Commenti Patristici al Vangelo di oggi, 14 maggio,
lunedi della VI settimana di Pasqua
Sant'Agostino - "Il dono di un altro Paraclito"
OMELIA 74
Il dono di un altro Paraclito.
Chi ama è segno che ha lo Spirito Santo, e quanto più amerà tanto più lo avrà, affinché possa amare sempre di più.
1. Abbiamo ascoltato, o fratelli, mentre veniva letto il Vangelo, il Signore che dice: Se
mi amate, osservate i miei comandamenti; ed io pregherò il Padre, ed
egli vi darà un altro Paraclito, il quale resti con voi per sempre; lo
Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non
lo conosce; ma voi lo conoscete, perché rimane tra voi e sarà in voi
(Gv 14, 15-17). Molte sono le cose da approfondire in queste poche
parole del Signore; ma sarebbe troppo cercare ogni cosa che qui si può
trovare, o pretendere di trovare ogni cosa che qui si può cercare.
Tuttavia, prestando attenzione a ciò che noi dobbiamo dire e che voi
dovete ascoltare, secondo quanto il Signore vorrà concederci e secondo
la nostra e vostra capacità, ricevete per mezzo nostro, o carissimi, ciò
che noi possiamo darvi, e chiedete a lui ciò che noi non possiamo
darvi. Cristo promise agli Apostoli lo Spirito Paraclito; notiamo però
in che termini lo ha promesso. Se mi amate - egli dice - osservate
i miei comandamenti; ed io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro
Paraclito, il quale resti con voi per sempre: lo Spirito di verità. Senza
dubbio si tratta dello Spirito Santo, una persona della Trinità, che la
fede cattolica riconosce consostanziale e coeterno al Padre e al
Figlio. E' di questo Spirito che l'Apostolo dice: L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rm 5, 5). Come può dunque il Signore, riferendosi allo Spirito Santo, dire: Se mi amate, osservate i miei comandamenti; ed io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito, dal
momento che senza questo Spirito non possiamo né amare Dio, né
osservare i suoi comandamenti? Come possiamo amare Dio per ricevere lo
Spirito, se senza lo Spirito non possiamo assolutamente amare Dio? E
come possiamo osservare i comandamenti di Cristo per ricevere lo
Spirito, se senza questo dono non possiamo osservarli? E' forse da
pensare che prima c'è in noi la carità, che ci consente di amare Cristo,
e, amandolo e osservando i suoi comandamenti, si può meritare il dono
dello Spirito Santo così che la carità (non di Cristo che già era
presente, ma di Dio Padre), si riversi nei nostri cuori per mezzo dello
Spirito Santo che ci è stato donato? Questa è un'interpretazione errata.
Infatti, chi crede di amare il Figlio e non ama il Padre, significa che
non ama il Figlio, ma una invenzione della sua fantasia. Perciò
l'Apostolo dichiara: Nessuno può dire: Gesù è il Signore, se non nello Spirito Santo
(1 Cor 12, 3). Chi può dire: Gesù è il Signore, nel senso che intende
l'Apostolo, se non chi lo ama? Molti infatti riconoscono Gesù a parole,
mentre col cuore e con le opere lo rinnegano; come appunto dice
l'Apostolo: Confessano sì di conoscere Dio, ma con le opere lo negano (Tt 1, 16). Se con le opere si può negare Dio, è altrettanto vero che è con i fatti che lo si confessa. E così nessuno può dire: Gesù è il Signore - con l'animo, con le parole, con i fatti, con il cuore, con la bocca, con le opere - se non nello Spirito Santo; e nessuno lo dice in questo senso se non chi lo ama. Ora, se gli Apostoli dicevano: Gesù è il Signore, e
non lo dicevano in modo finto come quelli che lo confessano con la
bocca e lo negano con il cuore e con le opere, se insomma lo dicevano in
modo autentico, sicuramente lo amavano. E come lo amavano, se non nello
Spirito Santo? E tuttavia il Signore ordina loro, prima di tutto di
amarlo e di osservare i suoi comandamenti, per poter ricevere lo Spirito
Santo, senza del quale essi di sicuro non avrebbero potuto né amarlo né
osservare i suoi comandamenti.
[Viene promesso lo Spirito Santo anche a chi lo ha.]
2.
Dobbiamo dunque concludere che chi ama lo Spirito Santo, e, avendolo,
merita di averlo con maggiore abbondanza, e, avendolo con maggiore
abbondanza, riesce ad amare di più. I discepoli avevano già lo Spirito
Santo, che il Signore prometteva loro e senza del quale non avrebbero
potuto riconoscerlo come Signore; e tuttavia non lo avevano con quella
pienezza che il Signore prometteva. Cioè, lo avevano e insieme non lo
avevano, nel senso che ancora non lo avevano con quella pienezza con cui
dovevano averlo. Lo avevano in misura limitata, e doveva essere loro
donato più abbondantemente. Lo possedevano in modo nascosto, e dovevano
riceverlo in modo manifesto; perché il dono maggiore dello Spirito Santo
consisteva anche in una coscienza più viva di esso. Parlando di questo
dono, l'Apostolo dice: Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del
mondo ma lo Spirito che viene da Dio, affinché possiamo conoscere le
cose che da Dio ci sono state donate (1 Cor 2, 12). E non una volta,
ma ben due volte il Signore elargì agli Apostoli in modo manifesto il
dono dello Spirito Santo. Appena risorto dai morti, infatti, alitò su di
loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20, 22). E per
averlo dato allora, forse che non inviò anche dopo lo Spirito promesso? O
non era il medesimo Spirito quello che Cristo alitò su di loro e poi
ancora inviò ad essi dal cielo (cf. At 2, 4)? Qui si pone un'altra
domanda: perché questo dono fu elargito in modo manifesto due volte?
Forse questo dono fu elargito visibilmente due volte perché due sono i
precetti dell'amore: l'amore di Dio e quello del prossimo, e per
sottolineare che l'amore dipende dallo Spirito Santo. Se bisogna cercare
un altro motivo, non è adesso il momento, dato che non possiamo tirare
troppo in lungo questo discorso. L'importante è tener presente che senza
lo Spirito Santo noi non possiamo né amare Cristo né osservare i suoi
comandamenti, e che tanto meno possiamo farlo quanto meno abbiamo di
Spirito Santo, mentre tanto più possiamo farlo quanto maggiore è
l'abbondanza che ne abbiamo. Non è quindi senza ragione che lo Spirito
Santo viene promesso, non solo a chi non lo ha, ma anche a chi già lo
possiede: a chi non lo ha perché lo abbia, a chi già lo possiede perché
lo possieda in misura più abbondante. Poiché se non si potesse possedere
lo Spirito Santo in misura più o meno abbondante, il profeta Eliseo non
avrebbe detto al profeta Elia: Lo Spirito che è in te, sia doppio in me (2 Sam 2, 9).
3. Quando Giovanni Battista disse: Iddio dona lo Spirito senza misura
(Gv 3, 34), parlava del Figlio di Dio, al quale appunto lo Spirito è
dato senza misura, perché in lui abita tutta la pienezza della divinità
(cf. Col 2, 9). Non potrebbe infatti l'uomo Cristo Gesù essere mediatore
tra Dio e gli uomini senza la grazia dello Spirito Santo (cf. 1 Tim 2,
5). Infatti egli stesso afferma che in lui si è compiuta la profezia: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto, mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella
(Lc 4, 18-21). Che l'Unigenito sia uguale al Padre, non è grazia ma
natura; il fatto invece che l'uomo sia stato assunto nell'unità della
persona dell'Unigenito, è grazia non natura, secondo la testimonianza
del Vangelo che dice: Intanto il bambino cresceva, si fortificava ed era pieno di sapienza, e la grazia di Dio era in lui
(Lc 2, 40). Agli altri, invece, lo Spirito viene dato con misura, e
questa misura aumenta, finché si compie per ciascuno, secondo la sua
capacità, la misura propria della sua perfezione. Donde l'esortazione
dell'Apostolo: Non stimatevi più di quello che è conveniente
stimarsi, ma stimatevi in maniera da sentire saggiamente di voi, secondo
la misura di fede che Dio ha distribuito a ciascuno (Rm 12, 3). Lo Spirito infatti non viene diviso; sono i carismi che vengono divisi come sta scritto: Vi sono diversità di carismi, ma identico è lo Spirito (1 Cor 12, 4).
4. Dicendo poi: Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito, il Signore ci fa capire che egli stesso è Paraclito. Paraclito corrisponde al latino avvocato; e Giovanni dice di Cristo: Abbiamo, come avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto (1 Io 2, 16). In questo senso dice che il mondo non può ricevere lo Spirito Santo, così come sta scritto: Il desiderio della carne è inimicizia contro di Dio: esso infatti non si assoggetta alla legge di Dio né lo potrebbe
(Rm 8, 7). Come a dire che l'ingiustizia non può essere giusta. Per
mondo qui si intende coloro che amano il mondo di un amore che non
proviene dal Padre. E perciò l'amore di Dio, riversato nei nostri cuori
per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato, è l'opposto
dell'amore di questo mondo, che ci sforziamo di ridurre e di estinguere
in noi. Il mondo quindi non lo può ricevere perché non lo vede né conosce. L'amore
mondano, infatti, non possiede occhi spirituali, senza dei quali non è
possibile vedere lo Spirito Santo, che è invisibile agli occhi della
carne.
5. Ma voi - dice il Signore - lo conoscerete perché rimarrà tra voi e sarà in voi. Sarà
in loro per rimanervi, non rimarrà per esservi; poiché per rimanere in
un luogo, prima bisogna esserci. E affinché non credessero che
l'espressione: rimarrà presso di voi, volesse significare una permanenza simile a quella di un ospite in una casa, spiegò il senso delle parole: rimarrà presso di voi, aggiungendo: e sarà in voi. Lo
si potrà dunque vedere in modo invisibile, e non potremmo conoscerlo se
non fosse in noi. E' così che noi vediamo in noi la nostra coscienza;
noi possiamo vedere la faccia di un altro, ma non possiamo vedere la
nostra; mentre possiamo vedere la nostra coscienza e non possiamo vedere
quella di un altro. La coscienza, però, non esiste fuori di noi, mentre
lo Spirito Santo può esistere anche senza di noi; e che sia anche in
noi, è un dono. E se non è in noi, non possiamo vederlo e conoscerlo
così come deve essere veduto e conosciuto.
* * *
Sant'Agostino - "Io sono nel Padre mio, e voi in me ed io in voi"
OMELIA 75
Io sono nel Padre mio, e voi in me ed io in voi.
In quel giorno conoscerete...
E' il tempo della Chiesa, che decorre tra la Risurrezione e la fine dei
tempi, perché già fin d'ora noi siamo in lui e lui è in noi. Ma per
poter conoscere come siamo conosciuti, bisogna aspettare la visione
faccia a faccia.
1.
Il Signore, dopo aver promesso lo Spirito Santo, affinché non si
pensasse che lo Spirito Santo avrebbe preso il suo posto, e che egli non
sarebbe stato più con loro, subito aggiunse: Non vi lascerò orfani; ritornerò a voi
(Gv 14, 18). Orfani è lo stesso che pupilli. Orfano è un termine greco
che corrisponde al latino pupillo. Infatti, dove nel salmo si dice: Tu sarai l'appoggio del pupillo (Sal 9, 14), nel testo greco al posto di pupillo c'è orfano. Non
contento quindi di averci fatto figli adottivi del Padre e di aver
voluto che noi avessimo, per grazia, il medesimo Padre che è suo per
natura, il Figlio di Dio ci dimostra anch'egli in un certo senso affetto
paterno, dicendo: Non vi lascerò orfani; ritornerò a voi. E' per lo stesso motivo che ci chiama anche figli dello sposo, quando dice: Verranno giorni in cui sarà tolto lo sposo, e allora i figli dello sposo digiuneranno (Mt 9, 15). Ora, chi è questo sposo, se non Cristo Signore?
2. Proseguendo dice: Ancora un po' e il mondo non mi vedrà più
(Gv 14, 19). E che? In quel momento il mondo lo vedeva? E come può
essere, se egli per mondo vuole che noi si intenda coloro di cui ha
parlato prima, quando, a proposito dello Spirito Santo, ha detto che il mondo non può riceverlo perché non lo vede né lo conosce
(Gv 14, 17)? Il mondo, certo, vedeva con gli occhi della carne colui
che s'era reso visibile mediante la carne, ma non vedeva il Verbo che
era nascosto nella carne: vedeva l'uomo, non vedeva Dio; vedeva il
vestito, non vedeva chi lo indossava. Ma siccome dopo la sua
risurrezione egli ai discepoli mostrò pure la sua carne, non solo perché
la vedessero ma anche perché la toccassero, mentre non la mostrò agli
altri, è forse in questo senso che bisogna intendere la frase: Ancora un po' e il mondo non mi vedrà più; voi, invece, mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete (Gv 14, 19).
[La resurrezione sua e la nostra.]
3. Che significa: perché io vivo e voi vivrete? Perché
il presente per sé e il futuro per loro, se non perché promise loro la
vita anche del corpo, risuscitato da morte, quale era quella che stava
per realizzarsi in lui come primizia? E siccome la sua risurrezione era
imminente, usa il presente per indicarne l'immediatezza; e siccome la
loro risurrezione invece doveva avvenire alla fine del mondo, non dice:
vivete, ma: vivrete. In modo discreto e conciso ha promesso le
due risurrezioni: la sua immediata, e la nostra per la fine del mondo,
usando rispettivamente il presente e il futuro. Perché io vivo - dice - e voi vivrete; cioè noi vivremo perché egli vive. Siccome
per mezzo di un uomo venne la morte, così anche per mezzo di un uomo
verrà la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono,
così anche in Cristo tutti saranno vivificati (1 Cor 15, 21-22).
Nessuno muore se non a motivo di Adamo, e nessuno viene alla vita se non
per mezzo di Cristo. E' perché siamo nati che ci ha colti la morte, ed è
perché egli vive che noi vivremo: morimmo a lui quando volemmo vivere
per noi; ma siccome lui è morto per noi, vive per sé e per noi. Perché,
dunque, egli vive, anche noi vivremo. Non possiamo da noi procurarci la
vita, così come da noi ci siamo procurata la morte.
4. In quel giorno voi conoscerete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi (Gv 14, 20). In quale giorno? Nel giorno di cui ha parlato prima quando ha detto: e voi vivrete. Allora
noi potremo finalmente vedere ciò che ora crediamo. Infatti, anche ora
egli è in noi e noi siamo in lui; ma questo ora noi lo crediamo, mentre
allora ne avremo la piena conoscenza. Ciò che ora conosciamo credendo,
allora conosceremo contemplando. Finché, infatti, siamo nel corpo
come è adesso, cioè corruttibile e che appesantisce l'anima, siamo
esuli dal Signore; camminiamo infatti nella fede e non per visione (cf. 2
Cor 5, 6). Allora, quando lo vedremo così come egli è, lo vedremo
faccia a faccia (cf. 1 Io 3, 2.). Se Cristo non fosse in noi anche ora,
l'Apostolo non direbbe: Se Cristo è in noi, il corpo è bensì morto per il peccato, lo spirito invece è vita per la giustizia (Rm 8, 10). Egli stesso apertamente afferma che fin d'ora noi siamo in lui, quando dice: Io sono la vite, voi i tralci
(Gv 15, 5). In quel giorno, dunque, quando vivremo quella vita in cui
la morte sarà stata assorbita, conosceremo che egli è nel Padre, e noi
in lui e lui in noi; perché allora giungerà a perfezione quanto per
opera sua è già cominciato: la sua dimora in noi e la nostra in lui.
5. Chi ha i miei comandamenti e li osserva: ecco chi mi ama. Chi
li custodisce nella memoria, e li attua nella vita; chi li tiene
presenti nelle sue parole, e li esprime nei costumi; chi li ha perché li
ascolta, e li osserva praticandoli; oppure chi li ha perché li pratica,
e li osserva costantemente, ecco chi mi ama. L'amore bisogna dimostrarlo con i fatti altrimenti è una parola vuota e sterile. E colui che mi ama - continua - sarà amato dal Padre mio, e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui
(Gv 14, 21). Dice che lo amerà, forse perché ancora non lo ama? No
davvero. Come potrebbe infatti amarci il Padre senza il Figlio, o il
Figlio senza il Padre? Come possono amare separatamente essi che operano
sempre inseparabilmente? Egli dice: lo amerò, per concludere subito: e mi manifesterò a lui. Lo amerò e mi manifesterò, cioè
lo amerò per manifestarmi a lui. Ora, infatti, ci ama concedendoci di
credere in lui e di rimanere nell'obbedienza della fede; allora ci
manifesterà il suo amore concedendoci di vederlo e di ricevere, con la
visione beatifica, il premio della nostra fede. E anche noi ora lo
amiamo credendo ciò che allora vedremo, mentre allora lo ameremo vedendo
ciò che ora crediamo.
* * *
San Basilio - Dal "Trattato sullo Spirito Santo"
Dallo Spirito l'anticipata conoscenza delle cose future, l'approfondimento dei misteri, la percezione delle cose occulte, le distribuzioni dei doni, la familiarità delle cose del cielo, il tripudio con gli angeli. Da lui la gioia eterna, da lui l'unione costante e la somiglianza con Dio, e, cosa più sublime d'ogni altra, da lui la possibilità di divenire Dio.
Le operazioni dello Spirito Santo
Chi è quell'uomo che, udendo gli appellativi dello Spirito Santo, non si solleva con l'animo e non innalza il pensiero alla suprema natura di Dio? Infatti è stato chiamato Spirito di Dio e Spirito di verità, che procede dal Padre: Spirito forte, Spirito retto, Spirito creatore. Spirito Santo è l'appellativo che gli conviene di più e che gli è proprio. Tutto ciò che ha un carattere sacro è da lui che lo deriva. Di lui hanno bisogno gli esseri che hanno vita e, come irrorati dalla sua rugiada, ricevono vigore e sostegno nel loro esistere ed agire in ordine al fine naturale per il quale sono fatti. Egli è sorgente di santificazione e luce intelligibile. Offre ad ogni creatura ragionevole se stesso e con se stesso luce e aiuto per la ricerca della verità. Inaccessibile per natura, può essere percepito per sua bontà. Tutto riempie con la propria forza, ma si rende manifesto solo a quelli che ne sono degni. Ad essi tuttavia egli non si dà in ugual misura, ma si concede in rapporto all'intensità della fede. Semplice nell'essenza, e molteplice nei poteri, è presente ai singoli nella sua totalità ed è contemporaneamente e tutto dovunque. Egli viene partecipato senza tuttavia subire alcuna alterazione. Di lui tutti sono partecipi, ma egli resta integro, allo stesso modo dei raggi del sole, i cui benefici vengono sentiti da ciascuno come se risplendessero solo per lui e tuttavia illuminano la terra e il mare e si confondono con l'aria. Così anche lo Spirito Santo, pur essendo presente a ciascuno di quanti ne sono capaci come se fosse presente a lui solo, infonde in tutti una grazia sufficiente ed intera. Di lui gode tutto ciò che di lui partecipa, per quanto è permesso alla natura, ma non per quanto egli può. Per lui i cuori si elevano in alto, i deboli vengono condotti per mano, i forti giungono alla perfezione. Egli risplende su coloro che si sono purificati da ogni bruttura e li rende spirituali per mezzo della comunione che hanno con lui. E come i corpi molto trasparenti e nitidi al contatto di un raggio diventano anch'essi molto luminosi ed emanano da sé nuovo bagliore, così le anime che hanno in sé lo Spirito e che sono illuminate dallo Spirito diventano anch'esse sante e riflettono la grazia sugli altri. Dallo Spirito l'anticipata conoscenza delle cose future, l'approfondimento dei misteri, la percezione delle cose occulte, le distribuzioni dei doni, la familiarità delle cose del cielo, il tripudio con gli angeli. Da lui la gioia eterna, da lui l'unione costante e la somiglianza con Dio, e, cosa più sublime d'ogni altra, da lui la possibilità di divenire Dio.
Dal trattato «Su lo Spirito Santo» di san Basilio Magno, vescovo (Cap. 9, 22-23; PG 32, 107-110)
Dallo Spirito l'anticipata conoscenza delle cose future, l'approfondimento dei misteri, la percezione delle cose occulte, le distribuzioni dei doni, la familiarità delle cose del cielo, il tripudio con gli angeli. Da lui la gioia eterna, da lui l'unione costante e la somiglianza con Dio, e, cosa più sublime d'ogni altra, da lui la possibilità di divenire Dio.
Le operazioni dello Spirito Santo
Chi è quell'uomo che, udendo gli appellativi dello Spirito Santo, non si solleva con l'animo e non innalza il pensiero alla suprema natura di Dio? Infatti è stato chiamato Spirito di Dio e Spirito di verità, che procede dal Padre: Spirito forte, Spirito retto, Spirito creatore. Spirito Santo è l'appellativo che gli conviene di più e che gli è proprio. Tutto ciò che ha un carattere sacro è da lui che lo deriva. Di lui hanno bisogno gli esseri che hanno vita e, come irrorati dalla sua rugiada, ricevono vigore e sostegno nel loro esistere ed agire in ordine al fine naturale per il quale sono fatti. Egli è sorgente di santificazione e luce intelligibile. Offre ad ogni creatura ragionevole se stesso e con se stesso luce e aiuto per la ricerca della verità. Inaccessibile per natura, può essere percepito per sua bontà. Tutto riempie con la propria forza, ma si rende manifesto solo a quelli che ne sono degni. Ad essi tuttavia egli non si dà in ugual misura, ma si concede in rapporto all'intensità della fede. Semplice nell'essenza, e molteplice nei poteri, è presente ai singoli nella sua totalità ed è contemporaneamente e tutto dovunque. Egli viene partecipato senza tuttavia subire alcuna alterazione. Di lui tutti sono partecipi, ma egli resta integro, allo stesso modo dei raggi del sole, i cui benefici vengono sentiti da ciascuno come se risplendessero solo per lui e tuttavia illuminano la terra e il mare e si confondono con l'aria. Così anche lo Spirito Santo, pur essendo presente a ciascuno di quanti ne sono capaci come se fosse presente a lui solo, infonde in tutti una grazia sufficiente ed intera. Di lui gode tutto ciò che di lui partecipa, per quanto è permesso alla natura, ma non per quanto egli può. Per lui i cuori si elevano in alto, i deboli vengono condotti per mano, i forti giungono alla perfezione. Egli risplende su coloro che si sono purificati da ogni bruttura e li rende spirituali per mezzo della comunione che hanno con lui. E come i corpi molto trasparenti e nitidi al contatto di un raggio diventano anch'essi molto luminosi ed emanano da sé nuovo bagliore, così le anime che hanno in sé lo Spirito e che sono illuminate dallo Spirito diventano anch'esse sante e riflettono la grazia sugli altri. Dallo Spirito l'anticipata conoscenza delle cose future, l'approfondimento dei misteri, la percezione delle cose occulte, le distribuzioni dei doni, la familiarità delle cose del cielo, il tripudio con gli angeli. Da lui la gioia eterna, da lui l'unione costante e la somiglianza con Dio, e, cosa più sublime d'ogni altra, da lui la possibilità di divenire Dio.
Dal trattato «Su lo Spirito Santo» di san Basilio Magno, vescovo (Cap. 9, 22-23; PG 32, 107-110)
* * *
Sant'Ilario - "Il dono del Padre in Cristo"
Il dono del Padre in CristoIl Signore comandò di battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Il catecumeno viene battezzato professando perciò la fede nel Creatore, nell'Unigenito, nel Dono.
Unico è il Creatore di tutto. Uno infatti Dio Padre da cui hanno principio tutte le cose. Unico è anche l'Unigenito, il Signore Nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale tutte le cose furono create, e unico lo Spirito dato in dono a tutti.
Tutto è ordinato secondo le sue virtù e meriti; una la potenza da cui tutto procede; una la prole per la quale tutto è stato fatto; uno il dono della perfetta speranza.
Non si troverà nulla che manchi ad una perfezione infinita. Nell'ambito della Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, tutto è perfettissimo: l'immensità nell'eterno, la manifestazione nell'immagine, il godimento nel dono.
Ascoltiamo dalle parole dello stesso Signore quale sia il suo compito nei nostri confronti. Dice: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso» (Gv 16, 12). E' bene per voi che io me ne vada, se me ne vado vi manderò il Consolatore (cfr. Gv 16, 7). Ancora: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità» (Gv 14, 16-17). «Egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio» (Gv 16, 13-14).
Insieme a tante altre promesse vi sono queste destinate ad aprire l'intelligenza delle alte cose. In queste parole vengono formulati sia la volontà del donatore, come pure la natura e il modo stesso del dono.
Siccome la nostra limitatezza non ci permette di intendere né il Padre, né il Figlio, il dono dello Spirito Santo stabilisce un certo contatto tra noi e Dio, e così illumina la nostra fede nelle difficoltà relative all'incarnazione di Dio.
Lo si riceve dunque per conoscere. I sensi per il corpo umano sarebbero inutili se venissero meno i requisiti per il loro esercizio. Se non c'è luce o non è giorno, gli occhi non servono a nulla; gli orecchi in assenza di parole o di suono non possono svolgere il loro compito; le narici se non vi sono emanazioni odorifere, non servono a niente. E questo avviene non perché venga loro a mancare la capacità naturale, ma perché la loro funzione è condizionata da particolari elementi. Allo stesso modo l'anima dell'uomo, se non avrà attinto per mezzo della fede il dono dello Spirito Santo, ha sì la capacità di intendere Dio, ma le manca la luce per conoscerlo.
Il dono, che è in Cristo, è dato interamente a tutti. Resta ovunque a nostra disposizione e ci è concesso nella misura in cui vorremo accoglierlo. Dimorerà in noi nella misura in cui ciascuno di noi vorrà meritarlo.
Questo dono resta con noi fino alla fine del mondo, è il conforto della nostra attesa, è il pegno della speranza futura nella realizzazione dei suoi doni, è la luce delle nostre menti, lo splendore delle nostre anime.
Dal «Trattato sulla Trinità» di sant'Ilario, vescovo
(Lib. 2, 1, 33. 35; PL 10, 50-51. 73-75)