Il mondo musulmano inizia oggi il mese di Ramadan. Milioni di persone vivono un lungo tempo di digiuno, rispettando così uno dei cinque pilastri della fede islamica. Si attribuisce al digiuno la capacità di insegnare al credente l’autodisciplina, l’appartenenza alla comunità (la Umma), la pazienza e l’amore per Dio. Con il digiuno i musulmani vivono una purificazione umana e spirituale. E' diventata una occasione anche per noi cristiani senz'altro di pregare con questi nostri fratelli per sostenerli nel sacrificio (immaginate un muratore musulmano sotto il sole per tante ore senza mangiare nè bere...), ma soprattutto per verificare se noi siamo davvero ciò che diciamo di essere. I cristiani non conoscono il Ramadan, i cristiani conoscono la Quaresima (cosa ben diversa), però quanto a digiuni i cristiani (i cristiani!) non hanno nulla da imparare, proprio da nessuno. Pensate che Girolamo, autore del testo che propongo di seguito, scrive nel IV secolo, ben prima che l'Arcangelo Gabriele dettasse la prima Sura al Profeta dell'Islam...
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Leggi molto spesso e impara più che puoi. Il sonno ti sorprenda mentre hai un libro in mano e una pagina santa accolga il tuo volto quando cade. Modera il cibo ogni giorno e il tuo nutrimento rifugga la sazietà. Non serve a nulla avere lo stomaco vuoto per due o tre giorni se poi viene improvvisamente sovraccaricato e se il digiuno è compensato dalla sazietà. Subito la mente si intorpidisce per questa pienezza; la terra troppo irrigata fa crescere le spine delle passioni. Se talora sentirai l'uomo vecchio sospirare dietro il fiore dell'adolescenza,e quando, dopo il pasto, adagiato sul letto, il doce corteggio delle passioni ti sconvolgerà, prendi lo scudo della fede, sul quale si spengono i dardi infuocati del diavolo... E' difficile che l'anima dell'uomo non ami ed è inevitabile che il profondo del nostro cuore sia attirato dalle passioni. L'amore carnale è vinto dall'amore spirituale; un desiderio si spegne con un altro desiderio. Quando diminuisce da una parte, cresce dall'altra. Piuttosto ripeti senza sosta: Sul mio letto, durante le notti, ho cercato l'Amato del mio cuore (Ct. 3, 1). Dice l'Apostolo: Mettete a morte le vostre membra, quelle della terra (Col. 3, 5). Perciò Egli stesso diceva con fiducia: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal.2, 20)...
Niente è duro per quelli che amano, nessuna fatica è troppo gravosa per colui che desidera. Guarda quante cose sopporta Giacobbe per Rachele, a lui promessa in sposa. Dice la Scrittura: "Giacobbe servì sette anni per Rachele e gli sembrarono pochi giorni perchè l'amava" (Gen. 29, 20). Perciò egli stesso ricorda: Di giorno ero bruciato dal caldo, di notte dal gelo (Gen. 31, 40). Amiamo anche noi Cristo, cerchiamo sempre i suoi abbracci e tutto ciò che è difficile ci sembrerà facile. Giudicheremo breve tutto ciò che è lungo e, feriti dal suo dardo d'amore, diremo ad ogni momento: Ahimè, il mio esilio si è prolungato. Le sofferenze di questo mondo non sono infatti paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi (Rm. 8, 18), perchè la tribolazione produce la pazienza, la pazienza la virtù provata e la virtù provata la speranza; la speranza poi non inganna (Rm. 5, 4-5).
Girolamo, Lettere 22, 17.40
Niente è duro per quelli che amano, nessuna fatica è troppo gravosa per colui che desidera. Guarda quante cose sopporta Giacobbe per Rachele, a lui promessa in sposa. Dice la Scrittura: "Giacobbe servì sette anni per Rachele e gli sembrarono pochi giorni perchè l'amava" (Gen. 29, 20). Perciò egli stesso ricorda: Di giorno ero bruciato dal caldo, di notte dal gelo (Gen. 31, 40). Amiamo anche noi Cristo, cerchiamo sempre i suoi abbracci e tutto ciò che è difficile ci sembrerà facile. Giudicheremo breve tutto ciò che è lungo e, feriti dal suo dardo d'amore, diremo ad ogni momento: Ahimè, il mio esilio si è prolungato. Le sofferenze di questo mondo non sono infatti paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi (Rm. 8, 18), perchè la tribolazione produce la pazienza, la pazienza la virtù provata e la virtù provata la speranza; la speranza poi non inganna (Rm. 5, 4-5).
Girolamo, Lettere 22, 17.40