesù gli guarisce la suocera, e fuori di questa casa dove il Messia guarisce molti malati e indemoniati. Ma facciamo attenzione al fatto che il racconto di oggi non si conclude con la sera di questo sabato ma con la narrazione di Gesù che prima che sorga l’alba va in un luogo solitario, dove Lui, il Figlio parla con Dio Padre.
In riva al lago, in una sinagoga, in una casa, in piazza o un luogo solitario: ogni posto è buono per l’incontro tra noi e il Signore, che ci offre la sua chiamata. Ogni ora può essere quella giusta e ogni posto è conveniente per l’incontro con Dio: la sinagoga, la casa della gente, il luogo desertico.
Cerchiamo di immaginarci la scena descritta dal Vangelo: Gesù, dopo aver lasciato la sinagoga e tra due ali di gente va a casa di Simon-Pietro, dove trova la suocera di questi a letto, con la febbre. Subito la guarisce, prendendola per mano. Mano nella mano, come forza trasmessa a chi è stanco o malato, come mano di fratello e di amico per dare fiducia al fratello e amico debole, infermo. Gesù rialza (il verbo greco è quello usato dal Vangelo anche per parlare della risurrezione) la suocera di Pietro. Gesù alza, eleva, fa rialzare (ri-sorgere) questa donna, la riconsegna alla sua andatura eretta, alla fierezza del fare, del prendersi cura degli altri. La donna si alza e si mette a servire2.
Il Signore prende per mano anche noi, anche noi facciamo lo stesso, prendiamo per mano che si tende verso di noi. Quante cose contiene una mano. Un gesto così può sollevare una vita. Questo, secondo il Vangelo di Marco, è il primo miracolo di Gesù, il più piccolo in apparenza, ma che dice il significato di tutti gli altri: Gesù Cristo, la Parola fatta carne, ci libera dal male fisico e spirituale e ci rende liberi per il bene. Allora facciamo almeno come la suocera di Pietro, guarita dalla febbre, che imita subito Gesù, che è venuto per servire perché ci ama. Servire significa amare, non a parole, ma con i fatti.
Credo che il senso di tutti i miracoli che Gesù fa è di cambiare la vita dell’uomo, di riconsegnare l’uomo a se stesso e a Dio. Secondo il Vangelo di Marco, il primo miracolo di Cristo è quello di guarire la suocera di Pietro, poi durante la sua vita pubblica
- guarirà anche dei ciechi, perché l’uomo abbia occhi che vedono,
- guarirà dei sordi perché l’uomo abbia orecchi che ascoltano,
- guarirà i muti perché la bocca dell’uomo dica la verità,
- guarirà gli zoppi perché l’uomo abbia piedi che camminano alla sua sequela,
- guarirà le mani perché l’uomo a mani aperte e tese tocchi santamente il suo prossimo e soccorra i fratelli e sorelle in umanità,
- guarirà le mani del cuore perché si congiungano in preghiera e l’uomo entri in comunione con Dio. Lui stesso, di notte e fino all’alba, Gesù, anche “stanco” di guarire, andrà in luogo solitario per pregare.
2) Il giorno e la sera per pensare all’uomo, la notte e l’alba per pensare a Dio.
Gesù assediato dal dolore, in un crescendo turbinoso (la sera fuori dalla casa di Simon-Pietro la folla con il suo dolore si affretta da Gesù, Gli consegna il suo dolore e ritrova la vita) sa trovare spazi e tempi per stare con Padre. Gesù ci insegna a inventare quegli spazi segreti che danno salute all’anima, spazi di preghiera, dove niente sia più importante di Dio, dove dirgli: Sto davanti a te; per un tempo che so breve non voglio mettere niente prima di te; niente per questi pochi minuti viene prima di te. Ed è la nostra dichiarazione d’amore.
Nella narrazione evangelica, l’ambientazione della preghiera di Gesù si colloca all’incrocio tra l’inserimento nella tradizione del suo popolo e la novità di una relazione personale unica con Dio. “Il luogo deserto” (cfr Mc 1,35) in cui si ritira, “la notte” che gli permette la solitudine (cfr Mc 1,35; 6,46-47; Lc 6,12) richiamano momenti del cammino della rivelazione di Dio nell’Antico Testamento, indicando la continuità del suo progetto salvifico. Ma al tempo stesso, segnano momenti di particolare importanza per Gesù, che consapevolmente si inserisce in questo piano, pienamente fedele alla volontà del Padre.
Anche nella nostra preghiera noi dobbiamo imparare, sempre di più, ad entrare in questa storia di salvezza di cui Gesù è il vertice, rinnovare davanti a Dio la nostra decisione personale di aprirci alla sua volontà, chiedere a Lui la forza di conformare la nostra volontà alla sua, in tutta la nostra vita, in obbedienza al suo progetto di amore per noi.
La preghiera di Gesù tocca tutte le fasi del suo ministero e tutte le sue giornate. Le fatiche non la bloccano. I Vangeli, anzi, lasciano trasparire una consuetudine di Gesù a trascorrere in preghiera parte della notte.
Guardando alla preghiera di Gesù, chiediamoci: come prego io? Quale e quanto tempo dedico al rapporto con Dio? Chi può essermi maestro?
Il primo Maestro in ciò è Gesù, che ci insegna il Padre nostro e rivela la novità del nostro dialogo con Dio: la preghiera filiale, che il Padre aspetta dai suoi figli. E da Gesù impariamo come la preghiera costante ci aiuti ad interpretare la nostra vita, ad operare le nostre scelte, a riconoscere e ad accogliere la nostra vocazione.
Poi noi, discepoli piccoli di questo grande Maestro, siamo chiamati a essere testimoni della preghiera, proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all'orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio. Nell’amicizia profonda con Gesù e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio attraverso la nostra preghiera fedele e costante.
A chi non ha tempo e modo di pregare con la Liturgia delle Ore, suggerisco di recitare l’Angelus al mattino, per ricordare la risurrezione di Cristo, a mezzogiorno per celebrare la sua crocifissione, a sera per far memoria della sua nascita. Oppure di iniziare la giornata con questa due preghiere: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo”, tratta dal Deuteronomio 6,4, e “Padre nostro, che sei nei cieli...”. La prima preghiera è ascolto, la seconda è risposta. Nell'ascolto io imparo che Dio è Uno solo, e nella riposta dico subito: “Padre mio...” (cfr Divo Barsotti).
Come la preghiera sia il “lavoro” più importante, lo si può capire anche dal fatto che il primo e irrinunciabile impegno delle vergini consacrate nel mondo è quello della preghiera, come viene espressamente richiesto loro durante il rito di consacrazione (Cfr Consacrazione delle Vergini, Premesse, n. 2). In effetti, consegnando il libro della Liturgia delle Ore, il Vescovo si rivolge alla consacrata con queste parole: “La preghiera della Chiesa risuoni senza interruzione nel tuo cuore e sulle tue labbra come lode perenne al Padre e viva intercessione per la salvezza del mondo” (Cfr ib.,Riti esplicativi, n. 48).
Con particolare affetto e devozione le vergini coltivano con la Vergine Maria, modello di ogni sequela e di ogni consacrazione, l’umile confidenza filiale, la preghiera di intercessione, la contemplazione dei misteri del suo Figlio Gesù.
Ogni vergine appartenente all’Ordo inoltre tiene costantemente presente che la preghiera non è solo personale, generosa risposta alla voce dello Sposo e umile richiesta di aiuto per mantenersi fedele al santo proposito e al dono ricevuto, ma è intima partecipazione alla vita del corpo mistico di Cristo, intercessione instancabile per la Chiesa e per il mondo.
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NOTE
1 “In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.”(Mc 1,29-39).
2 Il miracolo è per il servizio; aggiungo qualcosa che leggevo in un commentario e che mi è piaciuto molto: il verbo servire (diakoneo) è lo stesso che esprimerà il servizio del dare la vita da parte di Gesù. Questo, che per tanti è il primo miracolo di Gesù nel vangelo di Marco, ci dice che questa donna, della quale poi non si parlerà più, da subito è entrata nella logica che guida la vita e le scelte di Gesù: il dono della vita! L'incontro, la relazione avviene così: Dio in Gesù ci visita, guarisce la nostra vita e ci rende “liberi per servire”. Non è tanto per essere acclamato che Gesù fa un miracolo, non è tanto per essere riconosciuto come Dio: è perché l’uomo non resti chiuso ma si apra ai fratelli in una relazione gratuita e continuata di servizio.
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Gesù sta dinanzi al nostro letto e noi non ci alziamo?
Lettura patristica per la V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B), 8 febbraio 2015
San Girolamo,
Comment. in Marc., 2
"Ora la suocera di Simone stava a letto con la febbre" (Mc 1,30). Dio voglia ch’egli venga ed entri nella nostra casa, e guarisca con un suo ordine la febbre dei nostri peccati. Ciascuno di noi è febbricitante. Quando sono colto dall’ira, ho la febbre ogni vizio è una febbre. Preghiamo dunque gli apostoli affinché supplichino Gesù, ed egli venga a noi e tocchi la nostra mano: se la sua mano ci tocca, subito la febbre è scacciata. E il Signore un grande medico, un vero archiatra. Un medico era Mosè, un medico era Isaia, medici sono tutti i santi: ma questo è il maestro di tutti i medici. Egli sa toccare con cura le vene, sa scrutare nei segreti del male. Non tocca le orecchie, non tocca la fronte, né tocca alcuna altra parte del corpo: tocca soltanto la mano. Quella donna, infatti, aveva la febbre, perché non aveva opere di bene. Prima viene dunque sanata nelle opere e poi viene liberata dalla febbre. Non può liberarsi della febbre se non è guarita nelle opere. Quando la nostra mano opera il male, è come se fossimo costretti a stare a letto; non possiamo alzarci, non possiamo camminare: è come se fossimo ammalati in ogni parte del corpo.
E "avvicinatosi" (Mc 1,31) a lei che era ammalata... Essa non poteva alzarsi, giaceva nel letto; quindi, non poteva venire incontro al Signore che entrava: ma questo misericordioso medico, che la teneva sulle sue spalle come fosse una morbida pecorella, va lui al letto. «E avvicinatosi...». Si avvicina spontaneamente, per guarirla di sua propria volontà. «E avvicinatosi...». Stai attento a che cosa dice. È come se dicesse: Avresti dovuto correre incontro a me, venire alla porta per accogliermi, affinché la tua guarigione non fosse soltanto opera della mia misericordia, ma anche della tua volontà: ma, poiché sei in preda ad una violenta febbre e non ti puoi alzare, vengo io.
E "avvicinatosi la fece alzare". Ella non poteva alzarsi, ed è alzata dal Signore. "E la fece alzare prendendola per mano" (Mc 1,31). Giustamente la prende per mano. Quando anche Pietro era in pericolo in mare e stava per essere sommerso, è toccato dalla sua mano e subito si alza. «E la fece alzare prendendola per la mano»: con la sua mano prese la mano di lei. O beata amicizia, o dolcissimo bacio! La fece alzare dopo averla presa per mano: la mano di lui guarì la mano di lei. La prese per mano come medico, sentì le sue vene, costatò la violenza della febbre, egli che è medico e medicina. Gesù tocca, e la febbre fugge. Tocchi anche le nostre mani, per rendere pure le nostre opere. Che entri nella nostra casa: alziamoci dal letto non restiamo sdraiati. Gesù sta dinanzi al nostro letto e noi non ci alziamo? Leviamoci, stiamo in piedi: è ignominioso per noi giacere dinanzi a Gesù. Ma qualcuno dirà: - Dov’è Gesù? Gesù è qui. "Sta in mezzo a voi uno che voi non conoscete" (Jn 1,26). "Il regno di Dio è dentro di voi" (Lc 17,21). Crediamo, e vedremo Gesù qui oggi. E se non possiamo toccare la sua mano, corriamo ai suoi piedi. Se non possiamo giungere alla sua testa, almeno laviamo con le nostre lacrime i suoi piedi. Il nostro pentimento è profumo per il Salvatore. Osserva quanto è grande la misericordia del Signore. I nostri peccati mandano un cattivo odore, sono putredine: tuttavia, se ci pentiamo dei nostri peccati, se piangiamo, i nostri puzzolenti peccati diventano il profumo del Signore. Preghiamo dunque il Signore affinché ci prenda per la mano...
Che dice ancora David? "Mi laverai e io sarò più bianco della neve" (Ps 50,9). Poiché mi hai lavato con le mie lacrime le mie lacrime e la mia penitenza hanno agito per me come ii battesimo. Potete costatare da qui quanto sia efficace la penitenza. Egli si pentì e pianse: perciò fu purificato. Che cosa dice subito dopo? "Insegnerò agli iniqui la tua via, e gli empi si convertiranno a te" (Ps 50,15). Il penitente è diventato maestro.
Perché ho detto tutto questo? Perché qui sta scritto: "E subito la febbre la lasciò ed ella si mise a servirli" (Mc 1,31). Non si accontenta di essere stata liberata dalla febbre, ma subito si mette al servizio di Cristo. «E si mise a servirli». Li serviva con i piedi, li serviva con le mani, correva di qua e di là, e venerava colui dal quale era stata guarita. Serviamo anche noi Gesù. Egli accoglie volentieri il nostro servizio, anche se abbiamo le mani sporche: infatti egli si degna di guardare ciò che si è degnato di guarire. Sia a lui gloria nei secoli dei secoli. Amen.