di Costanza Miriano articolo uscito in forma ridotta anche su IL FOGLIO
Di cosa parliamo veramente quando parliamo di diritti civili?
Quando si combatte una battaglia – lo so, i paladini del dialogo non apprezzano il vocabolario guerresco ma io credo sia in gioco qualcosa di così grande da giustificarne l’uso – sarebbe bello combatterla in modo leale. Dicendo quali sono le parti in campo, quale la posta davvero in gioco, chi sta dalla parte di chi. À la guerre comme à la guerre, è vero, ma non con trucchetti patetici. Per favore, siate uomini.
La crociata che il mondo lgbt ha lanciato nel mondo intero ha deciso di puntare sul piagnisteo, ha scelto di usare l’espressione “diritti civili”. Usurpando un’espressione che nel nostro immaginario collettivo richiama immediatamente le lotte degli afroamericani, quelle sì, per i diritti civili, il movimento lgbt compie però una profonda scorrettezza ideologica.
Quando si combatte una battaglia – lo so, i paladini del dialogo non apprezzano il vocabolario guerresco ma io credo sia in gioco qualcosa di così grande da giustificarne l’uso – sarebbe bello combatterla in modo leale. Dicendo quali sono le parti in campo, quale la posta davvero in gioco, chi sta dalla parte di chi. À la guerre comme à la guerre, è vero, ma non con trucchetti patetici. Per favore, siate uomini.
La crociata che il mondo lgbt ha lanciato nel mondo intero ha deciso di puntare sul piagnisteo, ha scelto di usare l’espressione “diritti civili”. Usurpando un’espressione che nel nostro immaginario collettivo richiama immediatamente le lotte degli afroamericani, quelle sì, per i diritti civili, il movimento lgbt compie però una profonda scorrettezza ideologica.
I diritti civili, cioè le libertà di pensiero, parola, espressione, stampa, associazione, quello di voto e in genere di elettorato attivo e passivo non sono negati a nessun cittadino italiano, mentre l’oggetto delle richieste che ruotano intorno alla Cirinnà è tutto un altro. Lo ha capito qualsiasi osservatore onesto e sano di mente, lo ha ammesso candidamente il Senatore Lo Giudice per esempio a Le Iene qualche sera fa: quello che vogliamo veramente è cambiare la visione sociale dell’omosessualità. Per poco non cadevo dalla sedia quando l’ho sentito finalmente ammettere a viso aperto, e da colui che della legge Cirinnà potrebbe essere, a occhio e croce, l’ispiratore.
Ora, questo mi sembra un obiettivo onesto. Io non lo condivido, ma è un obiettivo, qualcosa che ha un nome chiaro; sarebbe stato leale ammetterlo fin dall’inizio. Adesso che le carte sono finalmente scoperte ci si può confrontare a viso aperto, e senza vittimismo. Qui non stiamo parlando di diritti negati, stiamo parlando di un’operazione culturale.
Lei, Senatore, e tutti quelli che la pensano legittimamente come lei, non state chiedendo qualcosa che vi è crudelmente negato, perché i diritti civili e individuali e anche quelli dei conviventi ce li avete già tutti. Voi volete cambiare l’idea collettiva su di voi, e volete farlo per legge. Ditecelo onestamente, ripeto: siate uomini. Non vi trincerate dietro l’espressione vigliacca e disonesta dei diritti civili. Qui Rosa Parks non siete voi. Rosa Parks e tutti i neri che non possono sedersi in autobus qui sono i bambini. Come il vostro che vi siete procurato in cambio di centomila dollari, lo ha detto lei a Le Iene (io non conoscevo la cifra e avrei preferito non sapere, sinceramente, perché sono notti che non ci dormo).
Rosa Parks non siete voi: non vi viene vietato l’accesso al bagno dei bianchi, ma semplicemente proibito di fare una cosa illegale, che con la Cirinnà pretendete di ratificare ex post (dichiararvi padri o madri di un figlio non vostro senza passare dal tribunale come tutti i genitori aspiranti adottivi).
Lei, Senatore, e tutti quelli che la pensano legittimamente come lei, non state chiedendo qualcosa che vi è crudelmente negato, perché i diritti civili e individuali e anche quelli dei conviventi ce li avete già tutti. Voi volete cambiare l’idea collettiva su di voi, e volete farlo per legge. Ditecelo onestamente, ripeto: siate uomini. Non vi trincerate dietro l’espressione vigliacca e disonesta dei diritti civili. Qui Rosa Parks non siete voi. Rosa Parks e tutti i neri che non possono sedersi in autobus qui sono i bambini. Come il vostro che vi siete procurato in cambio di centomila dollari, lo ha detto lei a Le Iene (io non conoscevo la cifra e avrei preferito non sapere, sinceramente, perché sono notti che non ci dormo).
Rosa Parks non siete voi: non vi viene vietato l’accesso al bagno dei bianchi, ma semplicemente proibito di fare una cosa illegale, che con la Cirinnà pretendete di ratificare ex post (dichiararvi padri o madri di un figlio non vostro senza passare dal tribunale come tutti i genitori aspiranti adottivi).
Intanto che noi discutiamo, però, esiste un bambino che ha sentito battere il cuore di sua madre per nove mesi, che ne ha sentita la voce, l’odore e il respiro, e che poi ne è stato separato senza nessun motivo cogente e tragico come nel caso di una morte, o di una impossibilità della madre, ma per il vostro desiderio. Un bambino che non avete voluto essere allattato al seno affinché, è stato sempre lei a dirlo, fosse “subito chiaro che quello non era un rapporto di una madre col suo bambino”. Non riesco a immaginare una scelta più crudele, non riesco a non pensare ai cuccioli di cane che la senatrice Cirinnà ha vietato di togliere alle mamme cagne prima di sessanta giorni con ordinamento comunale. Non riesco a non pensare che i bambini dovrebbero avere più diritti dei cani (“quando Zac saprà di non avere una madre gli si spezzerà il cuore” – ha detto Elton John).
Quella “non è una madre”, perché “la madre non esiste, è un concetto antropologico”, come mi hanno detto a La7 i due che si sono procurati allo stesso modo tre bambini in Canada. Glielo dica al suo concetto antropologico che per lei la sua mamma non è una persona, ma un archetipo, vediamo se le fa piacere, a quel “concetto” che l’ha partorita e cresciuta, senatore (i miei figli sono giorni che ci ridono su: “concetto antropologico, mi versi l’acqua?” “scusa, guarda che ci arrivi da sola, o mio prodotto del concepimento, perché lo devo fare io?” “perché ce lo chiede l’Europa” e giù a sghignazzare tutti e quattro. E se ci è arrivata una bambina di nove anni, a dire che il re è nudo…).
Se la madre non è nulla, mi chiedo poi perché mai dovremmo mettere i braccialetti di plastica uguali ai nostri bambini, quando partoriamo: tanto un prodotto del concepimento vale l’altro, no? Propongo che ogni puerpera al termine del ricovero vada nella nursery e si prenda un bambino a caso, tanto “il figlio è di chi lo cresce” come dite voi (al contrario, vi informo che oggi la tendenza negli ospedali moderni è il rooming in, cioè lasciare il bambino alla mamma da subito, anche se lasciare qualche ora il figlio partorito old style diciassette anni fa ha avuto i suoi vantaggi, lo ammetto).
Quella “non è una madre”, perché “la madre non esiste, è un concetto antropologico”, come mi hanno detto a La7 i due che si sono procurati allo stesso modo tre bambini in Canada. Glielo dica al suo concetto antropologico che per lei la sua mamma non è una persona, ma un archetipo, vediamo se le fa piacere, a quel “concetto” che l’ha partorita e cresciuta, senatore (i miei figli sono giorni che ci ridono su: “concetto antropologico, mi versi l’acqua?” “scusa, guarda che ci arrivi da sola, o mio prodotto del concepimento, perché lo devo fare io?” “perché ce lo chiede l’Europa” e giù a sghignazzare tutti e quattro. E se ci è arrivata una bambina di nove anni, a dire che il re è nudo…).
Se la madre non è nulla, mi chiedo poi perché mai dovremmo mettere i braccialetti di plastica uguali ai nostri bambini, quando partoriamo: tanto un prodotto del concepimento vale l’altro, no? Propongo che ogni puerpera al termine del ricovero vada nella nursery e si prenda un bambino a caso, tanto “il figlio è di chi lo cresce” come dite voi (al contrario, vi informo che oggi la tendenza negli ospedali moderni è il rooming in, cioè lasciare il bambino alla mamma da subito, anche se lasciare qualche ora il figlio partorito old style diciassette anni fa ha avuto i suoi vantaggi, lo ammetto).
Certo, perché la bugia tenga bisogna inventare pure una neolingua, per cui la mamma si chiama “gestatrice” (il correttore mi dà errore, deve essere omofobo come me), mentre quella che si fa iperstimolare a pagamento per produrre ovuli da aspirare in sala operatoria sotto anestesia rischiando varie patologie a lungo e breve termine, tutto ciò chiaramente in cambio di soldi, si chiama “donatrice”, e il pagamento si chiama “rimborso spese”.
Il diritto di fare tutto questo evidentemente non è un diritto civile, ma un diritto barbaro basato su un rapporto di forza economica (non conosco nessun bambino nato così che viva a Tor Pignattara, per dire), non a caso a precederci sulla china di questo diritto sono i popoli che ancora si tingevano la faccia quando noi mettevamo le basi del diritto per il mondo intero. Ma non voglio fermarmi al tema utero in affitto, già ampiamente discettato in questi giorni (grazie, lasciatecelo dire, soprattutto a noi cattolici che abbiamo sollevato la questione ben prima delle femministe). Mi permetto solo una postilla: non mi stupisce che gli interventi femminili più energici a favore della “gestazione per altri” li ho letti da parte di donne come la Cirinnà (“ho quattro figli ma non umani, cagnolini”), la Marzano e la Murgia che non hanno figli. Magari non per scelta, n
on ne ho idea, ma di sicuro una madre non può non pensare con orrore a una cosa del genere.
on ne ho idea, ma di sicuro una madre non può non pensare con orrore a una cosa del genere.
Non tiene neanche la balla del “se il mio compagno muore e voi non me lo avete fatto adottare il bambino che fa?”, perché già oggi un magistrato può decidere di affidare l’orfano all’adulto con cui ha convissuto stabilmente. O vogliamo dedicare una corsia preferenziale agli omosessuali? (Eventualmente poi spiegatelo voi ai miei amici maschio e femmina, genitori adottivi, dopo tutta la fatica che hanno dovuto fare). Quanto alla questione se crescere con due dello stesso sesso possa in qualche modo danneggiare il bambino, non esiste uno scienziato serio che possa negarlo con certezza, e tutti sono quanto meno costretti a invitare alla prudenza (perfino Pannella lo ha fatto!) semplicemente perché gli studi in materia sono troppo giovani e ristretti a troppo pochi casi.
Quello che mi preme adesso è tornare alla domanda iniziale. Di cosa parliamo veramente quando parliamo di diritti civili?
Quello che mi preme adesso è tornare alla domanda iniziale. Di cosa parliamo veramente quando parliamo di diritti civili?
I diritti dei conviventi già oggi garantiti in Italia non si interessano minimamente al sesso delle persone che decidono di vivere insieme e di segnalare tale decisione all’anagrafe, a cui risultano comunque conviventi more uxorio: ometterei qui il noioso elenco, ma insomma i conviventi possono andare a trovarsi all’ospedale, chiedere permessi retribuiti per assistersi, succedere nella locazione anche in caso di morte degli eredi e molto molto altro. Stiamo seriamente parlando di questo? Nessuno ci crede, non è davvero così bassa la posta davvero in gioco. Agli omosessuali molto raramente interessa codificare la loro unione, che è tendenzialmente meno stabile di quella tra due di sesso diverso (già piuttosto volatile peraltro): lo conferma il fatto che nei paesi in cui il mariage pour tous è legge è stato un flop, dappertutto, e anche noi nel nostro piccolo il nostro floppino lo abbiamo avuto, perché i registri delle unioni che sono in tanti comuni italiani sono pressoché vuoti: duemila le unioni registrate in un paese di 55 milioni di abitanti. Nella trasgressiva Bologna sono otto le coppie registrate. Generalmente la casetta col tinello e la benedizione del sindaco non rientra nelle aspirazioni delle coppie omosessuali, e io personalmente, per quanto possa valere il mio auspicio, sono contenta che sia così. A volte il disordine interiore – così il Catechismo – che si esprime anche con l’omosessualità, diventa meravigliosa energia creativa – è più spesso dal dolore che noi umani traiamo energia per dire delle cose – e io non avrei mai voluto vedere Michael Cunningham o Baudelaire o Pasolini o Proust o Capote coi fiori d’arancio nelle foto coi servizi di piatti. Soprattutto, non credo che le foto coi servizi di piatti possano sanare nessun disordine, tanto meno lo può fare un registro delle unioni.
Comunque, l’Arcigay è liberissima di chiederlo, a patto che sia chiaro che l’obiettivo non è sedere in autobus nei posti riservati ai bianchi. L’obiettivo vero è la percezione sociale, come si diceva all’inizio (grazie ancora, Lo Giudice). E perché questo bisogno di riconoscimento? Io personalmente penso che sia perché le persone con tendenza omosessuale hanno sicuramente ancora i nervi scoperti a causa di una condanna sociale che nel passato è stata crudele, ingiusta e fonte di dolore, ma molto di più perché c’è una sofferenza che, anche adesso che la condanna sociale non c’è più, viene da dentro.
Ma perché noi, popolo del Family Day continuiamo a dire non solo che siamo contro l’utero in affitto, il minimo sindacale per un essere umano, ma anche che crediamo fermamente che sia sbagliata qualsiasi legge sulle unioni civili?
Esattamente per lo stesso motivo dell’Arcigay, guarda un po’. È la percezione sociale che interessa anche a noi, consapevoli anche noi come quelli dell’Arcigay che una legge fa mentalità. Consapevoli, noi, del fatto che “il matrimonio monogamico, come struttura fondamentale della relazione tra uomo e donna e al tempo stesso come cellula nella formazione della comunità statale, ha dato all’Europa, a quella occidentale come a quella orientale, il suo volto particolare e la sua particolare umanità, anche e proprio perché la forma di fedeltà e di rinuncia qui delineata dovette sempre nuovamente venir conquistata, con molte fatiche e sofferenze – scriveva Joseph Ratzinger nel 2004 –. L’Europa non sarebbe più Europa, se questa cellula fondamentale del suo edificio sociale scomparisse o venisse essenzialmente cambiata”. È necessario proteggere questa cellula, scrive l’allora Cardinale, e “in vistoso contrasto con tutto ciò vi è la richiesta di comunione di vita di omosessuali, che ora paradossalmente richiedono una forma giuridica, la quale più o meno deve venir equiparata al matrimonio”. In gioco dunque per noi c’è prima di tutto la base condivisa e collettiva di una società. In gioco c’è il destino collettivo dell’uomo, e solo in questo senso lo Stato può avere voce in capitolo, perché il matrimonio “non è un contratto di coabitazione – scrive Scruton – ma un voto di unità”. La sua base è erotica, ma la sua funzione “assicura la riproduzione sociale, la socializzazione dei bambini e il passaggio del capitale sociale.
Esattamente per lo stesso motivo dell’Arcigay, guarda un po’. È la percezione sociale che interessa anche a noi, consapevoli anche noi come quelli dell’Arcigay che una legge fa mentalità. Consapevoli, noi, del fatto che “il matrimonio monogamico, come struttura fondamentale della relazione tra uomo e donna e al tempo stesso come cellula nella formazione della comunità statale, ha dato all’Europa, a quella occidentale come a quella orientale, il suo volto particolare e la sua particolare umanità, anche e proprio perché la forma di fedeltà e di rinuncia qui delineata dovette sempre nuovamente venir conquistata, con molte fatiche e sofferenze – scriveva Joseph Ratzinger nel 2004 –. L’Europa non sarebbe più Europa, se questa cellula fondamentale del suo edificio sociale scomparisse o venisse essenzialmente cambiata”. È necessario proteggere questa cellula, scrive l’allora Cardinale, e “in vistoso contrasto con tutto ciò vi è la richiesta di comunione di vita di omosessuali, che ora paradossalmente richiedono una forma giuridica, la quale più o meno deve venir equiparata al matrimonio”. In gioco dunque per noi c’è prima di tutto la base condivisa e collettiva di una società. In gioco c’è il destino collettivo dell’uomo, e solo in questo senso lo Stato può avere voce in capitolo, perché il matrimonio “non è un contratto di coabitazione – scrive Scruton – ma un voto di unità”. La sua base è erotica, ma la sua funzione “assicura la riproduzione sociale, la socializzazione dei bambini e il passaggio del capitale sociale.
Questi processi, che danno un appagamento all’unione sessuale e sono un modo di andare oltre i suoi parchi imperativi nel regno del dovere, dell’amore e dell’orgoglio, si produrrebbero difficilmente senza il matrimonio”.
Infine c’è il desiderio per il vero bene delle persone con tendenza omosessuale, che questo vero bene faticherebbero ancora di più a vederlo in una società così profondamente cambiata, una società che usa i loro sentimenti per uno scopo politico, ingannando innanzitutto loro sulla condizione che vivono e quindi inchiodandoli e riducendoli a essa. Perché oggi “la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo… una caratteristica irrinunciabile della vita del consumatore”, profetava Pasolini a proposito della falsa tolleranza del potere e del conformismo dei progressisti. So che a questa affermazione non crederà nessuno, ma in mezzo a noi al Circo Massimo oltre a esserci diversi omosessuali c’erano anche tante persone che stanno al loro fianco ogni giorno, semplicemente volendo loro bene, tifando per la loro piena e ordinata realizzazione.
Infine c’è il desiderio per il vero bene delle persone con tendenza omosessuale, che questo vero bene faticherebbero ancora di più a vederlo in una società così profondamente cambiata, una società che usa i loro sentimenti per uno scopo politico, ingannando innanzitutto loro sulla condizione che vivono e quindi inchiodandoli e riducendoli a essa. Perché oggi “la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo… una caratteristica irrinunciabile della vita del consumatore”, profetava Pasolini a proposito della falsa tolleranza del potere e del conformismo dei progressisti. So che a questa affermazione non crederà nessuno, ma in mezzo a noi al Circo Massimo oltre a esserci diversi omosessuali c’erano anche tante persone che stanno al loro fianco ogni giorno, semplicemente volendo loro bene, tifando per la loro piena e ordinata realizzazione.
Prevengo l’obiezione. Sì. Siamo tutti disordinati, questo è ovvio, anche chi ama quelli dell’altro sesso. Anche i cattolici (anzi soprattutto noi, incoerenti, fragili, inadeguati), perché visto da vicino, si sa, nessuno è normale. Questo non ci esime dal dovere di continuare a esercitare un giudizio sulla realtà, con misericordia verso di noi e gli altri, ma con certezza.
articolo uscito in forma ridotta anche su IL FOGLIO del 10 febbraio 2016
