"Donne, chiesa, mondo": Il lungo cammino delle donne africane
L'Osservatore Romano - donne, chiesa, mondo
(Rita Mboshu Kongo) In Africa la bipolarità maschio-femmina si vive in un rapporto di tensione dialettica tuttora irrisolta: nella concezione africana, a parte qualche eccezione incoraggiante, la donna sembra, per alcuni versi, contare poco. Metaforicamente viene vista come “una goccia d’acqua della pioggia” che non sa dove va a cadere. Per le africane le tre parole che Benedetto XVI aveva usato per pensare al futuro del continente nell’esortazione apostolica Africae munus — cioè giustizia, riconciliazione e pace — non sono ancora una realtà.Troppe sono le tradizioni familiari che non ammettono la parità fra donne e uomini, troppe le situazioni conflittuali nelle quali le donne sono le vittime predestinate della violenza. Soprattutto là dove lo stupro viene usato come vera e propria arma di guerra. Ma proprio in un panorama così desolante emerge la forza delle donne africane, capaci — anche con poche forze e pochissimi mezzi — di combattere per difendere i deboli. Questo perché la donna africana rappresenta un modello di coraggio, intelligenza, sopportazione e responsabilità: benché socialmente relegate al terzo posto, dopo gli uomini e i bambini, le donne africane sono sempre le prime al lavoro e le ultime al riposo. Esse traggono dalla fede la forza per affrontare tragedie spaventose, per farsi mediatrici di pace, per opporsi all’ingiustizia e allo sfruttamento, per assumere ruoli importanti nella Chiesa. Ma sono anche capaci di parlare con ironia e saggezza africane, perché fortemente radicate in una cultura che, volente o nolente, deve riconoscere la loro forza, indispensabile alla sopravvivenza e al progresso delle società del continente. Le donne africane possono andare avanti prendendo il meglio delle due culture nelle quali vivono: quella tradizionale che, se pure per vari versi le mortifica, riconosce loro valore sociale e religioso, e quella cristiana, che difende la loro parità e il loro diritto a essere riconosciute con dignità. Occorre, quindi, rimuovere dalla mentalità delle ragazze il complesso di inferiorità che le blocca psicologicamente, e nel contempo istruirle e abituarle a contare più sul loro cervello perché il Vangelo di libertà e la conformità con Cristo annullano ogni discriminazione tra gli esseri umani (cfr. Galati 3, 28). Ciò che gli uomini hanno codificato nel passato oggi potrebbe cambiare, perché i tempi lo esigono, e aprire così la possibilità per una testimonianza forte nel mondo. Dopo queste considerazioni, possiamo suggerire e auspicare che la donna africana assuma pienamente la sua condizione naturale senza cercare di atteggiarsi da uomo, e anche l’uomo, nel contempo, deve fare la stessa cosa: proprio perché essere maschio o femmina sta nell’essenza stessa dell’essere umano, abbandonare la propria natura di donna è alla morte, alla morte dell’umano. Bisogna inoltre promuovere in Africa quella cultura del rispetto e della reciprocità che si dà unicamente laddove due esseri esistono pienamente, cioè dove si dà l’alterità. Ci si deve impegnare quindi per difendere e promuovere i diritti e la dignità della donna africana.
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Una strada da illuminare. La crisi esistenziale e spirituale delle religiose africane
L'Osservatore Romano-chiesa, donne, mondo
(Silvina Pérez) In Africa le giornate sono scandite dalla parabola del sole. Ci si sveglia all’alba e si va a dormire poco dopo il tramonto. Nelle strade di terra rossa che solcano il paesaggio ci si imbatte in una umanità in cammino, spesso scalza. Basta vedere al mattino, quando le strade sono piene di donne che camminano velocemente sul ciglio. L’Africa ha un volto: quello delle donne. Sono loro che, senza far rumore, senza accampare diritti, riproducono ogni giorno il miracolo della sopravvivenza. In un continente dove è davvero difficile vivere.
Per queste donne straordinarie è normale camminare ogni giorno per quindici chilometri per raggiungere il pozzo più vicino, è normale fare trenta chilometri a piedi per vendere una cipolla oppure essere picchiate dal marito o fare l’ottanta per cento dei lavori nei campi ma non essere proprietarie della terra. Se chiedi a una donna: “perché?”, lei ti risponderà semplicemente che per lei quella è la normalità.
Pur essendo circondate da uomini assenti e da società con tratti maschilisti qualcosa sta cambiando. Ci sono donne che hanno raggiunto cariche politiche cruciali, posizioni rilevanti nel mondo professionale o un ruolo chiave all’interno della propria società. Un’emancipazione inimmaginabile fino a poco tempo fa, a cui anche la Chiesa ha contribuito.
Raccontare l’Africa non è semplice. Tutto è doppio, nel racconto. Tutto si specchia nel suo riflesso. La terra più ricca e povera del mondo è la culla della civiltà e delle contraddizioni. Qui, il tempo non si ferma. Casomai torna su se stesso in un doppio binario tra conquiste e passi indietro.
E proprio di quest’ultimi ci hanno parlato Amina, Zelam e Rhanda, tre suore africane che hanno descritto la dolorosa subordinazione a cui vengono costrette gran parte delle donne africane, in ragione di una cultura che vuole l’uomo capo e padrone. Ciò produce gravi distorsioni anche in seno alla Chiesa, genera problemi legati sia al carisma che alle vocazioni religiose e rende più attuale che mai il monito di Papa Francesco sul servizio delle donne alla Chiesa: un servizio che non deve mai diventare servitù.
In Africa, di fronte a trentacinquemila preti e tremilacinquecento missionari, le suore sono più di sessantamila. Eppure «la Chiesa non si è mai molto impegnata nella loro formazione». Le religiose di solito vengono formate solo e soltanto per l’apostolato, quindi, per la catechesi e l’insegnamento nella scuola elementare. Cioè, per rispondere alle esigenze sociali e non per capire e approfondire il carisma e la spiritualità della congregazione a cui appartengono. La Chiesa non si è impegnata molto per la formazione di queste religiose. Religiose che si ritrovano sempre ad applicare decisioni già prese da altri e per altre.
La religiosa virtuosa veniva e viene incensata come perno tra il mondo visibile e invisibile, la rivelazione dell’amore e della grazia, l’essere più naturalmente religioso che Dio abbia creato. Ma poi tutto questo sfocia in una condizione di asservimento domestico e sociale della religiosa africana, a differenza di ciò che accade nelle congregazioni maschili.
Le religiose vengono esaltate per i lavori fatti: cucinano bene per amore di Gesù, insegnano il catechismo ai bambini, decorano le chiese parrocchiali, puliscono, rammendano e cuciono vestiti, accudiscono i prelati e gli anziani, si prendono cura dei bambini in difficoltà. Ma tutto ciò esclude le religiose africane dalle funzioni principali, quelle della gestione, dell’amministrazione e della decisione.
La situazione adesso è ancora peggiorata a causa dell’aumento del numero di piccole fondazioni di tipo diocesano, fondate dai vescovi e preti africani, donne scelte per essere a loro servizio. Quando i prelati finiscono il loro mandato o muoiono, queste opere falliscono. Di conseguenza nascono altri problemi ancora per le suore coinvolte.
Talvolta le religiose africane vengono mandate in Europa come missionarie nelle diocesi, ma questa cooperazione missionaria spesso finisce male per mancanza di progetti chiari e di preparazione e le religiose non di rado finiscono nelle strade, diventando senza fissa dimora. Data la penuria di risorse — ci dice suor Anne — «ci sono molte congregazioni africane povere che mandano le religiose a studiare senza fornire loro alcun sostegno economico», tanto che esse si trovano spesso a dover chiedere l’elemosina. Un fatto che di per sé provoca un forte sentimento di vulnerabilità.
In alcuni casi, non rari, la situazione di queste religiose impreparate a servizio delle gerarchie ecclesiastiche è ancora più umiliante. Lo ha denunciato, nel 2001, l’importante periodico cattolico americano «National Catholic Reporter», pubblicando il rapporto che suor Maria Marie McDonald, superiora generale delle Missionarie di Nostra Signora d’Africa, nel novembre 1998 inviò a un gruppo di delegati dell’Unione dei superiori generali (congregazioni maschili), dell’Unione internazionale delle superiore generali (congregazioni femminili) e della congregazione vaticana per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica che si stavano occupando della questione.
Suor McDonald scrive infatti che il problema non è circoscritto all’Africa, anche se il gruppo che ha preparato il rapporto ha fatto riferimento all’esperienza africana. «È precisamente a causa del nostro amore per la Chiesa e per l’Africa che ci sentiamo tanto afflitti dal problema che vi presentiamo».
La denuncia spiegava nello specifico il circolo vizioso che si innesca in questi casi partendo dall’esistenza di molestie sessuali e perfino di stupri da parte di ecclesiastici nei confronti delle suore. Di solito poi la suora viene allontanata dalla sua congregazione mentre il prete, spesso, viene solamente trasferito in un’altra parrocchia o inviato a studiare.
Sono molte le suore che conoscono questa realtà — sottolineano le religiose — anche se non ne parlano per paura. Fino a che non capita che rimangano incinte e allora la congregazione le manda via dal convento perché «è una vergogna». È una situazione «abituale in Africa», dove istituti o congregazioni di altri Paesi accorrono per cercare vocazioni, ma non cercano «persone interessate alla vita religiosa da formare», bensì solo una sorta di manovalanza «per risolvere i loro problemi: hanno bisogno di personale che lavori nelle scuole o negli asili che gestiscono».
Nei Paesi dove l’aids è molto diffuso — denunciano le suore — le suore vengono considerate più “sicure” per evitare il contagio nei rapporti sessuali. Non sono casi isolati, chiariscono: è quasi impossibile quantificare il numero di suore che subiscono abusi dai loro “benefattori” e poi sono state abbandonate dalla loro congregazione. Questo costituisce uno scandalo per tutta la Chiesa, perché queste religiose, prima che entrassero in queste congregazioni diocesane, erano delle ragazze normali, intelligenti, spesso le migliori della società a cui appartenevano.
Quasi fin dall’inizio, la Chiesa ha promosso la realizzazione femminile. Sarebbe difficile trovare un’altra istituzione nel pianeta che — come un fatto la Chiesa cattolica — abbia permesso semplicemente alle donne di pensare con la propria testa, di essere quello che erano nate per essere e di realizzare grandi cose.
Invece uno strano contrasto sembra caratterizzare oggigiorno lo status delle donne nel cattolicesimo africano. Se per ipotesi dovesse venir meno il loro contributo nella catechesi, nell’animazione liturgica e nelle attività caritative, è facile immaginare che le comunità parrocchiali collasserebbero. Diceva Virginia Woolf che «una storia non esiste finché non viene raccontata» e il silenzio sulla crisi di identità delle religiose africane è durato forse troppo a lungo. Bisogna aiutarle: questo è l’appello che lanciano le religiose africane. Ascoltiamole ancora: «Sono sparse per il mondo, chi mai si è interessato a loro? Dove sono? Cosa fanno?. La Chiesa deve affrontare le sofferenze delle religiose africane in particolare ma più in generale la situazione delle donne al suo interno proprio perché le donne, e le religiose in particolare, sono il volto della Chiesa che più frequentemente e più facilmente raggiunge i poveri». Parole dure piene di dolore.
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La sentinella di Bukavu. Clotilde Bikafuluka e la sua fondazione che accoglie e cura le donne stuprate
L'Osservatore Romano-chiesa, donne,mondo
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La sentinella di Bukavu. Clotilde Bikafuluka e la sua fondazione che accoglie e cura le donne stuprate
L'Osservatore Romano-chiesa, donne,mondo
(Sandra Isetta) Al tempo in cui Gesù operava il miracolo sull’emorroissa, la condizione femminile non era molto differente da quella attuale nella Repubblica Democratica del Congo, dove a una religiosa affetta da gravi emorragie non è consentito prendere i voti perpetui: «Una donna malata è considerata un fardello inutile, una croce. Per accedere al monastero la vocazione passa in secondo piano, contano solo la salute e la forza fisica, la forza lavoro che una monaca deve avere per allevare il bestiame e per le altre mansioni di fatica».
Chi racconta è Clotilde Bikafuluka, laica consacrata, nata nel piccolo villaggio di Bunyakiri, un angolo del sud est del Congo, dove ha trovato il grande universo di Dio.
Chi racconta è Clotilde Bikafuluka, laica consacrata, nata nel piccolo villaggio di Bunyakiri, un angolo del sud est del Congo, dove ha trovato il grande universo di Dio.
Di lei mi aveva parlato Denis Mukwege, noto come il medico che “ripara” le donne vittime di stupro collettivo, una delle orribili piaghe che dal 1996 affligge il Paese africano. Mukwege allora mi disse che grazie all’aiuto di donne come Clotilde ha potuto condurre la sua lotta contro le violences sexuelles et basées sur le genre fino a creare la Cité de la Joie de la Fondation Panzi a Bukavu, l’ospedale in cui ha operato quarantamila donne devastate dalle violenze per poi accoglierle nell’annesso centro di assistenza e di riabilitazione. Queste donne, molte delle quali sono religiose, mettono a repentaglio la loro vita, prelevando le vittime di nascosto e ricevendo minacce per l’aiuto che danno. Sfidando il rischio di esporsi pubblicamente, Clotilde ha accettato di partecipare al seminario internazionale organizzato da «donne chiesa mondo», svoltosi in Vaticano a fine maggio 2015. Clotilde era intimorita di aller au Vatican, lei da sempre vissuta nei villaggi congolesi ma il suo desiderio di rencontrer le Pape era fortissimo, voleva raccontargli la sofferenza della sua gente e della sua terra.
Subito dopo il convegno incontro questa giovane donna dal passo deciso, armonioso come il sorriso; solo lo sguardo a tratti corre lontano e tradisce il pianto antico di generazioni di donne. Indossa un abito colorato che ha confezionato da sola, espressamente per il colloque; i soldi per comprare la stoffa se li è procurati donando il sangue. Colpisce la spontaneità con cui parla di sé, senza quelle reticenze a cui noi siamo abituate. Procediamo con ordine, le dico: vuoi raccontarci la tua storia?
«Sono nata il 18 agosto 1972 a Bunyakiri. Siamo nove fratelli, cinque ragazze e quattro maschi. Mio padre era direttore della scuola cattolica: è stato lui a costruire la cappella dei cristiani su una parte del proprio terreno. È morto quando avevo quattro anni, così mia madre ha cresciuto tutti i nove figli da sola. Ci ha fatto studiare tutti, e i miei fratelli sono tutti sposati. Da lei ho appreso la legge dell’amore. Il suo esempio mi ha fatto comprendere che nella donna la famiglia trova quella forza straordinaria per sopportare e superare gli ostacoli.
Qual è stata la reazione di tua madre quando le hai parlato della tua vocazione?
«È una grande gioia per me — mi ha risposto mia madre — avere una figlia che si mette al servizio del Signore». Ho frequentato la scuola primaria di Bunyakiri, ma dopo la morte di papà ho lasciato gli studi. Sono quindi entrata nel convento delle Figlie della Resurrezione nel 1987, dove ho fatto la professione di fede temporanea, fino al 1995. Mi occupavo dell’allevamento del bestiame e facevo una scuola di meditazione. Subito dopo la professione temporanea mi sono ammalata di emorragia uterina. Intanto, nell’ottobre del 1996 era iniziata la guerra — detta «di liberazione», in realtà di invasione del Congo da parte del Rwanda — e in questo periodo è avvenuto l’incontro con padre Simone Vavassori, missionario saveriano che ha segnato profondamente la mia vita. Si è fatto carico della mia salute ed è stato lui a farmi conoscere Denis Mukwege all’ospedale locale dove mi aveva condotta per farmi curare. Tutti i giorni padre Simone mi dava un dollaro per comprare le medicine prescritte da Mukwege. Sono stata ammalata per sei anni e per questo motivo le suore non mi hanno permesso di prendere i voti perpetui. Secondo loro, la mia invalidità non mi rendeva degna di diventare monaca perché non potevo svolgere lavori di fatica. La legge della sopravvivenza in Africa è molto crudele, talora si accanisce ingiustamente, anche contro una vocazione di fede come è successo a me. Dio ha posto sul mio cammino padre Simone, grazie a lui sono guarita e la mia vocazione si è infine realizzata.
Che ruolo ha avuto padre Simone nella tua scelta di consacrare la vita alle vittime di stupro?
È la fede a farmi dire che è stato padre Simone a guarirmi. Non posso non vedere i segni evangelici che si sono mostrati nel corso della mia malattia e poi della mia guarigione. Padre Simone aveva fatto venire dall’Italia tre medici, tre francescani, padre Emilio e altri due per operare le donne. Mi hanno operata il giorno in cui padre Simone è morto: il giorno dopo ero guarita. Cinquanta giorni dopo la sua morte, padre Simone in sogno mi ha domandato di continuare il suo lavoro a Bunyakiri in aiuto delle vittime di stupro e mi ha dettato tutto quello che lui aveva fatto, di buono e di cattivo, chiedendomi di portare lo scritto alla casa provinciale di Bunyakiri. Ho scritto dalle due alle cinque del mattino: quella notte padre Simone mi ha eletta sua erede spirituale. D’altronde mi trovavo insieme a lui quando ho vissuto quella tragica esperienza che ha determinato il mio arruolamento per la causa delle donne vittime di violenze. Un venerdì in cui padre Simone e io, come di consueto, andavamo a Bunyakiri per preparare la messa della domenica percorrendo il parco nazionale di Kahuzi-bwega ci trovammo davanti una scena terribile: corpi senza vita che giacevano per terra, teste decapitate appese agli alberi, donne con gli organi intimi mutilati. Poi, arrivati alla parrocchia di Bunyakiri, un’anziana ottantacinquenne ci venne incontro avvolta da una nuvola di mosche. Provai repulsione e avrei voluto scappare, ma la donna mi disse: «Figlia mia, vieni a vedere che cosa mi hanno fatto». Mi feci forza, la feci spogliare e vidi l’orrore. Era massacrata, le mosche addensate su masse di sangue purulento che continuava a fuoriuscire. Un numero indefinito di carnefici si era accanito su quel corpo, morì dopo due giorni. Quel giorno si è aperta una ferita profonda, non solo in me ma in tutte le donne, insieme dobbiamo urlare rabbia e dolore. Le persone che vedono ciò che continuo a fare senza posa mi chiedono se anch’io sono stata violentata; la mia risposta è diretta e semplice: il dolore fisico è meno crudele di quello morale. Ciò che ho visto e che continuo a vivere accanto a queste donne per me è più di una violenza sessuale. Chi di noi resisterebbe a un’esperienza del genere? La pratica delle violenze sessuali va oltre la nostra comprensione, poiché da alcuni viene utilizzata come arma da guerra, da altri come un commercio. Quello che ho visto è lo stupro che anch’io ho subito: quarantaquattro bambine alle quali è stato strappato l’utero, corde con cui sono state strozzate le donne vendute come cimeli.
E poi hai fondato la Fsv, Fondation Simone Vavassori...
Per onorare la memoria di padre Simone ho deciso di consacrare la mia vita al servizio dei sopravvissuti alle violenze sessuali e delle persone indifese. Ora sono una consacrata della Fraternità di suore di santa Dorotea di Cemmo. L’arcivescovo Munzihrwa, assassinato nel 1996 dalle truppe dell’Alliance des Forces démocratiques pour la Libération du Congo, diceva che sono una sentinella, qui a Bukavu. Mi rendo conto che anche la nostra fondazione, di cui sono la coordinatrice, è una goccia nel mare, poiché la violenza continua a dilagare nella parte orientale del Congo. La Fsv è ora operativa in tre province dell’est del Paese, cioè il Sud Kivu, il Nord Kivu e il Maniema. Non ci risparmiamo: i dati nazionali di casi di stupri negli ultimi cinque anni riferiscono che è stata fornita assistenza a quasi centomila donne sopravvissute alla violenza, e noi della Fsv ne abbiamo assistito più di seimila. La conseguenza più devastante dello stupro di massa è la demolizione della famiglia, perché la donna stuprata è vissuta dai familiari come un oltraggio e respinta. Tuttavia siamo riusciti a riconciliare quasi settecento nuclei familiari. Altre donne ripudiate dai mariti, circa centocinquanta, sono ospitate nelle strutture della fondazione e centoventicinque ragazze madri sono state educate tramite l’alfabetizzazione e la formazione ad attività che producono reddito. Della nostra “famiglia” fanno parte anche gli orfani di guerra, più di quattrocento, di cui quasi la metà sono figli di donne stuprate, il più piccolo ha sei mesi. Questi orfani sono affidati alle cure di anziani perché avvertano il calore umano, altri sono seguiti dal centro Sos, altri ancora nelle case di accoglienza a Bukavu e Goma. Li assistiamo e cerchiamo di dare loro una formazione scolastica. Sviluppiamo anche una rete di assistenza multisettoriale (assistenza olistica) per le vittime: medica, psicosociale, giuridica, socioeconomica e/o scolastica. Il reinserimento socioeconomico è il bisogno più grande. Alcune donne, rifiutate dai mariti, non fanno altro che girovagare in mancanza di un’occupazione, altre cadono nella prostituzione, altre ancora praticano le unioni libere per sopperire ai bisogni primari. E così si assiste a casi di gravidanze indesiderate, aborti e diffusione di infezioni sessualmente trasmissibili e Hiv. Siamo partiti dal nulla. La Fao, ad esempio, ci ha donato semi e macchine macinatrici del manioc per ricavare la farina. Abbiamo ricevuto vecchie macchine Singer e insegniamo alle donne a cucire. Altre attività in cui indirizziamo le vittime per il reinserimento sono quelle di parrucchiere, lavoro a maglia, arte culinaria, allevamento e agricoltura, campi scuola di agricoltura.
La tua fede ti costringe a essere concreta ed esigente: è importante far sentire la tua voce.
Il mondo è governato da leadership economiche, che sono quelle che scatenano le guerre, che vendono armi in cambio delle nostre materie prime: il coltan e la cassiterite per fabbricare computer e cellulari sono macchiati del nostro sangue. La leadership morale spetta alla Chiesa, che deve impegnarsi, denunciando tutti i casi di violenze alla giustizia. Il compito della Chiesa è quello della pressione morale sui governi coinvolti nel conflitto, affinché cessi questo imbarbarimento dell’uomo.
A questo punto Clotilde mi mostra un progetto che mi lascia interdetta per la precisione e la perizia della stesura. Anno per anno e mese per mese, voce per voce, sono registrati gli acquisti e le spese effettuati per la fondazione, i risultati raggiunti e quelli in sospeso. Il bilancio annuale è incredibile: Clotilde riesce a far funzionare il suo centro con cifre per noi irrisorie. È evidente però che ora le uscite hanno superato le entrate, che i lavori delle piccole abitazioni sono abbandonati e che diventa sempre più difficile provvedere al fabbisogno.
L'Osservatore Romano-chiesa, donne,mondo, 3 novembre 2015.