sabato 12 maggio 2012

Pieni di Gioia perchè ci ha chiamato "amici"



Oggi 13 maggio celebriamo la
VI DOMENICA DI PASQUAAnno B


MESSALE
Antifona d'Ingresso  Cf Is 48,20
Con voce di giubilo date il grande annunzio,
fatelo giungere ai confini del mondo:
il Signore ha liberato il suo popolo. Alleluia.

 
Colletta

Dio onnipotente, fa' che viviamo con rinnovato impegno questi giorni di letizia in onore del Cristo risorto, per testimoniare nelle opere il memoriale della Pasqua che celebriamo nella fede. Per il nostro Signore...

Oppure:
O Dio, che ci hai amati per primo e ci hai donato il tuo Figlio, perché riceviamo la vita per mezzo di lui, f
a' che nel tuo Spirito impariamo ad amarci gli uni agli altri come lui ci ha amati, fino a dare la vita per i fratelli. Per il nostro Signore...

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  At 10, 25-27. 34-35. 44-48
Anche sui pagani si è effuso il dono dello Spirito Santo.

Dagli Atti degli Apostoli

Avvenne che, mentre Pietro stava per entrare [nella casa di Cornelio], questi gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati: anche io sono un uomo!».
Poi prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga».
Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio.
Allora Pietro disse: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.

Salmo Responsoriale  
Dal Salmo 97
Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!


Seconda Lettura  1 Gv 4, 7-10

Dio è amore.

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.
In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

Canto al Vangelo
  Gv 14,23
Alleluia, alleluia.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
Alleluia.

   
   
Vangelo  Gv 15, 9-17
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.


Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri». Parola del Signore.


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COMMENTI

 Congregazione per il Clero
«Non vi chiamo più servi […] ma vi ho chiamati amici» (Gv 15,15). Queste parole, rivolte a noi dal Signore Risorto, possono e devono diventare fonte di sovrabbondante gioia nel presente e speranza certa di fronte a qualunque cosa il futuro ci riservi. Esse sono la radice della vita, sempre nuova e sempre donata nell’amore appassionato per Cristo, per la Verità e per tutti gli uomini.
Sono portatrici, infatti, di una radicale novità nel rapporto degli uomini con Dio. In esse viene rivelato quanto l’uomo, per la sua condizione di creatura e di peccatore, mai avrebbe potuto immaginare: il Figlio di Dio, l’Unigenito del Padre, ci chiama “amici”.
Probabilmente, questa parola – “amicizia” – richiederebbe una risemantizzazione (dovrebbe essere ri-significata, ri-scoperta nel suo reale significato) poiché, come del resto anche la parola “amore”, è stata usata e ab-usata a tal punto, nell’epoca contemporanea, da vedersi svuotata della propria genuina ricchezza. Ma il Signore Gesù, nel brano evangelico, ci offre anche la comprensione autentica dell’Amicizia di Dio.
Il Signore indica la condizione di “amici” come – potremmo dire – qualitativamente superiore a quella di “servi”. Ciò, per la nostra sensibilità moderna, sembra del tutto scontato, anzi essere chiamati “amici”, anziché “servi” parrebbe quasi un diritto da esigere. La condizione di servo ci appare chiaramente indegna dell’essere umano, fatto invece per la libertà e per vivere grandi ideali.
Certamente, possiamo intuire come un simile modo di intendere le parole del Signore sia quanto meno illegittimo, sia per lo specifico contesto storico-culturale nel quale sono state pronunciate, sia per la peculiarità del rapporto in questione, che vedrebbe come termini dell’amicizia – o della servitù – non appena un uomo e un altro uomo, ma un uomo ed il suo Creatore e Redentore.
La condizione di servitù nei confronti di Dio, in verità, costituiva già di per se stessa la gloria del popolo di Israele ed era la condizione della sua libertà, di fronte a tutti gli altri popoli. “Servire il Signore” era conseguenza, inoltre, dell’essere stati, tra tutte le nazioni, eletti e liberati dalla schiavitù. Era ed è una gloria ed un privilegio, per il popolo, essere scelto da Dio e chiamato per servirLo.
Ora, per grazia, possiamo dire che davvero Dio è “sceso” in mezzo a noi, ma per “tirarci su”, fino a Lui!
In Cristo si è compiuto questo disegno del Padre: è Lui, infatti la vera Terra promessa che, nel grembo della Beata Vergine Maria, ci è stata preparata. E a noi non è dato solo di contemplare da lontano – dall’esterno – questa Terra promessa, come accadde a Mosè, il Servo del Signore (cf. Dt 32,52), bensì possiamo entrarvi e prendervi dimora: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi […] tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,9.15b).
Ecco la radicale novità di questa amicizia: gli uomini, oggetto della predilezione di Dio, creati e chiamati a servirLo, diventano destinatari di un amore, che non teme alcun confronto: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). Il Figlio di Dio, fatto uomo, dona tutto Se stesso e “solleva”, così, verso l’alto, verso il Padre, l’umanità, aprendo le porte della Sua dimora e accogliendo i fedeli al banchetto nuziale.
Scegliendoci, cioè chiamando personalmente ciascuno, Cristo ci dà la gioia di condividere la Sua stessa Vita e Figliolanza, partecipi – dirà San Pietro – della natura divina (cf. 2Pt 1,4).
Animati da questa profonda e nuova Comunione col Risorto, che ci accompagna sempre e ovunque, imploriamo dalla Beata Vergine Maria, Rifugio dei peccatori e Nostra Signora di Fatima, di “rimanere” nell’amore di Cristo, di amarci gli uni gli altri e di portare frutto, il frutto dei figli di Dio. Amen!

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 Luciano Manicardi
Il Dio che non fa preferenze di persone (I lettura), il Dio che è amore e ha inviato il suo Figlio nel mondo per donare vita piena agli uomini e narrare loro il suo amore (II lettura), consente ai credenti in lui di entrare nell’esperienza pasquale dell’amore grazie al Figlio che chiama i credenti non “servi”, ma “amici” (vangelo).
Questa domenica prepara i credenti all’Ascensione e alla Pentecoste, dunque a ricevere il dono dello Spirito, dono evocato nella prima lettura (cf. At 10,44-48), ma che può anche essere ravvisato – stando almeno all’esegesi agostiniana – nella realtà dell’agape, dell’amore di cui parla il vangelo. Il Dio che nessuno ha mai visto si rende visibile nei gesti dell’amore. Inoltre, secondo Agostino, l’amore proveniente dal Dio che è amore è lo Spirito stesso, dono di Dio di cui la Scrittura afferma: “Il Signore è lo Spirito” (2Cor 3,17).
Questa interpretazione agostiniana ci aiuta a comprendere che l’amore di cui parla Giovanni è realtà teologale che ha origine in Dio e da Dio scende suscitando una dinamica relazionale in cui ciascuna creatura umana è confrontata con la propria capacità di lasciarsi amare e di divenire soggetto di amore: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15,9). A noi, cristiani ansiosi di protagonismo caritativo e di organizzazione della carità, il vangelo ricorda che prima della carità della e nella chiesa vi è la chiesa nella carità. La chiesa vive della e nella carità di Dio manifestata in Cristo e deposta nel cuore dei credenti dallo Spirito santo donato. Anche la chiesa, non solo il singolo credente, è chiamata a rimanere nell’amore di Cristo. Non è la chiesa che fa la carità, ma la carità di Dio che fonda e edifica la chiesa.

Chiesa in cui il credente è chiamato a essere amante del Signore e capace di amore fraterno. Chiesa che non è composta semplicemente di servi che svolgono un ruolo, ma di amici del Signore che vivono una relazione. “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). Il servo non sa e non capisce ciò che il padrone gli fa fare e perché, pertanto non rimane (Gv 8,35: “Il servo non rimane per sempre nella casa del suo padrone”), non persevera: la vita cristiana è vivibile solo come avventura di libertà. E colui che rimane, nel quarto vangelo, è il discepolo amato, il discepolo che ha conosciuto l’amore e rimane nell’amore (cf. Gv 21,23). L’amicizia porta ad amare l’altro come se stesso e a non capire più perché mai si dovrebbe preferire sé e la propria vita all’altro e alla sua vita: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Ecco dunque i credenti: amici del Signore, non servi di un padrone. E la discriminante tra l’essere servi e l’essere amici sta nella consegna di una rivelazione, nella confidenza di chi consegna una parola e mette al corrente, di chi rende l’altro partecipe del proprio segreto. In questo, la comunicazione della rivelazione diviene una vera e propria iniziazione.
È all’interno di questa relazione che si comprende il legame tra obbedienza e amore. Osservare i comandamenti del Signore significa rimanere nel suo amore (cf. Gv 15,10), così come l’amore reciproco è il comandamento che il Signore dà ai suoi (cf. Gv 15,17). Noi facciamo esperienza di essere amati dal Signore ascoltando, interiorizzando, mettendo in pratica la sua parola e facendola divenire relazioni ed eventi, facendola divenire corporea. Obbedire poi alla parola di colui che ci ama e che noi amiamo è esperienza di gioia: chi ama è felice di fare la volontà dell’amato: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. L’amore è comandato perché viene da un Altro e non da noi e perché solo un amore comandato può giungere ad amare il nemico. L’amore è comandato, ma essendo comandato da Gesù che l’ha vissuto fino alla fine, esso è anche narrato, offerto e donato a chi lo accoglie.


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Enzo Bianchi

Nel “frattempo” tra la resurrezione di Gesù e la sua venuta nella gloria alla fine della storia, qual è lo stile di vita che deve caratterizzare i suoi discepoli nel mondo? Come si vedeva domenica scorsa (cf. Gv 15,1-8), i cristiani sono uniti a Cristo come i tralci alla vite, dimorano in Cristo, hanno cioè piena e salda comunione con lui; e questo nonostante il Risorto non sia più visibile, ma dimori ormai presso il Padre, co-abiti presso di lui nell’amore. E proprio perché “Dio è amore” (1Gv 4,8.16), è comunione di amore tra Padre e Figlio, solo vivendonell’amore noi possiamo entrare in comunione con il Dio che nessuno ha mai visto (cf. Gv 1,18)…
 Ma cos’è l’amore, l’agape, come lo chiama il Nuovo Testamento? È un flusso che scende dal Padre, innanzitutto sul Figlio, “l’amato” (cf. Mc 1,11 e par.; 9,7 e par.), e poi attraverso il Figlio sui credenti, suscitando in loro una dinamica relazionale: ciascuno fa esperienza passiva dell’amore di Dio su di sé e, di conseguenza, è costituito soggetto di amore. Questa circolarità dell’amore è ben espressa dalle parole di Gesù: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”. L’amore di cui ognuno di noi ha bisogno per vivere in pienezza, l’amore che solo può dare senso alla nostra vita, è un’energia divina, è un’esperienza reale e concreta alla quale ogni cristiano è chiamato!
 I discepoli di Gesù hanno conosciuto il suo “amore fino alla fine” (Gv 13,1), il suo spendere la vita per loro, suoi amici, fino a subire una morte violenta e ingiusta. Ebbene, questo atteggiamento di Gesù si alimentava a una fonte ben precisa: l’amore del Padre sperimentato su di sé. Anche il credente, qui e ora, si trova immerso in questa corrente di amore; e la comunità dei credenti, la chiesa, è innanzitutto una realtà che nasce dall’amore e deve tendere ad essere epifania di amore. E si faccia attenzione: non è la chiesa che sceglie o decide di amare, di esercitare la carità, ma è l’amore di Dio che genera la chiesa e la abilita ad essere soggetto di carità!

 Alla luce di questo, si comprende bene perché Gesù abbia lasciato ai suoi discepoli come condizione necessaria per essere in comunione con lui, “il comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (cf. Gv 13,34). Sì, di tutti i comandamenti contenuti nella Scrittura, dopo la venuta di Gesù sulla terra non ne resta che uno solo, il comandamento nuovo, nuovo perché ultimo e definitivo! Se già secondo i vangeli sinottici Gesù aveva sintetizzato tutta la Legge nell’unico comandamento dell’amore di Dio e del prossimo (cf. Lc 10,25-28); se Paolo aveva affermato che “tutta la Legge trova compimento in un’unica parola: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5,14; cf. Rm 13,8-10), Giovanni, il discepolo amato, va oltre e compie la sintesi decisiva. Nel quarto vangelo, infatti, il comandamento nuovo è in definitiva l’unico che Gesù ha ricevuto dal Padre e, come tale, l’ha osservato fino all’estremo, fino a fornire un modello e una misura – “come io vi ho amati” – all’amore dei suoi discepoli, i cristiani, verso gli altri.
 “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”: ecco il comandamento dei cristiani, l’unico che, se attuato in verità, consente di riconoscere i discepoli di Gesù (cf. Gv 13,35); ecco la condizione in cui si fa esperienza del Dio invisibile e lo si contempla con gli occhi della fede, secondo le parole dello stesso Giovanni nella sua Prima lettera: “Dio nessuno l’ha mai visto, ma se ci amiamo gli uni gli altri Dio dimora in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza” (1Gv 4,12). Questo è il cristianesimo, non altro! E ogni volta che, per colpa di noi cristiani, il comandamento nuovo sbiadisce, perde la sua centralità e unicità, allora anche il cristianesimo smarrisce il suo carattere di vangelo, di buona notizia; anzi, può giungere fino ad assumere i tratti di una cattiva notizia, perché troppo carico di leggi e comandamenti, che gli uomini tendono sempre a moltiplicare e a rendere più pesanti…

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Raniero Cantalamessa

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati… Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri”.
L’amore, un comandamento? Si può fare dell’amore un comandamento, senza distruggerlo? Che rapporto ci può essere tra amore e dovere, dal momento che uno rappresenta la spontaneità, l’altro l’obbligo?
Bisogna sapere che vi sono due generi di comandi. C’è un comando o un obbligo che viene dall’esterno, da una volontà diversa dalla mia, e vi è un comando o obbligo che viene dal di dentro e che nasce dalla cosa stessa. La pietra lanciata in aria, o la mela che cade dall’albero è “obbligata” a cadere, non ne può fare a meno; non perché qualcuno glielo impone, ma perché c’è in essa una forza interna di gravità che la attira verso il centro della terra.
Allo stesso modo, vi sono due modi secondo cui l’uomo può essere indotto a fare, o a non fare, una certa cosa: o per costrizione o per attrazione. La legge e i comandamenti ordinari ve lo inducono nel primo modo: per costrizione, con la minaccia del castigo; l’amore ve lo induce nel secondo modo: per attrazione, per una spinta interna. Ciascuno infatti è attratto da ciò che ama, senza che subisca alcuna costrizione dall’esterno. Mostra a un bambino un giocattolo e lo vedrai slanciarsi per afferrarlo. Chi lo spinge? Nessuno, è attratto dall’oggetto del suo desiderio. Mostra il Bene a un’anima assetata di verità ed essa si slancerà verso di esso. Chi ve la spinge? Nessuno, è attratta dal suo desiderio.
Ma se è così – se noi, cioè, siamo attratti spontaneamente dal bene e dalla verità che è Dio –, che bisogno c’era, si dirà, di fare, di questo amore, un comandamento e un dovere? È che, circondati come siamo da altri beni, noi siamo in pericolo di sbagliare bersaglio, di tendere a dei falsi beni e perdere così il Sommo Bene. Come una navicella spaziale diretta verso il sole deve seguire certe regole per non cadere dentro la sfera di gravità di qualche pianeta o satellite intermedio, smarrendo la propria traiettoria, così noi nel tendere a Dio. I comandamenti, a partire dal “primo e più grande di tutti” che è quello di amare Dio, servono a questo.
Tutto ciò ha un impatto diretto sulla vita e sull’amore anche umano. Sono sempre più numerosi i giovani che rifiutano l’istituzione del matrimonio e scelgono il cosiddetto amore libero, o la semplice convivenza. Il matrimonio è una istituzione; una volta contratto, lega, obbliga a essere fedeli e ad amare il partner per tutta la vita. Ora, che bisogno ha l’amore, che è istinto, spontaneità, slancio vitale, di trasformarsi in un dovere?
Il filosofo Kierkegaard da una risposta convincente: “Soltanto quando c’è il dovere di amare, allora soltanto l’amore è garantito per sempre contro ogni alterazione; eternamente liberato in beata indipendenza; assicurato in eterna beatitudine contro ogni disperazione”. Vuole dire: l’uomo che ama veramente, vuole amare per sempre. L’amore ha bisogno di avere come orizzonte l’eternità, se no, non è che uno scherzo, un “amabile malinteso” o un “pericoloso passatempo”. Per questo, più uno ama intensamente, più percepisce con angoscia il pericolo che corre questo suo amore, pericolo che non viene da altri che da lui stesso. Egli sa bene infatti di essere volubile e che domani, ahimè, potrebbe già stancarsi e non amare più. E poiché adesso che è nell’amore vede con chiarezza quale perdita irreparabile questo comporterebbe, ecco che si premunisce “vincolandosi” ad amare per sempre. Il dovere sottrae l’amore alla volubilità e lo ancora all’eternità. Chi ama, è ben felice di “dovere” amare; questo gli sembra il comandamento più bello e liberante del mondo.


COMMENTI PATRISTICI

Agostino di Ippona, Dai "Trattati sul Vangelo di Giovanni"

OMELIA 82

Rimanete nel mio amore.

Tutto nasce dalla fede operante per mezzo dell'amore. Ma come potremmo amare se prima non fossimo stati amati da Dio?
[Siamo opera di Dio, creati in Cristo Gesù.]
1. Richiamando con insistenza l'attenzione dei discepoli sulla grazia che ci fa salvi, il Salvatore dice: Ciò che glorifica il Padre mio è che portiate molto frutto; e così vi dimostrerete miei discepoli (Gv 15, 8). Che si dica glorificato o clarificato, ambedue i termini derivano dal greco . Il greco , in latino significa "gloria". Ritengo opportuna questa osservazione, perché l'Apostolo dice: Se Abramo fu giustificato per le opere, ha di che gloriarsi, ma non presso Dio (Rm, 4, 2). E' gloria presso Dio quella in cui viene glorificato, non l'uomo, ma Dio; poiché l'uomo è giustificato non per le sue opere ma per la fede; poiché è Dio che gli concede di operare bene. Infatti il tralcio, come ho già detto precedentemente, non può portar frutto da se stesso. Se dunque ciò che glorifica Dio Padre è che portiamo molto frutto e diventiamo discepoli di Cristo, di tutto questo non possiamo gloriarcene, come se provenisse da noi. E' grazia sua; perciò sua, non nostra, è la gloria. Ecco perché, in altra circostanza, dopo aver detto ai discepoli: Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, acciocché vedano le vostre buone opere, affinché non dovessero attribuire a se stessi queste buone opere, subito aggiunge: e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Mt 5, 16). Ciò che glorifica, infatti, il Padre è che produciamo molto frutto e diventiamo discepoli di Cristo. E in grazia di chi lo diventiamo, se non di colui che ci ha prevenuti con la sua misericordia? Di lui infatti siamo fattura, creati in Cristo Gesù per compiere le opere buone (cf. Ef 2, 10).
2. Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi: rimanete nel mio amore (Gv 15, 9). Ecco l'origine di tutte le nostre buone opere. Quale origine potrebbero avere, infatti, se non la fede che opera mediante l'amore (cf. Gal 5, 6)? E come potremmo noi amare, se prima non fossimo amati? Lo dice molto chiaramente, nella sua lettera, questo medesimo evangelista: Amiamo Dio, perché egli ci ha amati per primo (1 Io 3, 19). L'espressione poi: Come il Padre ha amato me così anch'io ho amato voi, non vuole significare che la nostra natura è uguale alla sua, così come la sua è uguale a quella del Padre, ma vuole indicare la grazia per cui l'uomo Cristo Gesù è mediatore tra Dio e gli uomini (cf. 1 Tim 2, 5). E' appunto come mediatore che egli si presenta dicendo: Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. E' certo, infatti, che il Padre ama anche noi, ma ci ama in lui; perché ciò che glorifica il Padre è che noi portiamo frutto nella vite, cioè nel Figlio, e diventiamo così suoi discepoli.
3. Rimanete nel mio amore. In che modo ci rimarremo? Ascolta ciò che segue: Se osservate i miei comandamenti - dice - rimarrete nel mio amore (Gv 15, 10). E' l'amore che ci fa osservare i comandamenti, oppure è l'osservanza dei comandamenti che fa nascere l'amore? Ma chi può mettere in dubbio che l'amore precede l'osservanza dei comandamenti? Chi non ama è privo di motivazioni per osservare i comandamenti. Con le parole: Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, il Signore non vuole indicare l'origine dell'amore, ma la prova. Come a dire: Non crediate di poter rimanere nel mio amore se non osservate i miei comandamenti: potrete rimanervi solo se li osserverete. Cioè, questa sarà la prova che rimanete nel mio amore, se osserverete i miei comandamenti. Nessuno quindi si illuda di amare il Signore, se non osserva i suoi comandamenti; poiché in tanto lo amiamo in quanto osserviamo i suoi comandamenti, e quanto meno li osserviamo tanto meno lo amiamo. Anche se dalle parole:Rimanete nel mio amore, non appare chiaro di quale amore egli stia parlando, se di quello con cui amiamo lui o di quello con cui egli ama noi, possiamo però dedurlo dalla frase precedente. Egli aveva detto: anch'io ho amato voi, e subito dopo ha aggiunto: Rimanete nel mio amore. Si tratta dunque dell'amore che egli nutre per noi. E allora che vuol dire: Rimanete nel mio amore, se non: rimanete nella mia grazia? E che significa: Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, se non che voi potete avere la certezza di essere nel mio amore, cioè nell'amore che io vi porto, se osserverete i miei comandamenti? Non siamo dunque noi che prima osserviamo i comandamenti di modo che egli venga ad amarci, ma il contrario: se egli non ci amasse, noi non potremmo osservare i suoi comandamenti. Questa è la grazia che è stata rivelata agli umili mentre è rimasta nascosta ai superbi.
4. Ma cosa vogliono dire le parole che il Signore subito aggiunge: Come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore (Gv 15, 10)? Certamente anche qui vuole che ci rendiamo conto dell'amore che il Padre ha per lui. Aveva infatti cominciato col dire Come il Padre ha amato me così anch'io ho amato voi; e a queste parole aveva fatto seguire le altre: Rimanete nel mio amore, cioè, senza dubbio, nell'amore che io ho per voi. Così ora, parlando del Padre, dice: Rimango nel suo amore, cioè nell'amore che egli ha per me. Diremo però che questo amore con cui il Padre ama il Figlio è grazia, come è grazia l'amore con cui il Figlio ama noi; e ciò nonostante che noi siamo figli per grazia non per natura, mentre l'Unigenito è Figlio per natura non per grazia? Ovvero dobbiamo intendere queste parole come dette in relazione all'umanità assunta dal Figlio? E' proprio così che dobbiamo intenderle. Infatti, dicendo: Come il Padre ha amato me così anch'io ho amato voi, egli ha voluto mettere in risalto la sua grazia di mediatore. E Gesù Cristo è mediatore tra Dio e gli uomini non in quanto è Dio, ma in quanto uomo. E' così che di Gesù in quanto uomo si legge: Gesù cresceva in sapienza e statura e grazia, presso Dio e gli uomini (Lc 2, 52). Dunque possiamo ben dire che, siccome la natura umana non rientra nella natura divina, se appartiene alla persona dell'unigenito Figlio di Dio lo è per grazia e per una tale grazia di cui non è concepibile una maggiore e neppure uguale. Nessun merito ha preceduto l'incarnazione, e tutti hanno origine da essa. Il Figlio rimane nell'amore con cui il Padre lo ha amato, e perciò osserva i suoi comandamenti. A che cosa deve la sua grandezza umana se non al fatto che Dio l'ha assunta (cf. Sal 3, 4)? Il Verbo infatti era Dio, era l'Unigenito coeterno al Padre; ma affinché noi avessimo un mediatore, per grazia ineffabile il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 14).

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OMELIA 83

La gioia di Cristo e la nostra gioia.

In che consiste la gioia di Cristo in noi, se non nel fatto che Cristo si degna trovare in noi la sua gioia? E in che consiste la nostra gioia che egli dice di voler rendere piena, se non nella comunione con lui?
1. Avete sentito, carissimi, il Signore che dice ai suoi discepoli: Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia perfetta (Gv 15, 11). In che consiste la gioia di Cristo in noi, se non nel fatto che egli si degna godere di noi? E in che consiste la nostra gioia perfetta, se non nell'essere in comunione con lui? Per questo aveva detto a san Pietro: Se non ti laverò, non avrai parte con me (Gv 13, 8). La sua gioia in noi, quindi, è la grazia che egli ci ha accordato; e questa grazia è la nostra gioia. Ma di questa gioia egli gode dall'eternità, fin da quando ci elesse, prima della creazione del mondo (cf. Ef 1, 4). E davvero non possiamo dire che allora la sua gioia non fosse perfetta, poiché non c'è stato mai un momento in cui Dio abbia goduto in modo imperfetto. Ma quella gioia non era allora in noi, perché nessuno di noi esisteva per poterla avere in sé, né abbiamo cominciato ad averla appena venuti all'esistenza. Ma da sempre era in lui, che, nella infallibile realtà della sua prescienza, godeva per noi che saremmo stati suoi. Quando posava su di noi il suo sguardo e ci predestinava, la gioia che egli provava per noi era perfetta; in quella gioia, infatti, non v'era alcun timore che il suo disegno potesse non compiersi. Né quando questo suo disegno cominciò a realizzarsi, crebbe la sua gioia che lo rende beato; altrimenti si dovrebbe dire che egli divenne più beato per averci creato. Questo, fratelli, non può essere: la felicità di Dio, che non era minore senza di noi, non diventò maggiore per noi. Quindi la sua gioia per la nostra salvezza, che era in lui fin da quando egli posò su di noi il suo sguardo e ci predestinò, cominciò ad essere in noi quando ci chiamò; e giustamente diciamo nostra questa gioia, che ci renderà beati in eterno. Questa nostra gioia cresce e progredisce ogni giorno, e, mediante la perseveranza, tende verso la sua perfezione. Essa comincia nella fede di coloro che rinascono, e raggiungerà il suo compimento nel premio di coloro che risorgeranno. Credo che questo sia il senso delle parole: Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia perfetta: la mia gioia sia in voi; la vostra gioia sia perfetta: La mia gioia, infatti, è sempre stata perfetta, anche prima che voi foste chiamati, quando io già sapevo che vi avrei chiamati: e questa gioia si accende in voi quando in voi comincia a realizzarsi il mio disegno. La vostra gioia sarà perfetta allorché sarete beati; non lo siete ancora, così come un tempo, voi che non esistevate, siete stati creati.
2. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato (Gv 15, 12). Si dica precetto, si dica comandamento, il significato è lo stesso, anche perché ambedue i termini sono la traduzione del greco . Il Signore aveva già fatto prima questa esortazione, sulla quale ricorderete che vi ho intrattenuti meglio che ho potuto. Allora egli si espresse così: Vi do un comandamento nuovo: di amarvi gli uni gli altri; come io ho amato voi, così voi pure amatevi a vicenda (Gv 13, 34). La ripetizione che fa di questo comandamento, ne sottolinea l'importanza: con la sola differenza che mentre prima aveva detto: Vi do un comandamento nuovo, ora dice: Questo è il mio comandamento. Prima si era espresso come se quel comandamento non esistesse già prima di lui; qui si esprime quasi non esista altro suo comandamento. Ma in realtà la prima volta dice nuovo, perché non dovessimo rimanere legati all'uomo vecchio, mentre qui dice mio, perché lo tenessimo in gran conto.
[Dove è l'amore, non possono mancare la fede e la speranza.]
3. Ora siccome qui dice: Questo è il mio comandamento, come se non ce ne fosse altro, dovremmo pensare, o fratelli miei, che di lui esiste solo questo comandamento dell'amore, con cui dobbiamo amarci a vicenda? Non esiste forse l'altro più grande, di amare Dio? Ovvero Dio ci ha comandato soltanto l'amore fraterno, sicché non dobbiamo preoccuparci d'altro? E' certo che l'Apostolo raccomanda tre cose, quando dice: Ora rimangono bensì la fede, la speranza, la carità, queste tre cose; ma la più grande di esse è la carità (1 Cor 13, 13). E quantunque nella carità, cioè nell'amore, siano racchiusi quei due precetti, tuttavia ci dice che essa è la più grande, non la sola. Quante raccomandazioni ci vengono fatte, sia riguardo alla fede che riguardo alla speranza! Chi può metterle insieme? Chi può contarle? Ma badiamo a ciò che dice il medesimo Apostolo: La pienezza della legge è la carità (Rm 13, 10). Laddove dunque è la carità, che cosa potrà mancare? E dove non è, che cosa potrà giovare? Il diavolo crede (cf. Gc 2, 19), ma non ama; e tuttavia non si può amare se non si crede. Sia pure invano, tuttavia anche chi non ama può conservare la speranza del perdono, ma non può perderla nessuno che ama. Dunque, laddove c'è l'amore, c'è necessariamente la fede e c'è la speranza; e dove c'è l'amore del prossimo, c'è necessariamente anche l'amore di Dio. Chi infatti non ama Dio, come potrà amare il prossimo come se stesso, dal momento che non ama neppure se stesso? Egli è un empio e un uomo iniquo; e chi ama l'iniquità, non solo non ama ma odia la sua anima (cf. Sal 10, 6). Manteniamoci dunque fedeli a questo comandamento del Signore, di amarci gli uni gli altri, e osserveremo tutti gli altri suoi comandamenti, perché tutti gli altri comandamenti sono compresi in questo. Certo, questo amore si distingue da quell'amore con cui reciprocamente si amano gli uomini in quanto uomini; ed è per distinguerlo da esso che il Signore aggiunge: come io ho amato voi. E perché ci ama Cristo, se non perché possiamo regnare con lui? A questo fine dunque noi dobbiamo amarci, in modo che il nostro amore si distingua da quello degli altri, che non si amano a questo fine perché neppure si amano. Coloro che invece si amano al fine di possedere Dio, si amano davvero: per amarsi, quindi, amano Dio. Questo amore non esiste in tutti gli uomini: sono pochi, anzi, quelli che si amano affinché Dio sia tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 28).



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Dal «Commento sulla seconda lettera ai Corinzi» di san Cirillo di Alessandria, vescovo  (Cap. 5, 5 - 6; PG 74, 942-943)
Chi ha il pegno dello Spirito e possiede la speranza della risurrezione, tiene come già presente ciò che aspetta e quindi può dire con ragione di non conoscere alcuno secondo la carne, di sentirsi, cioè, fin d'ora partecipe della condizione del Cristo glorioso. Ciò vale per tutti noi che siamo spirituali ed estranei alla corruzione della carne. Infatti, brillando a noi l'Unigenito, siamo trasformati nel Verbo stesso che tutto vivifica. Quando regnava il peccato eravamo tutti vincolati dalle catene della morte. Ora che è subentrata al peccato la giustizia di Cristo, ci siamo liberati dall'antico stato di decadenza.
Quando diciamo che nessuno è più nella carne intendiamo riferirci a quella condizione connaturale alla creatura umana che comprende, fra l'altro, la particolare caducità propria dei corpi. Vi fa cenno san Paolo quando dice: «Infatti anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2 Cor 5, 16). In altre parole: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14), e per la vita di noi tutti accettò la morte del corpo. La nostra fede prima ce lo fa conoscere morto, poi però non più morto, ma vivo; vivo con il corpo risuscitato al terzo giorno; vivo presso il Padre ormai in una condizione superiore a quella connaturale ai corpi che vivono sulla terra. Morto infatti una volta sola non muore più, la morte non ha più alcun potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio (cfr. Rm 6, 8-9).
Pertanto se si trova in questo stato colui che si fece per noi antesignano di vita, è assolutamente necessario che anche noi, calcando le sue orme, ci riteniamo vivi della sua stessa vita, superiore alla vita naturale della persona umana. Perciò molto giustamente san Paolo scrive: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le vecchie cose sono passate, ecco ne sono nate di nuove!» (2 Cor 5, 17). Fummo infatti giustificati in Cristo per mezzo della fede, e la forza della maledizione è venuta meno. Poiché egli è risuscitato per noi, dopo essersi messo sotto i piedi la potenza della morte, noi conosciamo il vero Dio nella sua stessa natura, e a lui rendiamo culto in spirito e verità, con la mediazione del Figlio, il quale dona al mondo, da parte del Padre, le benedizioni celesti.
Perciò molto a proposito san Paolo scrive: «Tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante in Cristo» (2 Cor 5, 18). In realtà il mistero dell'incarnazione e il conseguente rinnovamento non avvengono al di fuori della volontà del Padre. Senza dubbio per mezzo di Cristo abbiamo acquistato l'accesso al Padre, dal momento che nessuno viene al Padre, come egli stesso dice, se non per mezzo di lui. Perciò «tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati mediante Cristo, ed ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2 Cor 5, 18).



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Tempo di Pasqua
SESTA DOMENICA - 13 maggio 2012

Letture della preghiera notturna dei Certosini

Dal vangelo secondo Giovanni:
16,25-30

Prima di passare da questo mondo al Padre,
Gesù diceva ai suoi discepoli:
"In quel giorno chiederete nel mio nome e io non vi dico che
pregherò il Padre per voi:
il Padre stesso vi ama,
poiché voi mi avete amato,
e avete creduto che io sono venuto da Dio."

Dai "Discorsi" di Giovanni Lanspergio.

Cristo ci ama e non ci vuole donare soltanto i suoi doni;
anela donarci sé stesso. Però esige di essere pregato da
noi, in modo che la sua misericordia risplenda quanto la sua
giustizia. Elargire un dono eccellente straordinario
munificentissimo a chi lo chiede è opera piuttosto della
giustizia che della misericordia. Così è giusto che il
povero, il quale nella sua miseria tende la mano, sia
esaudito dal ricco. Dio è buono e giusto ad un tempo, e in
lui queste due qualità sono sempre simultanee.

Figlioli, potete soppesare da soli quanto grande bontà sia
andare in cerca, anzi procurarsi le occasioni per aver
pietà e trovare motivi per essere giustamente
misericordioso. Il Signore usa questa condotta in genere con
tutti, per tacere di ciò che fa con molti individualmente.
Egli ci persuade di chiedere nella preghiera, cioè ci
invita a costringerlo ad essere con noi un donatore pieno di
misericordia e di giustizia ad un tempo. Infatti il Signore
"è ricco di misericordia verso quelli che lo invocano," Ef
2,4 non s'impoverisce quando dona, né diventa più ricco se
oppone un rifiuto.

10

Perché non pensassimo che le nostre suppliche non sarebbero
esaudite, il Signore aggiunge: "In verità, in verità vi
dico". Con tale modo di esprimersi, che è quasi un
giuramento, il Maestro vuole infonderci sicurezza, eccitare
la nostra fiducia, farci credere che sarà impossibile un
suo diniego su qualcosa salutare per noi o almeno non
contrario al nostro bene e profitto spirituale.

La misura della nostra domanda dipende infatti dalla nostra
fiducia. Perciò il Signore ci invita non solo a chiedere,
ma anche a confidare. E' la fiducia che ottiene e riceve da
Dio. Tant'è che l'apostolo Giacomo afferma: "Si chieda con
fede, senza dubitare". Gc 1,6.

Vermiciattoli come siamo, che cosa oseremmo chiedere e
sperare di ottenere se Dio stesso non ci ordinasse: Chiedete
e otterrete ? Nello stesso tempo egli ci assicura che il
Padre ci darà qualunque cosa chiederemo nel nome del
Figlio. Infatti il vangelo afferma: "In verità, in verità
vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome,
egli ve la darà".

11

Gesù vuole inculcare ai discepoli che qualunque dono
desidereranno conseguire, lo devono chiedere nel suo nome;
Cristo si fa mediatore tra il Padre e noi, anzi, desidera di
essere riconosciuto come mediatore. Perciò dice: "Nessuno
viene al Padre se non per mezzo di me." Gv 14,6. Meglio:
nessuno potrà ricevere qualcosa da Dio se non nel suo nome.

Sotto il cielo non esiste altro nome dato agli uomini per
mezzo del quale possiamo essere salvi, tranne il nome di
Gesù. Però anche se può esserci molto soave scandire
queste quattro lettere, non dobbiamo credere che tanta
virtù sia insita di per sé nella parola. No, essa dipende
dalla persona che porta quel nome. Quando preghiamo nel nome
di Gesù, preghiamo in virtù di Colui che così si chiama,
cioè per mezzo di chi per noi si è incarnato, fu preso,
flagellato, crocifisso e che sulla croce spirò.

Dunque il Signore Gesù vuole dire qui: Sarà esaudito chi
chiede in nome mio, cioè per la forza e i meriti della mia
passione e delle mie virtù. Ecco perché la liturgia
conclude quasi tutte le orazioni con la formula: Per il
nostro Signore Gesù Cristo, vale a dire per la virtù e i
meriti del Signore nostro Gesù Cristo.

12

Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. In
questa vita la nostra felicità non è mai completa, però
possiamo esclamare con il salmista: "Mi sazierò quando
apparirà la sua gloria". Sal 16,15. Chiedete perciò il
gaudio che è totale, che appaga tutti i desideri, che colma
d'ogni bene, che nessuno vi potrà togliere, perché si
trova solo in Dio e nella beatitudine eterna. Con tali
parole Cristo si studia di infonderci fiducia, di darci
speranza a chiedere il meno, dato che ci comanda di invocare
il più, anzi il massimo.

Tutto è piccola cosa senza domani in confronto della
felicità eterna. Se il Signore non volesse esaudirci, non
ci ordinerebbe di chiedere la beatitudine promessa in dono.
Allora possiamo star sicuri di essere esauditi da lui in
tutto il resto, che vale molto meno. Tanto più che è così
lontana la possibilità che egli ci rimproveri di
presunzione nel chiedere grandi cose.

Ed ecco crescere ancora la nostra fiducia quando Gesù ci
confida: Il Padre stesso vi ama. Come se dicesse: Non siate
mai svogliati a chiedere, dato che il Padre mio, proprio
lui, vi ama. E tale amore non gli permette mai di tollerare
con fastidio le vostre preghiere. Anzi, convincetevi
piuttosto che nulla vi negherà, perché vi ama.