giovedì 16 marzo 2017

Papa Francesco ha già vinto



DOMENICO AGASSO JR
“Bergoglio ha già una vittoria. Grazie a lui la gente si è riavvicinata alla Chiesa”
Riccardi: apprezzato anche dai non credenti












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Ce la farà papa Francesco?

di Gianni Valente
Ce la farà, Papa Francesco? Se lo chiedono, a volte, anche alcuni tra i tanti che guardano con gratitudine al suo ministero quotidiano. Tra speranza e trepidazione, senza risposte scontate, affidano a un sospiro di preghiera anche il desiderio di un tempo di cammino disteso e prolungato, da vivere in compagnia di un Papa che aiuti tutti a riscoprire e assaporare giorno per giorno l’autentica natura della Chiesa. Quella di una «madre feconda» che vive solo della «confortante gioia di annunciare il Vangelo», secondo l’immagine usata dal cardinale Bergoglio nel suo intervento alle Congregazioni generali, prima del conclave. Lo stesso quesito - posto con tono incalzante, condito magari da sorrisetti irrisori, o con pose da analisti distaccati – è diventato ormai il mantra da cui prendono le mosse quasi tutte le considerazioni sul papato in corso d’opera provenienti da monsignori praticoni e da frotte di operatori del mainstream mediatico-culturale impegnati sul fronte vaticano. 

Il metro mondano-aziendalista 
Le due prospettive di sguardo da cui viene posta la domanda prefigurano scenari diversi. Le digressioni mediatiche sul futuro delle riforme avviate sotto Papa Bergoglio di solito non tengono in conto la natura propria della Chiesa come criterio guida per giudicare le singole scelte compiute, gli obiettivi auspicati e la prospettiva di fondo. Si applicano meccanicamente al Papa le categorie e i criteri di giudizio riservati agli amministratori delegati assunti per risanare le mega-aziende decotte. Così, il pontificato viene descritto come una forsennata corsa a ostacoli, cadenzata dai successi «folgoranti», dalle frenate obbligate e dai fallimenti «avvilenti» del Papa global manager. Il metro mondano-aziendalista utilizzato per leggere gli anni di Papa Francesco – quelli passati, e quelli che il Signore vorrà ancora donarci – lascia poco scampo. La frenesia di valutare rendimenti e dividendi delle singole operazioni toglie letteralmente il respiro. 

La narrazione del «Papa-eroe solitario» 
La riforma raccontata come impresa del Papa-eroe solitario contro i mali della Chiesa sembra costruita apposta per sboccare nel finale non lieto del proprio naufragio. Alla mercè dei sabotatori che esultano a ogni intoppo, seminando divisioni e dubia tra il popolo di Dio (per poi dire che il popolo di Dio è diviso e dubbioso). Appesantita dai narcisismi più o meno interessati di tutti gli aspiranti contributors, che spacciano come sostegno alle riforme di Bergoglio i libri sulle orge dei preti, o spettacolarizzano anche la lotta alla pedofilia e la carità per i senza tetto. Gli stessi che oggi sono intenti ad alzare ogni giorno l’asticella delle performance richieste al Papa ottuagenario, potrebbero presto tirar fuori l’armamentario dei luoghi comuni sul Papa «riformista» che perde colpi e che «inizia a deludere». I seriosi commentatori avvezzi a raccontare la Chiesa come un gioco di palazzo a squadre, forse hanno già pronto l’editoriale in cui narreranno del Papa Don Quijote che non ce l’ha fatta, e ha perso la sua battaglia contro i mulini a vento (della Curia, dei cardinaloni, dell’oscurantismo clericale, delle lobby finanziarie et cetera). 

Quale riforma interessa a Francesco? 
Messa così, Papa Francesco non ce la può fare. Nonostante tutte le trovate a effetto per rendere la sua presenza «virale» sui social, la riforma di marca mondano-aziendalista che gli affibbiano come prova obbligata per entrare nella Hall of fame dei superleader globali appare fuori dalla portata. E in realtà, non è detto che gli interessi. Magari, a tener conto delle cose che dice, l’eventuale riuscita di una riforma così concepita e realizzata potrebbe anche apparirgli come una iattura. 

La riforma, così come viene delineata da tanti analisti di questioni vaticane – e in verità, persino in qualche documento «programmatico» - rimane di fatto un processo di ristrutturazione di apparati e procedure, secondo criteri di efficienza funzionale. Accredita l’immagine di una Chiesa che cambia e si ri-fonda per forza propria, per processi di auto-cosmesi ecclesiale ricalcati sui format in uso negli uffici di gestione risorse umane, al netto di qualche fervorino posticcio sulla «conversione missionaria voluta da Papa Francesco». Mentre a chi lo ascolta davvero, l’attuale Successore di Pietro ha voluto suggerire in tutti modi che le autentiche riforme ecclesiali attingono da un’altra sorgente, e vengono mosse da altri intenti. 

Le riforme per la salvezza delle anime 
Già prima del conclave, nel breve discorso rivolto ai colleghi cardinali durante le Congregazioni generali, l’allora arcivescovo di Buenos Aires aveva identificato proprio l’auto-referenzialità come malattia della Chiesa, insieme al «narcisismo teologico». E aveva aggiunto che proprio l’affrancamento dall’immagine di Chiesa mondana e auto-sufficiente, «che vive in se e per se stessa», avrebbe potuto suggerire le possibili riforme «che devono essere fatte per la salvezza delle anime». Già il domenicano Yves Congar, grande teologo del Concilio, constatava che «Le riforme riuscite nella Chiesa sono quelle che si sono fatte in funzione dei bisogni concreti delle anime». Anche il Concilio Vaticano II aveva proposto e approvato le riforme nel desiderio che la luce di Cristo brillasse con più trasparenza sul volto della sua Chiesa: si trattava di togliere ostacoli e inutili zavorre, anche cambiando istituzioni e prassi, solo per far risaltare che la Chiesa «non possiede altra vita se non quella della grazia» (Paolo VI, «Credo del Popolo di Dio»). 

Uno sguardo alla storia 
Lungo questa via si sono mossi in passato i tentativi di riforma ecclesiale più efficaci nel rendere più semplice la vita cristiana a tutti i fedeli. Quelli disposti a lasciare le porte aperte all’operare della grazia di Cristo, senza declassarla a formula ornamentale dei pronunciamenti clericali. In altre occasioni storiche, quando ha prevalso l’impulso a «costruire» o riformare la Chiesa immaginandola come entità auto-fondante, in grado di affermare da sé la propria strutturata rilevanza nelle vicende del mondo, anche i riformismi ecclesiali sono potuti degenerare in nuovi trionfalismi auto-compiaciuti, come mostra la storia della Chiesa almeno da Gregorio VII in poi. Trionfalismi e clericalismi di vecchio e nuovo conio possono apparire differenti o addirittura contrapposti, ma hanno tutti una radice comune: per i trionfalisti e i clericali di ogni risma, la Chiesa non vive come riflesso della presenza di Cristo (che la edifica istante per istante con il dono del Suo Spirito) ma si concepisce come realtà materialmente e religiosamente impegnata a realizzare da sé stessa la propria rilevanza nella storia. 

Dove guarda il Papa 
Anche per i percorsi di riforma ecclesiale avviati sotto Papa Francesco si aprono due possibili strade: quella mondano-aziendalista – imboccata per impulsi inerziali e quasi meccanici dagli apparati - e quella che non si consegna alle procedure di ingegneria istituzionale, che lascia aperte le porte all’operare efficace e storico della grazia, e ha come sorgente effettiva la gioia del Vangelo, la «confortante allegria» di annunciare il Vangelo (Evangelii gaudium). La predicazione reale di Papa Francesco, i gesti da lui posti per suggerire a tutta la Chiesa la via della «conversione pastorale», lasciano intuire senza esitazioni da quale parte guarda l’attuale Successore di Pietro: mentre continua a confessarsi peccatore e «fallibile», non appare condizionato dall’angoscia di mietere in fretta successi da dare in pasto ai media e ai critici che biasimano la confusione dei troppi «cantieri aperti». Ha riconosciuto fin dall’inizio, e continua a confessarlo in ogni suo gesto, che le cose non dipendono da lui. Che il Signore primeréa, opera prima. 

Il destino delle attuali riforme 
Le circostanze concrete del tempo vissuto nella Chiesa rendono facile riconoscere che anche il destino delle riforme «bergogliane» non dipende dalla scaltrezza di progetti e strategie, ma rimane sospeso alla grazia. Esso ha a che fare con gli anni di intenso lavoro che il Padreterno vorrà regalare a Papa Francesco. Dipende dai suoi successori, se avranno o meno la volontà di proseguire sulla stessa via o cambiare rotta; e dipende anche dall’eventualità che fioriscano nel mondo altri pastori, ognuno con la sua sensibilità e la sua storia, chiamati a dilatare per grazia il respiro di una Chiesa senza specchi, che non guarda se stessa, che non si curva sulle sue magagne. Ed esce da se stessa non per onorare gli slogan sulla «Chiesa in uscita», ma solo per andare incontro a Cristo, nei fratelli e soprattutto nei poveri. Per tutto questo, lo sguardo di Bergoglio può seguire il cammino delle riforme con pazienza e senza angosce, rimanendo fedele al principio – tante volte da lui riproposto – che «il tempo è superiore allo spazio», e conviene avviare e accompagnare i processi, piuttosto che occupare posizioni. 

Una possibilità per tutti di aiutarlo 
Intanto, mentre anche sacerdoti e monsignori levano invocazioni per chiedere la sua rapida scomparsa terrena, tutti quelli che vogliono bene a Papa Francesco, e lo vogliono aiutare, possono approfittare di una chance a portata di mano per tutti: quella di prenderlo sul serio, quando chiede – e lo fa con tutti - di pregare per lui. (Maria, Madre di misericordia, a lui pensaci tu). 




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