mercoledì 9 dicembre 2015

L’incontro con Gesù nel deserto delle nostre vite.



L'Osservatore Romano
Le porte del Cielo. Pubblichiamo l’inizio del libro di Lucetta Scaraffia "Le porte del Cielo. I giubilei e la misericordia" (Bologna, il Mulino, 2015, pagine 150, euro 13). Scorrevole e avvincente, la ricostruzione della storica affronta inizialmente la questione centrale del perdono dei peccati, risale alle origini della pratica giubilare al tempo di Bonifacio VIII e alla sua sistemazione voluta da Alessandro VI, per poi ripercorrere le variazioni degli anni santi in età moderna e contemporanea. Spiccano in particolare i capitoli dedicati all’arte e alla partecipazione femminile ai giubilei perché, come scrive Scaraffia, «il giubileo non ha significato la stessa cosa per le donne e per gli uomini».
(Lucetta Scraffia) A prima vista, il giubileo — grande occasione di ottenere il perdono per tutti i peccati — sembra un’iniziativa dal sapore antico. Il bisogno di cancellare le colpe e di limitare il castigo da scontare dopo la morte, che ha angustiato per secoli le popolazioni cristiane, oggi sembra quasi scomparso. 
Si tratta di un’angoscia che in alcuni momenti della storia — come intorno all’inizio del Trecento, quando il giubileo è stato istituito, oppure all’inizio del Cinquecento, quando per la prima volta si aprì la Porta santa — è diventata vero e proprio terrore, per alcuni così forte da impedire quasi di vivere. 
Capitava in fasi di transizione storica, durante le quali i mezzi che tradizionalmente servivano a vincere questo grande timore — fra questi mezzi, non ultimo, c’era la fiducia nella capacità di intermediazione della Chiesa — venivano meno, e bisognava individuare altre vie per rendere la vita sopportabile e non farsi schiacciare dal senso di colpa e dalla paura del castigo.
La maggior parte del notevole numero di persone che, in occasione dei giubilei, si muoveva a piedi verso Roma, affrontando un viaggio lungo e pericoloso, era mossa infatti da questa pressante necessità, che solo la promessa delle indulgenze pareva poter confortare. In sostanza, la domanda unica e incessante che un tempo agitava molti cristiani era: come posso placare l’ira di Dio e ottenere la misericordia divina, il perdono dei peccati?
Ma nei secoli questo timore si è attutito, sia perché la divisione stessa della cristianità verificatasi con la Riforma — avvenuta proprio sul tema della salvezza — aveva diminuito la fiducia nel potere salvifico della Chiesa, sia perché altre angosce, meno legate al problema della colpa e del perdono, avevano cominciato a impadronirsi degli animi. Fino ad arrivare ai giubilei della seconda metà del Novecento, o a quello del 2000, in cui il motivo che spinge i pellegrini a partire sembra essere più la partecipazione a una festa collettiva, o il desiderio di confermare la propria identità cristiana, che la speranza di ottenere uno sconto nel castigo finale.
Oggi al giubileo — diventato soprattutto un’occasione speciale di incontro con il Papa — si va infatti nella speranza di rafforzare o trovare di nuovo la propria identità di credente, e sconfiggere così l’angoscia moderna, quella che nasce dalla mancanza di significato, dal vuoto, angoscia che è diventata la compagna abituale del nostro percorso esistenziale.
Il problema del castigo e della colpa è passato decisamente in secondo piano, scalzato dalla psicoanalisi, dalle analisi sociali, soprattutto dalla fine di ogni interesse per la vita dopo la morte. Dal momento che la morte è stata occultata e volutamente dimenticata nella nostra vita quotidiana, così è avvenuto anche per quello che succede dopo.
Allora, perché affrontare il pellegrinaggio giubilare? Perché Papa Francesco ha proposto questo giubileo così slegato dalle periodizzazioni tradizionali legate agli anniversari di nascita o morte di Cristo, ma solo appellandosi alla misericordia?
Non è facile rispondere. Oggi sono in crisi grave il sacramento della confessione — sul quale è fondato il perdono giubilare — e addirittura la concezione stessa di peccato: da qui il bisogno di un Dio della misericordia. Già nel 1946 Pio XII scriveva: «Forse il più grande peccato nel mondo di oggi è che gli uomini abbiano incominciato a perdere il senso del peccato».
Infatti è talmente mutato il modello del comportamento dominante che anche la coscienza del peccato individuale rischia di scomparire, tutt’al più lasciando il disagio del senso di colpa, ormai interpretato come patologico grazie a un uso disinvolto e superficiale di categorie psicoanalitiche. Sembra una cosa ridicola confessare un peccato individuale di fronte a situazioni drammatiche in cui il peccato si radica in una tragica ingiustizia, nella violenza e nel disumano dispotismo politico. L’enorme sproporzione fra la minaccia di distruzione del pianeta, l’alienazione della libertà in cui si trovano tanti esseri umani e il gesto di perdono tracciato dal sacerdote nel segreto di un colloquio sembra fare della confessione un sacramento fuori moda.
Ma se rifiutiamo di riconoscere il nostro peccato, e quindi non ammettiamo il nostro bisogno di misericordia, diventano incomprensibili le pagine evangeliche in cui Gesù chiama alla conversione e annuncia la remissione dei peccati. Nella rivelazione del Vangelo, infatti, al primo posto c’è sempre la scoperta della misericordia di Dio. Quindi, come scrive Guido Dotti, monaco di Bose, se si dimentica la misericordia, «non è in gioco solo un quadro etico in cui inserire la nostra esistenza, è in gioco il volto stesso di Dio, l’autenticità dell’annuncio del Signore morto e risorto per liberarci dal peccato e dalla morte». Se il contatto con la misericordia di Dio è la via maestra per la sua conoscenza, possiamo ben capire la decisione di Papa Francesco di indire un giubileo della misericordia, benché al di fuori di anniversari e date significative, al di là della ricorrenza cinquantenaria della fine del concilio.
Papa Francesco sa che noi possiamo incontrare Gesù solo nel deserto delle nostre vite, là dove ci siamo smarriti. E che la salvezza può venire solo da una conversione personale del cuore umano, che passa per l’accusa personale dei peccati e l’accoglienza personale dell’assoluzione. L’uomo viene così toccato dalla misericordia nella totalità del proprio essere, nell’anima come nel corpo.
E se non c’è più il bisogno di salvezza, è solo il perdono di Dio che ci fa conoscere il nostro peccato, quello che il nostro orgoglio ci impedisce di vedere. Lo spiega molto bene Francesco nella lettera sul giubileo del 1° settembre 2015, nella quale specifica che questo anno santo aprirà un’occasione particolare di perdono per le donne che hanno abortito. Annunciando la misericordia straordinaria con la quale questo peccato sarà affrontato e perdonato — dal momento che ne riconosce la dimensione diciamo così «ambientale», l’influenza delle ideologie correnti — aprendo la possibilità di assoluzione a tutti i confessori, in tutte le chiese, il Papa in realtà ribadisce anche che quello che molti vogliono considerare un diritto delle donne è invece un peccato.
Questo anno santo, quindi, ristabilisce che la chiesa è il luogo della misericordia di Dio, misericordia particolarmente necessaria perché la nostra società soffre terribilmente dell’assenza di pratiche sociali e simboliche della riconciliazione. Ma soprattutto perché solo il perdono, dal momento che dà un nome alla colpa, permette all’essere umano di venire liberato dal carico della colpevolezza e di accettare di essere amato così come egli è in verità.