giovedì 7 luglio 2011

Athenagoras I (2)




 Di seguito qualche breve testo del Patriarca Atenagora



 * * *
1. La guerra più dura 

Bisogna fare la guerra più dura
che è la guerra contro noi stessi.
È necessario giungere a disarmarci.
Io ho combattuto questa guerra per molti anni.
È stato terribile. Molto terribile.
Ma posso affermare che adesso sono disarmato.
Non ho paura di niente e di nessuno;
l'amore allontana la paura.
Sono disarmato
dal voler avere ragione,
dal giustificarmi
screditando gli altri.
Non mi chiudo nel mio castello
né m'inorgoglisco delle mie ricchezze.
Accolgo e condivido.
Non mi aggrappo assolutamente
alle mie idee e ai miei progetti.
Se mi si presentano
proposte migliori o almeno buone
Le accetto senza alcun impedimento.
Ho rinunciato a fare confronti.
Ciò che è buono, vero, reale, per me è sempre il meglio.
Per questo non ho paura.
Quando non si possiede nulla
non si ha paura di nulla.
Se uno si disarma,
se smette di possedere,
se si apre al Dio fatto uomo
che fa nuove tutte le cose,
allora Egli fa sparire
il passato negativo
e ci apre il panorama
di un tempo nuovo
in cui tutto è possibile.




* * *


2. Senza lo Spirito Santo
Senza lo Spirito Santo
Dio è lontano,
Cristo rimane nel passato,
il Vangelo è lettera morta,
la Chiesa è una semplice organizzazione,
l'autorità è una dominazione,
la missione una propaganda,
il culto una evocazione,
e l'agire dell'essere umano una morale da schiavi.
Ma nello Spirito Santo:
il cosmo è sollevato e
geme nella gestazione del Regno,
Cristo risorto è presente,
il Vangelo è potenza di vita,
la Chiesa significa comunione trinitaria,
l'autorità è un servizio liberatore,
la missione è una Pentecoste,
la liturgia è memoriale e anticipazione,
l'agire umano è divinizzato.

* * * 



 Dio stesso era un'arma!

Non nego che vi siano differenze tra le Chiese, ma dico che dobbiamo cambiare il nostro modo di abbordarle. E la questione del metodo è in primo luogo un problema psicologico, o meglio spirituale. Per secoli si sono susseguiti dibattiti tra teologi, ed essi non hanno fatto che irrigidire le loro posizioni. Ho un’intera biblioteca in proposito. E perché? Perché essi parlavano con timore e sospetto gli uni degli altri, con il desiderio di difendersi e di sconfiggere gli altri. La teologia non era più la semplice celebrazione del mistero di Dio. Era diventata un’arma. Dio stesso era un’arma! Ripeto: non ignoro queste difficoltà. Ma sto cercando di cambiare l’atmosfera spirituale. Ritornare all’amore vicendevole ci consentirà di vedere il problema sotto una luce completamente diversa. Dobbiamo esprimere la verità che ci sta a cuore – poiché essa protegge e celebra l’immensità della vita che è in Cristo – dobbiamo esprimerla non in modo da respingere gli altri, quasi costringendolo ad ammettere di essere stato sconfitto, ma per condividerla con lui; e anche nel suo interesse, per la sua bellezza, come celebrazione della verità a cui noi invitiamo i nostri fratelli. Nello stesso tempo dobbiamo essere pronti ad ascoltare. Per i cristiani, la verità non è contraria alla vita, all’amore; essa esprime la loro pienezza. Prima di tutto dobbiamo liberare queste parole, queste parole che conducono allo scontro, dal male del passato, da tutti gli odi politici, nazionali, e culturali che non hanno nulla a che fare con Cristo. Poi dobbiamo radicarle nella vita profonda della Chiesa, nell’esperienza della Risurrezione, che è la loro missione di servire. Dobbiamo sempre pesare le nostre parole sulla bilancia della vita, della morte e della risurrezione. Quanti mi accusano di sacrificare l’Ortodossia ad una cieca ossessione per l’amore, hanno una concezione della verità assai povera. La riconducono entro un sistema che essi posseggono, che li rassicura, mentre ciò che essa è in realtà è la glorificazione vivente del Dio vivente, con tutti i rischi connessi alla vita creativa. E noi non possediamo Dio; è Lui che ci sostiene e ci riempie con la sua presenza in proporzione della nostra umiltà e del nostro amore. Solo con l’amore possiamo glorificare il Dio  dell’amore, solo dando e condividendo e sacrificando noi stessi possiamo glorificare il Dio che, per salvarci, ha sacrificato se stesso e si è consegnato alla morte, alla morte di croce.
(Olivier Clément, Dialogues avec le Patriarche Athenagoras)


* * *

Il cristianesimo è la religione della libertà


Il cristianesimo è la religione della libertà. Se Cristo ha rifiutato di mutare le pietre in pane, se ha rifiutato di scendere dalla croce, fu per stabilire in modo definitivo la nostra libertà. La libertà è l’essenza del messaggio evangelico. La fede non soltanto ci libera – dalla paura, dalla morte, dalle potenze e dai potenti del mondo – ma è l’atto supremo della libertà. Io vado al Cristo perché lo amo. Niente mi ci obbliga, se non la testimonianza del suo amore. E l’amore non obbliga, l’amore affranca.
Ecco perché la vita della chiesa dovrebbe basarsi interamente sull’amore e sulla libertà. La chiesa non ha da essere un’autorità che permette o che vieta, la chiesa deve generare uomini liberi, capaci di realizzare pienamente la loro vita nella luce dello spirito.
E la libertà è necessaria ovunque.

La presenza dei cristiani nel mondo – cittadini leali, ma pronti a testimoniare anche col sangue che lo stato non è Dio e che il Dio vivente ha una relazione personale con ogni anima – questa presenza fonda e rinnova la genuina libertà dello spirito.
Nulla è prezioso per i cittadini quanto la libertà di pensiero e di espressione. Ma non la si può esercitare in modo legittimo che rispettando quella degli altri, cioè tentando di liberarsi dai propri pregiudizi, dalle proprie passioni...
Senza libertà, senza passare attraverso l’esperienza della libertà, non riusciremo a costruire niente. Nel pensiero dei pensatori cristiani dei primi secoli, che commentano il Vangelo in modo ispirato, la libertà e la responsabilità definiscono la persona umana. Il nostro contributo alla libertà non deve consistere in limitazioni esteriori, ma in una sostanza positiva. In questo caso, l’esperienza dell’amore vero. Tutto il resto sarà spazzato via dalla storia 
(Atenagora, Chiesa ortodossa e futuro ecumenico. Dialoghi con Olivier Clément, Morcelliana, Brescia 1995, pp. 285-286.289)