"Evangelizzare è grazia e vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare" (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 14).
Al "piccolo gregge" compete questo formidabile compito. E l'eserciterà naturalmente in conformità alla sua struttura intrinseca: vale a dire, toccherà primariamente ai "pastori", ma coinvolgerà anche la collaborazione di tutte le "pecore".
In questo contesto due convinzioni illuminanti del Papa Paolo VI vengono a proposito:
- evangelizzare non è mai un atto individuale e isolato, ma sempre profondamente ecclesiale;
- se ciascuno evangelizza in nome della Chiesa, nessun evangelizzatore è padrone assoluto della propria azione evangelizzatrice con potere discrezionale di svolgerla secondo criteri e prospettive individualistiche, ma deve farlo sempre in comunione con tutta la Chiesa e con i suoi pastori.
E poichè la Chiesa evangelizzante è una realtà caratterizzata dalla compresenza della dicersità delle vocazioni, delle condizioni di viata, dei ministeri, dei carismi, delle responsabilità nell'unica comunione, si rende necessaria l'applicazione del principio di complementarietà e di reciprocità, per cui ogni membro del corpo ecclesiale può vivere e operare solo nell'armonia e nella collaborazione di tutte le altre membra.
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Come si comunica la fede? In ogni caso per opera dello Spirito Santo, il quale non è mai condizionato dalle circostanze umane; ma di solito, in via ordinaria, la fede si comunica (sempre come dono del Paraclito) attraverso la fede dell'evangelizzatore. San Paolo così descrive questo procedimento di salvezza:
"Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.
Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?
E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!" (Rm. 10,14s).
Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?
E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!" (Rm. 10,14s).
Dunque ciascuno di noi annuncia efficacemente a misura che si è lasciato prima evangelizzare; ed essendo stato destinatario dell'azione apostolica che lo ha raggiunto, necessariamente diventa principio della azione apostolica stessa.
Il Vangelo non potrà mai diffondersi in forza di tecniche esteriori di persuasione e di mezzi di propaganda. Nessuna campagna pubblicitaria potrà mai far da supporto all'annuncio in modo determinante, tanto da relegare in secondo piano l'azione e la parola dell'apostolo. Neppure il Libro sacro può arrivare normalmente a portare a Cristo indipendentemente dall'apporto della fede personale di chi lo offre. Pensare che basti diffondere anche tacitamente le copie della Bibbia per evangelizzare è uno sbaglio.
E' invece evidente che il problema catechetico è per larga parte problema dei catechisti; in particolare è problema di formazione nei catechisti di una fede viva e vissuta. E' importante nel catechista quello che dice: non le sue opinioni, non le ideologie di qualche teologo, ma la verità così come è custodita e proposta dalla Chiesa. Più importante è quello che fa: il suo comportamento nella comunità ecclesiale e civile deve essere sempre conforme alle regole della morale cattolca. Molto più importante ancora è quello che egli è: formerà dei cristiani in proporzione che sarà lui in tutta la coerenza della sua vita un discepolo vero del Signore Gesù e un membro vivo e pienamente inserito del Corpo di Cristo che è la Chiesa.