Ratzinger a Ratisbona ci aveva già detto tutto
Si avvicina l’anno 2016, in cui cadrà il decimo anniversario del discorso tenuto a Ratisbona nell’Aula Magna dell’Università il 12 settembre 2006. Papa Ratzinger amava molto gli anniversari. Qualcuno potrebbe pensare che celebrare quello del discorso di Ratisbona lo amareggerebbe, visto quanto poco fu capito e quanto spesso fu travisato. Ma forse gli farebbe piacere, perché si tratta di uno dei vertici della sua analisi culturale della storia dell’Europa e del suo confronto con l’islam. Tragedie come quella di Parigi l’hanno reso ancora più attuale. Mi porto dunque avanti con il lavoro, e avvio una meditazione che spero possa accompagnarci nel corso del 2016.
A Ratisbona Benedetto XVI parte da un dialogo che vede contrapposti nel 1391 ad Ankaral’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un saggio persiano musulmano. L’imperatore gioca fuori casa, dopo avere ricevuto un invito che non può rifiutare ad accompagnarlo in una partita di caccia dal sultano turco Bayazet I, il cui minaccioso esercito è molto più potente del suo. Sulla passione per la caccia di Bayazet, Manuele si permette anche qualche battuta: il sultano si aspetta, dice, di trovare in Paradiso non solo le famose vergini, ma anche un buon numero di cani da caccia. Notiamo, di passaggio, che benché Bayazet I sia passato alla storia come un sovrano piuttosto crudele, da certi punti di vista la tolleranza di questi musulmani turchi del XIV secolo regge favorevolmente il paragone con quella di parecchi musulmani moderni. Manuele può permettersi – in un Paese musulmano e in pubblico – non solo la battuta sui cani paradisiaci, ma anche quelle aspre critiche a Muhammad la cui semplice citazione da parte di Benedetto XVI indusse l’islam fondamentalista a proteste, manifestazioni di piazza e perfino omicidi nel 2006.
Non amando la caccia, Manuele si trova un altro passatempo. Sulla piazza di Ankara, organizza unaspecie di talk show dove di fronte a un folto pubblico dibatte per ventisei serate con un intellettuale musulmano – ma lo stesso imperatore è un appassionato di filosofia – sui meriti rispettivi del cristianesimo e dell’islam. Tuttavia, nel 1391 certamente Manuele non può invocare il Vangelo o la teologia di fronte a un pubblico musulmano: propone allora al suo interlocutore di discutere non sulla base della fede, ma della ragione. L’islamico accetta, ma il dialogo non va da nessuna parte perché Manuele e il musulmano hanno due idee diverse della ragione. Per l’imperatore greco la ragione è il fondamento filosofico di tutte le cose. Per il musulmano questo fondamento non esiste: il suo Dio, Allah, «non dipende da nessuno dei suoi atti» e può cambiare ogni minuto le leggi che regolano il mondo, così che ogni conoscenza razionale è incerta e provvisoria.
Per l’islamico argomentare in base alla ragione significa semplicemente citare fatti empirici. La suanozione di ragione è meramente strumentale. Da questo punto di vista il quarto dei ventisei dialoghi fra l’imperatore e il saggio islamico, apparentemente una disputa – precisamente – “bizantina”, ha invece la sua importanza. Manuele II contesta l’opinione di alcuni musulmani secondo cui, dal punto di vista della capacità di conoscere con certezza la verità, l’anima dell’uomo e quella degli animali non sono poi così diverse. Niente affatto, ribatte Manuele: l’uomo ha la ragione, che gli animali non hanno. Ed è evidente che importanti qui non sono tanto gli animali, ma la possibilità della ragione umana di conoscere la verità.
Munito della sua nozione meramente strumentale di ragione, il musulmano usa nel quinto dialogol’argomento che pensa chiuda la discussione: la prova della superiorità dell’islam sul cristianesimo è che le armate del Profeta stanno vincendo ovunque, e lo stesso impero di Bisanzio è ridotto a uno staterello. Naturalmente tre secoli dopo, quando a partire dalla sconfitta di Vienna nel 1683 i musulmani cominceranno a perdere le battaglie e le guerre, l’argomento potrà essere rovesciato. Ma non è questo il punto. Per Manuele II – e per Benedetto XVI – la vita, i diritti umani e la possibilità di convivere fra religioni diverse sono garantite solo da una fiducia nella ragione come strumento capace di conoscere la verità che vale per tutti, cristiani e musulmani, credenti e non credenti. Se manca questa fiducia nella ragione, tra persone di fede diversa quale sia la verità è deciso da quali eserciti vincano, e oggi da chi sia più capace di fare esplodere bombe. La verità – e Dio stesso, che è verità – diventano semplici funzioni della violenza.
È stato detto molte volte, e con ragione, che il discorso di Ratisbona non voleva essere un discorso“sull’islam”. L’islam è assunto come esempio di una perdita della fiducia nella ragione e nel diritto naturale che ha contagiato anche l’Europa e l’Occidente. Qui l’incontro fra fede e ragione si è sviluppato paradossalmente a una «sintesi tra spirito greco e spirito cristiano». Faticosamente raggiunta, fin da subito questa armonia è stata messa in crisi. La storia della modernità in Occidente è ricostruita nel discorso di Ratisbona di Benedetto XVI come un seguito di tentativi di “de ellenizzazione”, cioè di negazione, in diverse e distinte “ondate”, della tesi corretta la quale postula che «il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana» e della sintesi che fa dell’Europa quello che essa è, perché solo così si salva l’unità fra fede e ragione.
Se stampiamo il discorso di Ratisbona, ci troviamo otto pagine dedicate all’Europa e una e mezzaall’islam. Se questo va ricordato, non è meno vero che quello che si dice dell’islam è decisivo. San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Fides et ratio, ricordava che per volare l’uomo ha bisogno di due ali, fede e ragione. Se l’ala della ragione diventa ipertrofica a scapito dell’ala della fede, ci troviamo di fronte al laicismo. Se l’ala della fede diventa ipertrofica a scapito dell’ala della ragione, ecco il fondamentalismo. L’uomo, come l’aereo, ha bisogno di due ali per volare. Diversamente, non vola e si schianta. La Chiesa non promuove affatto uno sviluppo anomalo dell’ala della fede contro l’ala della ragione, anche se ammonisce sulle conseguenze del laicismo, dove la ragione nega la fede. Vuole l’armonia fra le due ali, consapevole che solo così si può volare.
A Ratisbona Benedetto XVI ha messo a fuoco il problema dell’islam. A un certo punto della sua storia, spaventato da forme di razionalismo che seducevano molti suoi filosofi, ha chiuso il dialogo fecondo che aveva avviato con la cultura greca. Ha bruciato i libri di filosofia, e qualche volta per non sbagliare ha bruciato anche i filosofi. Ma così facendo, per evitare il razionalismo, è caduto nell’errore opposto del fideismo, che diventando politica nel XX secolo si sarebbe chiamato fondamentalismo. Benedetto XVI, lo abbiamo ricordato su queste colonne (clicca qui), è il Papa che ha indicato come obbligatorio il dialogo con l’islam. Un dialogo, però, che non si esima dall’indicare ai musulmani quanti danni nella loro storia abbia fatto la separazione della fede dalla ragione e mostri come questa separazione porti inevitabilmente alla violenza.
Non per denigrare o offendere l’islam, ma per invitarlo a riflettere sulla necessità dell’armonia frala fede e la ragione. Solo accettando che la ragione fonda un diritto naturale e diritti da riconoscere a tutti a prescindere dalla loro religione, l’islam – senza rinunciare alla sua identità – potrà trovare la via per isolare il fondamentalismo e fondare una condanna definitiva della violenza.
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Dialogo? Attenti agli interlocutori
I recenti attentati hanno riproposto come è logico il tema del confronto con l’islam. “Dialogo” è la parola d’ordine. E fin qui va bene. Ma il problema sorge quando si tratta di individuare gli interlocutori. Se ne è avuta l’ennesima conferma nel recente Convegno della Chiesa italiana svoltosi a Firenze, dove a prendere la parola per l’islam è stato Izzeddin Elzir, nella sua veste di imam di Firenze. Parole anche condivisibili le sue quando ha parlato di «camminare insieme», di umiltà nel rapportarsi; o quando ha affermato che «solo un confronto dal basso può creare una nuova cultura dove l’altro è visto come una risorsa e una ricchezza, e non come un nemico o una minaccia»; o ancora nell’affermare che «l’estremismo, il terrorismo può essere vinto solo lavorando insieme, costruendo ponti e non muri».
Ripeto, parole condivisibili, tuttavia ancora una volta si dimentica l’affiliazione di Elzir con l’Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII) ovvero con un contesto ideologico ben definito e marcato, ovvero quello della Fratellanza musulmana che ha come principali istituzioni europee di riferimento la Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa (FIOE), con sede a Bruxelles, e lo European Council for Fatwa and Research, con sede a Dublino e guidato dal controverso ideologo e teologo della Fratellanza Yusuf Qaradawi.
Stupisce che il dialogo interreligioso istituzionale, sia a livello politico che religioso, si limiti quasi esclusivamente all’UCOII e ai suoi rappresentanti. Non v’è dubbio alcuno circa il radicamento sul territorio, considerato che l’UCOII gestisce un cospicuo numero di centri islamici nel nostro paese; e visto che già nell’ottobre 2014 a Bologna l’UCOII ha deciso di fondare un Consiglio per il Dialogo Interreligioso «per organizzare e gestire questa importante funzione spirituale e morale» e i cui «convenuti sono giunti da tutto il territorio nazionale, dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia, uomini e donne motivati a costituire per la prima volta un simile organismo». ma è anche importante considerare contenuti e protagonisti di questa associazione.
In occasione dell’evento costitutivo del Consiglio, ad esempio, è stato presentato il progetto da parte del «responsabile del dipartimento del dialogo nel direttivo, dott. Aach. Youssef Sbai», «del presidente del consiglio dei delegati il dott. Moustafa Baztami, e del comitato scientifico composto dalla dott.essa Sumaya Abdel Kader, dott.essa Nibras Bregheich, dr. ing. Nader Akkad, dott. Kamel Ayachi e Sig. Yassin Lafram». Alcuni di questi nomi riportano alla galassia europea della Fratellanza.
Prima fra tutte Sumaya Abdel Kader, figlia dell’imam di Perugia Mohammed Abdel Kader, che «nel 2001 è tra i fondatori dell’Associazione Giovani Musulmani d’Italia, ne ricopre la carica di Segretario Generale e di Vice Presidente per due mandati; oggi è responsabile dell’area culturale del CAIM (Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano e Monza e Brianza), è stata membro direttivo del Femyso (Forum of European Muslim Youth and Student Organizations) dal 2003 al 2005, mentre oggi è membro del Comitato dei Garanti di quest’ultimo; membro direttivo del Efomw (European Forum of Muslim Women) dal 2010 ad oggi. Ultimo, ma non meno importante, è la responsabile del Dipartimento Youth & Students della FIOE.
Altro membro del Comitato scientifico del Consiglio per il Dialogo è un’altra giovane donna: Nibras Breigheche, figlia di Abulkheir Breigheche, co-fondatore dell’UCOII ed ex presidente di Alleanza Islamica e attualmente presidente della comunità islamica del Trentino. Nibras è l’unica donna membro dell’Associazione Islamica Italiana degli Imam e delle Guide Religiose, che fa parte dei partners dell’UCOII, guidata dal controverso predicatore di origine giordana Riadh Boustanji che nel giugno 2012 ha dichiarato alla televisione di Hamas AlAqsaTV: «Ho portato mia figlia a Gaza affinché possa imparare dalle donne di Gaza come crescere i figli al jihad, alla ricerca del martirio e all’amore per la Palestina».
È alquanto imbarazzante sapere che il dialogo interreligioso è affidato a un’associazione che non ha preso le distanze né ha allontanato Boustanji a seguito di queste dichiarazioni. D’altronde nel dicembre 2014, l’Associazione figurava tra i firmatari di un appello a sostegno di Yusuf Qaradawi nel momento in cui venne inserito tra i Red Alert dell’Interpol. Il legame del Consiglio per il Dialogo con Qaradawi è confermato dalla presenza all’evento di Bologna dello «shaikh Amine Al-Hazmy, membro del Consiglio europeo delle ricerche e la fatwa e imam della moschea di Brescia».
Il riferimento ideologico a Qaradawi e all’istituzione da lui presieduta in Europa, dovrebbe per lo meno allertare i responsabili del dialogo. Ebbene, a prescindere dalle ben note posizioni del teologo di Al Jazeera sugli attentati suicidi in Israele che egli definisce legittima resistenza, basterebbe scorrerne il testo fondamentale per coglierne la pericolosità: “Il lecito e l’illecito nell’islam” (al-Halal waal- haram fi al-islam).
È un esercizio utile per conoscere le linee fondamentali del suo pensiero. Iniziamo dalla definizione di illecito che a suo parere non è rivolta ai soli musulmani, ma a tutta l’umanità in quanto l’islam è la religione naturale dell’uomo: «L’illecito nell’islam si caratterizza per la generalità e la continuità. Non c’è cosa vietata al non arabo e permessa all’arabo. Non c’è cosa vietata al nero e permessa al bianco. Non c’è permissione o autorizzazione accordata a una classe oppure a un gruppo religioso che permette loro di commettere, in loro nome quel che dettano le loro passioni con il pretesto che sono dei sacerdoti, dei pontefici, dei re o dei nobili. Anzi non c’è alcuna differenza tra i musulmani che renda loro lecito quello che è vietato a altri. Assolutamente! Perché Allah è il Signore di tutti e la legge coranica si impone a tutti. Tutto quello che Allah ha permesso nella Sua legislazione è permesso a tutto il mondo senza eccezione e tutto quello che ha vietato è vietato a tutti fino al giorno della Resurrezione». Nel testo segue poi la trattazione di quanto è lecito e illecito non solo per il musulmano, ma anche per il resto dell’umanità, che in Qaradawi diventa «umma-nità». Accanto ai divieti più noti quali il divieto di consumare bevande inebrianti, carne di maiale, di giocare d’azzardo vengono trattati altri argomenti.
È un esercizio utile per conoscere le linee fondamentali del suo pensiero. Iniziamo dalla definizione di illecito che a suo parere non è rivolta ai soli musulmani, ma a tutta l’umanità in quanto l’islam è la religione naturale dell’uomo: «L’illecito nell’islam si caratterizza per la generalità e la continuità. Non c’è cosa vietata al non arabo e permessa all’arabo. Non c’è cosa vietata al nero e permessa al bianco. Non c’è permissione o autorizzazione accordata a una classe oppure a un gruppo religioso che permette loro di commettere, in loro nome quel che dettano le loro passioni con il pretesto che sono dei sacerdoti, dei pontefici, dei re o dei nobili. Anzi non c’è alcuna differenza tra i musulmani che renda loro lecito quello che è vietato a altri. Assolutamente! Perché Allah è il Signore di tutti e la legge coranica si impone a tutti. Tutto quello che Allah ha permesso nella Sua legislazione è permesso a tutto il mondo senza eccezione e tutto quello che ha vietato è vietato a tutti fino al giorno della Resurrezione». Nel testo segue poi la trattazione di quanto è lecito e illecito non solo per il musulmano, ma anche per il resto dell’umanità, che in Qaradawi diventa «umma-nità». Accanto ai divieti più noti quali il divieto di consumare bevande inebrianti, carne di maiale, di giocare d’azzardo vengono trattati altri argomenti.
Ad esempio l’omosessualità: «Per completare le regole islamiche riguardanti l’istinto sessuale, ci resta da vedere che l’islam ha vietato anche l’omosessualità…». Si spiega che per l’omosessuale è prevista la morte, al pari della fornicazione, e si conclude: «Questa severità che sembrerebbe inumana non è che un mezzo per depurare la società islamica da questi esseri nocivi che non conducono che alla perdita dell’umanità».
Nel saggio in questione si elencano i tre casi in cui non è più vietato uccidere:
«1. Il crimine premeditato. Se si hanno delle prove sicure che una persona ha ucciso qualcuno, bisogna applicargli la legge del taglione: la vita per la vita. Il male è combattuto con il male e ‘colui che commette l’aggressione è il più ingiusto’ (“Nel contrappasso c’è una possibilità di vita”, Corano II, 179)
2. Il compimento provato dell’atto immorale della fornicazione da parte di un musulmano. È necessario che quattro uomini fra i più integri, testimonino che hanno visto i fornicatori compiere quest’atto. […]
3. L’apostasia dall’islam dopo averlo abbracciato e il dirlo apertamente per sfidare la società islamica. L’islam non impone a nessuno di diventare musulmano, ma non tollera che si giochi con la religione […] Così il Profeta – su di lui la pace e la benedizione di Allah – ha limitato il permesso di uccidere a questi tre casi. Ha detto: ‘Non è permesso uccidere un musulmano che in uno di questi casi: se ha ucciso qualcuno, se ha commesso adulterio, se ha apostatato dalla sua religione e lasciato la comunità’ (unanime)».
Basterebbe questo paragrafo per comprendere la pericolosità del pensiero di Qaradawi e soprattutto l’incompatibilità con i valori fondanti non solo della Costituzione francese, ma anche della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea dove all’articolo 6 si legge «Ogni individuo ha diritto alla libertà e alla sicurezza» e all’articolo 10 comma 1: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di cambiare religione o convinzione, così come la libertà di manifestare la propria religione o la propria convinzione individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza».
La stessa Carta europea all’articolo 9 recita: «Il diritto di sposarsi e il diritto di costruire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio». Al contrario ne “Il lecito e l’illecito nell’islam” si legge: «È vietato alla musulmana di sposare un non musulmano, sia o no della gente del Libro. Questo non può in alcun modo essere permesso e citiamo le parole di Allah a riguardo: ‘Non sposate le [donne] associatrici, finché non avranno creduto, ché certamente una schiava credente è meglio di una associatrice, anche se questa vi piace. E non date spose agli associatori, finché non avranno creduto, ché, certamente, uno schiavo credente è meglio di un associatore, anche se questi vi piace. Costoro vi invitano al Fuoco, mentre Allah, per Sua grazia, vi invita al Paradiso e al perdono. E manifesta ai popoli i segni Suoi, affinché essi li ricordino’ (II, 221). […] perché l’uomo è il padrone della casa. È lui che sta attento agli interessi della donna e che ne è responsabile. L’islam alla sposa ebrea o cristiana, all’ombra del marito musulmano, ha garantito la sua libertà di coscienza e ha protetto con la sua legislazione e le sue direttive i suoi diritti e la sua libertà, invece un’altra religione, come quella cristiana o ebraica, non garantisce alcuna libertà di coscienza alla donna di fede diversa e non le garantisce i suoi diritti. Come può l’islam lasciare all’avventura l’avvenire delle sue figlie e buttarle tra le mani di gente che non ha alcun rispetto e alcuno scrupolo per la loro religione?». Anche in questo caso parole inequivocabili, cui si vanno ad aggiungere la liceità della poligamia, di ricorrere alla forza se la moglie disubbidisce e così via.
Quindi se Qaradawi, come sembra, è uno dei principali riferimenti teologici dell’UCOII e di chi la presiede, sorge per lo meno qualche dubbio sull’onestà degli intenti che appaiono più come un tentativo di apparire moderati e aperti, sottacendo le divergenze e soprattutto problemi veri quali il divieto per la musulmana di sposare un non musulmano, se non previa la conversione, ma soprattutto la sacralità della vita di tutti senza se e senza ma.
Va bene il dialogo, ma bisogna anche sapere con chi si sta parlando per individuare gli interlocutori giusti.