giovedì 3 marzo 2016

Non si può restare in silenzio



La Chiesa in Italia di fronte al potere mafioso.

Inconciliabile con il Vangelo. Nella capacità di denunciare l’assoluta inconciliabilità del Vangelo con le mafie è in gioco la stessa credibilità della Chiesa in Italia. È questo il motivo ispiratore del libro Vescovi e potere mafioso (Assisi, Cittadella editrice, 2015, pagine 184, euro 14,90) scritto da Rosario Giuè, prete palermitano già parroco a Brancaccio, uno dei quartieri più difficili del capoluogo siciliano. Pubblichiamo la prefazione a firma del sacerdote fondatore di Libera, associazione impegnata nel contrasto della criminalità organizzata.
 (Luigi Ciotti) Chi ha gioito per le parole di Papa Francesco sulla mafia e sulla corruzione — come prima per quelle di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI — non può che trovare interessante e utile questo libro di Rosario Giuè. Giuè prende spunto da testi e documenti ufficiali per mettere in risalto come negli ultimi trent’anni — cioè da quando il tema è stato oggetto di considerazione — la posizione della Chiesa nei riguardi delle mafie sia stata, salvo eccezioni, in prevalenza prudente o “distratta”, caratterizzata da sottovalutazioni o da letture troppo generiche.
In queste pagine si entra nei dettagli, si citano date, nomi e circostanze, ma l’intento principale è un altro: si avverte il bisogno di capire, di cercare a fondo le ragioni di un atteggiamento nel complesso “tiepido”, dunque stridente non solo con le parole di tre Papi, ma con gli esempi di coraggio e coerenza che pure non sono mancati. Per Giuè l’origine di questo atteggiamento è da ricercare, al di là dei singoli casi, in un ritardo culturale. La Chiesa che non coglie la rilevanza sociale della mafia, parlandone al limite soltanto come un fatto criminale, è in parte “figlia” di quella concezione della fede che si è opposta — o ha accolto solo in parte — il grande rinnovamento del concilio Vaticano II, la speranza di una Chiesa del mondo e nel mondo, attenta a quelli che Papa Giovanni definì i “segni dei tempi”, presente nella storia non tanto per affermare o difendere la dottrina, ma per farne strumento di Vangelo, cioè di liberazione dell’uomo anche su questa terra.
Sulla scorta di una puntuale analisi dei testi, Giuè mette in luce come il tema e la stessa parola mafia abbiano faticato a emergere e acquistare la priorità dovuta, nonostante gli omicidi e le stragi che hanno scosso il Paese negli anni ottanta e novanta, e nonostante le denunce di figure autorevoli della Chiesa stessa. Emblematico a riguardo il caso del cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo, del quale siamo soliti ricordare l’omelia ai funerali del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro — «Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici! E questa volta non è Sagunto ma Palermo. Povera Palermo!» — ma non il discorso pronunciato davanti ai palermitani il 22 novembre 1981, domenica di Cristo Re, quando senza mezzi termini denunciò la mafia come un «macchinoso intreccio fra delinquenza comune che agisce allo scoperto e occulti manovratori che operano sotto abili coperture e protezioni». Ebbene Pappalardo, invitato nell’aprile del 1985 al convegno della Conferenza episcopale italiana (Cei) a Loreto, parlerà di un «fenomeno che coinvolge le Chiese ben oltre i funerali di cui la storia recente ci ha ormai assuefatti» e inviterà a un esame di coscienza: «Si tratta dunque di confessare la colpa per quanto di complicità, almeno in negativo, o di ambiguità, in qualunque senso le comunità ecclesiali abbiano eventualmente commessa o omessa».
È già ben presente, come è chiaro, la consapevolezza che in certe sue espressioni la Chiesa non solo è stata tiepida sulla questione mafiosa, ma che tolleranza e sommarietà di giudizio sono sfociate a volte in comportamenti ambigui se non apertamente complici. Ha giocato qui un ruolo determinante il terribile equivoco sulla “religiosità” dei mafiosi, religiosità ostentata quanto strumentale che ha permesso loro di accreditarsi come cristiani devoti e di ottenere indulgenze non dovute, quelle che indussero una figura autorevole come padre Bartolomeo Sorge a queste parole: «Non si potrà mai capire come mai i promulgatori del Vangelo delle beatitudini non si siano accorti che la cultura mafiosa ne era la negazione. Il silenzio, se ha spiegazioni, non ha giustificazioni».
Giuè stesso non manca di sollevare il problema con parole nette e amare — «Il ragionamento prevalente era questo: se la mafia non è contro la Chiesa perché contrastarla? Se anzi quelli che sono indicati come mafiosi sono uomini “religiosi” e se sul piano politico sostengono le posizioni dell’autorità ecclesiastica, perché prenderne le distanze o denunciarne le azioni?». Ma la sua attenzione, come detto, è rivolta soprattutto al modo in cui i documenti recepiscono, respingono o accolgono questa presa di coscienza. Ecco allora passaggi importanti come quello di «Chiesa italiana e mezzogiorno», documento Cei del 1989, dove si denuncia la «mafiosità di comportamento», si chiede la «trasparenza etica di chi governa e il comportamento onesto di ogni cittadino», ma anche s’invita a superare l’omertà, «che non è affatto attitudine cristiana». O quello di «Educare alla legalità» (1991) dove si denunciano sul tema mafie sia «risposte istituzionali talvolta deboli e meramente declamatorie» sia l’assenza di una più vasta e necessaria «mobilitazione delle coscienze».
Segni indubbiamente positivi, ma che non sempre daranno seguito a fatti conseguenti o eviteranno inspiegabili trascuratezze — come quella di non citare, dopo Capaci e via d’Amelio, i nomi delle vittime — o analisi non all’altezza del tema e della posta in gioco — vedi il parlare, sempre nel 1992, di «impudenti imprese della criminalità organizzata» quando ormai si era fatta strada la consapevolezza, anche dentro la Chiesa, che “imprese” di tal fatta non potevano essere realizzate senza la copertura, il consenso o addirittura l’appoggio di poteri legali corrotti. 
È proprio sulla questione del potere che, senza anticipare altro di queste pagine appassionate e documentate, vorrei soffermarmi in conclusione. Nella seconda parte del saggio l’autore osserva che l’attenzione altalenante sulle mafie è stata inversamente proporzionale a quella dedicata alla dottrina. Evasiva o discontinua sul tema mafie, la Chiesa non ha mancato di fare sentire la sua voce, e di dettare precisi orientamenti, in vista di certe tornate elettorali o quando si è trattato di votare leggi su temi ritenuti eticamente “sensibili” (dal referendum sul divorzio ai recenti dibattiti sulla “fecondazione assistita” o sul “trattamento di fine vita”), arrivando a sostenere, pur di far prevalere le sue posizioni, forze politiche non propriamente specchiate, macchiate al loro interno da comportamenti contrari alla legge e all’etica pubblica.
Non so se tra i due fenomeni ci sia quest’effettiva, stringente relazione. So solo che la questione della mafie chiede ormai di essere considerata — e questo libro non cessa di sottolinearlo — come una questione eticamente, socialmente e politicamente prioritaria, perché concerne la vita e la dignità delle persone e in senso lato il destino del bene comune, che non è meno importante di quello che, per rispetto alla dottrina o mai scontata scelta di coscienza, riteniamo essere “bene”.
Come anche credo che la fede, se ce ne auguriamo la diffusione, non possa più essere confinata alla sola sfera spirituale e vissuta come un salvacondotto dalle responsabilità che ci competono come cittadini artefici del bene comune. Il che non significa trascurare il Vangelo, ma al contrario renderlo vivo e concreto nella vita di tutti, nello sforzo quotidiano di saldare Cielo e terra.
Solo così può diventare fruttuosa l’eredità morale di un don Puglisi, di un don Diana, di un don Cesare Boschin, come di altri uomini e donne di Chiesa che hanno vissuto e pagato con la vita la fedeltà al Vangelo e la sua incompatibilità col codice mafioso. E solo così, mi arrischio ad aggiungere, la Chiesa potrà rinnovarsi nel segno profeticamente colto dal concilio Vaticano II: spogliandosi e purificandosi dal potere, diventando una Chiesa per cui è più importante ascoltare che rispondere, accogliere che selezionare. La Chiesa povera, aperta e ospitale che ci chiede di costruire Papa Francesco: «Non una dogana, ma la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa».
L'Osservatore Romano