venerdì 3 marzo 2017

Guardarsi dal dio denaro, “grande Vecchio”



di M. Michela Nicolais (Sir)

Nella prima Quaresima dopo il Giubileo, padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, traccia per il Sir un affresco su questo tempo forte dell’anno liturgico: l’altro è “una parola che si vede”, e Lazzaro oggi “non è più una persona ma un continente, se non addirittura un emisfero”. Guardarsi dal dio denaro, “grande Vecchio” falso e bugiardo che “si incarica di punire lui stesso i suoi adoratori”, l’antidoto alla corruzione.
È la prima Quaresima dopo il Giubileo della misericordia. Si può dire che questa parola risuoni oggi in modo nuovo, come “icona della Chiesa”, come l’ha definita Papa Francesco?
Certamente, dopo l’anno giubilare, la parola “misericordia” risuona in modo nuovo e diverso nella Chiesa; evoca gesti, atteggiamenti e una prassi ecclesiale ben precisa. L’esempio stesso del Papa ha indicato tutta una serie di applicazioni concrete, di ambiti nuovi e attuali in cui incarnare la beatitudine dei misericordiosi.

La parabola del servitore che, perdonato, non ha saputo a sua volta perdonare chi gli doveva cento miseri denari, ha fissato per sempre il rapporto che c’è tra le due facce della misericordia secondo il Vangelo.
La Quaresima è “un nuovo inizio”, ci ricorda il Papa nel Messaggio di quest’anno, in cui raccomanda il primato della Parola. In che modo la Scrittura può “rinnovare dal di dentro” le tre pratiche quaresimali tradizionali: il digiuno, la preghiera e l’elemosina?
Il messaggio di papa Francesco per la Quaresima è centrato sul rapporto tra la Parola che Dio rivolge a ogni persona attraverso il Vangelo e la parola vivente che è ogni fratello e soprattutto il povero e il bisognoso. Sant’Agostino definisce la parola “un sacramento che si ode” e il sacramento “una parola che si vede”.

Il ricco epulone non ha saputo vedere questa parola nel povero Lazzaro; badiamo, ci ammonisce il Papa, a non fare lo stesso anche noi con gli innumerevoli “Lazzaro” che ci sono alle nostre porte e per le nostre strade.
L’altro è un dono, mai “un ingombro”, si legge ancora nel Messaggio: a che punto siamo, secondo lei, con la messa in pratica delle opere di misericordia, corporali e spirituali?
Non si farà mai abbastanza in fatto di misericordia spirituale e corporale, anche perché i bisogni sono immensi e obbiettivamente superiori alle forze umane


Questo non ci deve però far chiudere gli occhi sulla mole straordinaria di solidarietà che in forme diverse, religiose o laiche, è in atto nel nostro mondo occidentale, anche grazie all’esempio personale e ai continui appelli di papa Francesco. Si dice “il bene non fa chiasso e il chiasso non fa bene” e questo risulta particolarmente evidente nel campo delle opere di misericordia, soprattutto della misericordia spicciola e capillare.

Denaro, “idolo tirannico”, ammonisce Francesco tornando su uno dei temi a lui più cari: la corruzione. Perché questa lotta necessaria è un messaggio che l’uomo di oggi è così restio a recepire?
Negli anni ‘70 e ‘80, per spiegare, in Italia, gli improvvisi rovesciamenti politici, i giochi occulti di potere, il terrorismo e i misteri di ogni genere da cui era afflitta la convivenza civile, si andò affermando l’idea, quasi mitica, dell’esistenza di un “grande Vecchio”: un personaggio scaltrissimo e potente che da dietro le quinte avrebbe mosso le fila di tutto, per fini a lui solo noti.


Come tutti gli idoli, il denaro è “falso e bugiardo”: promette la sicurezza e invece la toglie; promette libertà e invece la distrugge.

Con l’invio dei missionari della misericordia, il Papa ha voluto dare ancora più centralità al sacramento della Penitenza: è uno dei successi del Giubileo, oppure c’è ancora bisogno di sensibilizzare i fedeli – e come – ad un maggior ricorso al sacramento?
L’atteggiamento verso il sacramento della riconciliazione rispecchia la tendenza oggi in atto in tutte le Chiese cristiane e nella pratica religiosa in genere. La confessione è praticata da un numero minore, molto minore, che in passato, ma quelli che vi si accostano lo fanno, in genere, con una convinzione maggiore di un tempo. Quello che, credo, bisognerebbe recepire dai numerosi appelli di papa Francesco è fare della confessione un segno di autentica conversione del cuore.

Speriamo che il commento che il Papa, nel suo messaggio quaresimale, fa della parabola evangelica non sia letto e ascoltato solo dai tanti Lazzaro, ma anche da qualche ricco epulone.

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