venerdì 13 dicembre 2024
LA PAROLA DELL' "AVVENTO"
mercoledì 4 dicembre 2024
“Una nuova estetica nella Chiesa”, Kiko Argüello - 1 di dicembre, Cappella del Seminario Redemptoris Mater di Roma
“Una nuova estetica nella Chiesa”, Kiko Argüello
Molto bene! Grazie! Posso dire una parola?
Ringrazio il Cardinal Rys e Mons. Arrieta per la loro presenza. Ringrazio l’associazione ARTESACRA per questa medaglia “PER ARTEM AD DEUM”, che per me è stata una sorpresa inaspettata.
Quando avevo 20 anni ho ricevuto il premio nazionale straordinario di pittura in Spagna; poco tempo dopo ho abbandonato la mia carriera como pittore per andare a trovare Cristo in mezzo ai poveri; e il Signore mi ha dato il 100 per 1, perché un giorno mi hanno chiamato per dipingere l’abside e le vetrate della cattedrale di Madrid.
Il Signore ha fatto con Carmen e con me qualcosa di impressionante. Perché cosa molto più importante di tutta la mia opera artistica, è stato aprire un Cammino di Iniziazione Cristiana in tutta la Chiesa, che sta aiutando tante famiglie e tanti giovani. Questo sì che è un’opera d’arte.
Conoscete tutti la famosa frase di Dostoevskij nel libro “L’idiota”: “La bellezza salverà il mondo”. Il principe la pronuncia e poi dice che questa bellezza è Cristo. Abbiamo visto l’opera in cui Dio ci ha messo con il Cammino di Iniziazione Cristiana, e siamo totalmente stupiti… Il Signore ci ha portato a trovare un’estetica, delle immagini, un modo di esprimere la fede con un nuovo tipo di realizzazione, anche della Chiesa stessa.
La bellezza salverà il mondo. Quale bellezza? La bellezza oggi è importantissima perché siamo in un mondo dove il culto alla bellezza, al corpo è molto importante. La bellezza è necessaria perché senza la bellezza l’uomo cade nella disperazione. San Giovanni Paolo II aveva già detto che la mancanza di bellezza porta alla mancanza di speranza, alla disperazione e a un gran numero di suicidi tra i giovani.
La bellezza, si studia in filosofia, è il trascendentale dell’essere insieme alla verità e alla bontà. Volevo mettere la bellezza in rapporto al piacere, all’emozione estetica. Vi do una pennellata sulla bellezza.
Se aprite le Scritture, vedrete qualcosa di sorprendente. Nel libro del Siracide, al capitolo 42, si legge: “Dio ha fatto tutte le cose in due, l’una di fronte all’altra, e non ha fatto nulla di sbagliato. Ogni cosa afferma l’eccellenza di quella accanto”. Dice che ogni cosa che Dio ha creato canta l’eccellenza di quella che le sta accanto. Questo è il principio della bellezza. La relazione tra una cosa e il suo vicino. Quindi diciamo che il contenuto più profondo della bellezza è l’amore. Per esempio, un paesaggio: la morbidezza del cielo azzurro canta la bellezza delle nuvole grigie o bianche; la rugosità degli alberi canta la durezza delle rocce; il fiume sottostante canta la bellezza della spiaggia accanto. Ogni cosa canta la bellezza di ciò che le sta accanto.
In che relazione? Questo è il punto. Se la relazione d’amore è giusta, se ciò che è accanto canta bene, allora la bellezza appare immediatamente. Potremmo fare una lunghissima e bellissima conferenza su questo, ma voglio parlare di Gesù Cristo, perché tutto questo è legato a Gesù Cristo. Perché Dostoevskij dice che la bellezza è Cristo, in che senso? La bellezza produce sempre un’emozione estetica, cioè il piacere. Bellezza e piacere, come se Dio volesse dimostrare con la bellezza che ci ama, che ci vuole bene, per questo tutto è bello.
Gli ebrei parlano molto della bellezza. Dio ha creato l’uomo. Ha creato Adamo ed Eva. Sapete che Adamo ha dato i nomi agli animali mostrando la sua scienza e non ha trovato un aiuto simile a lui. Allora Dio ha preso una costola ed ha costruito una donna. Gli ebrei dicono che già la parola “costruire” è una parola artistica, per creare arte. Tutta la tradizione dice che non c’è stata donna più bella della prima Eva. Adamo quando l’ha vista è rimasto sbalordito: ecco questo sì, osso delle mie ossa, carne della mia carne. La chiamerò Iššah perché dall’uomo è stata tratta. Iššah in ebraico, varona in spagnolo, uomo-uoma. Uoma.
Quando Mosè prende il popolo e lo porta al Monte Sinai, Dio appare e dice “Adonai Elohenu, Adonai Ehad, io sono l’unico” e “amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore”. Appare Dio come uno sposo. Dio è amore. Dicono che Mosè presenta a Dio l’assemblea come Dio ha presentato Eva ad Adamo. Perché sarà la sposa di Dio. Il profeta Osea parlerà dello sposo di Israele e fa un parallelismo fra la genesi e questo momento dell’alleanza. Però attenzione, mentre la prima Eva appare tutta bella, Israele viene dall’Egitto, viene dall’idolatria, dove sono stati in schiavitù e sono pieni di discordia, pieni di zoppi, di ciechi. Perché gli idoli ti schiavizzano, era un popolo di schiavi. Dio, dicono i rabbini, trasforma questo popolo, questa assemblea, dice che non ci sono più zoppi, perché tutti camminavano, non ci sono più sordi perché tutti ascoltarono la parola e il popolo d’Israele si accampò, al singolare non al plurale: non si accamparono, ma si accampò. Vuol dire erano diventati uno. Dio non poteva dare la Torah ad un popolo di schIAVI, costruisce un’assemblea profetica che va ad annunziare i nuovi tempi messianici.
Questo tema della bellezza dell’assemblea di Israele sarà sviluppato durante tutto il rabbinismo attraverso molti midrash. Cristo conosceva questi midrash. Quando si presentano i discepoli di Giovanni a nostro Signore Gesù, domandano: “Sei tu il Messia, o dobbiamo aspettare un altro?”. Ascoltate quello che risponde Cristo: “Dite a Giovanni: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i sordi odono”. Perché dice questo? Perché già aspettavano il Messia come colui che avrebbe organizzato non solo il popolo di Israele, ma la nuova umanità. Una nuova umanità.
La stessa cosa che ha fatto Cristo con noi! Ci ha fatto ascoltare la sua parola, ci ha aperto l’orecchio. Ci ha aperto gli occhi, come ha fatto con il cieco. Cristo ha fatto con la sua saliva un po’ di fango e lo ha applicato sugli occhi del cieco. E il cieco ha visto l’amore di Dio che gli ha dato la vista. Lo stesso che ha fatto con noi mediante l’iniziazione cristiana. La parola di Dio, che è come la saliva, illumina profeticamente la nostra povertà, i nostri peccati. Fa del fango e ci lo mette davanti agli occhi. Ci mette davanti i nostri peccati con quel fango. E poi ci dice: “Lavati”. La cosa più difficile è considerarsi peccatori, questo non si fa senza la saliva, la parola di Cristo. E ci sono stati perdonati tutti i peccati. Adesso non siamo più schiavi. Aviamo visto l’amore a voi, peccatori.
Ecco: i ciechi vedono, i sordi odono, gli zoppi camminano, camminano aiutando il prossimo, i lebbrosi sono mondati. È arrivato Cristo, è il segno che è arrivato il salvatore del mondo, colui che fa di noi una nuova creazione. C’è una prima creazione e Israele concepisce l’alleanza come una nuova creazione. Viene il Messia che fa con noi una nuova alleanza, una nuova creazione.
Questa nuova creazione viene descritta nell’Apocalisse, quando si parla della nuova Gerusalemme che scende dal cielo. E si parla della bellezza. Tutta splendente come una fidanzata, come una sposa. La bellezza! È importantissimo. Oggi siamo in una epoca in cui si parla di globalizzazione. C’è un’immagine del mondo che è Babilonia che è la grande prostituta dell’Apocalisse.
Ma di fronte a Babilonia c’è un’altra città: la Gerusalemme celeste che viene dal cielo, vestita di bianco come una sposa, vestita delle buone opere, vestita di lino splendente. C’è un’opera di fronte a Babilonia. Dio ci sta chiamando a costruire la bellezza di Cristo. È il corpo di Cristo che salverà il mondo. La bellezza di Cristo. E qual è questa bellezza? La nuova Gerusalemme: sono diventati tutti belli perché Cristo li ha rivestiti della sua santità ed appare la comunità cristiana: la Chiesa, tutta splendente, che è l’Agnello che vince la bestia, questa bellezza salverà il mondo. Il mondo sta aspettando i cristiani. Stanno aspettando di vedere questi uomini che vedono l’amore di Dio, quando la gente non vede l’amore di Dio da nessuna parte. Stanno aspettando questi che camminano ad annunciare il Vangelo come i poveri. Stanno aspettando questi che ascoltano la Parola, che si amano, che hanno un solo cuore: “Amatevi, come io vi ho amato da questo amore conosceranno che siete miei discepoli”. Appare una bellezza che è Cristo.
Nella tradizione della Chiesa c’è un giardino nell’Eden, c’è anche un secondo giardino sul monte Sinai, dove la cima appare come un albero che dà frutto, che è la Torah, ma c’è un terzo giardino. C’è il giardino dell’Eden ed il giardino dell’Apocalisse, dove appare la nuova Gerusalemme, dove c’è un albero di vita che dà frutti perenni. Ma c’è un quarto giardino: il Golgota. C’è il giardino dove è stato crocefisso Cristo. In quel giardino c’è un sepolcro, c’è un risorto, c’è un nuovo giardiniere che è Cristo, nuovo Adamo, c’è una donna che viene dalla prostituzione che si chiama Maria Maddalena e quando lo vede, dice: “Rabbunì!”, lo va ad abbracciare, ma Cristo le dice “Noli me tangere” “Non mi toccare perché ancora non sono salito al Padre”. Questo testo: “Non mi toccare” è importantissimo perché è in relazione con la nuova Gerusalemme. “Va’ ed annunzia che salgo al Padre, Padre mio e Padre vostro; mio Dio e vostro Dio”. Le dà un annuncio del Kerygma, va a realizzare una opera immensa. Cristo prende la natura umana e la porta nella Santa Trinità.
Dice S. Paolo che nella creazione c’è uno specchio, una epifania dell’amore di Dio verso di noi, attraverso la bellezza. C’è qualcosa nella natura che ti tocca, c’è la sua bellezza, c’è come una mansuetudine, come un’obbedienza. Che cosa è l’uomo? È un divenire, è un progetto, è un prodigio. L’uomo! L’uomo è un prodigio. Siamo un progetto in costante realizzazione, cioè in costante precarietà. Non abbiamo diritto di togliere all’uomo la possibilità di realizzarsi come Dio lo ha creato, perché è un progetto in costante realizzazione.
San Paolo, nella seconda Lettera ai Corinti, afferma che Cristo è morto per tutti perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Ecco la visione dell’uomo secondo la Rivelazione, ecco l’antropologia cristiana: l’uomo, schiavo del peccato, è obbligato ad offrire tutto a se stesso, proprio perché è schiavo, ka perso la dimensione della bellezza che è l’amore, l’uscire da se stessi per amare l’altro. L’opera di salvezza consiste nello strappare l’uomo da questa maledizione restituendolo alla bellezza dell’amore.
Per questo uomo stiamo cercando di creare un nuovo tipo di parrocchia; facciamo parrocchie con una corona misterica dove il cielo è presente, con i misteri più importanti della nostra fede. La Chiesa di oggi non ha un’estetica definita… Questo ci ha spinto, in un certo senso, a cercare un’estetica. A Madrid abbiamo fatto una parrocchia con un tetto dorato, con pietra bianca e vetro, con un catecumenium: un insieme di sale che si affacciano su una piazza centrale, con una fontana. A piano terra ci sono tutti i servizi sociali e sopra, in un altro piano, ci sono tutte le stanze per ciascuna comunità, ecc.
Stavo parlando di bellezza. Ogni riforma della Chiesa ha portato con sé inevitabilmente anche un rinnovamento estetico: pensiamo al gotico, al barocco… Non poteva essere diversamente con il Concilio Vaticano II.
Ebbene, noi del Cammino vogliamo presentare questa bellezza, che è la bellezza dell’amore in questa dimensione: Cristo (indicando la croce). E vogliamo presentarla in una comunità cristiana, perché pensiamo… Perché Cristo dice: “amatevi, amatevi”, ma per amare chi? I primi cristiani vivevano in una piccola comunità, si conoscevano tutti. La comunità non può essere molto grande perché si tratta di mostrare, di creare un segno pubblico di amore. Il numero di una comunità è 30, 40, perché bisogna dare una testimonianza concreta dell’amore. Deve tornare il grido dei pagani: “Vedete come si amano”, gridavano questo quando vedevano i cristiani. Perché Cristo nel Vangelo dice: “amatevi, amatevi, amatevi”. Questa è la bellezza che salva il mondo: l’amore nella dimensione della croce. Dimostra che se ci amiamo nella dimensione del nemico, abbiamo dentro la vita eterna. Perché altrimenti è impossibile amarsi così, ma perché Dio ci ha dato la fede dentro e la fede ci dà la vita eterna, la vita immortale… Abbiamo qualcosa dentro che ci sostiene, che ci tiene, che è la vita di Dio in noi, la vita di Cristo, la sua vittoria sulla morte in noi, concessa dallo Spirito Santo. Infatti, ciò che dobbiamo proclamare è la risurrezione di Cristo presente in noi.
Vogliamo essere un Cammino serio, una via seria, perché stiamo per dare una grande battaglia al mondo, al diavolo, al grande drago, siamo la donna che sta dando alla luce il figlio maschio, minacciato dal grande drago che è il principe di questo mondo. Gli ebrei dicevano che nel mondo vince sempre il diavolo. Interessante, avete visto? Il nazismo prima e il comunismo poi sembravano aver conquistato tutto, tutto, intere nazioni. Capiamo perché tutta l’Europa oggi sta andando in apostasia, capiamo perché c’è una secolarizzazione totale. Qui il diavolo sembra vincere sempre, perché in questo mondo Cristo non ha dove posare il capo e con lui i cristiani. Ma noi, con Cristo, abbiamo vinto la morte e abbiamo una gioia immensa, per questo dobbiamo annunciare e testimoniare l’amore che Dio ha per noi, che ci ha dato la vita eterna dentro di noi.
Cristo dice: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”. Cristo ci ha amati, e in questo amore i pagani secolarizzati, che ci circondano, sapranno che siete miei discepoli. Cristo ci ha amati nella dimensione del nemico, cioè non si è opposto al nostro male. Il Discorso della Montagna dice: “Non resistete al male”. “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi perseguitano”. Che cos’è questo? Il cristianesimo.
Perché il punto è questo: cosa significa essere cristiani oggi, cosa dobbiamo testimoniare? San Paolo dice: “Portiamo sempre e ovunque il modo di morire di Gesù”. Il modo di morire, cioè Cristo morto crocifisso – dice – “Portiamo sempre e dovunque, nel nostro corpo, il modo di morire perché si veda che nel nostro corpo Cristo è vivo”. Il Concilio Vaticano II ha parlato della Chiesa, sacramento di salvezza universale… Cristo ci ha mostrato una giustizia che è la giustizia dell’amore nella dimensione della croce.
La bellezza salverà il mondo, che è Cristo che vive nei cristiani nelle comunità cristiane. Abbiamo detto alla Santa Sede che non vogliamo fare una congregazione, vogliamo portare questo messaggio alla Chiesa: è meraviglioso vivere la fede in una comunità cristiana nelle parrocchie.
La cosa più bella delle comunità è che abbiamo visto l’azione di Dio nei fratelli e nelle sorelle, tutti sono arricchiti dal bene di tutti. Tutti in tutti. C’è una ricchezza comune e costante in tutti. È meraviglioso vedere che i ciechi vedono l’amore di Dio nella loro vita. Cristo ha vinto la morte, non guardiamo alla morte con orrore, né alla vecchiaia, né alla malattia. E non è che siamo molto bravi, ma che siamo tutti peccatori, poveri.
Nella risurrezione di Gesù Cristo Dio dimostra una cosa grandiosa, che questo che è risorto dai morti ed è salito al cielo, Dio lo ha costituito Kyrios. La parola kyrios è la parola di Dio sul Monte Sinai. Quindi quest’uomo che è morto in croce per noi è Dio stesso.
Cristo è morto perché l’uomo esca da questo circolo di egoismo, perché non viva più per se stesso, ma per colui che è morto ed è risorto per lui, Cristo, la bellezza divina fattasi uomo, divenuto uno di noi, perché l’uomo potesse ricevere la gloria di Dio
lunedì 18 novembre 2024
NON SIAMO FATTI PER ESSERE SOLI
NON SIAMO
FATTI PER ESSERE SOLI
Giovedì, 28 agosto 2008, ore 17.00
Partecipano:
Eugenio
Borgna,
Primario Emerito di Psichiatria, Ospedale Maggiore di Novara; Giancarlo Cesana, Docente di Igiene
Generale e Applicata all’Università degli Studi di Milano Bicocca
Moderatore:
Davide
Rondoni,
Poeta e Scrittore
MODERATORE:
Buonasera, benvenuti a questo incontro che ha
un titolo bellissimo e anche un po’ provocatorio; bellissimo perché è un titolo
che praticamente se lo è inventato Dio: chi di voi ha qualche frequentazione
biblica, o almeno ne ha sentito parlare, nel racconto della creazione Dio fa
l’uomo, fa Adamo, e poi, dopo averlo fatto, quasi come se non lo sapesse – e
questo è straordinario – quasi come se non se lo immaginasse, guardandolo,
guardando la sua creatura, la più perfetta fra le sue creature, si accorge che
non è fatto per essere solo. Poi dopo si può discutere sulla compagnia che gli
ha dato, ci si poteva forse accontentare del gatto. Sto scherzando, è una
grande compagnia per tutti come sappiamo. Mi stupisce di quel racconto biblico
questo fatto: che Dio è come se non se lo fosse immaginato, è come se facendo
la più perfetta delle sue creature non abbia immaginato che questo qui si
sarebbe sentito solo. Perché la solitudine è una cosa propria dell’uomo, ma qui
sentiremo i nostri amici più esperti che ci diranno come la solitudine sia una
cosa propria dell’uomo, della sua libertà, di qualcosa di propriamente suo.
Perciò è un titolo bellissimo, un titolo che ci riguarda tutti.
D’altra parte è un titolo provocatorio: non
siamo fatti per essere soli. È provocatorio non solo perché, dopo quattro di
giorni di Meeting forse la gente un po’ di solitudine la vorrebbe, ma anche
perché invece viviamo in una cultura dove sembra che la frase più di moda sia
“l’importante è stare bene con se stessi”, in una cultura cioè che concepisce l’uomo,
la cui vita è buona, come una monade, come dicevano i filosofi, cioè l’uomo che
non ha bisogno di nient’altro, che quando è solo può dire di stare bene da solo
– “sto bene con me stesso” – come se fosse una grande conquista. Per questo è
un titolo che entra, a mio avviso, come una lama di accetta non solo nella vita
di tutti noi, ma anche nell’epoca in cui viviamo.
Per questo abbiamo invitato due persone che
hanno titolo per parlarne, due persone molto conosciute dal popolo del Meeting,
che sono Eugenio Borgna, che lavora all’ospedale maggiore di Novara e ha una
grande attività di attenzione ai pazienti che lo ha reso noto non soltanto in
Italia, ma anche fuori dall’ambito scientifico e dalla produzione propriamente
scientifica per alcune pubblicazioni che dedica alle questioni più scottanti
della vita e dell’interiorità umana, come i suoi saggi sulla malinconia dove tra
l’altro ricorrono molto spesso citazioni di poeti e letterati. Dall’altra parte
Giancarlo Cesana, che conoscete tutti, professore di igiene all’Università
degli studi di Milano e psicologo oltre che direttore scientifico dell’ospedale
San Giuseppe di Milano. Le sue pubblicazioni non sono solo scientifiche ma ricoprono
un ampio raggio di tematiche ed è sempre attento a studiare le relazioni tra
malattia e società. Per questo credo che siano le persone più adatte per
parlare di questo tema. La parola al professor Borgna.
EUGENIO
BORGNA:
Grazie, sono qui pieno di riconoscenza per
l’invito che mi è stato fatto e anche per l’amicizia con cui l’invito si è
realizzato, grato infinitamente anche di poter dire qualcosa in questa
assemblea cosi vasta, cosi unita, cosi trasfigurata certo da una comune
riconoscenza al messaggio invisibile, indistruttibile di don Giussani. Mi
sembra di vedere qui dagli schermi anche della televisione quella sua parola
ardente, profonda, umanissima, rivoluzionaria nel saper cogliere gli aspetti
certo teologici, ma anche umani e psicologi delle persone. Il tema è
straordinariamente bello, intenso, passibile anche, se vogliamo, di diverse
possibili interpretazioni.
Non è possibile confrontarsi con un tema come
questo - “non siamo fatti per essere soli” - se non partendo da due premesse:
la prima è che soltanto se ci educhiamo a sentire, a rivivere, ad analizzare, a
sondare quelli che sono i nostri sentimenti, le nostre emozioni, le nostre
attitudini anche alla preghiera, soltanto se ci educhiamo a cogliere che cosa
si muova nei segreti della nostra interiorità, possiamo cercare di cogliere
qualcosa di quello che avviene nella vita, ma soprattutto nei sentimenti, nelle
emozioni, nell’interiorità, negli altri. Allora non c’è conoscenza psichiatrica,
non c’è nemmeno un ponte aperto alla comunicazione che oltrepassi le nostre
singole solitudini verso quegli orizzonti di comunione, di comunicazione, di
infinito che rappresentano in fondo il vero senso della vita. Dobbiamo cominciare
però, a volte faticosamente, a fare i conti con la paura di guardare dentro di
noi, con la paura di scambiare le nostre debolezze attraverso esperienze e
avvenimenti che non possiamo soltanto cancellare. Ricordiamo, come ha scritto
San Paolo, che proprio le nostre debolezze sono la nostra forza. San Paolo poi
si diceva fiero della sua debolezza, dei suoi errori, delle sue stanchezze, dei
suoi tradimenti. E allora non stanchiamoci di guardare dentro di noi, non
stanchiamoci di guardare negli occhi le persone che vivono accanto a noi, o che,
anche solo temporaneamente, ci sfiorano. Non stanchiamoci soprattutto di
guardare al di là di quella che è una condizione solo apparentemente simile
alla solitudine, cioè l’isolamento perché in realtà sono due esperienze umane
totalmente diverse l’una dall’altra. Nella solitudine, nella vera solitudine,
si vive infatti un’apertura continua e infinita, come anche don Giussani ha
scritto, mentre in quella deformazione della solitudine autentica, che possiamo
chiamare isolamento, viene meno non solo ogni speranza, non solo ogni desiderio
di incontrare l’altro, ma anche ogni intenzione di infinito. Allora faccio una
citazione breve da don Giussani, che queste cose le ha detto molto meglio di come
sto tentando di fare ora io, perché descrive un cammino che non avrei potuto
fare se non appunto accompagnandomi alla rilettura, o comunque alla rinascita
dentro di me, di alcune di queste folgoranti intenzioni, umanissime e
cristiane, psicologiche e metafisiche, che rendono unica la grandezza di don
Giussani. Ascoltiamolo: “Dobbiamo prima di tutto aprirci a noi stessi, cioè
accorgerci delle nostre esperienze. Guardare con simpatia l’umano che è in noi.
Dobbiamo prendere in considerazione quello che siamo veramente, considerare
vuol dire prendere sul serio quello che proviamo, tutto, sorprenderne tutti gli
aspetti, cercarne tutto il significato”.
In una di queste riflessioni di don Giussani,
in fondo, si raccoglie il senso di quello che ho cercato di dire fino ad ora, e
cioè che solo partendo da questa ricerca continua, profonda, a volte affannosa,
a volte anche pericolosa, di quello che noi siamo nei nostri aspetti umani e
cristiani, possiamo meglio intendere che cosa significhi questa frase
meravigliosa, che intende sottolineare il destino, che è un’altra parola
magica, un’altra parola su cui don Giussani ha costruito questo movimento di
inaudita forza spirituale prima di tutto, ma anche di una straordinaria forza
di irradiazione. Ripartiamo ogni volta quando ci incontriamo con gli altri,
soprattutto quando intravediamo negli altri delle ombre che possono essere a
volte strazianti, come quello che ho visto in questo dvd sulle condizioni
carcerarie, soltanto se mettiamo a confronto continuamente gli avvenimenti
esteriori con quelli interiori che accadono in noi. Allora possiamo
realizzarci, possiamo anche oltrepassare quella tentazione alla solitudine che
a volte nasce perché ci lasciamo imprigionare dagli egoismi, dalle apatie,
dalle indifferenze, dai rifiuti, a volte certo anche giustificati.
La seconda premessa, per addentrarci in un
contesto più ampio, è questa: al di là di quello che noi siamo, al di là delle nostre
condizioni di solitudine e di isolamento, possiamo essere soli anche in mezzo a
famiglie intere, possiamo sentirci soli anche all’interno di una folla immensa
e invece non sentirci soli anche quando fossimo nel deserto. “Il grande
silenzio”, che è stato fatto in un monastero certosino in Francia, nell’alta
Savoia, ci dice come anche nel silenzio assoluto, anche in un colloquio che
passa soltanto dalla preghiera, dalla preghiera anche comune, con la voce della
bellezza di queste montagne incantate, innevate, si possa riscattare la propria
apparente solitudine negativa per farne invece la più alta e profonda esperienza,
anche se per noi che viviamo nel mondo non può se non essere soltanto un
momento della nostra vita: guai se vivessimo soltanto sprofondati
ininterrottamente anche nella solitudine più autentica e profonda! Dunque la
seconda premessa è la libertà, e anche qui le parole che ha scritto don Giussani
sono tra le più profonde. Io leggo moltissimo, a dire la verità, ma immagini,
parole, pensieri come questi non li ho mai trovati. Certo, io ho davanti
l’immagine di queste parole immerse nei gesti, nella semplicità e nella
trasparenza sconvolgente con cui anche i pensieri più profondi venivano da don Giussani
testimoniati con una semplicità che, in realtà, è la categoria più infrequente
ma forse anche più preziosa nella nostra vita. E allora c’è una sola cosa che è
insopportabile per l’uomo religioso, e possiamo esserlo tutti al di là delle
nostre fedi, cioè negare che ci sia qualcosa di infinito in noi, qualcosa che
Leopardi aveva colto, ed è questo il motivo per cui don Giussani lo amava,
avendo scoperto in Giacomo Leopardi questa ansia di infinito, e poi la
percezione che soltanto nella speranza – con la quale concluderò – è possibile
ritrovare un senso nella vita.
La speranza, come ha scritto nella sua
splendida enciclica “Spe Salvi” Benedetto XVI, è relazione, non dimentichiamolo
mai questo. Ecco allora le parole di Giussani: “L’unica cosa insopportabile
all’uomo religioso è che il nome…….” – è un tema questo di rovente attualità ed
è per questo che profeticamente, anni fa, don Giussani aveva intuito l’enorme
sviluppo che le neuroscienze stanno assumendo, ma anche certi rischi fatali che
sul piano del riduzionismo queste scienze arrivano a proporre, come se tutto potesse
essere ritrascritto in termini di semplice fisiologia o neuro-fisiologia. La
natura invece si pone davanti all’immagine del mistero che la fa cosciente di
sé, autodeterminantesi, libera. “E’ contro questa riduzione, contro il
riduzionismo che oggi è cosi dilagante, che noi ci ergiamo”. Questa parola non
è infrequente in don Giussani. Questa rivolta interiore a volte è
indispensabile, necessaria, quando l’anima sembra essere immersa nelle nebbie
della speranza cristiana, ed è invece sommersa dai soli accecanti delle
avanzate tecnologie che lasciano scoperta, insicura, debole la nostra anima,
soprattutto la nostra speranza. Cito anche un pezzo in cui Giussani parla di un
filosofo marxista che ha scritto un libro importantissimo perché ha saputo
cogliere anche le contraddizioni che esistono nella speranza. Faccio questa
citazione anche perché così possiamo cogliere ancora una volta la dimensione
sconfinata della cultura non solo religiosa e teologica, ma anche filosofica di
don Giussani. “Diceva Bloch – ne Il Principio Speranza, per chi abbia voglia
di leggere i tre volumi di più di mille pagine – che all’inizio di questo
secolo la scienza troppe volte racconta una infinità di piccole verità in
funzione di una grande menzogna, e la grande menzogna è quella che io – don
Giussani, appunto – ho chiamato riduzione dell’uomo”. Da una parte c’è questo
invito, questo slancio continuo a guardare dentro di noi, dall’altra la
coscienza che siamo liberi, e allora siamo anche liberi di trasformare la
solitudine, che di per sé, è anche un’esperienza umana altamente significativa come
anche don Giussani ha scritto, in isolamento. Ma dobbiamo riuscire a fuggire, a
cancellare le tracce dell’edonismo, dell’egoismo feroce che tende a fare di
ciascuno di noi, come abbiamo sentito da Rondoni, delle monadi con delle
finestre sempre chiuse che non guardano. A che cosa non guardano? Al dolore che
c’è nel mondo, ma anche alle gioie che ci sono nel mondo, alle gioie che
possono essere vissute interiormente soltanto se riusciamo a donarle a
qualcuno, a qualcosa che ancora una volta ci riconfermi come non siamo fatti
per essere soli, per l’isolamento, per la solitudine negativa, per l’egoismo.
Siamo fatti invece per aprirci continuamente all’incontro con gli altri.
Una delle esperienze recenti che più mi hanno
sconvolto e che ancora oggi mi commuovono, ho potuto viverla, coglierla, anche
in questo incontro che ho avuto a Milano con le famiglie dell’accoglienza. Qui
ho trovato una testimonianza straordinaria di che cosa significhi vivere una
speranza personale non per chiuderla nei confini del nostro io, della nostra
solitudine, ma invece per donarla agli altri. In realtà la speranza oltre ad
essere relazione, come ha scritto Benedetto XVI, è anche donazione di sé, capacità
di trasmettere la torcia della speranza. Questi contesti famigliari cosi
osteggiati, cosi feriti, a volte anche cosi sopraffatti da realtà alle quali
non è possibile resistere, con quello che fanno miracolosamente per
l’assistenza mi hanno fatto capire che cosa avrei potuto proporre a chi sta
parlando e anche a voi: essere soli, vivere una condizione di isolamento
assoluto si può a volte, anche se questa è l’ultima delle condizioni umane,
quando la speranza, questa stella del mattino che comunque accompagna sempre la
nostra esistenza e la nostra vita, si riaccende, anche nel momento in cui le
ombre della vita si fanno intense.
Mi avvio alla conclusione di questa mia
riflessione che riesco a fare solo quando trovo assemblee in cui non posso non riconoscere
questa voce segreta che parla in noi, che ci rende gli uni vicini agli altri,
sia pure nel silenzio, perché questa appunto è la voce della speranza,
dell’isolamento riscattato e trasformato in solitudine. Anche queste bellissime
immagini che ho visto adesso del carcere mi sembra proprio che dimostrino come
la dimensione umana dei carcerati, l’essere soli senza speranza, l’essere soli
senza nemmeno il desiderio dell’altro e non solo l’essere soli senza l’altro,
possa appunto mutare in solitudine, questo vuole essere il piccolo messaggio
che vorrei lasciare a chi ci sta ascoltando e anche a me che sto parlando. Anche
in condizioni di isolamento estremo, anche quando non sembrano esserci più
finestre che si aprono nella nostra anima, quello che accade fuori da queste
situazioni, questa donazione continua agli altri, può trasformare l’isolamento,
questo silenzio muto, in una solitudine che continua certo nel carcere ma che
si trasforma in una condizione umana dalla quale non possiamo certo fuggire.
A questo punto cito Etty Hillesum, come ho
fatto anche quando ho parlato a questo incontro sulle famiglie dell’accoglienza,
che sono ancora cosi incredibilmente vive in me, perché è una testimonianza
altissima, una delle più belle che si possa dare. Qui ci sono moltissimi
giovani che comunque conoscono certo la storia, sanno che cosa è accaduto in
quei luoghi terrificanti da cui si è levata poi, ad esempio, la voce di una
testimonianza luminosissima, radiante, redentrice e profetica. Etty Hillesum, che
è stata prigioniera in un campo di concentramento tedesco, ha scritto un diario
brevissimo che siete in dovere di ricordare, come Marina Corradi che scrive su
Avvenire ha fatto trasformandolo in una riduzione drammaturgica, cogliendo e
salvando anche lo spirito essenziale della cosa. Ho voluto in qualche modo
storicizzare il mio discorso, legando le sue parole alla parola infallibile di don
Giussani ma anche a quelle che sono le testimonianze inconsce. Etty Hillesum di
certo non lo ha mai conosciuto, ma le cose che dice mi sembrano davvero vicine
a quelle che don Giussani ci ha testimoniato e che ci continua a testimoniare. Che
cosa poteva accadere a lei prigioniera? In quella condizione di terrore senza
fine non poteva se non essere travolta dalla disperazione e dalla perdita di
ogni speranza, e senza speranza si muore. Etty Hillesum dice: “Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno.
M'innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offre riparo, mi ritiro
nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più ‘raccolta’,
concentrata e forte. Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera,
diventa per me una realtà sempre più grande”.
Ecco allora come da un titolo che spalanca orizzonti dinnanzi a noi possono
anche scaturire esperienze di vita, come quelle che ho cercato di raccontare,
esperienze di vita come quella di Etty Hillesum.
Ma in questi pochi minuti che rimangono vorrei
fare un ultima citazione di don Giussani, perché potrebbe nascere in voi la
domanda su come si possa oltrepassare l’isolamento in cui a volte anche noi
precipitiamo, o su come si possa superare la solitudine, sebbene bella intensa e
profonda, quando si prolunga troppo impedendoci di trasformarla in una matrice
di comunione e comunicazione. Si può andare oltre soltanto se ci capita di
incontrare qualcuno, nel nostro cuore prima di tutto, certo, ma anche nella nostalgia
e nella realizzazione di un incontro. E allora ecco l’ultima citazione di
Giussani: “La parola incontro implica in primo luogo qualcosa di imprevisto e
di sorprendente”. Il passante ve lo ricordate, il mendicante sul quale anche don
Giussani ha scritto, su cui ha detto cose che sono uno scandalo per la
coscienza moderna ma che dovrebbero essere invece uno stimolo profondo per le
nostre coscienze. In secondo luogo la parola incontro implica qualcosa di reale
che ci tocca concretamente, che interessa la nostra vita. Cosi inteso ogni
incontro è unico, anche quello di stasera per me, perché le circostanze che lo
determinano non si ripeteranno mai più così. Proprio perché ogni incontro,
auguriamoci che la nostra vita sia piena ogni giorno di incontri con altri, è
un brano preciso della voce che chiama ciascuno di noi per nome, ogni incontro
è una grande occasione offerta dal mistero di Dio alla nostra libertà. Il mio
cammino si chiude qui, grazie.
MODERATORE:
Il professore ci ha dato un primo affresco su
cosa significa trasformare l’isolamento in solitudine, una solitudine che non
sia amara, ma occasione per prendersi di più sul serio, come ha esordito
all’inizio. Cesana, cosa vuol dire invece per te provare, o cosa intendi tu per
questo passaggio tra l’isolamento e la solitudine? O anche non solitudine?
GIANCARLO CESANA:
Ecco, l’intervento del professor Borgna mi costringe
a fare una premessa che non avevo previsto. C’è un livello dell’esperienza in
cui si è soli, si è inevitabilmente soli perché nessuno, nemmeno Dio, può
prendere il nostro posto. Questo è il momento in cui si muove l’amore, in cui
si decide la libertà, si accetta o si rifiuta, cioè si ama. Si decide cioè che
non si è soli, che non si è isolati, che non si è monadi, e voglio parlare dei
passaggi che, almeno nella mia esperienza, aiutano a fare questo percorso: il
percorso di amare, cioè il percorso di uscire dalla solitudine, che è una
questione di ragione.
Il primo passaggio, il primo aspetto
dell’uscita dalla solitudine, è il riconoscimento che siamo dipendenti. È
l’aspetto più fisico, più grossolano, e forse anche per questo più trascurato.
Per vivere abbiamo bisogno dell’aria, abbiamo bisogno di essere accuditi, e il bambino
ha bisogno di essere accudito per molti più anni dei cuccioli del cane o del
topo. Sarà che diventando nonni si diventa più teneri, ma a me colpisce molto
la fragilità dei bambini, la loro esposizione sia in termini fisici che
psichici, e la cura, in fondo consapevole o inconsapevole, che ci vuole per
farli diventare grandi. Siamo dipendenti, non ci siamo fatti da soli e non ci
facciamo da soli, abbiamo bisogno di bere, abbiamo bisogno di mangiare, abbiamo
bisogno di un contributo esterno a noi. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci
venga dato, lo diceva don Giussani nel Senso
religioso: per il fatto stesso che uno fa un respiro afferma qualcosa
d’altro. Afferma ciò da cui dipende. Però la dipendenza, come capite bene, non
è immediata, bisogna riconoscere di essere cosi, ma può non essere un fattore
di grande soddisfazione perché la dipendenza, quando è totale, diventa
schiavitù e quindi è un legame che lascia soli, poi vedremo il perché.
Il secondo aspetto, il secondo livello in cui
si percepisce, si può percepire l’uscita dalla solitudine è la corrispondenza,
cioè si dipende, ma è ciò da cui si dipende che dà anche soddisfazione.
Certamente dipendiamo dall’aria per vivere, però respirare a pieni polmoni in
un mattino azzurro di montagna è piacevole, è bello, corrisponde, ci sentiamo
fatti per questo. Quindi siamo in un mondo in cui quello da cui dipendiamo ci dà
anche piacere, ci dà anche gusto. Come si può capire bene in negativo da due osservazioni,
una di Dobraczynski, un autore che ha scritto di santi, che fa un’osservazione
molto acuta, molto banale ma acuta: “La gente cerca quello che ha a portata di
mano”. Tutti noi cerchiamo quello che abbiamo a portata di mano, e ci
disperiamo quando scompare ciò che prima non apprezzavamo. Perché noi di questa
corrispondenza che la realtà manifesta nei nostri confronti, per cui noi siamo
fatti per la realtà e la realtà è fatta per noi, proprio come della dipendenza
dalla realtà, neanche ci accorgiamo. Ce ne accorgiamo quando viene meno, quando
la macchina si rompe, quando chi è vicino ti fa uno sgarbo, quando chi doveva
servirti si ribella. Quando quello che noi abbiamo cercato, avendolo a portata
di mano, a un certo punto viene meno, allora ci dispiace, ci disperiamo e ci
arrabbiamo. È impressionante come questo sia uno dei motivi fondamentali dei
litigi quotidiani, dei litigi familiari più banali. Quello che non va come è
sempre andato, come avrebbe sempre dovuto andare, diventa un fatto irritante,
ma questa è riprova del fatto che in effetti la realtà ci corrisponde.
Anche secondo una diagnosi ideologica, si può
dire quello che diceva Simone Weil parlando della condizione operaia, che
secondo me non si applica a qualsiasi tipo di lavoro, perché ci sono degli
impiegati che lavorano esattamente come gli operai, dove la ripetitività è
praticamente la stessa in umore uguale, con lo stesso stipendio e lo stesso
senso di oppressione. Si è un oggetto in preda alla volontà altrui. Siccome non
è naturale per un uomo diventare una cosa, è il problema della dipendenza di
prima, siccome non c’è costrizione tangibile, non c’è l’aguzzino di Auschwitz,
che citava prima il Professor Borgna, non c’è frusta, non ci sono catene,
bisogna piegarsi da soli a questa passività. Come sarebbe bello poter lasciare
l’anima dove si mette il cartellino di presenza e riprenderla all’uscita, ma
non si può: l’anima la si porta con sé in officina, in ufficio, al lavoro,
bisogna farla tacere per tutta la giornata. All’uscita spesso non la si sente
più perché si è troppo stanchi. C’è proprio una caduta dell’io quando viene
meno la corrispondenza, quando viene meno il gusto del vivere che si ricava
dalle cose l’io si affloscia. È una questione drammatica e lo si può capire
bene da quello che dice don Giussani nel decimo capitolo del Senso religioso, che è uno degli esempi
che mi ha sempre colpito di più, proprio perché descrive benissimo il problema
della vita, il problema che sento gravemente io nella mia vita. Immaginate di
uscire dalla pancia della vostra mamma con la testa che avete oggi, con le
capacità che avete oggi, con la sensibilità che avete oggi. Il primo moto dello
sguardo sarebbe di stupore per tutto quello che c’è. Perché si sente la
corrispondenza, cioè si sente che quello che c’è è fatto per me e che io sono
fatto per quello che c’è. Questo è un grandissimo punto. Il bambino cresce
dentro questo punto, senza accorgersene, ma questa corrispondenza è ciò che lo
fa crescere. Infatti, se non percepisce nulla psicologicamente esplode. Il
mistero dell’autismo, il mistero della follia, nasce da qui, dalla mancata
percezione della corrispondenza, cioè dalla percezione che con la realtà in
fondo non c’è alcun nesso, non c’è rapporto, non è fatta per me ed io non sono
fatta per lei. La prima reazione, dunque, è di meraviglia ma dopo insorge la
contraddizione, certo. C’è lo stupore nel vedere la montagna, lo stupore che
tante volte ho sentito citare davanti al Monte Bianco, perché andiamo spesso a
far le vacanze all’Aquino, ma poi vien giù la valanga perché la vita è piena di
valanghe. E allora viene fuori un’opzione, perché il problema della
corrispondenza imposta e obbliga a un’opzione, obbliga a una decisione. È il
problema del riscontro nella vita di una corrispondenza, cioè del fatto che la
realtà è fatta per me e io sono fatto per lei, ma questo viene contraddetto, la
vita non è una cosa piana, non è, come dico sempre, un film perché la vita è
peggio del cinema: noi andiamo al cinema per recitarci, ma la vita è peggio. Qui
mi viene posta un’opzione, una decisione: che cosa vale, la meraviglia iniziale
o la decisione successiva? La delusione è una questione grave, gravissima, e
può far perdere il gusto di vivere. Anzi, capisco che c’è un’impostazione
dell’esistenza dove questa delusione in fondo è una specie di principio non
conoscitivo.
Mi vengono sempre in mente due cose. Primo,
un’esperienza che ho fatto diverse volte, e che però mi ha molto colpito una
volta per la risposta che ho avuto. Insegnando storia della medicina, nelle
ultime due ore affronto sempre i problemi cosiddetti della bioetica, la nascita
l’aborto, e lì mi gioco sempre il giudizio favorevole degli studenti perché
litigo. A un certo punto, naturalmente io dico quello che penso riguardo a
queste cose, io arrivo alla mia opinione, perché se lo dico subito non c’è più
gusto, poi chiedo a loro cosa ne pensano, perché gli studenti ti guardano sempre
con gli occhi lessi, e allora la situazione si vivacizza. Se chiedo: “Tu cosa
pensi? Che cosa pensi dell’uso della ritalina con i bambini per tenerli calmi?”,
per esempio. Risposta: “Ognuno la pensa come vuole”. Non mi rispondono dicendo
cosa pensano, ma dicendo che ognuno può pensarla come vuole e questa è la
soluzione della questione: questo vuol dire che non c’è il gusto del vivere.
Non c’è riscontro di una corrispondenza, come fattore di conoscenza. Come
diceva Teilhard de Chardin, citato sempre da don Giussani, “il pericolo
maggiore che possa temere l’umanità oggi non è una catastrofe che venga dal di
fuori, una catastrofe stellare, non è la fame, né la peste”. Era un ottimista
perché veniva prima di tutti i problemi alimentari che abbiamo oggi, delle
malattie infettive. “Però – continua – è invece quella malattia spirituale, la
più terribile, perché il più direttamente umano tra i flagelli, che è la
perdita del gusto di vivere”. È quello che don Giussani vedeva nei giovani di
20 anni fa, cioè che non hanno l’energia affettiva, non hanno il gusto della
vita, non si attaccano, ed è bellissima la conclusione del professor Borgna a
riguardo dell’incontro, quando ha detto con un famoso esempio: “I giovani sono
grandi, grossi, però sono malati dentro”. E diceva “Il rimedio, l’unico rimedio
è l’incontro”. La conclusione del professor Borgna è verissima, cioè ci vuole un
fatto che ti coinvolga totalmente, sia la tua intelligenza che la tua libertà
perché la solitudine non è l’essere da solo, ma l’assenza di significato. Si
può essere in mezzo a milioni di persone ed essere da soli come cani. Penso
sempre alla gente che va da sola al cinema: vanno da soli al cinema, in mezzo a
tanta gente, al buio, per essere da soli perché quelle presenze non hanno
significato.
Veniamo al terzo passaggio, alla terza
considerazione. La corrispondenza e l’opzione per la corrispondenza sono un
movimento della ragione, ma a un certo punto arriva una questione, quella che
rompe effettivamente la solitudine, appunto l’incontro che è il dono. Ciò che
rompe la solitudine è la coscienza che la vita è un dono. Non la vita nel senso
che io sono nato solo, ma tutta la vita è fatta di dono. Ricordate la frase
pluricitata di Madre Teresa: “Abbiamo raccolto un uomo dalle fogne, mezzo
mangiato dai vermi, e lo abbiamo portato a casa”. E lui ha detto: “Ho vissuto
per strada come un animale ma morirò come un angelo amato e curato, un dono”.
Ed era così meraviglioso vedere la grandezza di quell’uomo che poteva morire
senza darne la colpa a nessuno, senza maledire nessuno, senza fare paragoni.
Questa è la grandezza dei nostri poveri, la scoperta della vita come dono.
Questa è la rottura definitiva della solitudine e il principio dell’incontro. Abbiamo
ascoltata tutti Vicky dire: “Tu hai un valore, mi diceva Rose, ed è un valore
più grande della malattia. Se Rose mi guarda in questo modo, cioè come
portatrice di un valore più grande della malattia, pensavo, come sarà lo
sguardo di Dio?”. Ma questo è l’aspetto meno interessante, l’aspetto più
interessante è la frase che viene dopo: “Poi ho capito che nel volto di Rose,
stavo guardando il volto di Dio”. Cioè il segno, la potenza del segno, come
trasmissione del significato, cioè un rapporto che però non è più solo un
rapporto con te, diventa la possibilità del rapporto con tutto. Questo è il dono,
questa è la vita come dono, questo è il principio della carità, questo è il
principio dell’amore – non cito la parola amore perché può sembrare scontato. L’incontro
è quello che viene dato e in questo dato, in questo caso nel volto di Rose, “stavo
guardando il volto di Dio”, c’è la speranza, la speranza di tutto, la speranza
per tutto il mondo e per tutti. Questo è l’incontro, la trasmissione di questa
potenza di significato, perché la parola “significato” vuol dire rapporto. Il
significato è il rapporto delle cose con me e con tutto, un rapporto che mi
faccia come il povero di prima, quello lì che è morto come un angelo, che non
mi faccia più maledire nessuno perché è in questo modo che si può affrontare
anche la circostanza sfavorevole. È così che la ragione non decade più, perché
non è più sola e non è più sola perché ha qualcuno in cui poter credere, perché
per poter credere ci vuole qualcuno da seguire, qualcuno di visibile da
seguire, allora si crede. La fede è seguire qualcuno sennò è astratta, è
filosofia. La fede è seguire qualcuno ma non per lui, non per merito suo ma per
quello che porta, perché lui è il principio di un rapporto, introduce tutti a
un rapporto. È questo quello che rompe la solitudine, è questa coscienza. Nel
libro “Sunset limited”, di Cormac McCarthy, autore che sta diventando molto
famoso anche perché è molto cinematografato, e questo è un fatto, pensate a “Non
è un paese per vecchi” che, fra parentesi, nessuno ha capito che cosa vuol dire
perché soprattutto non è più un paese dove la saggezza conta, dove la
tradizione conta, dove la storia conta; comunque, il titolo “Sunset limited” è
riferito al nome di un treno, il Sunset
limited appunto, che passava nella metropolitana di New York e c’era lì uno
che si voleva buttare di sotto, un intellettuale bianco, un professore bianco
che era stanco e deluso dalla vita, che si voleva buttare sotto e arriva questo
povero cristo, negro, che vive proprio nei sobborghi di New York, perché chi è
stato a New York può vedere dei quartieri che sono esattamente come le Favelas
di Rio de Janeiro, uguali, precisi, identici. Il negro lo porta a casa sua e
poi tutto il libro, che è piccolino, è un dialogo tra i due uomini dove il
negro è quello che ha l’impostazione positiva e il bianco quella negativa. Il
negro dice al bianco: “Credere non è come non credere. Uno che crede alla fine
arriva alla fonte della fede e non deve più cercare altro, non c’è un altro, ma
chi non crede ha un problema: si è messo in testa di sviscerare il mondo, ma
ogni volta che becca una cosa falsa ce ne trova sotto altre due da spiegare. Se
Dio, dopo aver creato il mondo, si è messo pure a girarci in mezzo, allora
quando uno si alza la mattina può mettere i piedi per terra senza preoccuparsi
di capire da dove è venuta quella terra”. Se c’è il significato, se c’è un
rapporto attraverso il quale posso entrare in rapporto con tutto il resto, non
devo preoccuparmi di capire sempre da dove viene tutto. Non devo avere l’ansia
di questo, ma se non è così, allora tocca trovare tutta un’altra spiegazione di
cosa uno vuole dire quando dice realtà, e tocca giudicare tutto quanto sotto
quella luce, sempre che poi sia una luce, anche te stesso. Quella domanda lì
vale per tutti: “E allora che dici Professore? Tu che non hai la fede, tu
esisti davvero?”. La solitudine è questo dubbio. Il romanzetto finisce in modo
drammatico perché praticamente, lo dico perché così nessuno si illude, il
bianco va via dalla casa del nero e va a suicidarsi una seconda volta. La cosa
impressionante è che prima sembra che il nero l’abbia vinta, ma poi si scontra
contro la durezza del bianco e ci rimane quando il bianco gli dice: “Lei disse
che io voglio l’amore di Dio, non è vero. Forse voglio il perdono, ma non ho
nessuno a cui chiederlo”. Falso, aveva lì quello che lo aveva salvato. “Non
posso tornare indietro”. Falso, poteva farlo benissimo. “E non posso rimettere
le cose a posto”. Può darsi, “ma tutto si può ricapitolare alla fine, magari
una volta, ma adesso no, adesso mi resta solo la speranza del nulla e a quella
mi aggrappo”. Così finisce. Cioè lui rifiuta il dono che ha davanti, rifiuta
chi lo ha salvato. Questo è veramente terribile perché non avere fede è contro
la ragione. Ecco il vero principio della solitudine. Invece, e non è affatto
scontato, sentite cosa dice Giussani e con questo concludo, ne Il miracolo dell’ospitalità: “Ci sono
tra di noi un’infinità di esempi che non ci possono lasciare oggi come ieri,
che destano in noi un’irrequietezza divina, cioè un’irrequietezza che cerca la
totalità, che cerca l’infinito, buona, sacrosanta, che fa prudere le mani. Non abbiamo
paura di seguire, ricordiamoci che tutto può accedere, se accade la prima cosa
cui siamo debitori, quella grazia per cui ti ho incontrato, amico. La vita è un
dono per quell’istante in cui ho sentito il mio destino identico al tuo, in cui
ci siamo incontrati, ci siamo riconosciuti anche senza dircelo, senza capire,
confusamente, tanto è vero che siamo qua”. Ecco la rottura della solitudine.
MODERATORE:
Non una conclusione, ma oltre al ringraziamento
doveroso a Giancarlo e al Professor Borgna, permettetemi una specie di rilancio,
perché la solitudine è un problema umano. Le montagne non si sentono sole, le
nuvole non si sentono sole, i cani, nonostante quello che diciamo, non si
sentono soli. L’uomo invece fa questa esperienza abissale, rispetto alla quale
occorre tutto il dono, tutto il riconoscimento della potenza di un dono che
viene da infinitamente altro, sennò la solitudine non si rompe. La caratteristica
dell’uomo solo, che non decide di accettare il dono, secondo quello che ci ha
chiaramente indicato Giancarlo, la caratteristica dell’uomo che accetta una
solitudine, l’isolamento, invece che la decisione di accettare il dono di cui i
segni sono infiniti nella vita, la caratteristica di quest’uomo è che si
annoia. Tanto è vero che i grandi geni del ’900, e anche prima, pensate a Leopardi
o Baudelaire, che dice che “la noia può inghiottire il mondo”, si annoiavano.
All’uomo solo sembra che il mondo venga inghiottito, che non ci sia più come se
gli fosse scomparso tutto di fronte agli occhi. “La noia inghiotte il mondo”
dice Baudelaire in una sua poesia. Eliot, grande lettore di Baudelaire, dice infatti
che “il mondo non finirà in uno schianto ma in un lamento”, finirà nel lamento
di uomini che non hanno più un rapporto positivo con la realtà. Il Meeting è
invece una manifestazione di uomini che non si annoiano, non di uomini buoni o
perfetti o giusti o che sanno più degli altri, ma di uomini che non si annoiano,
che hanno un rapporto positivo con la realtà per cui il mondo non finisce in un
lamento, ma ricomincia in ogni istante. Buonasera.
lunedì 4 novembre 2024
CONVIVENZA DI INIZIO CORSO Porto S. Giorgio, 26 settembre – 29 settembre 2024. MERKABA, EUCARESTIA E CHIAMATE.
MERKABA
Kiko
- Preghiera iniziale
- Merkabà di
- Presbiteri
- Seminaristi
- Coppie
- Sorelle
- Kiko ringiovanisce le equipes di catechisti, delle parrocchie in cui lui è
catechista, affiancando loro delle coppie di catechisti più giovani
- I e II Martiri Canadesi
- I S. Francesca Cabrini
- Alcuni avvisi
Ascensión:
Una serie di avvisi per la vita quotidiana del prossimo anno.
La catechesi di P. Mario è molto bella e interessante ma si fa parlata (non
letta). È chiaro che si può leggere qualche citazione, ma è una catechesi non una
conferenza. Voi presbiteri, che siete abituati a studiare, dovete fare lo sforzo di
studiarla per darla bene; si perde tanto quando si legge.
La convivenza di inizio corso è molto importante per tutti, non solo per i
catechisti. Dovete incoraggiare i fratelli a viverla completa. Per le comunità che
hanno finito il Cammino questa è l’unica convivenza che ricevono! Ma è necessaria
per tutti i fratelli, è uno slancio per cominciare il corso con zelo. Quello che vi
raccomandiamo a tutti i fratelli è di viverla e di trasmetterla interamente.
Per i giovani, è stato magnifico quello che è stato fatto con i pellegrinaggi.
Questi sono un aiuto per sostenere i giovani e recuperare qualcuno che è andato in
crisi; la cosa più importante è che i giovani possano fare il tripode, fare bene il
Cammino.
Per continuare ad aiutarli, è molto importante la scrutatio della domenica. Il
Papa ha fatto un messaggio molto bello per la giornata diocesana dei giovani, da
celebrare alla fine di novembre. Da questo messaggio, come abbiamo fatto gli altri
anni, e anche prenderemo dei passi dalla bolla del Papa, per preparare dei testi di aiuto
per la scrutatio di quest’anno. Intanto si può cominciare con il Vangelo della
domenica. Per ora, la scrutatio la si fa comunque sul Vangelo della domenica.
Se da qualche parte non c’è ancora il post-cresima, vi invitiamo ad aprirlo.
Anche nelle parrocchie dove è stato aperto molto tempo fa, vi invitiamo a chiamare
Gianvito per vedere come sta andando perché lo si faccia bene. L’anno scorso
Gianvito è andato a Madrid a rivedere il post-cresima ed ha aiutato molto. E dato che
era a Madrid, gli abbiamo detto di andare a vedere anche come si stava facendo la
scrutatio nelle Parrocchie e questo ha aiutato molto. Quando Gianvito va da qualche
parte a visitare o ad aprire il post-cresima, potete approfittarne per vedere anche come
si sta facendo la scrutatio: questo può essere di aiuto per tutti.
Anche i Centri Vocazionali sono molto importanti. Abbiamo tanti ragazzi che
si sono alzati. È opportuno continuare a seguirli con lo schema che abbiamo dato
l’anno scorso. Se ci sono ragazzi che non sono della stessa città vediamo come aiutarli
perché si possano radunare tre volte al mese, o, se non è possibile, almeno due volte.
Incontrarli una sola volta al mese, è troppo poco e il rischio è che si perdano.
Anche per il fatto serio dell’anno Propedeutico, richiesto ai giovani che
vogliono entrare in Seminario: non possiamo dire ai Vescovi che lo facciamo con
questi incontri se ne facciamo uno solo al mese; ma se lo facciamo bene può davvero
evitare un anno di preparazione a questi giovani. Per questo l’anno scorso abbiamo
dato uno schema di tre incontri al mese. Se uno abita lontano, è chiaro che non può
venire; dobbiamo vedere come fare. Ma un viaggio di due o tre ore si può fare. Questo
dovete vederlo voi. Se qualche ragazzo si alza per l’itineranza, anche lui deve
partecipare almeno un anno nel Vocazionale. Per venire alla convivenza degli
itineranti per partire in missione, deve aver fatto un discernimento con isuoi catechisti
insieme all’equipe che porta il Centro Vocazionale. Certo, ci sono eccezioni che si
possono vedere, ma questo lo diciamo come norma generale.
Anche i Gruppi del Rosario funzionano bene se si revisionano e integrano
ogni anno nuovi ragazzi per rafforzare i gruppi. Si devono fare alcuni incontri: non si
può dare il rosario e abbandonarli a se stessi, specialmente se poi i gruppi non si
incontrano. È necessario accompagnare e incoraggiare di nuovo i ragazzi.
Per il Giubileo: noi faremo l’incontro per i giovani, in occasione del giubileo
dei giovani, che è dal 27 luglio al 3 agosto. L’incontro, con l’Eucaristia con il Papa,
è il 2 e il 3 agosto, il 4 agosto, che è lunedì, Kiko farà l’incontro vocazionale, anche
se non sappiamo ancora dove. Nel mamotreto metteremo anche le indicazioni del sito
su cui dovranno essere fatte le iscrizioni per questo incontro per chi vuole andare al
Giubileo di Roma. Per il Giubileo in generale, ci sono vari incontri specifici, come a
maggio per le famiglie, a giugno nella Pentecoste per i Movimenti e nella festa del
Sacro Cuore, per i seminaristi e per i presbiteri. Noi non faremo incontri specifici,
proprio per permettere ai singoli e alle comunità di organizzarsi con la parrocchia o
con altri.
Chiederemo aiuto alle comunità del Centro Italia, per l’accoglienza con più
precarietà, per il Giubileo di giovani. Per il resto invitiamo ogni comunità a celebrare
il Giubileo, come ha detto anche Mario: a Roma o nei luoghi che saranno indicati. È
importante che in ogni comunità i fratelli approfittino di questo dono e facciano un
pellegrinaggio a piedi, con la confessione, passando per la porta santa indicata, e alle
altre condizioni. Anche per gli anziani la Santa Sede o le Diocesi daranno indicazioni
opportune.
Facciamo poi un invito particolare ai tanti catechisti delle comunità, che non
evangelizzano, perché durante questo anno giubilare possano visitare a i parroci ed
altri presbiteri per presentare loro il Cammino, dando la propria esperienza, ma anche
parlando degli incontri che ci sono stati con Papa Francesco. È bene prepararci un
poco per esporre seriamente il Cammino: potete organizzarvi, regione per regione,
perché questi catechisti vadano a visitare non solo i parroci, come dicevo, ma anche
i presbiteri, che magari possono aiutare le comunità ed il Cammino con le tante
necessità che abbiamo. Questo è un invito serio per tutti i catechisti e possono iniziare
già a partire da questa convivenza, anche per vedere se si può aprire il Cammino in
nuove parrocchie. Ma non solo i catechisti, tutti i fratelli sono chiamate a condividere
il Giubileo, l’anno di grazia del Signore. Nell’Annunzio di Avvento vi diremo quello
che il Signore ci ha ispirato, per dare una parola di speranza a questo mondo con tanta
sofferenza.
Mattia, che abbiamo messo come incaricato per preparare il Giubileo, ci
supplica di chiedere aiuto al Cammino per avere alcuni volontari. A Roma c’è
bisogno di molti volontari, che possano dare la loro disponibilità per tre mesi, per sei
mesi o per un anno. Questi vengono pagati 900 euro al mese, dall’Organizzazione del
Giubileo. L’età deve essere da 18 a 40 anni. Certo, chi lo fa, lo dovrebbe fare per
amore alla Chiesa. Per chi viene da fuori, la Chiesa di Roma darà la possibilità di un
alloggio gratis, in aggiunta al compenso.
Un’altra cosa. L’altro giorno ho visto su Whatsapp un gruppo che si era dato
il nome: “Cammino Neocatecumenale Internazionale”. Io mi sono chiesta: “Che
cos’è, un doppio Cammino?”. I catechisti devono dire con chiarezza che non
accettiamo questo. Il Cammino si vive personalmente, nella comunità. Stiamo
parlando seriamente di tutti i rischi che internet comporta per i giovani e non solo e
poi ci mettiamo anche noi con questo. È chiaro, e non giudichiamo nessuno, che lo si
fa con retta intenzione, per amicizia, o per quello che sia. Ma lo spirito del Cammino
è un altro: si fa personalmente il Cammino. Ci sono gruppi sui vari social che si sono
dati il nome di Cammino Neocatecumenale. Questo non è permesso a nessuno. Questi
canali debbono cambiare nome: non è accettabile che si usi questo nome, che ha una
sua identità e approvazione da parte della Chiesa, per canali e su canali privati. Vi
invitiamo ad obbedire e ad invitare amici o chi sia a fare il Cammino e a non limitarsi
a seguirlo o ad avere informazione che non hanno nessuna ufficialità. Il Cammino è
per viverlo e quando ci troviamo nelle convivenze diamo le notizie che riguardano il
Cammino. Nel sito web ufficiale noi mettiamo gli eventi che consideriamo
importanti, e anche i canti, informazioni sui pellegrinaggi... Le informazioni sul
Cammino Neocatecumenale si trovano sul sito web ufficiale:
www.neocatechumenaleiter.org per tutto il mondo e
www.neocatechumenaleiter.org/it/ per Italia.
Un’atra cosa. Quando Kiko ha eseguito a Trieste la seconda sinfonia, ci hanno
detto che un uomo, che sempre a Trieste anni fa aveva ascoltato la prima sinfonia
sulla sofferenza degli innocenti, e che da molti anni si era allontanato dalla Chiesa,
era stato indotto a cercare Dio. Poi gli è venuto un tumore e già stava per morire, ma
quando siamo andati a Trieste per la seconda sinfonia è voluto venire ad ascoltarla e
poi è morto riconciliato con Dio, grazie all’ascolto della sinfonia, con confessione e
comunione. Ha detto: “Questa musica mi ha dato la fede”. Ringraziamo il Signore,
che ha dato a Kiko anche il dono della musica.
Vi dico questo per un motivo: abbiamo bisogno di rinforzare l’orchestra:
una cosa difficile, perché questa orchestra si raduna due o tre volte all’anno. Per farne
parte è necessario essere dei buoni musicisti, avendo fatto gli studi superiori di
musica. È necessaria, inoltre, la disponibilità a entrare nella precarietà, perché in tre
giorni si deve lavorare tanto per preparare un concerto. A volte succede che un
musicista, o l’arpa, o il flauto, non può arrivare quel giorno stabilito, e perciò abbiamo
bisogno di avere qualche riserva, che cominci a imparare questa musica di Kiko. Per
questo vi invitiamo a chiedere questa disponibilità nelle convivenze. Mi dicono che
mancano soprattutto flauti, percussioni, arpa, contrabbasso. Tutti quelli che hanno
fatto studi superiori di musica possono inviare il curriculum all’orchestra,
all’indirizzo che verrà indicato nel mamotreto o al Centro Neocatecumenale. Serve
qualsiasi strumento, come anche servono coristi. Se qualcuno ha studi superiori di
coro o istrumenti, può mandare il suo curriculum alla seguente mail:
contacto@oscnc.org o al Centro neocatecumenale (cncroma5@tin.it).
Devo aggiungere ancora una cosa molto importante, che è il tema delle
collette. Sapete che il Cammino non ha beni materiali, perché è una fondazione di
beni spirituali. Ora, per sostenere le necessità pratiche dell’evangelizzazione: viaggi,
convivenze, ecc., il nostro statuto prevede uno strumento, che è la fondazione
autonoma diocesana: per questi fini, come ad esempio per sostenere i seminari o le
necessità della evangelizzazione; fin dall’inizio, sono state erette sia la fondazione
Famiglia di Nazareth di Roma che quella di Madrid. Se per caso in qualche diocesi il
Vescovo ha eretto un Centro Neocatecumenale oppure un catecumenium è
importante che questo sia fatto come è indicato negli Statuti.
Nel caso di nuove fondazioni diocesane è bene che ci consultiate, anche voi
itineranti, perché vi possiamo aiutare a fare le cose bene e in modo che tutto sia fatto
in modo gratuito.
Ora, un altro problema è che in alcuni paesi ci sono difficoltà anche per i
pagamenti di pellegrinaggi o delle convivenze, perché, per esempio, bisogna fare dei
pagamenti elettronici o tenere una contabilità legale: normalmente in questi casi si
chiede un appoggio alla parrocchia, che ha la sua contabilità. Se per caso si debbono
creare delle associazioni per questo scopo, è bene che, concluso il pellegrinaggio o
raggiunto il fine, queste associazioni si chiudano.
Ho ancora due o tre cose brevi da comunicarvi. La prima è questa: è stata
pubblicata in italiano le tesi di licenza in teologia di Carmen, che era già stata
pubblicata in Spagna. Il titolo: ”La necessità della Preghiera nel pensiero di Pio
XII”. L’edizione è stata curata da Ezechiele e l’ha pubblicata Chirico, a cui potete
fare richiesta delle copie di cui avete bisogno, anche con internet. È un libriccino
semplice, ma molto utile per i fratelli delle comunità, specialmente per conoscere
Carmen e le fonti della sua teologia e catechesi. Speriamo che nel prossimo anno si
concluda il processo diocesano della Causa di beatificazione di Carmen.
Volevano dare anche un’informazione agli itineranti. Abbiamo visto che in
tante zone ci sono vescovi nuovi, che non conoscono il Cammino o lo conoscono
poco. È importante anche per noi, anche se è molto difficile, però il Signore ci aiuterà
a fare una convivenza con i vescovi, perché possano conoscere bene il Cammino e
non le cose che si ascoltano o si leggono, spesso non corrette su di noi. È meglio, se
possiamo, spiegare noi cos'è il Cammino. Allora abbiamo pensato di fare una
convivenza la settimana in albis, in Israele. Siamo sicuri che la guerra sarà finita,
deve finire presto. Dovete allora invitare i vescovi delle vostre zone e nella
convivenza di gennaio ci dovete poter dire quanti pensano di venire: per poter
decidere se andare avanti o no. Sarà da martedì a domenica. Si arriva martedì e finisce
la domenica. Dovete andare a visitare i vescovi con la fiducia che ci sarà la pace. Non
abbiate paura, il Patriarca di Gerusalemme, il card. Pizzaballa, è molto contento con
il Cammino Neocatecumenale: siamo gli unici pellegrini che stiamo sostenendo la
Terra Santa in questi tempi. Per i vescovi sarà anche una cosa meravigliosa poter
vivere il Giubileo al Santo Sepolcro, a Nazareth, proprio nei lughi santi. Poter vivere
il Giubileo lì: penso che questo è un regalo per loro. Abbiamo scritto una lettera di
invito per loro, che dovreste consegnare loro personalmente, in mano.
Sapete anche che le comunità hanno ripreso i loro pellegrinaggi in Israele. E’
vero che è ancora un tempo un po' difficile a causa della guerra, ma pur con le dovute
attenzioni, è possibile riprendere questi pellegrinaggi. Una cosa è certa: che tutti i
fratelli che sono andati questo anno in Terra Santa sono stati contentissimi, felici di
poter stare tranquilli nei luoghi santi soli, senza code... E tanti fratelli che non sono
andati con la sua comunità, dopo si sono pentiti. Per questo vi diciamo: Coraggio!
andiamo avanti con i pellegrinaggi in Israele.
Su questo dò la parola a Rino perché vi dica lui, che vive lì, qualche cosa.
D. Rino:
Il secondo video che abbiamo visto venerdì ha fatto presente l’esperienza che
abbiamo avuto, dopo la Pasqua, con i presbiteri formati nei seminari dell’Europa, ed
insieme avete visto anche l’esperienza nuova, che è in atto, dell’anno di immersione
nella geografia della salvezza. Questo non è una cosa casuale. Questo era il sogno di
Carmen. Il Signore ci ha permesso di aprire una nuova casa a Betania - per chi non
lo sa, Betania è in Gerusalemme - Carmen, desiderava molto tutto questo. Perché?
Vorrei solamente dire qualche cosa.
Posso raccontare l’esperienza che abbiamo avuto noi, stando lì tutti questi
anni.
Io sto lì da 25 anni, ho visto un poco tante cose che sono successe. Prima di
tutto: perché Dio ci ha dato la Domus Galilaeae? Non è un caso! Ci è stata data in
uso dai Padri Francescani. È importante la Domus Galilaeae per due cose: la prima:
è nel terreno dove si pensa che Gesù ha pronunciato il Sermone della Montagna. La
seconda: l’invio universale da parte degli apostoli. L’invio che è stato fatto da Gesù
Cristo risorto dopo la sua resurrezione: “Andate in tutto il mondo e battezzate, ecc...”.
Il Sermone della Montagna è l’annuncio che tutti abbiamo ricevuto: l’uomo nuovo,
ci viene presentata questa fotografia e poi anche la missione che abbiamo di
evangelizzare.
Sono anche rimasto sorpreso da come siamo riusciti a trovare la casa per l’anno
di immersione, sistemarla; sistemare anche la casa per i seminaristi. Ho come l’idea
che Dio ha fretta, ha fretta! Non solo, ma come anche ho detto nell’ultima convivenza:
dopo tante difficoltà che abbiamo avuto per il progetto sul Monte degli Ulivi, dove
abbiamo un terreno che ci è stato dato in uso, ecco, una sorpresa: dopo tanti fallimenti,
sembra che qualche cosa si apra. E nel frattempo questa Domus Betaniae: nonostante
la guerra e tante difficoltà, il Signore ci ha dato di iniziare questo anno di immersione
nella terra del Signore e l’esperienza del primo anno ha superato tutte le nostre
aspettative: un vero dono che ha aiutato tanto i presbiteri che lo hanno vissuto, che he
sono usciti contentissimi, rinnovati nel ministero e nella missione della Chiesa e del
Cammino.
A partire dalla prossima Pasqua, riprendiamo, come diceva Ascensión le
Convivenze dei Vescovi in Terra Santa. Da alcuni anni, per vari motivi, non si sono
potuti fare. Ma adesso l’équipe ha visto bene che è molto importante che noi
riprendiamo questo appuntamento che diamo a tutti i Vescovi. Questa volta inseriamo
anche i nunzi, come qualcuno ha chiesto. Però i nunzi, se vogliono venire, devono
chiedere il permesso alla Santa Sede.
È importantissimo per noi riprendere questa esperienza che ha dato tanti frutti,
con la possibilità che i vescovi vivano un poco la nostra esperienza liturgica,
particolarmente l’Eucaristia, che spiegheremo. Molti non sanno che cosa sia il
Cammino, per questo è importante che sappiano veramente che cos’è il Cammino,
che lo sperimentino, che sentano il carisma, che sentano predicare, confessarsi in
un’assemblea, celebrare l’Eucaristia con le risonanze.
Dice il Signore: “Andate in Galilea e là mi vedrete”. L’anno prossimo avremo
anche il giubileo, che sarà importantissimo.
Un’altra cosa che vorrei dirvi è che è scioccante che voi invitiate dei vescovi
con la guerra in corso, qualcuno rimarrà un poco scioccato che facciamo questo invito
adesso che c’è la guerra. Da qui a Pasqua dell’anno prossimo, molta acqua passerà.
Io, in venticinque anni che sono lì, ho assistito a cinque guerre e andiamo avanti; fa
parte del nostro vivere in Terra Santa.
Fratelli, di fronte a tutto questo dobbiamo fare ciò che la lettera agli Ebrei ci
ha detto all’inizio della convivenza: fissare il nostro sguardo al Signore! Non c’è altra
soluzione. Non fissare lo sguardo sui tuoi problemi, sulle comodità: nel Signore! Da
Lui ci viene la salvezza.
- Distribuzione degli inviti per la convivenza dei vescovi.
Riposo breve
EUCARESTIA – XXVI domenica del T.O. - Ciclo B - presiede P. Mario
- Canto d’ingresso: “M’indicherai il sentiero della vita”
- Saluto del Presidente
- Ammonizione
Kiko
Coraggio, fratelli, ecco che la domenica in questa convivenza viene a invitarci
alla festa, a fare Pasqua, al riposo che Cristo ha portato con la sua morte e resurrezione
per noi. L'Eucarestia canta l'amore di Dio mostrato nella morte e resurrezione di suo
Figlio, che si fa qui presente per noi: il suo sacrificio sulla croce, la sua oblazione per
i nostri peccati; e canta la sua vittoria. E questo amore enorme, che ha mostrato sulla
croce per tutti noi, lo dona a noi: ci dà il suo corpo perché possiamo presentare a tutti
nel mondo questo amore, questo amore che ci porta ad amare come lui ci ha amato.
E se per sua misericordia cominciamo a viverlo noi, sarà un grandissimo bene per
tutta la Chiesa e per tutto il mondo.
La Parola che oggi sentiremo è una Parola che viene a confermare tutto quello
che abbiamo detto, e ci parla dello zelo per l’annunzio del Vangelo e anche dello
scandalo. Noi proclamiamo la resurrezione dalla morte; e si va a fare presente qui
l'amore che Dio ha per ciascuno di noi nel Corpo di Gesù Cristo. È chiaro che noi non
sappiamo entrare nella morte, è difficile per noi entrare nella sofferenza, accettare gli
eventi. Per questo Gesù Cristo stesso ci dona il suo Corpo perché noi possiamo entrare
nella morte, ci fa bere il suo Sangue e ci fa partecipare alla festa, la resurrezione. Se
siamo convinti che la verità è il Servo di Jahwé, è la non resistenza al male, Egli ci
invita ad offrire i nostri corpi a Lui, a Gesù Cristo, formando un nuovo corpo con Lui,
in questa generazione, per portare questa verità agli uomini.
Esattamente quello che dicono questi sacramenti: “Questo è il mio corpo che
si spezza per voi”. Ma io ho bisogno dell’Eucaristia per entrare nella morte, per non
opporre resistenza, per poter morire all’altro. Questo è il mistero del cristianesimo.
Questo è il mistero del tuo presbiterato, del tuo matrimonio, il mistero della tua vita.
Cristo sta sulla croce, e in questa Eucaristia lo vedremo. Questo pane sarà il
Corpo di Cristo. La nostra fede dice che questo non è solo un simbolo. Questo sarà il
corpo di Gesù Cristo. E quello che i sacramenti predicano si dà a noi, perché possiamo
entrare nella volontà di Dio, in modo che non sia io che viva ma Cristo a vivere in
me. Cristo nel Shabbat è entrato nel riposo perché aveva finito tutte le sue opere,
aveva dato la vita per il peccato e il peccato era morto. Dicono i Padri della Chiesa:
“Entrando nel Battesimo, abbiamo riposato dalle opere della morte”. Anche noi
siamo entrati nell’eterno Shabbat: non possiamo più fare le opere del peccato.
L’anima del Concilio Vaticano II è la più perfetta partecipazione a quello che
i sacramenti significano e realizzano. Carmen e io abbiamo portato avanti una grande
battaglia: portare alle parrocchie il rinnovamento del Concilio Vaticano II.
Soprattutto il rinnovamento liturgico, dove l’Eucaristia ha un posto primordiale.
Infatti, noi abbiamo disegnato questo che vedete qua, una assemblea con l’altare al
centro, dando la possibilità ai fedeli di comunicare sotto le due specie, che è una cosa
importantissima. La Chiesa ha avuto nella storia delle sofferenze enormi per questo
fatto delle due specie e tutto questo si può portare avanti grazie ad una catechesi
sacramentale, fatta in piccole comunità all’interno delle parrocchie. Abbiamo visto
in questo rinnovamento, che stiamo portando avanti, grandi miracoli che Dio ha fatto,
come il permesso della Santa Sede alle due specie e di spostare il segno della pace.
Qui si fa presente per noi la passione, la morte e la resurrezione di nostro
Signore Gesù Cristo, nei segni del pane e del vino e noi possiamo partecipare alla sua
vita, alla sua vittoria sulla morte, che ci dona vita eterna. Lui alimenta la nostra vita
con la sua vita. Il Signore Gesù, sapendo che abbiamo un corpo debole, per poter
salire sulla croce, lui stesso ci dona la sua vita immortale, la sua vittoria. Ci dona il
suo corpo, corpo con il quale lui è salito sulla croce, con cui ha fatto la volontà del
Padre; il corpo che ha vinto questo combatte nel quale tutti ci troviamo.
Speriamo siate contenti di questa convivenza. Ma l’Eucaristia agisce al di là
del sentimento. Anche se tu senti poco, i frutti ci sono. Viviamo questa Eucaristia con
questa tensione dentro di noi, accogliendo il Signore che viene a donarsi tutto per noi.
Ringraziamo il Padre che ha avuto tanta misericordia di perdonare i peccati, di
metterci nella sua Chiesa, di inviare il suo Figlio che ci salva dall’inferno e dalla
morte.
Che Cristo oggi nell’Eucaristia risusciti la nostra fede, la faccia viva perché
noi possiamo compiere le opere della fede, e ci aumenti lo zelo per partire da qui pieni
di zelo per l’annuncio del Vangelo. Accogliamo il Presidente e i presbiteri, preceduti
dalla croce, faremo un’Eucaristia solenne ringraziando al Signore per i frutti di santità
che porterà questa convivenza a noi e a tutti i fratelli del Cammino.
- I lettura: Num 11, 25-29
- Salmo responsoriale cantato
- II lettura: Gc 5, 1-6
- Canto dell’Alleluja
- Vangelo cantato: Mc 9, 38-43.45.47-48
- Invito alla risonanza (P. Mario)
- Risonanza della Parola nell’assemblea
- Omelia
P. Mario
Spero che il Signore voglia ispirarmi a spezzare la sua Parola, perché già
abbiamo sovrabbondato nella predicazione.
Questa Parola viene a confermare l’opera che il Signore - di cui siamo
testimoni - ha fatto nella nostra vita e sta realizzando nella nostra debolezza, nelle
nostre comunità.
La parola del libro dei Numeri, che abbiamo proclamato, parla della libertà
dello Spirito Santo. Ricordo sempre quello che diceva Carmen: quando facciamo
delle regole, degli statuti, come delle gabbie in cui tentiamo di mettere lo Spirito
Santo, quando stiamo per chiuderne la porta, lo Spirito Santo è già sparito. Per questo
la sua figura è la colomba, che viene e all’ improvviso se ne va, sparisce, può apparire
come la colomba che rappresenta lo spirito di amore tra il padre e il figlio così come
è cantato e descritto nel Cantico dei Cantici, in cui la sposa quando sparisce lo fa
cercando e invocando per tutta la città.
Mi colpisce questo che dice, che lo Spirito Santo ha preso un po’ del suo
Spirito, che aveva dato a Mosè e l’ha condiviso con i 70 che erano
nell’accampamento, dove c’era la tenda del convegno, la presenza di Dio. Arrivano
non dalla tenda del convegno, ma dall’accampamento al di fuori della zona sacra,
altri due che avevano ricevuto lo Spirito Santo. Allora qualcuno va ad avvisare Mosè:
guarda che lo Spirito Santo è sceso anche su due che erano nell’accampamento, non
nello spazio riservato al Signore. Questo per indicare la libertà dello Spirito Santo.
Sono convinto personalmente che ci sono molti più buoni e santi di quello che
pensiamo: non tutta questa generazione è pervertita. Questo lo dice il Signore quando
dice: molti, molti vi precederanno nel regno dei cieli. Dice: le prostitute e i pubblicani
vi precederanno perché il giudizio finale appartiene a Dio. Come ha detto bene
qualcuno qui, adesso nella risonanza, non spetta a noi giudicare, anche i poveri che
vivono per terra, gente povera senza ripari.
Per questo il Signore si identifica anche con loro, perché il Signore è libero.
Noi vediamo questa libertà del Signore all’interno delle nostre comunità. È
meraviglioso scoprire i vari carismi che il Signore dà ai fratelli e alle sorelle. Mi
ricordo la sorella della mia comunità, si chiamava Filomena, cieca, di una famiglia di
ciechi, solo una sorella vedeva e accudiva gli altri della famiglia. Quando faceva le
risonanze ci stupiva tutti, alla mia comunità a volte sono venuti anche Monsignor
Cafarra, che poi sarà arcivescovo di Bologna, veniva anche un Cardinale, di cui non
ricordo il nome, rimanevano stupiti dalle risonanze, perché grazie al cammino,
all’iniziazione cristiana la parola di Dio si fa carne dentro di noi, per cui quando si è
fatta carne, quando tu parli esce la sapienza di Dio, comunichi la sapienza di Dio.
Questo l’abbiamo fatto presente soprattutto ai professori itineranti, nella convivenza
che abbiamo avuto con loro: oggi, che ci sono molte teologie, molti teologi che non
hanno l’esperienza come noi della Parola incarnata nella loro vita, finiscono col
comunicare belle teorie, belle e anche brutte, distruttive.
Poi vorrei sottolineare ciò che ha detto anche una sorella: i precetti del Signore
fanno gioire il cuore. Oltre la parola, alla liturgia, abbiamo la Liturgia delle Ore,
recitare i salmi risuona in noi, ogni situazione in cui ci possiamo trovare sia di dolore,
sia di depressione, sia di gioia, di esultanza, di ringraziamento. Abbiamo anche il
dono che Kiko ci ha musicato questi salmi e quando siamo più depressi, più malati,
ecc., ascoltiamo questi canti, io li ascolto ogni tanto e ci rianimano perché la parola
di Dio ci rinfranca, ci solleva. Questo è un dono che ci fa il Signore.
La parola di Giacomo ci ricorda quello che dice il Signore: fa giustizia tra mio
fratello e me. Mi ha rubato la mia eredità. Ed il Signore dice: chi mi ha costituito
giudice tra di voi? Tutti e due siete ingannati, perché la vita non sta nei beni materiali,
non sta nei soldi, ma il vero tesoro è quello custodito in cielo. E fa l’esempio di colui
che ha accumulato, accumulato, pensando: quando andrò in pensione, avrò tanti soldi
da poter vivere veramente senza problemi e potrò godermi la vita, viaggiare. Stolto!
Questa notte ti sarà chiesto conto della tua vita e tutto quello che hai accumulato sarà
dissipato dai tuoi figli, dai tuoi nipoti. Questa è una parola per noi, perché il Signore
dice nel vangelo di Luca: non accumulate tesori sulla terra dove la tignola e le tarme
li consumano, accumulate tesori nel regno dei cieli.
Questa è la vita del cristiano; con la nostra fedeltà al Signore, il Signore va
accumulando ricchezze che un giorno troveremo in cielo.
Poi la parola del Vangelo. Anche qui: abbiamo sentito uno che caccia nel tuo
nome i demoni. Gesù dice: non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un
miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è
per noi. Ci possono essere tanti. Non siamo gli unici ripieni dalla vita dello Spirito
Santo. Ho trovato qualche cristiano, che, fedele aisacramenti, partecipa ai Sacramenti
nella Parrocchia, e la sua vita è trasformata, è piena della benedizione del Signore,
della gioia del Signore. Non pensiamo di essere gli unici, ma sì, siamo grati di quello
che il Signore ci ha fatto per comunicarlo agli altri, che non hanno avuto questa grazia
come noi.
Per questo dice: chi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché
siete di Cristo, non perderà la sua ricompensa. Quando viviamo di provvidenza,
abbandonati il Signore, il Signore provvede per noi.
Poi la parola più terribile: chi scandalizza questi piccoli. I piccoli sono quelli
che si avvicinano alla Chiesa, vedendo la luce, e che invece di aiutare, di
accompagnare nel cammino della conversione, noi pretendiamo da loro cose che
ancora non possono attuare, perché non hanno ancora ricevuto la grazia dello Spirito
Santo, oppure creiamo uno scandalo per chi si sta avvicinando. Magari abbiamo finito
il cammino e succede che un marito lascia la moglie, va con un’altra, lascia la moglie
con i figli. Questo crea scandalo per i piccoli. Dice il Signore: sarebbe stato meglio
per lui che non fosse mai nato. Continua: è meglio per lui aver messo un masso al
collo e buttato nel mare che è figura dell’inferno. Cioè, questo cammino è
meraviglioso, ma Dio non è solo misericordioso, è anche giusto. Anche questo ci
serve per coltivare il timore di Dio. Ci ha dato dei tesori preziosi nella nostra
debolezza: abbiamo i sacramenti della parola, dell’eucarestia, della penitenza e tutti
gli altri che ci accompagnano nei momenti più importanti della nostra vita, nella
malattia, nella morte.
Ecco, allora aggrappiamoci sempre al Signore. Aggrappiamoci al suo amore,
perché ci doni la perseveranza e la costanza e ci dia questo zelo di voler comunicare
questi tesori che abbiamo ricevuto a quelli che ci ha messi attorno parenti, vicini,
conoscenti. Ecco che attingono da noi, anche solo con la nostra presenza, con il nostro
modo di vivere.
Ecco, allora adesso celebriamo questo sacrificio di Cristo che offre il suo
sangue, ci dona il suo corpo ed il suo sangue per continuare a sostenerci in questo
cammino di vita eterna, perché viene incontro alla nostra povertà e debolezza, con
tutto il suo corpo che è costituito dalla Gerusalemme celeste. I santi che intercedono
per noi dalla Gerusalemme celeste, perché possiamo anche noi arrivare a contemplare
il volto di Dio; c’è anche la Gerusalemme purgante, non possono pregare per sé stessi
- noi possiamo pregare per loro - ma possono pregare per noi. E poi c’è la Chiesa
militante, che ancora cammina nella fragilità, e anche questi che sono santi, magari
non da altare, in cui vive la santità di Dio, ci aiutano nella nostra debolezza.
Per cui benediciamo e ringraziamo il Signore per questa Eucarestia, per questo
banchetto a cui ci fa partecipare adesso.
- Credo apostolico
- Preghiere universali
- Pace: Canto di Balaam
- Liturgia Eucaristica
- Canto: “Agnello di Dio”
- Canto alla frazione del Pane: “Come pecora”
- Canto al Calice: “Andate e annunciate ai miei fratelli”
- Orazione finale
- Monizione alla colletta (Giampiero)
Adesso, fratelli, faremo la colletta per pagare la convivenza. Vi invito ad essere
generosi, perché abbiamo molte convivenze di itineranti e seminaristi, che devono
essere completate nel pagamento. Come tutti gli anni, vi chiediamo di darci una mano
nella generosità.
Quest’anno faremo un’unica colletta, che sarà per pagare la convivenza e
per l’evangelizzazione. Per questo vi chiediamo di essere generosi: 200 euro sono
per pagare i giorni di convivenza – se vi fermate di più dovete aggiungere – e poi
aggiungete per l’evangelizzazione. Tutto nell’unica colletta. Grazie.
- Canti durante la coletta: “Maria di Jasna Gora”
- Colletta per la convivenza, per i Seminari e per l’evangelizzazione.
- CHIAMATE
Kiko:
Adesso passiamo alle chiamate. Quelli che sentite di offrire la vostra vita per
questa opera di evangelizzazione vi alzate in piedi. Quelli che vi alzate vuole dire che
state disposti a partire, ma prima di venire in una convivenza d’itineranti, questa
chiamata deve essere confermata dai catechisti propri e anche dagli itineranti.
Stiamo assistendo a un grande spettacolo: evangelizzare nel mondo in
un’unica opera con presbiteri, ragazzi, ragazze, famiglie, Vescovi! Quello che sta
succedendo non è niente di straordinario, è la Chiesa stessa, la sua natura. Credo che
tutti vorreste alzarvi ma con circostanze concrete Dio vi ha marcato che non è il
momento. E’ così per tutti, vero? Perché l’evangelizzazione è la natura stessa
dell`essere cristiano.
- Chiamata dei presbiteri
I presbiteri che vi sentite chiamati dal Signore a offrire i vostri corpi in questa
nuova opera di evangelizzazione, mettetevi in piedi.
- Alzate dei presbiteri
- Chiamata dei seminaristi
Quelli che sentite una chiamata al seminario, quelli che vi sentite chiamati a
diventare presbiteri, mettetevi in piedi.
- Alzate dei ragazzi per il seminario
- Chiamata dei ragazzi
Ora qualche ragazzo che abbia deciso lo stato, che non si senta chiamato al
presbiterato, ma al “carisma primitivo”, che accettano essere il ragazzo dell’équipe,
l’ultimo, che abbia accettato di non sposarsi. E’ importante aver deciso lo stato perché
devono combattere su questo, devono sapere che se guardano una ragazza peccano e
normalmente se un ragazzo guarda una ragazza non pecca, se la guarda bene. Ma se
tu hai fatto un contratto con Dio che tu non guarderai ragazza, Dio ti chiama a essere
un segno dell’escatologia. Si c’è qualche ragazzo, che si metta in piedi.
- Alzate dei ragazzi per l’itineranza
- Chiamata delle ragazze
Adesso, le ragazze che si sentano chiamate ad aiutare la evangelizzazione nei
modi e le forme che Dio ci mostri: nella missione o in un monastero. Per andare in
missione se deve avere una chiara decisione d’stato, lo stesso che per andare in
convento. La verginità é sempre esistita nella Chiesa come un segno magnifico. Le
ragazze che vi sentite disposte a offrire la vostra vita al Signore per aiutare
l’evangelizzazione nel modo che Dio disponga, mettetevi in piedi.
- Alzate delle ragazze per la missione o per il monastero
- Chiamata delle famiglie
Bene, per ultime vediamo le famiglie. Vale la stessa cosa che ho detto alle
ragazze: le famiglie si offrono per l’evangelizzazione, per andare in missione, come
Dio voglia. Coraggio: chi sente che Dio sta chiamando la sua famiglia, con i suoi
figli, che Dio si farà garante per i figli - perché è profetizzato che saranno i figli a
portare avanti quello che oggi è seminato in te, la prossima generazione darà frutto
veramente - chi sente di offrire la sua famiglia al Signore perché la usi per
l’evangelizzazione e la salvezza di questa generazione, si metta in piedi.
- Alzate delle famiglie per la missione
- Alzate delle coppie e sorelle in aiuto dei SRM
- Benedizione
- Canto finale: “Voglio andare a Gerusalemme”
Pranzo
- Conclusione della convivenza