Tempi duri per i padri. Oggi sono tutti madri. E presto saremo figli di una sega.
(V. Sgarbi)
***
Lo spapà - La Stampa
https://www.lastampa.it/2016/03/19/cultura/opinioni/.../lo.../pagina.html
4 ore fa - Almeno oggi, festa del papà, avremmo volentieri ignorato quello di Manuel Foffo, uno dei ... Lo ha fatto fin dal giorno successivo alla strage.
*
Quando la paternità diventò buona
di F. Agnoli
Il 19 marzo di festeggia la festa del papà. La data coincide con la festa di san Giuseppe, padre adottivo di Gesù. E’ interessante forse chiedersi la relazione tra le due cose.
Per farlo occorre andare un po’ indietro nei secoli, al pater familias romano.
Chi era costui? Oggi noi lo definiremmo più “padrone“, che “padre”, per via dei diritti pressochè assoluti che aveva sulla moglie e sui figli. La legge romana antica contemplava il diritto del padre di abbandonare il figlio, di venderlo, di farlo imprigionare al posto suo in caso di insolvenza di un debito (ius exponendi, ius vendendi, ius noxae dandi).
Per farlo occorre andare un po’ indietro nei secoli, al pater familias romano.
Chi era costui? Oggi noi lo definiremmo più “padrone“, che “padre”, per via dei diritti pressochè assoluti che aveva sulla moglie e sui figli. La legge romana antica contemplava il diritto del padre di abbandonare il figlio, di venderlo, di farlo imprigionare al posto suo in caso di insolvenza di un debito (ius exponendi, ius vendendi, ius noxae dandi).
Nella mitologia greco-romana, il primo padre della storia, il dio Urano, uccide i figli natigli dall’unione con Gaia. A seguire una sfilza
di figlicidi cui seguono altrettanti parricidi: Crono-Saturno, figlio di Urano, evira il proprio padre, prima di divorare, diventato padre lui stesso, i propri figli… Sappiamo che il problema del rapporto padri-figli nella Roma pagana era così grave, che i parricidi erano all’ordine del giorno, come ribellione violenta allo strapotere paterno.
La pena prevista per loro era di una crudeltà inaudita. Come i padroni uccidevano nei tormenti, con la crocifissione, gli schiavi ribelli, mandando nel contempo a morte innumerevoli schiavi innocenti, per scongiurare, invano, altre rivolte, così una società fondata su una paternità padronale, puniva in modo esemplare i parricidi, senza molti risultati.
La pena prevista per loro era di una crudeltà inaudita. Come i padroni uccidevano nei tormenti, con la crocifissione, gli schiavi ribelli, mandando nel contempo a morte innumerevoli schiavi innocenti, per scongiurare, invano, altre rivolte, così una società fondata su una paternità padronale, puniva in modo esemplare i parricidi, senza molti risultati.
Dalla mitologia alla leggenda: Roma stessa, non nasce da un tentato infanticidio, quello di Romolo e Remo? E non sono forse attestati, per secoli, in tutto l’impero romano, dove più e dove meno, i sacrifici rituali e propiziatori di bambini a Saturno, dio dell’agricoltura, dell’abbondanza e della ciclicità della natura?
Questa visione del rapporto padre-figlio, che troviamo più o meno simile in tutto il mondo antico (si pensi al re Agamennone che uccide sua figlia Ifigenia per propiziare i venti), è ribaltata nella rivelazione biblica.
Nell’Antico Testamento Dio chiede ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco, ed Abramo non esita: non lo ritiene strano, essendo una consuetudine dei popoli vicini.
Ma Dio ferma la sua mano, e gli ebrei non praticheranno più il sacrificio di bambini, a differenza dei Fenici e di altri popoli vicini.
La paternità di Dio comincia a rivelarsi come paternità buona.
E’ però soprattutto nel Nuovo Testamento che Dio Padre ama a tal punto gli uomini da dar loro il suo unico Figlio. Dio diviene dunque Padre e Figlio nello stesso tempo; potenza del Padre e umanità del Figlio.
Tutto il modo di pensare dell’antichità viene ribaltato attraverso una nuova idea di paternità e di figliolanza. Tutti gli uomini diventano con Cristo, figli di Dio Padre; figli redenti da un loro “fratello”.
Così al pater familias, in ogni epoca e luogo antico quasi “onnipotente”, si affianca una paternità superiore, quella di Dio Creatore, che giustifica l’autorità paterna (come derivata e vicaria di quella divina), ma nello stesso tempo la limita e la definisce. Ogni figlio, infatti, smette di essere proprietà del padre, per essere anzitutto “figlio di Dio-Padre”.
Gli effetti sociali di questo cambiamento di prospettiva sono tantissimi: non solo scompare l’idea che il padre possa abbandonare, uccidere, o vendere i propri figli, ma addirittura già nei primi secoli i Padri della Chiesa contestano la possibilità del padre di combinare il matrimonio dei figli. Vari concili, uno dietro l’altro, invitano i padri a rispettare la decisione libera dei figli riguardo alle nozze.
Insieme con la visione del padre, muta anche quella del padrone: la schiavitù viene prima trasformata, limitando via via i poteri del padrone sugli schiavi, poi abolita.
In questo contesto “padre” diventa colui che, senza rinunciare al suo ruolo di guida, ama i suoi figli servendoli. San Giuseppe è colui che accompagna sempre, silenziosamente, Maria e Gesù. Egli “scompare” perchè gli altri crescano. La sua umiltà, la sua disponibilità, la sua autorevolezza mite, il suo senso di reponsabilità sono il segno di una paternità nuova. In cui la forza, fisica e morale, è al servizio della famiglia, la tiene unita e la protegge.
Oggi assistiamo ad una crisi del maschio, del marito e del padre. Eppure la donna e i figli hanno bisogno, per essere anche loro ciò che sono, di un uomo che sia maschio, marito e padre. Come san Giuseppe. (LIBERO, 18 MARZO, 2016)
Questa visione del rapporto padre-figlio, che troviamo più o meno simile in tutto il mondo antico (si pensi al re Agamennone che uccide sua figlia Ifigenia per propiziare i venti), è ribaltata nella rivelazione biblica.
Nell’Antico Testamento Dio chiede ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco, ed Abramo non esita: non lo ritiene strano, essendo una consuetudine dei popoli vicini.
Ma Dio ferma la sua mano, e gli ebrei non praticheranno più il sacrificio di bambini, a differenza dei Fenici e di altri popoli vicini.
La paternità di Dio comincia a rivelarsi come paternità buona.
E’ però soprattutto nel Nuovo Testamento che Dio Padre ama a tal punto gli uomini da dar loro il suo unico Figlio. Dio diviene dunque Padre e Figlio nello stesso tempo; potenza del Padre e umanità del Figlio.
Tutto il modo di pensare dell’antichità viene ribaltato attraverso una nuova idea di paternità e di figliolanza. Tutti gli uomini diventano con Cristo, figli di Dio Padre; figli redenti da un loro “fratello”.
Così al pater familias, in ogni epoca e luogo antico quasi “onnipotente”, si affianca una paternità superiore, quella di Dio Creatore, che giustifica l’autorità paterna (come derivata e vicaria di quella divina), ma nello stesso tempo la limita e la definisce. Ogni figlio, infatti, smette di essere proprietà del padre, per essere anzitutto “figlio di Dio-Padre”.
Gli effetti sociali di questo cambiamento di prospettiva sono tantissimi: non solo scompare l’idea che il padre possa abbandonare, uccidere, o vendere i propri figli, ma addirittura già nei primi secoli i Padri della Chiesa contestano la possibilità del padre di combinare il matrimonio dei figli. Vari concili, uno dietro l’altro, invitano i padri a rispettare la decisione libera dei figli riguardo alle nozze.
Insieme con la visione del padre, muta anche quella del padrone: la schiavitù viene prima trasformata, limitando via via i poteri del padrone sugli schiavi, poi abolita.
In questo contesto “padre” diventa colui che, senza rinunciare al suo ruolo di guida, ama i suoi figli servendoli. San Giuseppe è colui che accompagna sempre, silenziosamente, Maria e Gesù. Egli “scompare” perchè gli altri crescano. La sua umiltà, la sua disponibilità, la sua autorevolezza mite, il suo senso di reponsabilità sono il segno di una paternità nuova. In cui la forza, fisica e morale, è al servizio della famiglia, la tiene unita e la protegge.
Oggi assistiamo ad una crisi del maschio, del marito e del padre. Eppure la donna e i figli hanno bisogno, per essere anche loro ciò che sono, di un uomo che sia maschio, marito e padre. Come san Giuseppe. (LIBERO, 18 MARZO, 2016)
*
La festa di San Giuseppe, che la Chiesa pone al 19 di Marzo, sembra che sia una delle ricorrenze a tutt’oggi più ricordate. La piccola città in cui vivo alle porte di Milano, Cernusco sul Naviglio, ogni anno si riempie di bancarelle e d'iniziative d'ogni genere. Le più caratteristiche vendono le “fritture”, ovvero le zeppole napoletane e le sfincie importate dalla Sicilia, ma c'è anche il momento del falò, che simboleggia l'arrivo della primavera (quest'anno davvero contemporaneo). Attività che portano il gusto di una tradizione e, quindi, di un significato tramandato nel tempo. Mi domando, però, se esse non siano più un’occasione commerciale che spirituale, e se le persone, in primis i cristiani, s’interessino davvero al motivo che dà origine alla festa.
Bisogna ammettere che Giuseppe è un Santo scomodo. La sua vita non ricalca gli stereotipi “di grido” della contemporaneità. È molto più facile apprezzare la fedelissima obbedienza di Francesco d’Assisi, che può essere fraintesa per un fondamentalismo religioso, oppure la gratuità di Madre Teresa di Calcutta, riducibile ad un sentimentalismo buonista, piuttosto che la fedeltà del falegname Giuseppe.
Ma questo avviene, mi pare di capire, perché si è perso il senso di una parola importante: la virtù. Quando chiedo ai miei pazienti chi siano le persone virtuose, quelle che, magari, avrebbero il desiderio d'imitare, in genere mi si risponde: i calciatori, le veline, i grandi imprenditori come Steve Jobs, gli uomini di successo come Barack Obama. Non che io neghi a priori una positività delle loro vite, ma m’interessa capire quali siano i tratti salienti delle loro virtù. Senza alcun dubbio il primo di essi è la forza, seguita dal successo ed infine, più nascosta ma ad essa antecedente e conseguente, il piacere. Di sicuro San Giuseppe ha poco in comune con tali caratteristiche. Egli piuttosto esprime altri valori, che oggi vengono poco apprezzati: la fortezza, l'abnegazione, la pazienza, la giustizia, la prudenza, la speranza, la fiducia.
La psicologia medievale, e prima ancora la psicologia dell'antichità, ovvero la disciplina che si occupa della formazione del carattere e che all'epoca veniva chiamata Etica, ha descritto la virtù come una disposizione interiore in grado di favorire l'adesione al bene. Al suo opposto è il vizio, un'abitudine negativa che ostacola il perseguimento della felicità. L'uomo virtuoso compie il bene, e lo fa perché è bene farlo, ovvero è giusto, è vero, è bello. Facciamo un esempio. Oggi mi trovavo alla festa di San Giuseppe, appunto, presso la scuola di mia figlia. Durante il banchetto un bambino ha iniziato a rovesciare tutti i bicchieri presenti sul tavolo, pieni e vuoti. Per lui era un gioco, ma così facendo i contenuti si disperdevano inutilmente ed imbrattavano la tovaglia. Un adulto, accortosi dell'accaduto, lo ha ripreso, invitandolo a cambiare attività. Il bambino, però, continuava a perseverare. Allora ha insistito, ma ciononostante, dopo il rimprovero, riprendeva imperterrito. Solo quando, comprensibilmente spazientito, l'adulto si è messo a ricercare con lo sguardo il padre del bambino, allora un giovane uomo dall'aspetto fiacco e remissivo, che si trovava proprio di fronte al tavolo in cui avveniva l'episodio (e quindi che aveva assistito a tutto sin dall'inizio) si solleva dalla sedia e timidamente avanza una presa di posizione.
Ben presto ho capito perché quel padre non sia scattato prontamente al primo segnale d'allarme: poiché si sentiva in imbarazzo nel farlo, poiché il figlio era un capriccioso dalla testa dura, le cui scenate avrebbero rivolto lo sguardo di tutti su di lui. Per carità, anch'io sono padre, e so che in certi momenti le forze sembrano venir meno. Dunque riporto l'episodio solo per coglierne gli aspetti in esso contenuti, senza ricavarci alcun moralismo. È stato evidente che quel genitore possedesse un'abitudine negativa, lassista, arrendista. L'uomo virtuoso, al contrario, avrebbe contrastato la paura del giudizio altrui e sarebbe intervenuto prontamente, poiché era giusto farlo. Il bene, infatti, non si persegue per secondi fini, per un'utilità o per una conseguenza che essa può apportare, bensì perché è bene farlo, e basta. Il carattere d'un uomo, come scrisse lo psicoterapeuta austriaco Rudolf Allers, evidenzia la “legge di preferenza” secondo cui agisce nella realtà, ovvero i valori che esprime e le virtù che possiede.
Ben presto ho capito perché quel padre non sia scattato prontamente al primo segnale d'allarme: poiché si sentiva in imbarazzo nel farlo, poiché il figlio era un capriccioso dalla testa dura, le cui scenate avrebbero rivolto lo sguardo di tutti su di lui. Per carità, anch'io sono padre, e so che in certi momenti le forze sembrano venir meno. Dunque riporto l'episodio solo per coglierne gli aspetti in esso contenuti, senza ricavarci alcun moralismo. È stato evidente che quel genitore possedesse un'abitudine negativa, lassista, arrendista. L'uomo virtuoso, al contrario, avrebbe contrastato la paura del giudizio altrui e sarebbe intervenuto prontamente, poiché era giusto farlo. Il bene, infatti, non si persegue per secondi fini, per un'utilità o per una conseguenza che essa può apportare, bensì perché è bene farlo, e basta. Il carattere d'un uomo, come scrisse lo psicoterapeuta austriaco Rudolf Allers, evidenzia la “legge di preferenza” secondo cui agisce nella realtà, ovvero i valori che esprime e le virtù che possiede.
Acquisire una virtù non è immediato e richiede talvolta pazienza, perseveranza e fatica. Qualità non sempre stimate oggigiorno. Imparare a seguire il proprio criterio di giudizio e non quello della maggioranza, agire rettamente (giustizia), dominare le passioni (temperanza), esprimere la forza con ragionevolezza e prontezza (fortezza), ecc. spesso richiede un'ascesi, cioè un percorso di allenamento, una vera e propriapaideia.
La storia di San Giuseppe ci insegna proprio questo. Egli ci testimonia che l'aver riconosciuto Maria come sua sposa e Gesù come suo figlio è stato un bene. L'aver creduto a quella storia inizialmente stramba, per non dire folle, è stata la cosa giusta. L'aver dato fiducia ai suoi sogni, immagini spesso così effimere, si è rivelato prudente. Tutto questo ha portato un grande bene a lui e a tutta l'umanità. Non senza fatica, non senza dominio di sé, non senza abnegazione. Se guardiamo le storie di alcuni calciatori o di diverse show-girl non troviamo alcun segno di tale forza. È più facile tradire, lasciare, abbandonare, che accudire, custodire, amare. Difendere i propri progetti e le proprie idee vien sempre più facile che accettarne di nuove e di diverse.
Per questo motivo San Giuseppe è un esempio di paternità. Perché ricorda ad ogni papà alcuni principi fondamentali, alcune verità potremmo dire, che vanno quotidianamente riscoperte. Proviamo a descriverne due, grazie agli apporti delle psicologie contemporanee.
Diversi autori che si inscrivono nella psicologia dinamica hanno sottolineato l'importanza del padre nei primissimi mesi di vita del bambino. Proprio quei momenti in cui sembra che il neonato stia in simbiosi con la madre e, dunque, poco s'interessi a terzi. Il padre cosa fa? Compie un'opera straordinaria: rompe l'unità chiusa della madre col bambino e s'introduce in essa. Così facendo aiuta il piccolo a vedere che c'è altro oltre la madre: ci sono altre persone, più avanti nel tempo ci saranno i giochi (che, guarda a caso, le ricerche dicono essere l'attività caratteristica dei padri coi figli), c'è insomma il mondo.
Il padre permette al neonato d'introdursi alla realtà. Alcuni autori ritengono che l'assenza del padre in tale momento significativo possa indurre la formazione di un vincolo eccessivamente esclusivo del bambino con la madre, impedendogli persino il riconoscimento della realtà. Oltre a questo, il gesto del padre veicola molteplici significati. Claudio Risé ha sottolineato la ferita che il papà produce al figlio nell'intromettersi tra lui e la madre. Un dolore, una fatica. Il mondo di oggi sembra essere allergico ad essi, spaventato da qualsiasi malessere che, infatti, va prontamente sanato. Da qui la confusione esistente tra benessere e felicità.
Invece la ferita che il padre produce in quel frangente è maturativa, attiva, cioè, una dinamica estremamente importante: insegna al figlio che attraverso il dolore, attraverso la fatica, attraverso persino la sofferenza si può raggiungere un bene maggiore. Gli insegna, insomma, il principio della fortezza. Per aspera ad astra, si potrebbe dire.
Un altro insegnamento simbolico che viene veicolato è l'esistenza di una legge a sé stessi più grande: un ordine preesistente ed infinitamente imponderabile. La realtà nessuno se la dà a se stesso, essa esiste già da prima, ed è costituita da un mondo fatto di regole in cui è bene orientarsi secondo dei criteri giusti. Se seguo le regole della realtà posso incontrare la felicità. Se, invece, ad essa mi oppongo, tentando di combatterla o di eluderla, io stesso mi rivolto contro di me.
Il padre permette al neonato d'introdursi alla realtà. Alcuni autori ritengono che l'assenza del padre in tale momento significativo possa indurre la formazione di un vincolo eccessivamente esclusivo del bambino con la madre, impedendogli persino il riconoscimento della realtà. Oltre a questo, il gesto del padre veicola molteplici significati. Claudio Risé ha sottolineato la ferita che il papà produce al figlio nell'intromettersi tra lui e la madre. Un dolore, una fatica. Il mondo di oggi sembra essere allergico ad essi, spaventato da qualsiasi malessere che, infatti, va prontamente sanato. Da qui la confusione esistente tra benessere e felicità.
Invece la ferita che il padre produce in quel frangente è maturativa, attiva, cioè, una dinamica estremamente importante: insegna al figlio che attraverso il dolore, attraverso la fatica, attraverso persino la sofferenza si può raggiungere un bene maggiore. Gli insegna, insomma, il principio della fortezza. Per aspera ad astra, si potrebbe dire.
Un altro insegnamento simbolico che viene veicolato è l'esistenza di una legge a sé stessi più grande: un ordine preesistente ed infinitamente imponderabile. La realtà nessuno se la dà a se stesso, essa esiste già da prima, ed è costituita da un mondo fatto di regole in cui è bene orientarsi secondo dei criteri giusti. Se seguo le regole della realtà posso incontrare la felicità. Se, invece, ad essa mi oppongo, tentando di combatterla o di eluderla, io stesso mi rivolto contro di me.
Mi sono occupato dei figli senza papà in un libretto uscito di recente, Fatherless, l'assenza del padre nella società contemporanea. Approfondendo le ricerche della psicologia sperimentale ho scoperto che i figli senza papà corrono maggiormente il rischio di essere più ansiosi e di possedere meno autostima dei figli col padre presente. Anche da un punto di vista della socializzazione i fatherless sono maggiormente soggetti all'introversione, a diventare più facilmente antisociali o, all'opposto, conformisti.
Il padre, infatti, gioca un ruolo fondamentale in una seconda fase di sviluppo: all'incirca dagli otto ai dodici anni, cioè nella pubertà o prima adolescenza. In quegli anni la ragione prende pieno possesso del proprio potere sulle passioni (un potere “politico” e non “dispotico”, come diceva San Tommaso d'Aquino), lo sguardo si pone più sulle relazioni che sui giochi, gli affetti e la sessualità iniziano a farsi sentire ed a porre le domande di senso alla vita. Il padre in tutto questo processo rappresenta una guida, specialmente al mondo dei maschi. Ai ragazzi li introduce alle modalità più proprie delle relazioni: se c'è qualcuno in classe che procura paura, il padre aiuterà il figlio ad affrontarlo, a sconfiggere il timore, a sviluppare il coraggio. Con l'esempio, indirettamente, o con delle istruzioni più dirette. Alle ragazze, invece, insegnerà cosa vuol dire amare ed essere amate, ad apprezzare l'alterità dei sessi, a costruire un rapporto affettivo all'altezza del desiderio di felicità (non sarà un caso se alcune ricerche riportano che le figlie senza papà intrattengono il primo rapporto sessuale ben prima delle figlie con papà presente).
Il padre, infatti, gioca un ruolo fondamentale in una seconda fase di sviluppo: all'incirca dagli otto ai dodici anni, cioè nella pubertà o prima adolescenza. In quegli anni la ragione prende pieno possesso del proprio potere sulle passioni (un potere “politico” e non “dispotico”, come diceva San Tommaso d'Aquino), lo sguardo si pone più sulle relazioni che sui giochi, gli affetti e la sessualità iniziano a farsi sentire ed a porre le domande di senso alla vita. Il padre in tutto questo processo rappresenta una guida, specialmente al mondo dei maschi. Ai ragazzi li introduce alle modalità più proprie delle relazioni: se c'è qualcuno in classe che procura paura, il padre aiuterà il figlio ad affrontarlo, a sconfiggere il timore, a sviluppare il coraggio. Con l'esempio, indirettamente, o con delle istruzioni più dirette. Alle ragazze, invece, insegnerà cosa vuol dire amare ed essere amate, ad apprezzare l'alterità dei sessi, a costruire un rapporto affettivo all'altezza del desiderio di felicità (non sarà un caso se alcune ricerche riportano che le figlie senza papà intrattengono il primo rapporto sessuale ben prima delle figlie con papà presente).
Insomma, in un clima culturale che tende a sopprimere la figura del padre, attraverso leggi criticabili nonché la diffusione di ricerche scientifiche fasulle ed inattendibili (come la maggior parte, ad esempio, di quelle sull'omogenitorialità), la figura di San Giuseppe ci ricorda che il bene dei figli è di godere di un papà e di una mamma, nonché di accettare una realtà più grande a sé stessi e, in fondo, persino più bella di qualsiasi immagine d'invenzione, all'interno della quale il papà li introduce attraverso la personificazione di una guida sana, forte e giusta.