(di Rodolfo de Mattei su Osservatoriogender.it) In Inghilterra, la lotta al cosiddetto “chemsex”, inteso come mix micidiale di droghe e sesso, diffuso in particolare nellacomunità omosessuale, deve diventare una “priorità di salute pubblica”. A lanciare il preoccupato grido di allarme sono direttamente i maggiori esperti britannici in materia sessuale attraverso un documentato articolo, pubblicato sulla nota e autorevole rivista scientifica, “British Medical Journal” (BMJ), edita dalla “British Medical Association” (BMA). A firmare il pezzo di denuncia sono, oltre a Jamie Willis, di “Antidote”, un’associazione londinese per tossicodipendenti LGBT, Hannah McCall, Naomi Adams e David Mason, tre rappresentanti di altrettante “NHS Foundations”, organizzazioni locali, semi-autonome, facenti capo al “National Health Service”, il servizio sanitario nazionale.
Il vocabolo “chemsex”, neologismo che unisce le parole chemistry e sex, è stato introdotto nel Regno Unito per descrivere il sesso praticato, soprattutto in ambito omosessuale, sotto gli effetti della droga, al fine di migliorare le performance. In pratica, questa forma di “sesso estremo” consiste nell’assunzione di droghe come mefedrone, ghb e cristalli di anfetamina, in maniera da poter, da un lato, lenire eventuali dolori dovuti a comportamenti contro natura e, dall’altro, sopportare interminabili orge sessuali che possono durare ore o addirittura giorni.
Gli esperti spiegano infatti come,
“il mefedrone e i cristalli di metanfetamine sono degli stimolanti che aumentano il battito cardiaco e la pressione, producendo euforia ed eccitazione sessuale, mentre il ghb è un potente disinibitore e un lieve anestetico“.
I risultati della ricerca riportano inoltre che alcuni utilizzatori affermano di farne uso per gestire i sentimenti negativi, come la mancanza di fiducia e di autostima, l’omofobia interiorizzata, e la stigmatizzazione del lorostatus di sieropositivi.
Lo studio “Chemsex”, il primo progetto di ricerca britannico nel suo genere, ha utilizzato i tanti dati messi a disposizione da un ampio sondaggio europeo, condotto in 38 paesi, intitolato, “The European Men-Who-HaveSex-With-Men – Internet Survey” (EMIS). I risultati di tale studio hanno evidenziato come, su 1.142 persone intervistate, nei quartieri londinesi di Lambeth, Southwark e Lewisham, circa un quinto ha affermato di aver praticato “chemsex” negli ultimi cinque anni e un decimo nelle ultime quattro settimane. Presso “Antidote”, il servizio specializzato nel supporto per i problemi riguardanti droga e alcool delle persone LGBT, di cui fa parte uno degli autori dell’articolo, circa il 64% dei partecipanti in cerca di sostegno per l’uso di droga, ha ammesso di aver fatto utilizzo di droghe “chemsex” nel periodo 2013-2014. La maggior parte degli utilizzatori di GHB / GBL e cristalli di metanfetamine hanno riferito di farne uso per facilitare i loro rapporti sessuali.
I medici del “British Medical Journal” sottolineano inoltre come i servizi di salute mentale abbiano riscontrato un lieve ma molto preoccupante incremento dei loro servizi riservati agli utilizzatori di droghe “chemsex”.
Tali sostanze, scrivono infatti i medici inglesi,
“possono creare una una forte dipendenza psicologica, mentre il GHB / GBL arriva addirittura a creare una pericolosa dipendenza fisiologica”.
Per questo gli autori dell’articolo hanno sottolineato i gravi rischi di danni permanenti ai quali vanno incontro coloro che fanno uso di tali devastanti droghe. La ricerca “chemsex” ha poi evidenziato come le persone che assumono questa sostanze hanno una media di cinque partner sessuali a volta e di norma praticano sesso non protetto.
Una delle autrici dell’articolo, la dottoressa Hannah McCall, che lavora presso una clinica di salute sessuale per la “Central and Northwest London NHS Foundation Trust”, ha messo in luce come sembra esserci un evidente collegamento tra la pratica del “chemsex” e l’aumento di malattie sessualmente trasmissibili nella comunità gay, dichiarando:
“Le statistiche della sanità pubblica, quest’anno rispetto allo scorso anno, in Inghilterra mostrano un aumento delle malattie sessualmente trasmissibili e nelle persone che si iniettano anfetamina”.
La McCall ha inoltre affermato come l’uso della droga “chemsex” siaparticolarmente diffuso tra gli uomini gay, specificando che
“probabilmente circa un quarto degli uomini gay che vengono in clinica dichiarano di aver fatto uso di droghe ”chemsex” nel corso dell’anno passato”.
Infine, la dottoressa ha fatto notare che sebbene lo studio abbia al momento evidenziato la diffusione della droga chemsex limitatamente all’interno della comunità gay, in qualsiasi momento, tale uso potrebbe facilmente estendersi anche alla comunità eterosessuale, seguendo il copione della tristemente popolare ecstasy, originariamente utilizzata unicamente in ambito omosessuale e successivamente diffusasi ovunque.
I quattro autori dell’articolo pubblicato sul “British Medical Journal” concludono il loro ampio editoriale, evidenziando come la “morbilità del “chemsex” debba essere una priorità di salute pubblica da affrontare con la massima urgenza e serietà”. C’è da augurarsi che tale accorata denuncia, riguardo i seri rischi per la salute pubblica, legati alla pratica del “chemsex”, proveniente da un soggetto certo non sospettabile di “omofobia”, come il prestigioso “British Medical Journal”, apra gli occhi sulla sregolata e perversa realtà del tanto decantato stile di vita gay. (di Rodolfo de Mattei su Osservatoriogender.it)