mercoledì 1 marzo 2017

“Padre”. Per legge.

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di Costanza Miriano
Vorrei tanto capire cosa ha spinto i giudici di Trento che hanno deciso di agire in assenza della legge, ignorando un estenuante dibattito parlamentare, ignorando le due più grandi manifestazioni di piazza degli ultimi anni in Italia, ignorando, quello che è più grave, il fatto che non esiste una legge in Italia che autorizzi la stepchild adoption. Si sono infilati, immagino – non sono una giurista – in un silenzio della legge, un vuoto legislativo, come si dice, con un meccanismo – la modifica delle leggi per via giurisprudenziale – che noi popolo del family day avevamo previsto. Abbiamo provato a denunciarlo prima che succedesse, e ci siamo presi gli insulti, siamo stati derisi dai media mainstreaming, ignorati da tutti, compresa gran parte della gerarchia della Chiesa italiana, con alcuni sacerdoti e vescovi e leader di movimenti che dicevano che sì, una regolamentazione ci vuole, “alla fine anche loro hanno diritto a volersi bene”.
Lo sapevamo che sarebbe successo, è andata così anche con la legge 40, e adesso siamo arrivati al punto che l’eterologa bocciata dal referendum non solo è consentita, ma è pure gratis, cioè a spese mie e tue, di chi paga le tasse, mentre la mia amica con un figlio gravemente disabile si deve pagare cure per lui fondamentali con le sue forze (e con lei non so quanti genitori di disabili lasciati soli in Italia).
Certo, perché un figlio non viene inteso come un regalo gratuito, e il regalo si prende come viene, ma come un diritto. Lo faccio se e quando lo voglio, però deve essere sano e bello. Ricky Martin ha annunciato dal palco di Sanremo che lui adesso farà la femmina. Ma femmina, mi raccomando, e chissà che bella fine faranno i maschi concepiti col suo seme, buttati nello scarico. Il figlio è un diritto, e te lo scegli come vuoi tu, e prima di tutto sano. Se non è sano – lo controlli prima – lo ammazzi e ci riprovi. Il figlio è un diritto e quindi se lo desideri ma non ami una donna le paghi gli ovuli, paghi l’utero a un’altra (diverse, mi raccomando, sennò il bambino si affeziona alla mamma e viceversa) e te lo porti a casa. E poi ci sono dei giudici che ti dicono che tu, che questo bambino lo hai reso orfano della mamma per una tua insindacabile decisione, puoi arrogarti il diritto di chiamarti padre.
Ma a che serve chiamarsi padre? Non erano già riusciti nell’intento di avere dei bambini in casa? Avevano già privato due bambini della loro storia genetica, prendendo degli ovuli a pagamento (molti, perché nel tentativo un bel po’ di embrioni ci rimette la vita), così non sapranno se gli occhi celesti sono della nonna o del nonno e quell’attitudine per il salto in lungo viene da uno zio che sta in Ontario. Avevano già privato due bambini del contatto con quel sangue di cui erano impastati, con quel respiro e quel cuore che avevano ascoltato per nove mesi, nella pancia della madre – va bene, l’ovulo non era di lei, ma per loro era il rumore l’odore il contatto di una madre: sono azioni talmente tanto contro natura che non ci sono le parole per dare i nomi alle cose. Comunque, tutto questo non lo avevano già ottenuto?
Perché questo bisogno di chiamarsi padre? Non diciamo cavolate sul fatto che altrimenti uno dei due non li può prendere all’asilo, perché io ho fatto la delega alla baby sitter e non ne ho ricavato alcun trauma (e nessuna maestra che conosca i bambini chiede i documenti dopo la seconda volta che vede qualcuno a prenderli).  Perché questo bisogno?
Io lo capisco questo bisogno, il desiderio straziante di figli è la cosa che capisco più al mondo forse, quindi non giudico chi la prova anche fuori dalla realtà e dalla natura. Non giudico il desiderio, ma le azioni sì. Io non giudico il desiderio di quei due uomini, ma la cecità dei giudici, quella proprio non me la spiego se non con una militanza ideologica. Il bisogno e il desiderio di un adulto non possono andare contro il desiderio e il bisogno di un povero innocente a cui è stata tolta la mamma, cioè la formazione primaria del nucleo di affetto che permette di sopravvivere, di formarsi una personalità sana ed equilibrata, di sapere con certezza che si è amati di quell’amore incondizionato e totalmente accogliente che solo una madre può dare, ci sono un’infinità di studi che lo confermano, ma io penso che basti l’esperienza personale (sì, lo so, ci sono madri cattive e assassine, ma sono un dramma appunto, non la norma, ciò che la legge dovrebbe tutelare).
Comunque, questo bisogno di figli era stato soddisfatto. Perché pretendere una sentenza? La vera battaglia, lo ha detto Lo Giudice a Le Iene parlando, all’epoca del dibattito della Cirinnà, del bambino (un tempo era uno solo) che ha in casa (non so se sia figlio biologico suo o del suo compagno): quello che chiediamo è un cambiamento di mentalità. È la possibilità di sentirsi come gli altri, qualcuno che ti rassicuri, che ti dica che va bene così, che non hai tolto niente a quel bambino.
Io lo capisco questo bisogno, il desiderio straziante di figli è la cosa che capisco più al mondo forse, quindi non giudico chi la prova anche fuori dalla realtà e dalla natura. Il punto è legittimare ciò che è contro natura, e non parlo ora della sessualità, ma della generazione.
Ma non basterà una sentenza a cancellare il dolore di essere stati privati del contatto quotidiano con la madre (non so, magari del contatto tout court, come tanti che impediscono alle madri di allattare perché non si crei il legame). Non ci sarà nessun accorgimento, nessuna sentenza, nessun cambiamento di mentalità, nessun Sanremo arcobalenato che potrà togliere la tristezza insanabile ai bambini privati della loro storia, che non potranno riconoscersi nei genitori, non sapranno – per metà – da dove vengono, non potranno formarsi in opposizione o imitazione a due identità complementari. Sappiamo quanto è difficile anche per i bambini adottati, ai quali i genitori biologici non sono stati strappati dal desiderio dei genitori adottivi, e questa è una cosa che cambia tutto. I bambini adottati possono dire “io ero in difficoltà e tu mi hai aiutato”, e così, in un amore più grande del dolore possono guarire dalle loro ferite; comunque è un bel viaggio. Questi bambini invece dovranno dire “pur di avermi, mi hai messo in difficoltà” che è esattamente il contrario dell’adozione (in Canada gli omosessuali possono adottare: perché non hanno preso un orfano? Non che sia un bene l’omoadozione, ma lo dico per evidenziare che si tratta di un desiderio egoistico, non della volontà di supplire a una carenza preesistente).
Già ci sono bambini della cryogeneration cresciuti, adulti figli di questi desideri che supplicano di non ripetere questo errore, di non mettere altri bambini nel loro incubo. Già ci sono ricerche e conferme. Perché non ci siamo fermati prima?
Io, dicevo, capisco il desiderio straziante di figli,e  capisco che si possa sbagliare anche molto per questo, e magari in buona fede. Ma i giudici? Ma il Parlamento? Ma la società civile? Ma, soprattutto, la Chiesa? Nessuno che si alzi in piedi e faccia chiudere la fabbrica degli orfani prodotti per i desideri dei grandi, o almeno che impedisca a chi fa queste cose di usurpare il nome di padre? Il padre è colui che dà la vita per i suoi figli, che è pronto a tutto per difenderli, non chi li fa soffrire. E a chi me li fa vedere che saltellano felici sul divano dico: ne riparliamo dopo l’adolescenza.

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