mercoledì 4 maggio 2011

Meditatio mortis: la Scala di Giovanni Climaco.



Come per la raccolta Apophtegmata Patrum, possiamo senza dubbio affermare che anche davanti alla Scala paradisi di Giovanni Climaco ci troviamo di fronte a un ‘classico’ della letteratura monastica, un testo che ha avuto una fortissima influenza sia nell’ambito del monachesimo orientale - soprattutto - che in quello del monachesimo occidentale.
Si tratta, come è noto, di un’opera attribuita a Giovanni, igumeno dei monaci del monte Sinai, detto Climaco. Il titolo originale dell’opera - come indicano molti manoscritti - è Tavole spirituali, derivato dal paragone tra Giovanni e Mosè: alla fine ha prevalso però il titolo Scala.

L’opera è suddivisa in trenta capitoli a cui Giovanni ha aggiunto il breve trattato dal titolo Discorso al pastore riguardo al ruolo dell’igumeno. L’intero libro è indirizzato a Giovanni di Raito,il quale chiese a Giovanni Climaco di redigere l’opera per il suo monastero.
Seguo la proposta di L. d’Ayala Valva che con altri autori suddivide l’opera in tre parti:

a. Gradini I-III: la rottura con il mondo (o la rinuncia)
b. Gradini IV-XXVI: la vita attiva (o praxis)
c. Gradini XXVII-XXX: la vita contemplativa (o theoria)

L’uso dell’immagine della scala per descrivere il cammino della vita spirituale si trova già negli autori cristiani dei primi secoli: in Climaco questa immagine è però molto più sviluppata e conferisce all’opera la sua unità.

Al ricordo della morte Climaco ha dedicato l’intero sesto capitolo (Sul ricordo della morte), ma il tema - come vedremo - attraversa l’intera opera. Per questo motivo, a mio parere, il ricordo della morte può essere considerato una preziosa chiave di lettura per entrare nel cuore del messaggio dell’autore.
L’autore della Scala utilizza tre diverse espressioni: ricordo della morte, pensiero della morte e meditazione della morte). Segnalerò di volta in volta tra parentesi i diversi termini greci usati da Climaco e altre espressioni greche significative relative al tema della morte.

Iniziamo la nostra analisi prendendo in esame due passi della Scala in cui il pensiero della morte viene affiancato alla preghiera: sembrano queste per Climaco le due armi supreme del combattimento del monaco.
Il primo passo che ci interessa si trova nel capitolo XV, dedicato alla purezza e alla castità. Si tratta di un brano particolarmente importante in cui il ricordo della morte è associato strettamente alla preghiera di Gesù: è il primo dei tre noti riferimenti che l’autore della Scala fa all’invocazione o memoria del Nome (di Gesù). Climaco propone dunque al monaco questi due mezzi fondamentali per combattere gli assalti dei demoni al momento di addormentarsi.

“Il ricordo della morte e la preghiera di Gesù, che consiste in una sola formula, si addormentino con te, e con te si risveglino: infatti, non troverai aiuti più efficaci di questi durante il sonno” (XV,51).

Nel discorso XXVIII, dedicato alla preghiera, il ricordo della morte sembra non avere rivali nella vita del monaco e non è da lodare meno della preghiera.

“Alcuni dicono che la preghiera è più potente del ricordo della morte; io lodo le due nature in una sola persona!” (XXVIII.48).

Va qui presentato anche un terzo passo in cui Climaco sembra addirittura affermare che il ricordo della morte è più potente della stessa preghiera. Si tratta del discorso XXI, dedicato al tema della vanagloria. Tra i rimedi per sconfiggere questo peccato, l’autore della Scala invita a richiamare alla mente, come arma estrema, il pensiero della morte, se non basta il ricordo dell’afflizione passata e la preghiera autentica.

“Quando ricerchiamo la gloria, o quando essa ci viene procurata da altri senza che l’abbiamo ricercata, o ancora, quando intraprendiamo qualche opera per vanagloria, ricordiamoci della nostra afflizione passata e di quel timore con cui ci presentavamo davanti a Dio nella nostra preghiera solitaria, e certamente faremo vergognare quella spudorata, purché ci sforziamo davvero di pregare in modo autentico. Se ciò non basta, richiamiamo subito alla mente il pensiero della morte...” (XXI,32).

Questo passo appena citato va però letto alla luce di quanto Climaco afferma in Scala XX,6, quando scrive che né in cielo né sulla terra si può trovare un’arma più potente dell’invocazione del nome di Gesù.