Mi pare che questo si ripeta esattamente anche nell’anima che tende per sua natura alla vera bellezza. Essa, sorretta dalla speranza di passare da una bellezza inferiore precedentemente ammirata a una superiore ancora nascosta, accende di continuo il suo desiderio. Per questa sua struttura l’anima tende a spingersi irresistibilmente verso la bellezza, nella speranza di giungere a cogliere pienamente la figura stessa del modello originario. Qui sta l’oggetto dell’ardita preghiera di Mosè, che supera i confini stessi del desiderio.
Egli vuole godere della bellezza, ma non riflessa in uno specchio, bensì faccia a faccia. La risposta di Dio, nelle brevi parole con cui respinge simile preghiera, apre davanti a noi un abisso immenso di pensiero.
Dio gli concesse il dono di soddisfare il suo desiderio, ma non gli diede la cessazione e la sazietà di esso. Se Mosè, contemplando la visione di Dio, avesse estinto in sé la brama che ne aveva, Dio non gli si sarebbe mostrato. Comprendiamo allora che vedere Dio consiste realmente nel non mai saziarsi del desiderio di lui.
Dice infatti il Signore: «Non potrà un uomo vedere il mio volto e poi vivere». La Scrittura ci mostra invece che il vedere Dio non può causare la morte perché non è possibile che il volto dell’Essere che è la vita per eccellenza, procuri morte a chi lo contempla.
Vedere Dio realmente significa non trovare mai nessun appagamento al desiderio che abbiamo di lui. Il desiderio, prendendo le mosse da ciò che di Dio possiamo conoscere, viene a crescere sempre più.
Si scoprirà allora che non esiste un termine alla nostra ascesa verso Dio, perché la Bellezza per essenza non possiede limiti e il desiderio di essa non giungerà mai a sazietà.