venerdì 3 marzo 2017

Si vive solo per morire?



Cardinale Gerhard Müller: «Temiamo la morte senza amare la vita» 
Avvenire

(Gerhard Müller) Müller commenta il libro di padre Lepori: è la contraddizione che vive la nostra società. Pubblichiamo il testo dell' intervento pronunciato dal cardinale Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in occasione della presentazione del libro scritto da padre Mauro Giuseppe Lepori, «Si vive solo per morire?», edito da Cantagalli per la nuova collana «A caccia di Dio».
Sono lieto di presentare il volume di padre Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dei Cistercensi, che nel vasto panorama editoriale si impone, sia pur nella veste di un agile volumetto, come contributo profondo e sostanzioso alla domanda di senso che pervade il cuore dell' uomo: perché la vita? Perché la morte? Sembrano far eco gli interrogativi più profondi del genere umano espressi dalla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes: «Di fronte all' evoluzione attuale del mondo, diventano sempre più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi più fondamentali: cos' è l' uomo?Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che continuano a sussistere malgrado ogni progresso? Cosa valgono quelle conquiste pagate a così caro prezzo? Che apporta l' uomo alla società, e cosa può attendersi da essa? Cosa ci sarà dopo questa vita?» (n. 10). Il volume raccoglie alcune lezioni presentate da padre Lepori nel corso dei Meeting di Rimini e inaugura la Collana «A caccia di Dio, Classici Cantagalli» diretta dall' abate cistercense con la quale l' editore intende offrire stimoli sostanziosi per confrontarsi con le domande fondamentali dell' esistenza, intrecciare il dialogo sul bisogno di Dio dell' uomo contemporaneo e dipanare i grovigli del suo cuore inquieto. Il testo è destinato a tutti coloro che sentono risvegliare in se stessi la domanda sul senso della vita di fronte alla morte. Il contesto culturale nel quale viviamo ha messo in atto un lento ma progressivo processo di sgretolamento del senso della vita e della morte ed è caratterizzato da un profondo sforzo di dissociare la vita dalla morte: non c' è posto per la morte nel regno della vita, non è salutare parlare di morte a coloro che sono in vita. Nella società contemporanea, dove la vita scorre su binari ben precisi di produttività redditizia, si è innescato un vero e proprio processo anestetico delle coscienze teso ad attutire se non ad occultare il mistero della morte che da compagna e 'sorella' come amava definirla san Francesco si è trasformata in tabù innominabile che corrode la vita e in nemico inesorabile da cui difendersi non per vivere ma per sopravvivere. Per cui giustamente l' autore sostiene che: «Viviamo in una cultura ingolfata nella contraddizione di temere la morte senza amare la vita», nella consapevolezza che «questo timore della morte senza amore della vita è una contraddizione che penetra tutto e diventa cultura, modo di vivere e di pensare». Il volume si apre con un interrogativo profetico che prende le mosse dalla domanda di una ragazzina di 12 anni rivolta alla sua mamma dopo aver fatto visita al suo caro nonno morente: «perché dover andare a scuola, e lavorare, se poi si deve morire?». Dalla domanda di questa ragazzina, che si fa portavoce del pensiero dell' uomo moderno, emerge la considerazione che la morte interrompe il corso dell' esistenza. Con la sua inesorabile presenza, la morte ci fa avvertire la contingenza e precarietà della nostra esistenza insieme all' inevitabile fine dei nostri legami sociali. Essa, dunque, è - per dirla con J.P. Sartre - «una nullificazione sempre possibile dei miei possibili, nullificazione che è fuori delle mie possibilità» (L' Être et le Néant, Paris 1943, p. 621). L' uomo sperimenta la morte come una potenza che annienta e riduce all' impotenza, come una lontananza radicale dall' amore e dal senso trascendente dell' essere, come un evento pieno di angoscia sulla soglia della caduta nel nulla e nella totale assenza di vita e di amore. Nella morte sperimentiamo l' inizio della perdizione; il terrore di fronte ad essa è l' ombra dell' inferno, cioè della perdita non più revocabile di una possibile trascendenza verso l' essere in Dio, verso la pienezza che origina e costituisce il fine. Di fronte alla considerazione della morte come destino di tutto quello che si fa e si vive e proprio di ciò che si fa per cercare la felicità nell' effimero, l' autore si chiede: «Se il destino è la morte, se l' orizzonte è la morte, il desiderio, anche avvertito in fondo al cuore in momenti di stupore, di verità, di commozione, di amicizia, di dolore, è percepito come falso, come un sogno, un' alienazione dal reale. Allora si preferisce soffocarlo, drogandolo di immediatezza effimera: 'tutto subito e poi il nulla». A che serve infatti un desiderio di infinito e di eternità se siamo rinchiusi nel destino della morte?'. Dietro tale interrogativo soggiace una particolare visione dell' uomo, una determinata concezione antropologica. È noto il fatto che nell' epoca contemporanea, di pari passo con le conquiste della scienza e le realizzazioni della tecnica si è avuto anche un mutamento della concezione dell' uomo. Dall' homo sapiens, intento a scrutare l' universo e a carpirne la sua intima essenza, si è passati progressivamente all' homo faber, impegnato a trasformare la terra per renderla sempre più rispondente alle sue crescenti necessità e intento alla rincorsa sfrenata al benessere materiale. Lo sviluppo economico e tecnologico, poi, hanno contribuito a far sviluppare nell' uomo la consapevolezza che egli basta a se stesso, divenendo arbitro non solo del proprio presente ma anche del proprio futuro. In tale contesto, la morte si rivela come la più radicale negazione dell' autosufficienza dell' uomo contemporaneo. Ecco perché, dunque, la meditazione sulla morte non può non sfociare in una riflessione sulla vita, sulla sua realtà profonda e sul suo significato. La morte non è solo un evento estrinseco all' uomo, ma essa, in quanto componente di un processo naturale della vita, costituisce il compimento della sua esistenza. Nella sua famosa opera Essere e tempo del 1927 Heidegger descrive come l' uomo viva sempre con la prospettiva della morte, divenendo per essenza «un essere per la morte». Per il filosofo tedesco la morte è una dimensione costitutiva fondamentale dell' esistenza vivente. Questa, infatti, si definisce come Hineingehaltenheit, immersione nella morte. Certo, una volta si "sapeva" morire perché si "imparava" guardando gli altri: si viveva per morire e si moriva per la vita eterna. Pensate all' opera ascetica e classica di spiritualità cristiana L' apparecchio alla morte di sant' Alfonso Maria de' Liguori (1758). Come non ricordare anche una celebre frase della Regola di San Benedetto: «Avere ogni giorno la morte fissa davanti agli occhi » (RB 4,47)? La morte è una sfida a vivere consapevolmente e intensamente la propria esistenza. Essa va tenuta ante oculos. Riflettere sulla morte significa dare luce all' esistenza dell' uomo. Vita e morte non sono separabili: chi conosce la morte conosce anche la vita e chi dimentica la morte dimentica anche la vita. Non importa tanto quanto a lungo si vive, ma quanto si vive in maniera intensa ed autentica. La paura della morte è conseguente alla paura della vita. «Viviamo - dice P. Lepori - in una cultura ingolfata nella contraddizione di temere la morte senza amare la vita ». La morte, come la vita, è "mistero", qualcosa cioè che oltrepassa la nostra capacità di comprensione ma nella quale ci sentiamo coinvolti e immersi. Essa è l' evento di fronte al quale prendiamo consapevolezza della nostra identità di esseri che non hanno in sé il proprio fondamento ma in un essere che li trascende. La morte è un' opportunità offerta all' uomo perché viva intensamente e consapevolmente la propria esistenza, costruendo l' eternità già qui nel tempo; essa stimola hic et nunc a cercare il proprio fondamento in Dio. La costituzione corporea e la comunicazione personale dell' uomo non sono cancellate nella morte, ma portate a compimento nella comunione con Dio e con il prossimo. L' uomo giunto a compimento nella comunione con Dio non ha cancellato la sua storia e il suo essere-nel-mondo, ma li ha portati con sé nella sua presenza diretta davanti a Dio. Solo chi ha un motivo per cui morire, ha anche motivazioni per vivere. La morte di Cristo ci insegna a morire e a vivere, dal momento che - come afferma padre Lepori - «L' amore provvidenziale del Padre opera anche dentro la morte. E questo è un aspetto essenziale della speranza cristiana. La speranza di liberazione dal destino di morte nel quale l' umanità è prigioniera fin dal peccato originale non è solo l' attesa di un "dopo", di un "oltre" la morte, ma una fiducia possibile anche e già dentro la condizione mortale ». Grazie all' evento della redenzione e alla sua mediazione nella fede, la salvezza escatologica è presente nell' attuazione personale dell' uomo. In quanto essere materiale, sociale e storico, l' uomo deve sempre integrare anche il futuro nell' attuazione della sua esistenza. Egli concepisce il futuro storico come l' orizzonte di fronte al quale attua se stesso nella multidimensionalità della sua realtà creaturale e nel quale Dio gli si è promesso come il futuro assoluto trascendente, organizza la propria vita e agisce socialmente in modo responsabile verso il mondo, guardando a un futuro storico e trascendente ancora aperto. La presenza salvifica escatologica di Dio in Gesù Cristo - nel mondo e nel cuore dell' uomo - non svaluta l' azione storica concreta dell' uomo, non la minaccia e non la paralizza, ma è piuttosto il fondamento della speranza, del coraggio e della fiducia. Spesso si constata come l' uomo d' oggi viva male a causa del suo rapporto sbagliato con la morte! Si teme la morte senza amare la vita. I martiri, i santi, però, ci insegnano invece ad amare la vita fino a morire, fino a vivere attraverso la morte, fino a fare della propria morte un evento di vita. «Il paradigma e il compimento della testimonianza cristiana è il martirio. Il martirio contraddice la logica del mondo perché il martire risponde al timore della morte che odia la vita con un amore alla vita che non teme di morire per essa, perché la vita del martire è Cristo risorto, Cristo che ha vinto la morte e il peccato. Il martirio, oggi, come sempre, è la più grande rivoluzione culturale che si possa fare» (p. 31). Sono grato, dunque, al padre Lepori per averci fatto questo regalo: un volume affascinante, profondo e coinvolgente che scuote la coscienza e il cuore dell' uomo alla ricerca di un senso da dare alla propria vita e alla propria morte. La Chiesa da duemila anni, il mattino di Pasqua, canta un antico inno dell' undicesimo secolo, il Victimae paschali, per celebrare la risurrezione di Gesù. E così proclama: "Mors et Vita duello conflixere mirando: Dux Vitæ mortuus, regnat vivus", «Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto, ma ora è vivo e regna». La vita trionfa sempre sulla morte: è il senso della vita e della morte di Cristo, sarà il senso della vita e della morte ci ciascuno di noi.

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