sabato 12 maggio 2012

Insieme per l'Europa

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Oggi 12 maggio si è svolta l'edizione 2012 - la terza internazionale - di "Insieme per l'Europa", in contemporanea a Bruxelles e in più di 130 città europee.


Bruxelles è stata il "nodo" centrale di questa rete di popolo che ha reso visibile il dinamismo di fraternità che attraversa già il continente.
Pace, economia e finanza, dialogo interculturale e accoglienza, responsabilità sociale e cittadinanza partecipativa, ma anche ambiente, problematiche della famiglia, nuove generazioni sono stati i temi affrontati e declinati attraverso esperienze e proposte.
Di seguito il programma e alcune delle relazioni. Buona lettura!

PROGRAMMA

Bruxelles Square Meeting Centre

PRIMA PARTE - ore 15.00

Saluto a Bruxelles e ad altre 150 città coinvolte in un unico evento europeo
Insieme per l’Europa: cos’è, com’è nato e cosa offre all’Europa di oggi
Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari
“Between you and me” – Band Judy Bailey
Insieme per l’Europa: che cosa può dire alla politica?
Prof. Romano Prodi, già presidente della Commissione europea
La parola agli studenti universitari
- Sì alla famiglia
- Referendum in Slovenia
- I poveri come amici
 “Kamiano” - gruppo “Friends”
Tutela della vita e dell’ambiente
- Quale economia per il Bene comune?

- Promozione della pace e cittadinanza attiva
“All God’s children” – Band Judy Bailey
Voci da altri continenti
Ore 16.20 Intervallo
Ore 16:50 “Spirit of freedom” e “Time for change” - Band Judy Bailey


SECONDA PARTE - trasmissione via internet e satellite

Ore 17.00 Collegamento satellitare e internet con le città
Europa, oltre la crisi la speranza
Prof. Andrea Riccardi, fondatore Comunità di Sant’Egidio e ministro del governo italiano per la cooperazione internazionale e l’integrazione
“Get up” – Band Judy Bailey
Video-messaggio
Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo
- In Europa “l’Insieme” è vivo: flash dalle città
- La visione dell’Europa e l’impegno dei teenagers
Costruire su fondamenta sicure
Thomas Römer, YMCA Monaco
“Jesus is in the move” – Band Judy Bailey
Manifesto “Insieme per l’Europa 2012”
Ore 18.00 Conclusione

Con il Patrocinio di:

Con l’alto Patrocinio di European Parliament;
Con il Patrocinio di Irina Bokova, Director-General of UNESCO;
Thorbjørn Jagland, Secretary General of the Council of Europe;
José Manuel Barroso, President of the European Commission
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Intervento di Maria Voce, Presidente del Movimento dei Focolari.
(Saluti generali)
Vorrei focalizzare il mio breve intervento su tre punti:
- Chi siamo
- La nostra storia
- Quale contributo vogliamo e possiamo offrire all’Europa
1. Cos’è l’Insieme per l’Europa?
I Movimenti e le Comunità che s’impegnano per l’ Insieme per l’Europarappresentano una ricchezza per la loro grande diversità. Nessuno è uguale ad un altro. Sono diversi nello specifico contributo che danno alla società, nella diffusione, nella struttura, nel modo di vivere l’uguale messaggio del Vangelo.
La comune scintilla ispiratrice deriva in genere da un’attrattiva verso il Vangelo approfondito e soprattutto vissuto, da una chiamata – come diremmo noi cristiani – a mettersi in rapporto diretto con Gesù, a seguirlo, a farsi ispirare da Lui nell’agire e nel pensare, mettendo in pratica il suo annuncio di novità per ogni uomo, sottolineandone con un particolare approfondimento qualche sua frase o qualche caratteristico agire.
La policroma ricchezza di questi movimenti si manifesta nella varietà degli impegni nella società: nelle mille soluzioni concrete che offrono, valide perché sperimentate e contagiose, frutto dei doni ricevuti gratuitamente dal Cielo, i loro Carismi.
2. La nostra storia
Qual è la forza unificatrice di tali diversità, quali sono le modalità di questa inedita collaborazione?
Questo “Insieme” non è certo frutto di un lavoro a tavolino o di un complesso organizzato; non è nemmeno una nuova superstruttura. Tutto ciò che si fa in comune nasce dal rapporto, da un accordo e dal desiderio di raggiungere intenti comuni.
Accenno ad alcune esperienze fatte insieme che sono ancora oggi la base della nostra profonda collaborazione. non sono state programmate, ma sono avvenute, per così dire, in modo inatteso, sotto la regia di Qualcuno, invisibile agli occhi umani ma attivamente presente ed attore nella storia.
Nell’ottobre 1999, in occasione della firma della “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” ad Augsburg, alcuni responsabili di Movimenti e Comunità, tedeschi e italiani, evangelici e cattolici, si sono trovati insieme per la prima volta; fra essi Chiara Lubich, fondatrice e prima presidente del Movimento dei Focolari che qui rappresento. Sono rimasti fortemente impressionati da un fatto: il seguire lo stesso Gesù faceva loro scoprire che avevano le stesse origini e le stesse mete.
Se Chiara Lubich era spinta dal carisma dell’unità, dono specifico fatto a lei da Dio, a costruire la comunione fra i diversi carismi, simile desiderio trovava piena adesione in altri responsabili di Comunità o di Movimenti. Come non ricordare – oltre a quanti sono oggi qui presenti – il nostro grande fratello Helmut Nicklas, ora in Cielo con Chiara e certamente entrambi ancora qui con noi ad ispirarci?
È emersa la convinzione che occorrevaandare avanti insieme, non con un programma prestabilito, ma cercando di capire insieme, di volta in volta, attraverso le circostanze, ciò che veniva ispirato da Dio.
Ben presto è nata un’esigenza: le provenienze diverse, le culture e tradizioni differenti, le appartenenze a chiese e tradizioni varie,lnostre reciproche storie, ci hanno fatto sentire il bisogno di unariconciliazione.
E così, in un momento di grande profondità, ci siamo chiesti perdono per i pregiudizi coltivati e divulgati lungo la storia, per atteggiamenti o atti negativi reciproci. È stato un atto di purificazione della nostra memoria e di perdono vicendevole totale.
Queste forti esperienze ci hanno portati a stringere tra noiun patto di amore cristianoper dare una base solida alla nostra comunione e irradiare, attraverso il nostro e le nostre attività, un costruttivo spirito di solidarietà, di giustizia, pace e fraternità.
Quest’alleanza è un legame forte, reale e sempre efficace, perché sempre rinnovato e comunicato senza esclusione di alcuno.
Altra esperienza fondamentale sono stati i due incontri svoltisi a Stoccarda nel 2004 e nel 2007, con migliaia di partecipanti da tutta l’Europa, e con un centinaio di incontri paralleli in vari Paesi.
Il frutto più importante è stato, per la grande maggioranza dei partecipanti,un modo nuovo di vedere l’Europa. Prima quasi tutti, come la maggior parte dei cittadini europei, erano per lo meno scettici verso l’Europa e la possibilità di una sua reale e produttiva coesione. Quell’esperienza fatta tra noi, profonda, gioiosa e ricca di unità nella diversità, ha acceso in molti una passione per l’unità del continente: l’Europa vista come casa comune dei popoli e delle minoranze europee. L’impegno per una storia positiva della nostra Europa ha acquistato una convinzione radicata e profonda.
3. Il nostro contributo all’Europa di oggi
Da qui emergono i contributi che l’Insieme per l’Europapuò offrire alla vita del continente, ponendosi come seme di speranza ovunque la convivenza sia in pericolo e come sorgente di una grforza unificatrice.
Mentre si avverte qua e là la giusta esigenza di valorizzare la propria identità locale o regionale e di salvare la propria cultura, e in certi campi sembra accentuarsi la frammentazione, il mondo attuale sperimenta più che mai l’interdipendenza e le scosse di vario tipo avvertite in un luogo, vicino o lontano che sia, si ripercuotono, come in uno tsunami, sull’intero pianeta. Si parla, ormai a livello globale, di crisi di valori in tutti i settori, della famiglia, della politica, della società… ma soprattutto di crisi economica mondiale. E da questa situazione non è certo rimasta indenne la nostra Europa!
Tuttavia è mia convinzione che la vera radice di tutto ciò stia fondamentalmente nella crisi dei rapporti.
A livello personale, di gruppi e di nazioni occorre uscire dall’individualismo per andare incontro all’altro; intensificare il rapporto con ogni persona che ci passa accanto, fondandolo sul Vangelo, e contribuire, personalmente e tutti insieme, al bene o alla guarigione del pezzetto di umanità di cui facciamo parte. Provare a costruire, come dice il Papa Benedetto XVI: “Un’Europa non solo preoccupata delle necessità materiali degli uomini, ma anche di quelle morali e sociali, di quelle spirituali e religiose, perché tutte queste sono esigenze autentiche dell’unico uomo e solo così si opera in modo efficace, integro e fecondo per il suo bene”i.
L’ Insieme ci sembra proprio il soggetto capace di ispirare persone singole o associate nel loro impegno per una Europa libera, riconciliata, democratica, solidale e fraterna: non un “vecchio” continente, ma un continente vivo e vivace, che scopre di avere un progetto da realizzare e che può essere dono per il resto dell’umanità.
In qualche embrionale misura è quanto esso già fa:
- “Produce” bene comune. I membri, cercando di vivere l’amore cristiano, scoprono il dono che è l’altro e sono pronti al sacrificio per il bene della comunità: unica base sicura ad una società dove ognuno e tutti siano realizzati, felici.
- Coinvolge numerosi cittadini nell’impegno di suscitare concreta reciprocità. Essi mettono in moto la loro specifica competenza, professionale, famigliare, culturale, nelle mille occasioni di ogni giorno e nei vari ambienti della società, e offrono proposte di soluzione alle varie sfide di oggi: la tutela della vita, della famiglia e del creato; un’economia sobria ed equa; la fraternità e la pace; la costruzione di una società armoniosa e concorde nelle città.
- Avendone sperimentato i frutti, promuove una “cultura della comunione”, sempre più necessaria, che prepara il terreno in cui individui e popoli diversi possano accogliersi l’un l’altro, conoscersi, riconciliarsi, imparare a stimarsi e a sostenersi vicendevolmente.
- Direi – e concludo - che l’ Insieme per l’Europaè un’impresa affascinante: abbiamo la possibilità, anche attraverso la manifestazione di oggi, di testimoniare alle donne ed agli uomini del nostro tempo che abitare la terra in uno spirito di comunione apre un futuro di fraternità e di pace ai singoli, ai popoli, al nostro continente e all’umanità intera.
Vorrei augurare a me ed a tutti che durante la giornata possiamo provare di persona questi effetti, per l’amore scambievole fra tutti i presenti, e che stasera, nel salutarci, possiamo ripartire da qui come popolo europeo – pur piccolo nelle dimensioni – ma unito nella sua grande diversità e perciò di questa esperienza, in prima linea nella costruzione della “nuova” Europa.
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1. Benedetto XVI, Discorso all’aeroporto di Compostela, 6 novembre 2010, durante la cerimonia di benvenuto al Papa.
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Intervento di Luigino Bruni, professore associato di Economia Politica presso la Facoltà di Economia, Università di Milano-Bicocca.
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L’Europa è stata la terra sulla quale è fiorita l’economia di mercato, con un contributo decisivo del cristianesimo, e dei suoi carismi (basterebbe pensare al solo monachesimo).
Oggi questa economia di mercato vive in Europa una profonda crisi, dovuta a due principali fattori: innanzitutto il peso eccessivo che la finanza speculativa ha assunto in rapporto all’economia reale: la finanza è civile finché è sussidiaria (al servizio) dell’economia reale; diventa incivile e dannosa quando il rapporto si inverte, e beni, servizi, ambiente e lavoratori vengono asserviti e strumentalizzati dai capitali speculativi.
Una seconda causa è una cultura fondata sul consumo, che tende a trasformare i beni, anche quelli relazionali, in merci, e così a marginalizzare il lavoro umano. Ecco perché alla radice di questa grave crisi c’è un deficit antropologico, etico, relazionale e quindi spirituale.
Che fare allora?
Occorrono molte cose nuove. Comunità e Movimenti cristiani e i loro carismi hanno però un contributo specifico da dare, e a più livelli.
Innanzitutto c’è il livello della testimonianza e della vita quotidiana: l’Europa, grazie ai tanti carismi vivi in essa, è già popolata di donne e uomini che testimoniano stili di vita sobri, amanti dell’ambiente, che sanno condividere i beni e usarli come ponti di comunione e di comunità. Tutto questo c’è già, ma oggi l’urgenza dei tempi ci spinge a fare di più, e a farlo di più insieme. Questo primo livello vitale è la base di tutti gli altri, che sono le nuove forme di finanza etica, il consumo critico solidale, le cooperative, le imprese sociali.
A questo proposito, significativo è il progetto dell’Economia di comunione, che nato nel 1991 per iniziativa di Chiara Lubich oggi riscuote l’attenzione di molti imprenditori, lavoratori, ed economisti di vari movimenti cristiani, in tutti i continenti.
Questa esperienza pilota, ancora in seme, lancia un messaggio forte al sistema capitalistico: dice che la vera natura dell’impresa è generare comunione, e che il profitto ha una vocazione sociale e quindi va condiviso. Essa ci dice che l’impresa oggi non fa abbastanza per il Bene comune se si accontenta di pagare le tasse e rispettare le leggi, e delegare allo Stato o ai filantropi tutto il resto. Non basta più: l’impresa deve usare la ricchezza per la creazione di lavoro e non per la speculazione, per la formazione dei giovani e per progetti a vantaggio degli esclusi. La povertà è sempre il grande criterio su cui misurare il Bene comune: se vuoi sapere se una società è giusta, guarda come tratta i più poveri.
È un messaggio forte perché dice che usciremo da questa crisi ripensando non solo la funzione della finanza ma anche la natura dell’impresa e del profitto. È questo il principale messaggio di questa crisi economica, se vogliamo ascoltarlo e raccoglierlo.
Rilanciando e annunciando una economia come comunione diamo e daremo il nostro apporto ad una finanza e ad una economia di comunione, alleate e amiche del Bene comune. I carismi cristiani hanno contribuito a far nascere la prima economia di mercato: oggi possono e quindi devono dare il loro essenziale contributo per farla rinascere
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Intervento di Andrea Riccardi, ministro italiano per la Cooperazione internazionale e fondatore della Comunità di Sant'Egidio.

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Cari amici, non possiamo nasconderci la crisi dell’Europa. Che si innesta su altre crisi, quella economica che attanaglia parecchi paesi. Come uscirne? Non è il caso di parlare di ricette. Anche se il messaggio spesso veicolato oggi è: si esce dalla crisi da soli, concentrandosi su di sé. C’è un fondo umano della crisi, forse la madre delle crisi: la solitudine di tanti europei. E’ la condizione di non pochi, quando tante reti dello stare insieme si sono dissolte: i partiti politici, le associazioni e la famiglia. Oggi gli europei sono più soli nella vita e si pensano più soli.
Del resto ci troviamo innanzi a una cultura marcata dall’individualismo, con ricadute nella vita personale, nel lavoro e ben al di là. La crisi dell’idea di un destino comune europeo si colloca in un quadro di crisi della comunità di vita e di destino. Questo ha conseguenze nei singoli paesi. Una di queste –non la meno importante- è la mancanza di visioni per il futuro. C’è incredibile bisogno di visioni. Perché le visioni sono le icone di speranza da contemplare per non cadere nel pessimismo.
Infatti, se una concezione della vita tutta individuale può avere momenti di esaltazione o di soddisfazione, il vuoto di senso comunitario però ingenera un clima di pessimismo. Così noi europei, un po’ incupiti, rischiamo di rinunciare a fare la storia: “passare alla storia senza più farla” -scrive Jürgen Habermas- ovvero “congedarsi dalla storia” -dice Benedetto XVI. Si teme un mondo troppo grande e complesso. Sembra che ci si debba difendere dalla storia e dal mondo. Questo è stato l’atteggiamento dopo l’11 settembre 2001, il giorno dei terribili attentati agli Stati Uniti. Dobbiamo difenderci da un nemico e da una storia troppo aggressiva.
Il filosofo francese, Alexandre Lacroix, s’interroga: “Siamo come i romani del tardo impero, arrivati all'ultimo capitolo della nostra gloriosa (e violenta) storia? Edonisti e cinici, incuranti delle leggi e di Dio, incapaci di prendere qualcosa sul serio tranne noi stessi, non in grado di proiettarsi nel futuro, impigriti dalle comodità, superficiali e viziati, ci meritiamo di essere superati da altri popoli, più giovani, più ambiziosi, più forti?”. L’Europa è un continente in declino? Non più il centro del mondo in un mondo senza centro.
C’è voglia di ridimensionarci per rassicurarci, di recuperare i confini. E’ un’illusione. La gran parte dei paesi europei, non potranno affrontare da soli le sfide globali, la crisi economica, il confronto con i giganti asiatici. Nessuno s’illuda. Se non saremo insieme, i paesi europei saranno quantité négligeable. Così i nostri valori si diluiranno nelle correnti della globalizzazione: sarà una perdita per il pianeta in libertà e umanesimo.
Non possiamo rassegnarci al tramonto. L’appuntamento di cristiani a Bruxelles é un segnale forte: “Insieme per l’Europa”. Siamo a cinquant’anni dal Vaticano II. Lo ricordiamo non perché vecchi nostalgici. Il Concilio resta il nutrimento di una visione del futuro. L’11 ottobre 1962, aprendo il Vaticano II, un ottantunenne, Giovanni XXIII, disse parole di speranza:
“Spesso ci vengono riferite voci che… non sono capaci di vedere altro che rovine e guai. Che vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con il passato, sono peggiori. Ci sembra di dover dissentire da questi profeti di sventura. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose…”
Anche noi, cinquant’anni dopo, dissentiamo dai profeti di sventura: riguardo al declino europeo e riguardo al fatto che la cultura individualistica debba inesorabilmente prevalere. Tra il Concilio e l’Unione Europea c’è uno stretto legame. Il Vaticano II fu, dal 1945, il primo evento paneuropeo, che riunì vescovi delle due parti, nonostante la guerra fredda. Inoltre proiettò –ben prima si parlasse di globalizzazione- i cristiani europei nel mondo e inaugurò l’ecumenismo.
Il Vaticano II è una memoria di speranza. La speranza non negozia con il pessimismo. Non possiamo aderire al “si salvi chi può” dello spirito del tramonto. Chi crede è chiamato ad “afferrar[s]i saldamente alla speranza che ci è proposta […] come [a] un’ancora sicura […] per la nostra vita” - scrive la Lettera agli Ebrei. I cristiani sono il popolo dell’unità e della speranza.
L’unità. Penso alle nostre storie. Ogni movimento é un sogno di universalità e unità. I movimenti sono diversi non per dividere, ma per unire. Chiara Lubich, un’anziana che non ha mai smesso di sperare, diceva: nell’unità, anche se non è religiosa, c’è sempre l’anima nostra. Nell’unità c’è un’anima cristiana e profondamente umana. Saremo noi quelli che rassegnano, senz’anima, allo sfrangiamento della comunità a tutti i livelli?
La risposta è mettersi al servizio di un sogno di unità: vivere e comunicare la speranza. La più grande miseria europea è la mancanza di speranza. La storia ci chiama a vivere tempi complessi e difficili. Non terribili, non disperati. Si può ancora agire, cambiare. Se ci sono gravi motivi di preoccupazione, anche per la sofferenza di tanti paesi europei in crisi economica, si deve generare un clima di simpatia e di solidarietà, un senso del destino comune deve risorgere, reti sociali debbono rinascere.
Scrive Paolo ai Romani: “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori…”. Nelle difficoltà il nostro può essere il tempo della speranza, capace di far emergere il meglio: “Se saremo uniti avremo un futuro, faremo del bene al mondo e a noi stessi”. Ma chi siamo noi? Ognuno è sempre piccolo di fronte alle chiamate della vita. Diceva Hillel, maestro ebraico del tempo di Gesù: “Quando mancano gli uomini, sforzati tu di essere uomo!”. Quando mancano gli uomini e le donne dell’unità, sforziamoci noi di esserlo con speranza. Così la cultura dell’unità, vissuta, pensata, comunicata, può rigenerare un’anima nella nostra Europa.
* * *

Allocuzione pronunciata da Thomas Römer, monaco.
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Eminenze e Eccellenze, signore e signori, cari amici!
L’Europa è un bel continente. Io vivo volentieri da europeo e sono contento che possiamo lavorare insieme per un Europa umana in cui conviviamo in pace.
1. Come comunità e movimenti viviamo di un’ispirazione, del Vangelo. Il Vangelo ci indica Gesù. Le Sue parole e la sua vita ci affascinano e sono il fondamento su cui possiamo costruire la nostra vita insieme.
Prima di noi molte donne e uomini in Europa hanno vissuto della fede cristiana. Nomino solo Benedetto di Norcia, Francesco d’Assisi, Caterina della Turingia e molti altri. Il loro esempio ci incoraggia. Loro hanno avuto fiducia in Gesù Cristo e hanno vissuto il Vangelo, che 2000 anni fa fu portato da Gerusalemme in Europa. Nella storia piena di vicissitudini hanno testimoniato all’Europa una comunione e una “cultura della reciprocità”, che rispetta e stima ogni persona umana. Hanno sperimentato la propria debolezza, eppure il Vangelo ha dato loro il coraggio di agire con responsabilità e solidarietà.
Oggi vogliamo ricordare i valori del Vangelo, riprenderli nuovamente in considerazione – proprio sullo sfondo della crisi attuale dell’Europa, che esige un pensiero e un’azione nuovi e decisi.
Il Vangelo ci mostra che la libertà, la misericordia e l’amore sono la base del convivere umano.
2. Da Gesù le persone hanno sempre trovato la loro libertà. Questo ci affascina. Lui non ha giudicato l’uomo secondo la sua provenienza o per ciò che ha fatto o non ha fatto. Anche chi era colpevole non fu scartato da lui. Ha trasmesso a queste persone il perdono dei peccati e così ha aperto loro un futuro riconciliato. La riconciliazione non copre il passato, ma lo porta in superficie, come pure porta in superficie l’ingiustizia del passato. Il perdono toglie al passato la sua forza disastrosa, che potrebbe avvelenare presente e futuro. Per poter vivere oggi nella libertà abbiamo tutti bisogno di essere pronti a perdonare l’altro e di riconciliazione. Il perdono rende nuova la convivenza, crea un vivere liberato dalle “strutture del peccato”, dal male, da ogni groviglio di colpa. Ciò vale per i singoli, come per le famiglie, le città, ed anche per la convivenza di stati e nazioni. La riconciliazione ci rende liberi, l’uno per l’altro, liberi anche di condividere i beni. Questa libertà, che viene dal perdono, è la base del vivere insieme del genere umano.
3. Questo Insieme deve essere connotato di misericordia. La misericordia deve determinare la nostra cultura. Gesù dice: “Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia” (Mt. 5,7). Gesù è misericordioso, si cura dei deboli, dei malati, dei poveri, dei bambini. Si lascia toccare dalla miseria degli uomini e se ne fa carico. Noi vorremmo che fosse la misericordia a impregnare la nostra cultura, la nostra convivenza ed anche a politica e l’economia europee. La misericordia deve influenzare anche il nostro rapporto con il denaro. Così la società non ruota attorno al denaro, ma prende in considerazione la persona. E il denaro puòessere ciò che deve essere: rimane dono. I bisogni del nostro prossimo devono raggiungere il nostro cuore e muoverci ad aiutare. Noi ci impegniamo per questo, con tutti i limiti, ma con la fiducia che da piccoli sforzi può nascere qualcosa di grande.
4. Gesù dice: “Amatevi l’un l’altro come io vi ho amato” (v. Giov 13,34). Lo chiama il comandamento nuovo. E’ ciò che vogliamo vivere. Vogliamo accogliere ogni persona con rispetto e simpatia. Ma l’amore va ancora più in là. L’amore è il compimento e il senso di tutti i comandamenti, anche dei dieci comandamenti di Dio – ricordati da sempre da tutte le Chiese in Europa – che appartengono all’eredità culturale europea. L’amore è più di un sentimento, è concreta, consiste in fatti.
- Amare significa onorare e rispettare la generazione prima di noi (4° Comandamento).
- amare significa promuovere e proteggere la vita, dire di si alla vita in ogni sua fase di sviluppo. Significa non ammazzare (5° Comandamento).
- amare significa amare il partner ed essergli fedeli (6° Comandamento).
- amare significa rispettare la proprietà dell’altro e gestire i propri soldi e gli averi per essere d’aiuto al prossimo (7° Comandamento).
- amare significa far onore alla verità, non ingannare gli altri, calunniare o rovinare il loro nome, ma onorarlo (8° Comandamento).
5. Gesù vive quest’amore concreto. E lui la fonte da cui possiamo attingere libertà, misericordia e amore. Nella notte prima di morire in croce disse ai suoi amici cosa significava la sua morte. Disse: Questo succede “per voi”. E l’espressione dell’amore di Dio per noi uomini. La sua morte porta quest’amore nell’abbandono di Dio degli uomini e dove arriva l’amore di Gesu e viene accolta, lui opera perdono, riconciliazione, misericordia e libertà.
Quest’amore ha persino sconfitto la morte. Questo è il Vangelo che l’Europa ha ascoltato fin dai tempi degli apostoli: Gesù Cristo èrisuscitato dai morti. Vogliamo vivere con Lui in Europa, ascoltare le sue parole e viverle. Vogliamo fondare la nostra vita in Europa sulla cultura della vita; su libertà, misericordia e amore.
Insieme per l’Europa – è l’invito a vivere il Vangelo di Gesù ed è una speranza: che sul fondamento di questi valori cristiani possiamo costruire la convivenza in Europa.