Di seguito i testi della Liturgia di oggi, 2 Novembre, commemorazione di tutti i fedeli defunti, con le indicazioni sulle INDULGENZE PER LE ANIME DEL PURGATORIO e un commento alle letture. (*)
(*): Vedi anche in questo blog i seguenti post:
02 Nov 2011
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02 Nov 2011
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2 NOVEMBRE
COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI
La commemorazione dei fedeli defunti al 2 novembre ebbe origine net sec. X nel monastero benedettino di Cluny. Papa Benedetto XV, al tempo della prima guerra mondiale, giunse a concedere a ogni sacerdote la facoltà di celebrare «tre messe» in questo giorno.
«La liturgia cristiana dei funerali è una celebrazione del mistero pasquale di Cristo Signore. Nelle esequie la Chiesa prega che i suoi figli, incorporati per il battesimo a Cristo morto e risorto, passino con lui dalla morte alta vita e, debitamente purificati nell’anima, vengano accolti con i santi e gli eletti nel cielo, mentre il corpo aspetta la beata speranza della venuta di Cristo e la risurrezione dei morti». Nella nostra vita noi pensiamo di non avere mai abbastanza: viviamo protesi verso un continuo «domani», dal quale ci attendiamo sempre «di più»: più amore, più felicità, più benessere. Viviamo sospinti dalla speranza. Ma in fondo a tutto il nostro stordirci di vita e di speranza si annida, sempre in agguato, il pensiero della morte: un pensiero a cui è molto difficile abituarci, che si vorrebbe spesso scacciare. Eppure la morte è la compagna di tutta la nostra esistenza: addii e malattie, dolori e delusioni ne sono come i segni premonitori. La morte: un mistero La morte resta per l’uomo un mistero profondo. Un mistero che anche i non credenti circondano di rispetto. Essere cristiani cambia qualcosa nel modo di considerare la morte e di affrontarla? Qual è l’atteggiamento del cristiano di fronte alla domanda, che la morte pone continuamente, sul senso ultimo dell’esistenza umana? La risposta si trova nella profondità della nostra fede. La morte per il cristiano non è il risultato di un gioco tragico e ineluttabile da affrontare con freddezza e cinismo. La morte del cristiano si colloca nel solco della morte di Cristo: è un calice amaro da bere fino in fondo perché frutto del peccato; ma è pure volontà amorosa del Padre, che ci aspetta al di là della soglia a braccia aperte: una morte che è una vittoria vestita di sconfitta; una morte che è essenzialmente non-morte: vita, gloria, risurrezione. Come tutto questo avvenga di preciso non lo possiamo sapere. Non è dell’uomo misurare l’immensità delle promesse e del dono di Dio. Il commiato dei fedeli è accompagnato dalla celebrazione eucaristica che è ricordo della morte di Gesù in croce e pegno della sua risurrezione. Uno dei prefazi rivela un accento di umana soavità e di divina certezza: «In Cristo rifulge a noi la speranza delta beata risurrezione, e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».A faccia a faccia con Cristo La morte del cristiano non è un momento al termine del suo cammino terreno, un punto avulso dal resto detta vita. La vita terrena è preparazione a quella celeste, stiamo in essa come bambini nel seno materno: la nostra vita terrena è un periodo di formazione, di lotte, di prime scelte. Con la morte l’uomo si trova di fronte a tutto ciò che costituisce l’oggetto delle sue aspirazioni più profonde: si troverà di fronte a Cristo e sarà la scelta definitiva, costruita con tutte le scelte parziali di questa vita. Cristo ci attende con le braccia aperte: l’uomo che sceglie di porsi contro Cristo, sarà tormentato in eterno dal ricordo di quello stesso amore che ha rifiutato. L’uomo che si decide per Cristo troverà in quell’amore la gioia piena e definitiva.«L’eterno riposo dona loro, o Signore» Possiamo fare qualcosa per i defunti? Essi non sono lontani da noi: appartengono tutti alla comunità degli uomini e alla Chiesa, sia quelli che sono morti nell’abbraccio di Dio, come pure tutti coloro dei quali solo il Signore ha conosciuto la fede. La preghiera per i defunti è una tradizione della Chiesa. In ogni persona infatti, anche se morta in Stato di grazia, può sussistere tanta imperfezione, tanto da purificare dell’antico egoismo! Tutto questo avviene nella morte. Morire significa morire al male. E’ il battesimo di morte con Cristo, nel quale trova compimento il battesimo d’acqua. Questa morte vista dall’altro lato — così crede la Chiesa — può essere una purificazione, il definitivo e totale ritorno alla luce di Dio. Quanto tempo durerà? Non siamo in grado di determinare né tempo né luogo né come. Ma, partendo dal nostro punto di vista umano, c’è un tempo durante il quale noi consideriamo qualcuno come «trapassato» e lo aiutiamo con la nostra preghiera.Il Messale Romano presenta tre formulari distinti di orazioni per la celebrazione del 2 novembre. Nella Messa non si dice il Gloria né il Credo. | |
Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui
Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant'Ambrogio, vescovo
(Lib. 2, 40.41.46.47.132.133; CSEL 73, 270-274, 323-324)Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale? Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l'anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l'anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7, 24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7, 25 ss.). Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo. Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia. Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte; quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l'annuale solennità del mondo. E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l'esempio divino che la morte sola ha conseguito l'immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare. A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisce quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l'immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio. L'anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne. Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d'arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15, 3-4). L'anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64, 3). Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26, 4).
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Antifona d'Ingresso 1 Ts 4,14; 1 Cor 15,22
Gesù è morto ed è risorto; così anche quelli che sono morti in Gesù Dio li radunerà insieme con lui. E come tutti muoiono in Adamo, così tutti in Cristo riavranno la vita. Colletta Ascolta, o Dio, la preghiera che la comunità dei credenti innalza a te nella fede del Signore risorto, e conferma in noi la beata speranza che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te... LITURGIA DELLA PAROLA Prima Lettura Gb 19,1.23-27a Io lo so che il mio Redentore è vivo. Dal libro di Giobbe Rispondendo Giobbe prese a dire: «Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro, fossero impresse con stilo di ferro e con piombo, per sempre s’incidessero sulla roccia! Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro». Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura? Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario. Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi! Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore. Seconda Lettura Rm 5,5-11 Giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Fratelli, la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione. Canto al Vangelo Gv 6,40 Alleluia, alleluia. Questa è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno, dice il Signore. Alleluia. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Dal vangelo secondo Giovanni In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». | |
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Il Commento Molto più di un semplice ricordo, la memoria è un’intimità che supera tempo e spazio, il «memoriale» che nella Scrittura giunge a diventare «il presente del passato» (S. Agostino). Quando Israele racconta e celebra gli eventi della sua storia, non resta spettatore sulla loro soglia. Li accoglie nel suo presente mentre è chiamato a farsi contemporaneo di chi li ha vissuti in presa diretta. Come in un appuntamento d’amore, Israele ha incontrato Dio nella memoria del suo agire fedele e misericordioso, imparando ad affidarsi a Lui come un figlio a suo padre. Gesù ha vissuto in pienezza l’esperienza del suo Popolo. «Disceso dal cielo» sulla terra, ha vissuto unito al Padre nella memoria della sua volontà, facendone il suo presente dove offrirsi in riscatto per l’umanità. Vi è entrato accogliendo ogni uomo che il Padre gli ha «dato», nessuno escluso, prendendo ciascuno con sé nel suo passaggio dalla morte alla vita. «Fate questo in memoria di me»: nel cuore della nostra vita il Signore ha deposto la sua memoria. Siamo chiamati a sperimentare nella storia di ogni giorno la Pasqua che celebriamo. A fare della nostra esistenza una memoria costante di Lui e della sua vita, perché il nostro presente ne diventi un riflesso glorioso. A «vedere» il Signore come lo hanno contemplato i discepoli la sera di Pasqua, riconoscendolo dai segni del suo amore per loro. È nel perdono dei peccati che possiamo «vedere» il Signore, e in Lui il volto misericordioso del Padre, origine e destino della vita di ogni uomo. Come è accaduto al figlio prodigo, solo nel riaccendersi della memoria della casa paterna, infatti, si può cominciare a «credere» per vivere ogni giorno come un ritorno, una conversione verso la nostra dimora. Si può desiderare solo ciò che si è conosciuto. Radicati nell’esperienza di non essere stati mai «gettati fuori» ma sempre riaccolti con misericordia, possiamo «credere» in Cristo e sperare il Cielo e la risurrezione nell’ultimo giorno, per noi e per i nostri cari. Li «commemoriamo» oggi, celebrando per loro e con loro il «memoriale della nostra salvezza», la Pasqua del Signore che fa di ogni nostra storia il presente eterno del suo amore. * * * Di seguito il testo dell'omelia che il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, ha pronunciato questa mattina, 2 novembre, nella Chiesa Monumentale di S. Girolamo. *** 1. «Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse, questi è il Signore in cui abbiamo sperato: rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza». L’invito del profeta a rallegrarsi del dono della salvezza è anche la conferma che la speranza di chi confida nel Signore non resta delusa. «In lui abbiamo sperato perché ci salvasse» e il profeta sembra sottintendere: “potete costatare che Egli ha mantenuto la promessa”. Ed anche il salmista, come avete sentito, prega: «al tuo riparo io non sia deluso». Cari fratelli e sorelle, il luogo in cui noi ci troviamo, di fronte alle tombe dei nostri cari, ci pone però alcune domande: per quanto tempo posso sperare nel Signore senza paura di rimanere deluso? Solo per il tempo di questa vita dal momento che la morte ci toglie tutte le ragioni per continuare a sperare? So che molti di voi visitano in questi giorni il cimitero perché sono intimamente convinti che la morte non è una caduta nel nulla eterno. Ma vi è chi viene in questo luogo durante questi giorni mosso da una pia e lodevole consuetudine, e come da un debole barlume di speranza rimasto ancora in fondo al cuore, in una vita oltre la morte. A tutti voi, fratelli e sorelle, desidero dire in primo luogo perché le ragioni della nostra speranza sono più forti della morte; dirvi che la speranza cristiana non fugge i sepolcri. Una delle più antiche raffigurazioni artistiche di Gesù lo raffigura come un pastore che porta sulle spalle una pecora. Certamente i nostri primi fratelli e sorelle nella fede avevano ben presente la parabola del buon pastore che va a cercare la pecora che si è smarrita e trovatala la riporta all’ovile sulle spalle. Ma la raffigurazione dice anche qualcosa di più profondo. Gesù è il pastore che è passato attraverso la valle oscura della morte: è morto veramente e realmente. Ma Egli non è rimasto nella valle oscura della morte; è ritornato per prendere sulle spalle ciascuno di noi nel momento della morte, perché non restiamo in essa, ma attraverso essa giungiamo alla vera vita. La consapevolezza che non sarò solo ad attraversare la valle della morte, poiché con me in quel momento ci sarà Lui, il Signore Gesù, che mi accompagna alla vita: questa è la speranza cristiana, la quale non fugge neppure davanti ai sepolcri. Veramente possiamo fare nostre le parole del profeta: «ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato: rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza». 2. L’apostolo Paolo nella seconda lettura ci dice che la nostra speranza, una speranza così consistente da non essere messa in discussione neppure dalla morte, non è qualcosa che riguarda esclusivamente il futuro, ma che sostanzialmente ci lascia per ora come ci trova. Noi fin da ora, in forza della fede e dei suoi sacramenti, veniamo già in possesso di un anticipo – la caparra, dice Paolo – di ciò che la speranza attende. Ma ascoltiamo l’Apostolo. «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre”… e se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio». Ciò che noi speriamo è già presente; e questo anticipo ci dona la certezza che la nostra speranza non ci deluderà. Mi spiego con un esempio. Immaginiamo che un padre scriva un testamento e lo metta già prima di morire nelle mani del figlio, assicurandolo che non lo cambierà mai più. Questa consegna definitiva rende certo il figlio di ereditare. Una cosa analoga l’ha fatta il Padre. Egli ha scritto un nuovo ed eterno Testamento in cui ci assicura che al momento della morte noi entreremo in possesso della sua vita eterna. Ha depositato questo testamento nel credente: è il dono dello Spirito Santo. E così il nostro futuro dopo-morte è già attirato dentro il nostro presente, ed il nostro presente non è una vacua attesa. 3. Ieri nella seconda lettura della S. Messa abbiamo letto: «chiunque ha questa speranza in Lui, purifica se stesso, come egli è puro». Cari fratelli e sorelle come potremmo, come potrebbero i nostri defunti entrare nella casa di Dio se non sono puri come Dio è puro? Noi siamo qui oggi non solo per confermarci nella beata speranza generata in noi dalla fede. Siamo qui anche per compiere un eminente atto di carità: pregare per i nostri defunti. Desideriamo che essi siano ammessi alla eredità eterna perché vogliamo loro bene; desideriamo quindi che siano completamente purificati. E’ questo duplice desiderio che prende corpo nella nostra preghiera di suffragio, “perché siano lavate le loro colpe nel sangue di Cristo e siano ricevuti fra le braccia della divina misericordia”. * * *
Bose, 2 novembre 2012
Omelia di ENZO BIANCHI
La memoria di oggi è la memoria veritiera, profonda della vita sulla terra. Ogni creatura terrestre nasce, viene al mondo, vive e poi muore. Questo avviene in ritmi diversi, che possono essere epoche o pochissimi giorni, registrati nel tempo, nel chrónos che scorre, ma questo avviene attraverso la fine, attraverso la morte.
L’uomo, che è immerso in questo oceano di vita e dunque di morte, vive però l’evento della morte non solo nella fatica che accompagna il mestiere di vivere, ma lo vive come enigma, come ingiustizia, come non senso, e lo vive in un grande dolore. Morire è doloroso e dentro di noi la memoria mortis, che si fa più compulsiva nella vecchiaia, genera a volte smarrimento, a volte grandi dubbi, a volte rivolta. Ed è proprio l’amore che noi viviamo a rendere difficile questo trapasso, questo esodo, e di conseguenza questo abbandono di chi e di cosa amiamo. L’amore come legame, l’amore come relazione rende la nostra morte difficile e dolorosa. Quando ci accade di amare qualcuno – o anche qualcosa – come noi stessi, la morte diventa veramente più faticosa perché significa umanamente la fine del vivere l’amore. Com’è possibile che l’amore finisca, che incorra in una contraddizione, quando sappiamo che l’amore vuole per sua natura essere eterno e si dichiara sempre legato all’eternità al “per sempre”?
Sì, è di fronte a questa domanda che la fede cristiana, dono che viene da Dio, ci può fornire non una conoscenza, non una certezza, ma una convinzione: l’amore merita la vita eterna. Sono convinto che l’unica volta che possiamo parlare di merito all’interno dello spazio cristiano lo dobbiamo fare: solo l’amore può vantare dei meriti e l’amore merita la vita eterna. Questa non è una certezza, non è un’acquisizione, è una speranza, e una speranza originata da quella fede che ci porta a credere che è volontà di Dio la nostra salvezza. Abbiamo ascoltato Gesù che lo ridice in questa pagina del quarto vangelo. Ma questa volontà di Dio, il Dio che vuole la salvezza di tutti noi, la troviamo espressamente in tutte le Scritture: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4), e salvati significa sempre salvati dalla morte, perché non c’è salvezza se non dalla morte.
Gesù nell’annunciare questa volontà del Padre ci rivela anche, o meglio ci spiega, che “chiunque vede il Figlio e crede in lui ha la vita eterna”, chiunque, ogni uomo che vede il Figlio. Questa però non è una visione teologico-dogmatica: vedere il Figlio significa vedere Gesù in Dio e Dio in Gesù, significa riconoscere Gesù come l’“exeghésato” (Gv 1,18) di Dio, significa vedere l’uomo Gesù, l’uomo vero, il vero Adamo venuto dopo (cf. 1Cor 15,45) ma in Dio fin dall’in-principio. Chiunque vede quest’uomo e vi aderisce ha la vita eterna. La nostra vita è una trama di incontri, di relazioni, di affetti vissuti, corrisposti, non corrisposti e non accolti, ma ciò che resta dei fili di questa trama è il vedere l’uomo, l’uomo autentico come Dio l’ha voluto, creato e amato (cf. Col 1,15-17), e aderire a lui, cioè renderlo ispirante per la nostra vita quotidiana. Per tutti c’è un unico cammino di salvezza, per tutti c’è una vittoria sulla morte e una vita eterna che si ha quando si vede quest’uomo – “Ecce homo!” (Gv 19,5) – e si aderisce a lui.
In questo c’è anche una comunione tra i vivi e i morti, quella comunione che è possibile credere e sperimentare solo in Gesù risorto, colui che ci ha narrato Dio, colui che per noi è il Dio che vuole la salvezza.
Preghiere per i defunti
L'Eterno riposo
L'eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen. Requiem Æternam Réquiem ætérnam dona eis, Dómine, et lux perpétua lúceat eis. Requiéscant in pace. Amen.
Dio degli spiriti e di ogni carne, che calpestasti la morte e annientasti il diavolo e la vita al tuo mondo donasti; tu stesso o Signore, dona all'anima del tuo servo N. defunto il riposo in un luogo luminoso, in un luogo verdeggiante, in un luogo di freschezza, donde sono lontani sofferenza, dolore e gemito.
Quale Dio buono e benigno perdona ogni colpa da lui commessa con parola, con opera o con la mente; poiché non v'è uomo che viva e non pecchi; giacché tu solo sei senza peccato, e la tua giustizia è giustizia nei secoli e la tua parola è verità. Poiché tu sei la risurrezione, la vita e il riposo del tuo servo N. defunto, o Cristo nostro Dio, noi ti rendiamo gloria, assieme al Padre tuo unigenito, con il santissimo buono e vivificante tuo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Riposino in pace. Amen.
De profundisDal profondo a te grido, o Signore; *
Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti * alla voce della mia preghiera. Se consideri le colpe, Signore, * Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono, * perciò avremo il tuo timore. Io spero nel Signore, * l'anima mia spera nella sua parola. L'anima mia attende il Signore * più che le sentinelle l'aurora. Israele attenda il Signore, * perché presso il Signore è la misericordia, grande è presso di lui la redenzione; * egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.
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Altro commento |
COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI
Omelia
Il mese di novembre assume una sua peculiare tonalità spirituale dalle due giornate con cui si apre: la solennità di tutti i santi e la commemorazione di tutti i fedeli defunti. Il mistero della comunione dei santi illumina in modo particolare questo tempo e l’intera parte finale dell’anno liturgico, orientando la meditazione sul destino eterno dell’uomo alla luce della Pasqua di Cristo. In essa ha il suo fondamento quella speranza che, come dice san Paolo nella seconda lettura, è tale da «non deludere» (cfr Rm 5,5).
Nella celebrazione odierna la fede sublima e compie sentimenti profondamente inscritti nell’animo umano. La grande famiglia della Chiesa vive in questi giorni un tempo di grazia, e lo vive, secondo la propria vocazione: stringendosi in preghiera intorno al Signore ed offrendo il suo Sacrificio redentore in suffragio dei fedeli defunti.
La commemorazione di tutti i defunti costituisce per ciascuno un invito a non attardarsi, vivendo appesantiti nella mediocrità. La consapevolezza, invece, che «l’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19), dilata ogni umano orizzonte. La fede della Chiesa sollecita a «non ricadere nella paura» (Rm 8,15), ricordando che non abbiamo ricevuto uno spirito da schiavi, ma da figli adottivi (cfr. Rm 8, 15). Si è così richiamati, dalla liturgia odierna, a tendere verso quella promessa di pienezza di vita per la quale, a noi povere creature, è dato di poter affermare con certezza e meraviglia che: «io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno» (Gb 1, 27a).
C’è un contrasto tra ciò che appare allo sguardo umano e ciò che, invece, vedono gli occhi di Dio, tale per cui il profeta Isaia può affermare la necessità che sia strappata via «la coltre distesa su tutte le nazioni» (Is 25,7)». Il mondo reputa fortunato chi vive a lungo e nella prosperità, e tra gli uomini viene dato credito ai sapienti, ai dotti e ai potenti. Per Dio sono altri ad essere chiamati e ritenuti «beati»: vi sono due dimensioni del reale: una più profonda, vera ed eterna, l’altra segnata dalla finitezza, dalla provvisorietà e dall’apparenza. È importante sottolineare come queste due dimensioni non siano poste in semplice successione temporale, come se la vita vera cominciasse solo “dopo” la morte. In realtà, la “vita vera”, la vita eterna inizia già “ora” in questo mondo, pur nella precarietà delle vicende; la vita eterna si dischiude fin d’ora nella misura in cui si è aperti apriamo al mistero di Dio e lo si accoglie, per cui si canta col salmista: «sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi» (Sal27,13) e di poter «abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita per contemplare la bellezza del Signore» (Sal 27,4).
Dio è la vera sapienza che non invecchia, è la ricchezza autentica che non si corrompe, è la felicità a cui aspira il cuore di ogni uomo. Questa verità, che attraversa i Libri sapienziali delle letture odierne e riemerge nel Nuovo Testamento, trova compimento nell’esistenza e nell’insegnamento di Gesù. Nella prospettiva della sapienza evangelica, la stessa morte è portatrice di un salutare ammaestramento, perché costringe a guardare, senza filtri, la realtà; spinge a riconoscere la caducità di ciò che appare grande e forte agli occhi del mondo. Di fronte alla morte perde d’interesse ogni motivo di orgoglio umano e risalta invece ciò che vale sul serio.
Tutto quaggiù finisce; Tutti, in questo mondo, sono di passaggio.
Solo Dio ha la vita in sé; Egli è la vita.
La nostra è una vita partecipata, donata da un Altro, perciò un uomo può arrivare alla vita eterna solo a causa della particolare relazione che il Creatore ha stabilito con lui. Dio, pur vedendo l'allontanamento dell'uomo, non ha interrotto il rapporto iniziato, piuttosto ha fatto un passo ulteriore, ha creato una nuova relazione della quale ci parla la seconda lettura: «mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).
Se Dio - scrive san Giovanni - ci ama così gratuitamente a tal punto da desiderare che nulla vada perduto di quanto Egli ha affidato al Figlio (cfr. Gv 6, 39), anche noi possiamo, e dunque dobbiamo, lasciarci coinvolgere da questo movimento oblativo, e fare di noi stessi un dono gratuito a Dio. In questo modo conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti; in questo modo dimoriamo in Lui come Lui ha voluto dimorare in noi, e passiamo dalla morte alla vita (cfr 1Gv3,14) come Gesù Cristo, che ha sconfitto la morte con la sua risurrezione, grazie alla potenza gloriosa dell’amore del Padre celeste.
Uniamo la comune preghiera ed innalziamola al Padre di ogni bontà e misericordia affinché, per intercessione di Maria Santissima, Nostra Signora del Suffragio, l’incontro con il fuoco del suo amore purifichi presto tutti i fedeli defunti da ogni imperfezione e li trasformi a lode della sua gloria. E preghiamo perché noi, pellegrini sulla terra, manteniamo sempre orientati gli occhi e il cuore verso la meta ultima anelata: la casa del Padre, il Cielo!