venerdì 20 novembre 2015

Benedetto XVI e quelle parole dimenticate della sua prima enciclica

Benedetto XVI accanto ai malati

Dieci anni fa (porta la data del 25 dicembre 2005 anche se è stata pubblicata un mese dopo) la «Deus caritas est» di Papa Ratzinger, così lontana dai cliché usati oggi da tanti di coloro che si richiamano al Pontefice tedesco per contrapporlo al successore

ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO


«Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama». Portava la data del 25 dicembre 2005, anche se è stata pubblicata un mese dopo, a fine gennaio 2006, la prima enciclica di Benedetto XVI, «Deus caritas est»: anche per questo sono già iniziate  riflessioni e convegni per celebrarne il decennale. A rileggere quel testo di Papa Ratzinger -  che con umiltà aveva deciso di rielaborare un vecchio schema di enciclica messo in un cassetto dal predecessore e riguardante le attività caritative, premettendogli un testo più teologico sull'amore - si comprende l'inconsistenza di tanti richiami e appelli su cui insistono oggi molti sedicenti «ratzingeriani». Come quelli infastiditi per gli evangelici richiami ai poveri e alla misericordia che costellano il magistero di Francesco.

Scriveva Papa Benedetto nell'enciclica: «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti — un realismo inaudito. Già nell'Antico Testamento la novità biblica non consiste semplicemente in nozioni astratte, ma nell'agire imprevedibile e in certo senso inaudito di Dio. Questo agire di Dio acquista ora la sua forma drammatica nel fatto che, in Gesù Cristo, Dio stesso insegue la "pecorella smarrita", l'umanità sofferente e perduta. Quando Gesù nelle sue parabole parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare. Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo — amore, questo, nella sua forma più radicale».

Papa Ratzinger nell'enciclica ricordava anche con espressioni vivide quello che il suo successore definisce il «protocollo» in base al quale saremo giudicati alla fine dei tempi: «Occorre qui rammentare, in modo particolare, la grande parabola del Giudizio finale (cfr  Mt 25, 31-46), in cui l'amore diviene il criterio per la decisione definitiva sul valore o il disvalore di una vita umana. Gesù si identifica con i bisognosi: affamati, assetati, forestieri, nudi, malati, carcerati. "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25, 40). Amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio».

Nel più piccolo «incontriamo Gesù stesso». Ecco la ragione, continuava Benedetto XVI nella «Deus caritas est», del «collegamento inscindibile tra amore di Dio e amore del prossimo. Entrambi si richiamano così strettamente chel'affermazione dell'amore di Dio diventa una menzogna, se l'uomo si chiude al prossimo o addirittura lo odia». Infatti, osservava ancora Papa Ratzinger, «solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama».

L'enciclica, come già detto, si divide in due parti: la prima, più speculativa, è una dissertazione sull’amore, la seconda, più calata nel concreto, spiega come si attua la carità cristiana e come si colloca nel contesto sociale e politico. Il Papa, fatto inusuale in un’enciclica, procedeva rispondendo alle più diverse obiezioni mosse al cristianesimo. «In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza», parlare dell’amore di Dio, osservava Benedetto XVI, «è un messaggio di grande attualità».

Nel testo troviamo un elogio dell'amore. Dopo aver notato che la parola «amore» è oggi una delle più abusate, il Papa ricordava come al concetto di «eros» dei greci, vale a dire l’amore come desiderio ed ebbrezza, il cristianesimo abbia sostituito l’«agape», cioè l’amore come dono di sé. «Il cristianesimo, secondo Friedrich Nietzsche – scriveva Ratzinger – avrebbe dato da bere del veleno all’eros… La Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita?». Il Papa spiegava che non è così. Il cristianesimo non è contro l’eros, è contro lo «stravolgimento distruttore» dell’eros, trasformato in abuso. Oggi «l’eros degradato a puro sesso diventa merce, una semplice “cosa” che si può comprare e vendere, anzi l’uomo stesso diventa merce». La fede cristiana, invece, ha sempre considerato l’uomo come essere nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda. L’agape, l’amore cristiano che si dona, non significa affatto un rifiuto dell’eros e della corporeità.

Attraverso la maturazione e la purificazione, continuava Papa Benedetto, l’amore «diventa veramente scoperta dell’altro», diventa sì «estasi», ma «non nel senso di un momento di ebbrezza passeggera»: l’io, donando se stesso, protendendosi verso l’altro e cercando la felicità dell’altro, si ritrova e trova Dio. Eros e agape, desiderio e offerta di sé «esigono di non essere mai separati completamente». In Gesù, «l’amore incarnato di Dio», e nella sua morte in croce, l’eros-agape raggiunge la sua forma «più radicale» e «partecipando all’eucarestia anche noi veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione».

Nella seconda parte dell’enciclica, Ratzinger scriveva che la carità «per la Chiesa non è una specie di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza». Dunque l'andare verso i poveri non è una questione sociologica o di dottrina sociale, ma appartiene alla «stessa essenza», alla natura della Chiesa, perché inscindibilmente legata al Vangelo.

Benedetto XVI ricordava anche, nella sua prima enciclica, che il «giusto ordine della società» è compito della politica, e ricorda, citando Sant’Agostino, che «uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri». Va dunque riconosciuta l’autonomia delle realtà temporali, e la dottrina sociale «non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato» né imporre «a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa». Nessuna nostalgia per lo Stato confessionale: «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile», «non può e non deve mettersi al posto dello Stato». Ma questo non significa «restare ai margini nella lotta per la giustizia» bensì «risvegliare le forze spirituali» che la facciano affermare.

L’attività caritativa, aggiungeva Papa Ratzinger, «non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico, ma è l’attualizzazione qui ed ora dell’amore di cui l’uomo ha sempre bisogno». Spetta invece ai fedeli laici «il compito immediato di operare per un giusto ordine della società» partecipando «in prima persona alla vita pubblica».